Categoria: Salute

  • Disabilità, altri 174 milioni di euro da Regione Lombardia

    Disabilità, altri 174 milioni di euro da Regione Lombardia

    La Giunta della Regione Lombardia ha approvato la delibera ‘Modifica del programma operativo regionale a favore di persone con gravissima disabilità e in condizioni di non autosufficienza a e grave disabilità’. L’atto è proposto dell’assessore alla Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità, Elena Lucchini, di concerto con l’assessore al Welfare, Guido Bertolaso.

    Il Programma operativo era stato approvato lo scorso dicembre. “Questa modifica – ha dichiarato l’assessore Lucchini – giunge dopo un percorso che in questi mesi ha messo al centro una costante interlocuzione con le associazioni che rappresentano il mondo della disabilità, gli Enti locali sempre più pilastri del welfare di territorio e le parti sindacali.

    Dopo una trattativa, iniziata a dicembre, abbiamo condiviso con il Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali un percorso che ci ha consentito di raggiungere un obiettivo per noi essenziale”.

    “Da un lato – ha continuato – vogliamo salvaguardare il contributo economico a favore dei caregiver. Dall’altro intendiamo procedere con il necessario potenziamento dei servizi di sollievo e assistenza. Rispettiamo così quanto richiesto dalla riforma dell’attuazione dei Leps (Livelli essenziali prestazioni sociali) di erogazione”.

    “Un risultato importante – ha proseguito – che testimonia come la Lombardia abbia fatto da apripista nel giungere a una interpretazione più efficiente e meno vincolante. Per quanto riguarda la programmazione lombarda, ha consentito infatti di meglio bilanciare la quota da destinare ai servizi”.

    “Oltre all’interlocuzione con il Ministero – ha aggiunto – occorre ribadire anche l’impegno economico di Regione Lombardia. Lo stanziamento di risorse è infatti passato dai 10 milioni iniziali del 2023 agli odierni 17,5 milioni stanziati per il 2024. Di questi, 3,5 milioni sono reperiti in Consiglio regionale, grazie a un Ordine del giorno al Bilancio, sottoscritto da tutta la maggioranza. A questi fondi bisogna infine sommare i 13 milioni del Fondo sanitario regionali”.

    “La nuova programmazione consente quindi – ha detto ancora – di intervenire sui contenuti della delibera approvata a dicembre.

    Le rimodulazioni del contributo mensile ai caregiver, che inizialmente erano ricomprese tra i 200 e i 350 euro mensili (a seconda delle categorie) e avrebbero ridotto il contributo economico in forza di un aumento dei servizi, consisteranno ora in circa 65 euro mensili.

    “Per tutti i disabili con bisogni complessi – ha concluso – non ci sarà alcuna modifica rispetto alla programmazione dello scorso anno. Tutto ciò sarà possibile grazie anche ad un contributo economico aggiuntivo, del valore massimo di 85 euro mensili a valore sul ‘Fondo caregiver’. Saranno rimborsati in un’unica soluzione per un valore massimo di 595 euro per il 2024”.

    DOTAZIONE FINANZIARIA

    La dotazione finanziaria per l’esercizio Fondo Nazionale per le non autosufficienze 2024 ammonta a complessivi 172.556.132 euro di cui:

    – 137.945.000 euro, risorse del FNA 2023, destinate alle Misure B1 e B2, al Pro.Vi (progetto di vita indipendente) e al rafforzamento dei Punti Unici di Accesso;

    – 17,5 milioni del bilancio regionale;

    – 13 milioni del Fondo Sanitario Regionale;

    – 4.111.132 euro del Fondo caregiver familiare 2023.

