Categoria: Salute

  • Monza-Bologna: operato per alluce valgo, perde piede e gamba

    Monza-Bologna: operato per alluce valgo, perde piede e gamba

    MONZA Doveva essere una semplice operazione di correzione dell’alluce valgo ma il paziente, per via di alcune patologie che non erano state tenute in condiderazione e avrebbero sconsigliato l’intervento, è andato incontro a un calvario che ha portato all’amputazione del piede e di una gamba.

    E’ per questo che tre strutture ospedaliere sono state condannate a risarcire l’uomo e i suoi due figli, in misura diversa, da un giudice di Bologna il quale, anche sulla scorta di una consulenza tecnica d’ufficio, ha rilevato come l’operazione sia stata eseguita senza “procedere ai “necessari e doverosi accertamenti angiologici” nella casa di cura Villa Erbosa (Bologna) “dove peraltro il paziente contraeva un’infezione” “poi “non adeguatamente e tempestivamente curata dai sanitari”. AllI’Istituto Humanitas Mater Domini di Castellanza (Varese) si contesta la tardiva individuazione del quadro settico e il tardivo ricovero dopo un accesso al pronto soccorso quando la situazione era già grave. “L’evoluzione negativa delle condizioni del paziente in seguito registratasi, culminata dapprima con l’amputazione del piede sinistro e poi dell gamba destra, trova dunque origine nelle condotte negligenti attuata dalle due struttiure”, scrive il giudice.

    In questa sequenza già in atto “si è innestato il contributo dell’allora Asst di Monza ospedale San Gerardo (ora Fondazione San Gerardo dei Tintoti nrd.) che, omettendo di interventire in modo tempestivo e adeguato, ha contribuito all’epilogo del decorso clinico con l’amputazione dell’altro arto”. Era stato una prima volta dimesso con la prescizione di un farmaco “sostanzialmente inutile” e le sue condizioni erano peggiorate. Con l’uomo, assistito dall’avvocato Giuseppe Badolato, sono stati risarciti anche i due figli, uno, in particolare, quello che l’ha assistito più da vicino, per il peggioramento delle sue condizioni di vita.

  • Nuovo anticorpo monoclonale contro l’Alzheimer: risultati promettenti

    Nuovo anticorpo monoclonale contro l’Alzheimer: risultati promettenti

    E’ un anticorpo monoclonale per la malattia di Alzheimer, mira a un nuovo bersaglio e si sta rivelando promettente nei test preclinici. Segni particolari: i ricercatori che hanno messo a punto la potenziale terapia si sono ispirati al caso di una donna sulla settantina originaria della Colombia. Non una persona qualunque, ma una donna che ha resistito all’Alzheimer ed è rimasta protetta dal declino cognitivo per quasi 3 decenni, nonostante facesse parte di una famiglia con un rischio genetico insolitamente alto di sviluppare precocemente la patologia.

    Quello che gli scienziati hanno scoperto è che era portatrice di una variante genetica ‘scudo’, chiamata Apoe Christchurch. E per trasformare la scoperta in un potenziale trattamento, hanno sviluppato un anticorpo che mima il comportamento della variante genetica in questione, riducendo le proteine Tau anomale associate all’Alzheimer e offrendo così una via terapeutica diversa, che non mira al target classico degli accumuli di placche di beta-amiloide. Lo studio, pubblicato su ‘Alzheimer’s and Dementia: The Journal of the Alzheimer’s Association’ è stato realizzato da un team guidato da ricercatori del network sanitario Usa Mass General Brigham. Gli esperti hanno lavorato per sviluppare anticorpi che potessero colpire le interazioni tra il gene ApoE e proteine ​​chiamate proteoglicani a eparan solfato. E hanno scoperto che un anticorpo, chiamato 7C11, potrebbe inibire l’interazione patologica, conferendo resistenza all’Alzheimer.

    “In sintesi, è stato in grado di riprodurre in un modello in vivo l’effetto protettivo della variante Apoe Christchurch”, dice Claudia Marino, ricercatrice che ha co-diretto lo studio. Convalidata la sua specificità e determinate le dosi più efficaci, gli scienziati hanno somministrato la terapia ai topi, modello preclinico della malattia, ottenendo una riduzione delle proteine ​​tau anomale presenti nel cervello e nella retina. Servono ancora altri studi su ulteriori modelli animali per confermare l’efficacia preclinica dell’anticorpo 7C11. Ma la speranza è che, “essendo stato in grado di colpire le interazioni responsabili di un importante fattore di rischio genetico per l’Alzheimer sporadico”, possa funzionare meglio di altri trattamenti, dice il coautore corrispondente Joseph F. Arboleda-Velasquez.

  • Cuore di donna 38enne ‘salvato’ dall’intelligenza artificiale

    Cuore di donna 38enne ‘salvato’ dall’intelligenza artificiale

    Il cuore di una giovane donna – età 38 anni – messo al sicuro dal rischio infarto. Un caso “risolto con la ‘consulenza’ del dottor Ai”. Non è il racconto da un ospedale del futuro, dove si possono immaginare macchine e medici in carne e ossa che lavorano gomito a gomito nella vita di tutti i giorni. Ma succede oggi, in Italia, nel laboratorio di emodinamica di una struttura sanitaria: l’intelligenza artificiale permette allo specialista di vedere qualcosa che a un primo esame era praticamente invisibile.

    E’ un caso esemplificativo che fotografa la rivoluzione hi-tech in corso in medicina. A riportarlo all’Adnkronos Salute è Giovanni Esposito, presidente Gise e direttore della Uoc di Cardiologia, Emodinamica e Utic dell’Azienda ospedaliera universitaria Federico II di Napoli. “Di recente mi è successo di avere una giovane paziente che aveva dolore ed era andata già più volte in ospedale. L’abbiamo sottoposta a coronarografia e sostanzialmente sembrava non avesse nulla – spiega l’esperto – Allora abbiamo deciso di approfondire” con ulteriori esami di diagnostica per immagini “e dall’analisi dell’imaging avanzato con l’intelligenza artificiale abbiamo scoperto che aveva una dissezione coronarica”, in pratica lo strato più interno del vaso era lacerato. “Il che – chiarisce Esposito – ovviamente comporta una diagnosi importante perché la dissezione coronarica, se non si intraprendono tutte le procedure necessarie, può portare anche alla chiusura” del vaso stesso “e all’infarto”. Un caso di prevenzione hi-tech.

    “La donna protagonista ha 38 anni. Purtroppo spesso è soprattutto in questi pazienti che le dissezioni sono più frequenti”, ma sempre in questi pazienti succede che “la diagnosi diventa più difficile. L’Ai aiuta soprattutto in questi casi più complessi”, evidenzia Esposito. Alla paziente salvata con l’aiuto dell’algoritmo l’esperto ha spiegato che “oggi abbiamo a disposizione tecnologie che fino a pochi anni fa non potevano essere utilizzate”. Queste “ci supportano nella diagnosi, che è molto più precisa e dettagliata e affidabile rispetto al passato”. Il valore aggiunto del dottor Ai è ancora più significativo se si considera il gender gap che svantaggia il cuore delle donne.

  • Vax Day di Asst Ovest Milanese per oltre 700 persone

    I numeri del Vax Day presso ASST Ovest Milanese: oltre 500 persone per l’antinfluenzale, 196 per l’anti-Covid

    Si è svolta domenica 1 ottobre, con successo, nei quattro Ospedali della Asst Ovest Milanese la giornata del Vax Day dedicata alla vaccinazione antinfluenzale e anti-Covid.

    E’ stato questo il primo appuntamento stagionale dedicato agli over 60, bambini dai 2 ai 6 anni, donne in gravidanza, operatori sanitari, appartenenti alle

    Forze dell’ordine, Polizia locale, Vigili del fuoco, insegnanti e personale scolastico.

    L’iniziativa – organizzata su tutto il territorio regionale – ha permesso di vaccinare un alto numero di persone che precedentemente si erano prenotate mediante una mail dedicata.

    Gli operatori sanitari e volontari del terzo settore che hanno partecipato all’organizzazione del Vax Day sono stati in grado di gestire efficacemente

    e con grande professionalità l’afflusso di persone, anche quelle sprovvisti di prenotazione, con sicurezza e rapidità.

    VAX DAY
    1 OTTOBRE 2023

    ATTESI PRENOTATI VIA MAIL SENZA PRENOTAZIONE PERCENTUALE SENZA PRENOTAZIONE
    600 337 219 39%

    CDC VACCINATI ANTINFLUENZALE DI CUI SOMM.NI VACCINO COVID
    ABBIATEGRASSO 88 30
    CUGGIONO 102 31
    LEGNANO 237 89
    MAGENTA 129 46
    TOTALE 556 196

  • Turomi cerebrali, per la cura in arrivo nuovo farmaco biologico

    Turomi cerebrali, per la cura in arrivo nuovo farmaco biologico

    MILANO Il suo nome è hrBMP4: si tratta di una proteina ricombinante umana, dimostratasi in grado di agire sulle cellule staminali tumorali del cervello, bloccandone la crescita, senza tossicità a carico dell’organismo, come emerge da un recente studio multicentrico internazionale di fase 1, pubblicato sulla prestigiosa rivista “Molecular Cancer”. Il neuroscienziato Angelo Vescovi, che lo ha ideato e diretto: “Di fronte a una neoplasia che ha resistito allo sviluppo di nuovi farmaci efficaci per oltre 40 anni, abbiamo all’orizzonte la speranza di una nuova cura che esula dagli schemi. Nel prossimo trial di fase 2, per il quale stiamo raccogliendo fondi, ci aspettiamo la conferma e il miglioramento dei dati di efficacia, già molto interessanti a questo primo stadio”.