  • Alzheimer: Irccs Fatebenefratelli, un nuovo balzo nella diagnosi

    Alzheimer: Irccs Fatebenefratelli, un nuovo balzo nella diagnosi

    Nei giorni scorsi, The Lancet Neurology ha presentato le nuove linee guida per la diagnosi dei disturbi cognitivi, tra cui l’Alzheimer. Sono le prime raccomandazioni che propongono un uso combinato dei biomarcatori e sono state realizzate dagli esperti delle maggiori Societa’ Scientifiche in Europa, coordinate dall’Universita’ di Ginevra, l’Universita’ di Genova – Irccs Ospedale Policlinico San Martino e dall’Irccs Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia. Consentiranno di dare un nome ai primi segni di deterioramento cognitivo, che possono essere causati dalla malattia di Alzheimer o da un’altra forma di demenza e sono state sviluppate utilizzando la procedura Delphi, coordinata proprio dall’Irccs Fatebenefratelli.

    Si faranno meno esami e si andra’ piu’ a colpo sicuro nell’individuare la causa di certi sintomi. Finora, si procedeva in modo piu’ disomogeneo, anche se alcune Regioni si sono poste il problema, hanno investito e hanno anticipato le linee guida: e’ il caso, per esempio, del Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (PDTA) della Lombardia. “Una omogeneizzazione delle procedure a livello europeo e’ importante, perche’ consentira’ di avere una maggior confrontabilita’ nelle diagnosi cliniche di diversi paesi” spiega Cristina Geroldi, geriatra dell’Irccs Fatebenefratelli. Ecco cosa cambia per un medico che deve fare una diagnosi. “Ipotizziamo che si presenti una persona affetta da afasia. Si parte, come si partiva in passato, con una raccolta anamnestica accurata, un esame obiettivo neurologico, un esame di neuroimaging strutturale (Risonanza Magnetica se possibile, oppure TAC), e dei test neuropsicologici, per capire innanzi tutto se il paziente abbia problemi vascolari e che tipo di afasia presenti. Poi pero’ non si procedera’ random: in assenza di eventi vascolari che possano giustificare l’afasia, se l’ipotesi diagnostica principale sara’ quella di una forma frontotemporale, procederemo a una FDG-PET, mentre per escludere in prima battuta una variante logopenica della malattia di Alzheimer valuteremo prima i biomarcatori liquorali. Solo in caso di mancata conferma dell’ipotesi diagnostica principale, si procedera’, quindi, all’esecuzione di ulteriori accertamenti.

    Cio’ permettera’ di avere una diagnosi in tempi piu’ rapidi e, sulla base degli studi che hanno condotto a queste lineeguida, anche piu’ accurata e precoce”. Per la prima volta, le raccomandazioni – implementabili in ogni centro specializzato (CDCD) – non sono centrate sulla malattia, ma sul paziente e i suoi sintomi. A partire da 11 diverse modalita’ con cui si presenta un deterioramento cognitivo, in 4 passi successivi e con test differenti a seconda del profilo del singolo paziente, si potra’ individuare la patologia responsabile in tempi piu’ rapidi e con minori sprechi di risorse. Si utilizzeranno oltre ad analisi del sangue, test cognitivi, risonanza magnetica o TAC e in alcuni casi elettroencefalogramma, ma anche l’analisi di specifici marcatori nel liquido cerebrospinale, PET o SPECT di differenti tipologie, scintigrafie. Quando sara’ possibile associare l’utilizzo di biomarcatori rilevabili nel sangue, l’iter potra’ ridurre fino al 70% gli esami strumentali inutili.

  • Bertolaso: al lavoro per migliorare lavoro degli infermieri lombardi

    Bertolaso: al lavoro per migliorare lavoro degli infermieri lombardi

    “Stiamo lavorando per garantire anche agli infermieri le migliori condizioni di lavoro, a partire dagli incentivi sugli stipendi”. Lo ha detto l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso, intervenendo al 1° Congresso dell’Associazione Infermieri del Mondo.”Il nostro obiettivo – ha spiegato – è mettere al centro dell’attenzione non solo la persona, che ha diritto della migliore assistenza possibile, ma anche chi della persona si occupa. Medici, infermieri, ostetriche e tutte le professioni sanitarie che ogni giorno studiano e faticano per migliorare la sanità”.

    Bertolaso ha spiegato di essere ben consapevoli delle problematiche che oggi devono affrontare e ha quindi sottolineato come sia fondamentale “fare gioco di squadra, abbattendo gli steccati”. “La Regione non può aumentare gli stipendi base dei professionisti – ha precisato – ma può lavorare sugli incentivi. Proprio in questa direzione vanno i recenti provvedimenti in favore dei liberi professionisti che vogliono lavorare con le strutture pubbliche”.

    E poi prosegue il lavoro per garantire maggior sicurezza e assistenza soprattutto a chi lavora nei Pronto soccorso. “Non perdo occasione – ha aggiunto Bertolaso – per ricordare a ministri, prefetti e questori l’importanza di fare tutto quanto nelle possibilità di ciascun Ente per garantire sempre più tutele al nostro personale”. “Diversamente – ha concluso l’assessore ringraziando tutti gli infermieri presenti – sarà difficile frenare questa emorragia del sistema sanitario”.

  • Disturbi alimentari: 6 milioni da Regione Lombardia

    Disturbi alimentari: 6 milioni da Regione Lombardia

    Uno stanziamento di 6 milioni di euro, reparti sempre più specializzati e un lavoro capillare sul territorio. È questa la strada intrapresa dalla Regione Lombardia per combattere i disturbi del comportamento alimentare. Lo ha ricordato l’assessore regionale al Welfare, Guido Bertolaso che ieri, in occasione della Giornata Mondiale dedicata a questa problematica, ha partecipato insieme all’arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, al convegno ‘Come ti nutri?’.

    Al Collegio San Carlo di Milano, sono intervenuti teatro il presidente dell’Auxologico, Mario Colombo; l’attrice e conduttrice televisiva, Martina Colombari e Viola Sella, ginnasta di punta della nazionale italiana di ritmica.

    “Combattere il disagio giovanile nelle varie sfaccettature che sta assumendo – ha detto l’assessore Bertolaso – è una priorità assoluta della Regione. Siamo davanti a una vera e propria emergenza silenziosa. Abbiamo appena stanziato 6 milioni di euro per affrontare questo problema, pensando anche ad aumentare i reparti specializzati per assistere e gestire queste tematiche”.

    BERTOLASO: MEDICO È SACERDOTE LAICO DELLA NOSTRA SOCIETÀ – Per farlo al meglio però, secondo l’assessore, è necessario interrogarsi sul ruolo del medico.

    “Cos’è se – ha detto Bertolaso – non il sacerdote laico di questa nostra società? Qualsiasi struttura sanitaria che partecipa alla realizzazione di questa grande rete di assistenza sanitaria è una realtà laica che si prende cura della persona. In questa legislatura vogliamo costruire una medicina sempre più vicina alla persona, che sfrutti la tecnologia in modo però che sia sempre al servizio della persona”.

    “Questo – ha aggiunto – mi spinge a incontrare medici e personale per spiegare senso della loro missione, il medico non può essere un mercenario. Il medico deve avere un approccio opposto, deve essere al servizio della comunità. E per farlo stiamo cercando di portare avanti una piccola rivoluzione culturale”.

    INTERCETTARE I DISTURBI È LA GRANDE SFIDA – Riprendendo la metafora di monsignor Delpini che, in un’intervista, aveva paragonato i ragazzi a una Ferrari che si muove fra vicoli stretti, Bertolaso ha specificato che “È molto più difficile intervenire sui problemi della salute e del disagio mentale, delle dipendenze e dei disturbi alimentari piuttosto che su quelli del corpo. Stiamo lavorando partendo dalla consapevolezza che se arrivano così tanti ragazzi vuol dire che si è già nella fase terminale e che, quindi, la Ferrari è già andata a schiantarsi. La malattia legata a questi disturbi è subdola e intercettarla è la grande sfida. I numeri purtroppo ci dicono che la situazione sta peggiorando, è un’emergenza silenziosa e il farmaco salvavita non ancora è pronto”.

    “Diventa dunque fondamentale – ha aggiunto Bertolaso – lavorare con le scuole, le famiglie, le associazioni sportivi e gli oratori per prevenire questi disturbi. Oggi, purtroppo, nei Pronto Soccorso di questa regione arrivano 3-4 casi al giorno, rispetto a 1 o 2 al mese del periodo pre Covid. Abbiamo avviato un’indagine epidemiologica per conoscere il fenomeno nel dettaglio e agire di conseguenza”.

    MONSIGNOR DELPINI: DOLORE INTERIORE CHE IMPRIGIONA IL CORPO, CHIESA HA PREOCCUPAZIONE EDUCATIVA – “Sono preoccupato per la sofferenza lancinante e silenziosa di tanti ragazzi e ragazze – ha sottolineato l’arcivescovo Delpini -: un dolore interiore, che invade e imprigiona il corpo, privandolo di gioia, di speranza e infine anche della vita. La Chiesa naturalmente non è una comunità terapeutica ma siamo qui per dire che, in particolare attraverso la Fondazione Oratori Milanesi, abbiamo una preoccupazione educativa, desideriamo prenderci cura di questa situazione e dire ai ragazzi che ciascuno è amabile così com’è, che non ha bisogno di assomigliare ad altri, è che è capace di amare”.

    PRESIDENTE COLOMBO: DCA SONO ANCHE AMBITO PER MISURARE EFFICACIA DELLE RISPOSTE – “I disturbi del comportamento alimentare – ha concluso Mario Colombo – rappresentano non solo una sfida per la

    ricerca scientifica e per l’intervento clinico, ma anche un ambito dove misurare l’efficienza e l’efficacia di risposta della nostra organizzazione sanitaria in uno con

    la sensibilità del nostro sistema educativo. La tempestività con la quale viene riconosciuto nell’adolescente e nel giovane il disagio che potrebbe determinare il disturbo del comportamento alimentare è fattore di successo per sua prevenzione e cura”.

    Durante i lavori è stato presentato un percorso formativo online a disposizione di educatori, società sportive e associazioni disponibile sulla piattaforma online della FOM (www.oramiformo.it) che si propone di aiutare gli educatori a riconoscere i sintomi che conducono ai disturbi del comportamento alimentare. (LNews)

  • Covid, Giorgio Palù: origine in laboratorio non va esclusa

    Covid, Giorgio Palù: origine in laboratorio non va esclusa

    “Non mi sorprende per nulla che uno studio arrivi alla conclusione che Covid-19 può aver avuto un’origine innaturale.Ci sono anche metodi più diretti”, rispetto a quelli utilizzati dagli autori dell’ultimo lavoro scientifico uscito oggi, “per mostrare la possibilità o ipotizzare che possa esserci un’origine non naturale.Non parliamo mai di certezza, va precisato.Ma ci sono tante evidenze dirette e indirette che possono farlo pensare”. Il virologo Giorgio Palù non ha mai nascosto il suo pensiero.Anzi ha firmato uno studio, pubblicato a febbraio 2022 su ‘Frontiers in Virology’, in cui si focalizza su alcuni aspetti insoliti della struttura del virus Sars-CoV-2, il patogeno che ha tenuto sotto scacco il mondo con la pandemia.”Ci sono almeno due elementi che fanno pensare”, illustra l’esperto, commentando all’Adnkronos Salute l’analisi pubblicata da un gruppo di ricercatori dell’University of New South Wales, Sydney (Australia), secondo cui ci sono più probabilità che Covid abbia avuto un’origine innaturale, rispetto all’ipotesi di una genesi naturale.

    A far riflettere Palù è in particolare “un’inserzione di 17-20 nucleotidi nel sito di clivaggio della furina, che è unica tra tutti i sarbecovirus e che facilita la diffusione da uomo a uomo.Questa inserzione nucleotidica si è trovata in tutte le sottovarianti Covid, da Wuhan in avanti – osserva – è un vantaggio selettivo che è conferito.In termini darwiniani, il virus ha avuto necessità di questo inserimento.Ovviamente, se uno manipola” un patogeno, “con le tecniche che si usavano fino a qualche anno fa si trova una traccia della manipolazione genetica.In questo caso non c’è traccia”. “D’altronde – aggiunge però Palù – non ci vuole molto perché un virus, anche animale, si adatti.Dico animale perché per il 98% la sequenza” di Sars-CoV-2 “è identica a quella di un virus del pipistrello che si chiama RaTG13, però sono pochissime le modifiche che servono a fargli fare il salto di specie e a renderlo più trasmissibile da uomo a uomo.Addirittura nei modelli animali questo inserimento nel sito di clivaggio della furina a livello della proteina di superficie S è un guadagno di funzione essenziale per la diffusione”.

    E l’inserimento in questione, afferma il virologo, “non occorre farlo geneticamente: se un virus del pipistrello lo si costringe a crescere su cellule umane per diversi passaggi, questa cosa può succedere. E’ già avvenuta con i virus dell’influenza”.

  • Nel 2023, in Italia, 395mila diagnosi di cancro

    Nel 2023, in Italia, 395mila diagnosi di cancro

    Sono 183 i centri che conducono ricerche cliniche in oncologia in Italia e rappresentano un +23% rispetto a quelli censiti lo scorso anno.”La distribuzione sul territorio però non è omogenea, soprattutto per gli studi di fase 1. La maggioranza di queste strutture di ricerca è pubblica e la partecipazione agli studi da parte di personale accademico è significativa, così come quella agli studi dei gruppi cooperativi.Preoccupa, però, la forte riduzione degli studi accademici.Serve un cambio di passo per sostenere la ricerca accademica, anche perché, oggi in Italia, solo il 20% degli studi sulle nuove molecole contro il cancro è no profit”.

    La fotografia è scattata da Evaristo Maiello, presidente della Federation of Italian Cooperative Oncology Groups (FICOG) in occasione della seconda edizione dell’Annuario dei Centri di Ricerca Oncologica in Italia, promosso dalla FICOG e dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM). Il testo si compone di 400 pagine e contiene un vero e proprio censimento delle strutture che realizzano sperimentazioni sui tumori nel nostro Paese, presentato oggi al Ministero della Salute, per celebrare la Giornata Nazionale dei Gruppi Cooperativi per la Ricerca in Oncologia.”In Italia il 50% dei centri di ricerca censiti sono distribuiti al Nord (90), il resto al Centro (44 centri) e al Sud (49 centri). Circa un terzo delle strutture (36%, pari a 66 centri) svolge più di 20 sperimentazioni all’anno, il 12% oltre 60.

    La Lombardia fa da padrona sul numero di ricercatori- spiega Maiello- seguita da Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna.Nelle regioni del nord c’è oltre il 40% dei centri attivi per la ricerca.Al sud troviamo come regioni di punta la Sicilia, la Puglia e la Campania, mentre al Centro il Lazio e la Toscana.La tipologia è a carico del pubblico per 7 centri su 10, che sono di tipo universitario/ospedaliero oppure Asl.Un quarto di questi sono IRCCS, ma e prevalentemente situati al Nord.Siamo lontani dall’avere una rete di centri che facciano studi di fase 1. Ci sono addirittura regioni senza un centro di ricerca.La capillarità che vorremmo è ancora lontana”. Un nodo irrisolto resta quello della mancanza di risorse e personale: “Il 68% (124 centri) è privo di un bioinformatico e il 49% (89) non può contare sul supporto statistico.Devono essere strutturate figure professionali indispensabili, come i coordinatori di ricerca clinica (data manager), gli infermieri di ricerca, i biostatistici, gli esperti in revisione di budget e contratti. E la digitalizzazione, che consente di velocizzare e semplificare i trial, è ancora scarsa: solo il 43% utilizza un sistema di elaborazione di dati e il 37% una cartella clinica elettronica”. Andando ad esaminare le strutture, Evaristo Maiello, ricorda che “l’80-90% dei centri ha una radiologia accreditata in sede, è dotato di un’anatomia patologica, di un laboratorio analisi accreditato, di un laboratorio di biologia molecolare in sede e dispone di un ufficio amministrativo dedicato.Va però evidenziata una netta riduzione dello spazio per la ricerca indipendente, come emerso anche dal Rapporto dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) sulle Sperimentazioni Cliniche.In un anno (2021-2022), nel nostro Paese, gli studi clinici non sponsorizzati dall’industria farmaceutica sono passati dal 22,6% al 15% del totale.Una diminuzione di oltre il 7% solo in 12 mesi, che rischia di impoverire fortemente il sistema della ricerca no profit in Italia, soprattutto in aree molto critiche come l’oncologia”. Nel 2023, in Italia, sono state stimate 395.000 nuove diagnosi di cancro.I tumori su cui si concentra il maggior numero di sperimentazioni sono quelli gastrointestinali, mammari, toracici, urologici e ginecologici.”In ambito europeo sono 680 gli studi con una percentuale incrementata dal 18 al 30% , continuiamo quindi ad attrarre come ricercatori.Ma su 264 studi approvati sulla ricerca- conclude Maiello- 38 erano studi indipendenti, di cui i 3/4 erano studi di fase 2 con un reclutamento superiore ai 2.400 pazienti.Un dato non positivo che ci preoccupa”

  • Tumori: in Lombardia solo 40% invitati fa screening colon retto

    Tumori: in Lombardia solo 40% invitati fa screening colon retto

    Lo screening e’ uno strumento di salute tanto piu’ efficace quanto piu’ partecipato e ha come scopo principale di intercettare le lesioni precancerose rappresentate dai polipi del grosso intestino o dai tumori in una fase precoce di malattia. Eppure in Lombardia solo il 40% degli invitati ritira il test in farmacia. Lo rende noto Aigo, l’Associazione Italia Gastroenterologi ed Endoscopisti Ospedalieri.

    Lo screening del cancro colo-rettale si rivolge ad una popolazione di eta’ adulta, che viene invitata, in vario modo, ad aderire alla iniziativa, ritirando generalmente in farmacia un kit. Solo in caso di positivita’ si procede ad effettuare l’esame di secondo livello rappresentato dalla colonscopia. In Lombardia lo screening colorettale si rivolge a uomini e donne residenti con eta’ compresa tra 50 e 74 anni. Il programma di screening per il cancro colorettale e’ attivo in tutte le ATS lombarde e il numero di soggetti invitati nel biennio 2020-2021 per la fascia di eta’ 50-74 anni e’ stato di 1.756.758 persone. Su un totale di 718.330 test eseguiti, 32.140 sono risultati positivi, pari ad un tasso di positivita’ del 4,5% Sempre nel biennio in questione sono stati identificati 605 cancri, 3.237, adenomi avanzati e 6.794 adenomi iniziali.

    A fronte di questi dati e’ importante sapere che tra coloro che scelgono di aderire al programma di screening, si rileva una significativa percentuale di guarigione con sopravvivenza fino al 90% dei casi, frutto di una diagnosi precoce del problema. “I programmi di screening oncologici lombardi hanno affrontando un’importante modifica delle loro modalita’ organizzative e dei livelli di erogazione a causa della pressione imposta su tutto il Sistema Sanitario Regionale dalla pandemia sa Covid-19 – afferma il dottor Guido Manfredi, Responsabile della UOS di Endoscopia Digestiva, dell’ASST CREMA e Presidente Regionale Lombardia. Nel 2021 si e’ rilevato un parziale recupero dei livelli di copertura, che pero’ non hanno ancora raggiunto i livelli pre-pandemici. Si evidenziano anche sostanziali difformita’ nelle diverse realta’ territoriali della Regione. Inoltre, in considerazione dell’aumento dell’incidenza di malattie neoplastiche anche nel soggetto giovane, in un prossimo futuro si potrebbe prevedere l’estensione dello screening del cancro colon retto anche alla fascia di eta’ 45-50 anni”.

    Consapevole del valore determinante della prevenzione e della diagnosi precoce Aigo ha promosso nei primi mesi dell’anno l’indagine “Fattori che influenzano gli esiti dello screening organizzato del cancro colon retto in Italia”, che ha coinvolto oltre 50 strutture ospedaliere di 16 regioni italiane. “La survey nasce dalla considerazione che il grado di partecipazione allo screening del cancro colon retto in Italia e’ significativamente eterogeneo, – afferma Marco Soncini Presidente di Aigo e Direttore del Dipartimento Medico ASST Lecco – generalmente le regioni del centro nord dell’Italia raggiungono performance piu’ elevate (40-50%) di quelle del sud e delle isole (10-15%). Piu’ elementi concorrono a determinare l’adesione allo screening del cancro colon retto. Conoscere i fattori che favoriscono o al contrario riducono l’adesione allo screening permette di iniziare un percorso di rimozione delle criticita’”.

  • Covid, lo studio australiano: potrebbe venire da un laboratorio

    Covid, lo studio australiano: potrebbe venire da un laboratorio

    “Covid-19 potrebbe aver avuto origine in un laboratorio”. E’ la suggestione che arriva da un nuovo studio condotto da ricercatori dell’University of New South Wales, in Australia, pubblicato sulla rivista ‘Risk Analysis’. Gli autori spiegano che i risultati del loro lavoro indicano come “più probabile un’origine innaturale” del virus rispetto a “un’origine naturale”.

    Il nodo di quale sia stata la ‘scintilla’ della pandemia che ha tenuto sotto scacco il mondo intero negli scorsi anni è molto dibattuto da sempre.Nel tempo si sono susseguite indagini, relazioni di commissioni di esperti, pubblicazioni scientifiche mirate a sciogliere il rebus dell’ospite intermedio che, in caso di un’origine naturale, potrebbe aver portato Sars-CoV-2 fino all’uomo.Ma sono stati diversi anche i lavori di scienziati che hanno sollevato dubbi e ipotizzato manipolazioni dell’uomo sul virus e fuga dal laboratorio.Mentre la maggior parte degli studi si è concentrata su un’origine zoonotica – spiegano gli esperti – questa ricerca ha esaminato l’altra faccia della medaglia, un prologo alternativo: la probabilità di un’origine innaturale, cioè da un laboratorio.Gli scienziati hanno utilizzato quello che definiscono “uno strumento consolidato di analisi del rischio” per differenziare le epidemie naturali da quelle innaturali.

    Questo strumento di valutazione si chiama Grunow-Finke modificato (mGft) e gli autori lo hanno usato per studiare l’origine di Covid.Ma ancora prima, in un lavoro precedente, avevano fatto ricorso a questo sistema per valutare l’origine di un altro coronavirus: Mers-CoV in Arabia Saudita (primo autore Xin Chen, uno dei ricercatori che si è occupato anche di questo lavoro scientifico su Covid). Anche nel caso della Mers l’esito dell’analisi era stato “alta probabilità di origine innaturale”. Tornando allo studio su Sars-CoV-2, “questa valutazione del rischio – puntualizzano gli autori – non può dimostrare l’origine specifica del Covid-19, ma mostra che la possibilità di un’origine di laboratorio non può essere facilmente scartata”.

  • Sanità: in Lombardia oltre 110 mila prestazioni di telemedicina nelle farmacie

    Sanità: in Lombardia oltre 110 mila prestazioni di telemedicina nelle farmacie

    Tra le misure intraprese dalle croci verdi lo scorso anno in quest’ambito spiccano, inoltre, 598 invii in Pronto Soccorso e 38 allerte al 112.

    E’ quanto emerso alla tappa conclusiva del roadshow promosso da Federfarma Lombardia “La Lombardia che vorrei”, che dallo scorso novembre ha attraversato la regione, per far dialogare comunita’ locali, Istituzioni e tutti i principali attori del sistema sul futuro della sanita’.

    Dopo le tappe di Brescia, Pavia e Varese, il tour oggi si e’ concluso a Milano, nella sede del Sindacato titolari lombardo.”Questo roadshow ha permesso alla farmacia lombarda di farsi portavoce dei bisogni di salute delle comunita’ locali nei confronti della politica regionale, cui sono state ricordate tutte le opportunita’ derivanti da un utilizzo appropriato della rete di prossimita’ formata dalle nostre farmacie”, ha evidenziato Annarosa Racca, Presidente di Federfarma Lombardia.

    “Chiediamo, inoltre, di concretizzare il coinvolgimento delle farmacie nell’attivita’ di ricognizione farmacologica, la compilazione della lista complessiva dei farmaci assunti da un assistito, e di attivare il Dossier farmaceutico, nell’ambito del Fascicolo Sanitario Elettronico”, ha concluso Annarosa Racca.

  • Cremona: intervento al cervello eseguito per prima volta su paziente sveglio

    Cremona: intervento al cervello eseguito per prima volta su paziente sveglio

    All’ospedale Maggiore di Cremona, per la prima volta in Europa, è stato eseguito un intervento in chirurgia transulcale su un paziente sveglio. Lo ha effettuato l’equipe di Neurochirurgia diretta da Antonio Fioravanti su un uomo di cinquant’anni, proveniente dalla provincia di Milano, al quale è stato asportato un tumore al cervello, che solo a inizio mese aveva eseguito un intervento in chirurgia transulcale ma in quel caso su una paziente addormentata.

    “La combinazione di queste procedure è indicata per lesioni profonde e difficili da raggiungere, in cui la chirurgia tradizionale comporterebbe una maggiore sofferenza per il cervello — spiega Fioravanti —. Durante l’operazione, il paziente viene risvegliato e gli viene chiesto di rispondere a determinati stimoli, come muovere gli arti, parlare o disegnare. E questo consente di preservare l’integrità e il funzionamento delle aree sensibili riducendo sensibilmente i rischi”.

    La massa tumorale asportata era situata nell’area che controlla il movimento. “Quando sono stato svegliato in sala operatoria, sapevo perfettamente come mi sarei dovuto comportare. Mi sono sentito tranquillo e sereno nonostante un intervento alla testa spaventi sempre”, racconta il paziente.

    Decisiva la collaborazione tra neurochirurghi, neuropsicologi, neuroradiologi, neuroanestesisti e neurofisiopatologi, sempre affiancati dal personale di sala operatoria. La chirurgia transulcale (Brain Path) sfrutta la presenza dei solchi cerebrali per preservare i fasci di materia bianca, responsabili di funzioni importanti come il movimento o il linguaggio. Per farlo, viene utilizzato un apposito strumento, che inserito nel solco cerebrale consente di raggiungere la lesione per intervenire in modo preciso e mirato. Tutto ciò è possibile grazie alla neuronavigazione, che consiste nella mappatura tridimensionale della lesione e delle aree limitrofe. La pianificazione effettuata prima dell’intervento permette di definire la traiettoria migliore per raggiungere il tumore preservando al massimo l’organo. Oltre ad essere mininvasiva rispetto alla tradizionale ‘open surgery’, consente di ridurre la durata dell’intervento, le complicanze operatorie e postoperatorie e i tempi di recupero. Non a caso, a sei giorni dall’intervento, il paziente potrà essere dimesso. “Voglio rimettermi in forze al più presto – afferma annunciando il suo progetto di viaggio – e attraversare tutta l’Italia”.