    L’obiettivo, infatti, non è più cercare di uccidere tutte le cellule del cancro, ma focalizzarsi, come bersaglio, solo sulle cellule staminali carcinogeniche, vero motore dello sviluppo tumorale. Inoltre, non si cerca di ucciderle, come avviene con i trattamenti attuali, ma, agendo su di esse per farle diventare mature e differenziate, le si rende incapaci di moltiplicarsi e sostenere la crescita del tumore. La nuova terapia, detta appunto di pro-differenziamento, ha superato lo studio clinico di fase 1, dimostrando di essere sicura e molto ben tollerata in una popolazione di pazienti affetti da glioblastoma recidivante (con aspettativa di vita media di 5 mesi). La proteina ha inoltre iniziato a dare prova della sua efficacia nel bloccare, e in alcuni casi eliminare, la neoplasia. Il trial, pubblicato su una delle più importanti riviste oncologiche, “Molecular Cancer”, è stato messo a punto e sostenuto con oltre 14 milioni di euro da StemGen SpA, biotech italiana nata all’interno dell’Università di Milano-Bicocca. La ricerca è stata ideata e coordinata da Angelo Vescovi, Direttore Scientifico dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo (FG) e Professore Associato presso il Dipartimento di Biotecnologie e Bioscienze della Bicocca. Vescovi è stato inoltre pioniere nell’identificare le cellule staminali cerebrali umane e quelle dei glioblastomi e ha ideato l’approccio di pro-differenziazione nel trattamento dei tumori del cervello, pubblicato in precedenza su “Nature”.

    Lo studio multicentrico, condotto a livello internazionale, ha visto coinvolti: la Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano, il prof. Clemens Dirven e il team dell’Erasmus University Medical Center di Rotterdam, il Brainlab A.G. di Monaco di Baviera, il Tel Aviv Medical Center, la University Clinic Hamburg-Eppendorf e l’Amsterdam University Medical Center. La ricerca è stata supportata anche dalle americane “The Brain Tumor Funders’ Collaborative Initiative” e “James S. McDonnel Foundation”. Durata oltre 3 anni, la sperimentazione ha valutato in 15 pazienti affetti da glioblastoma recidivante la somministrazione della proteina hrBMP4 all’interno e nei pressi della massa tumorale, tramite una particolare tecnica di lenta infusione cerebrale, con un dosaggio crescente del farmaco da un minimo di 0,5 a un massimo di 18 milligrammi – essendo un ormone, agisce a concentrazioni anche un milione di volte più basse rispetto ai chemioterapici standard -. I risultati hanno mostrato l’assenza di seri effetti collaterali e l’eccellente tollerabilità del farmaco, anche alla dose massima impiegata, e una promettente evidenza di efficacia. Il 20% dei soggetti ha risposto alla terapia: in due pazienti la lesione è completamente scomparsa, in assenza di altri trattamenti concomitanti, e un terzo paziente, con risposta parziale, è sopravvissuto fino a 27 mesi (circa 4 volte il tempo medio di comparsa delle recidive). Inoltre, nei soggetti “non-responder”, la recidiva si è manifestata quasi esclusivamente nelle aree cerebrali non irrorate da hrBMP4.

    “Se si considera che lo studio è stato condotto su soggetti già molto compromessi da una patologia in stadio avanzato e che le terapie standard, a fronte di notevole tossicità e pesanti effetti collaterali, allungano solo di 5 mesi l’aspettativa di vita dopo una recidiva, i risultati ottenuti rappresentano una speranza concreta per iniziare a cambiare la storia di questo terribile tumore cerebrale”, spiega Angelo Vescovi, che da alcuni mesi è Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. “E c’è di più: un dato fra i più sorprendenti della ricerca – prosegue il neuroscienziato – ci arriva anche dai soggetti che non hanno risposto alla terapia. In questi pazienti, infatti, abbiamo osservato che il tumore è tornato a crescere soltanto nelle aree del cervello in cui non siamo riusciti a far arrivare il farmaco, a causa dei limiti delle tecniche di infusione nel coprire con precisione la lesione cancerosa. Viceversa, i 3 pazienti responder sono tra quelli in cui il farmaco ha raggiunto una porzione maggiore di tumore. Questa è un’ulteriore prova del fatto che la proteina hrBMP4, agendo come regolatore inibitorio delle cellule staminali neoplastiche, può essere in grado di bloccarne la crescita”. “Nella lotta al glioblastoma, tutti i nostri sforzi basati sui classici modelli di trattamento come chemioterapia, radioterapia, terapie anti-angiogeniche e più recentemente immunoterapia, si sono fino ad ora infranti contro una realtà invariabilmente e rapidamente infausta”, afferma Francesco DiMeco, Professore Ordinario di Neurochirurgia presso l’Università degli Studi di Milano e Direttore del dipartimento Neurochirurgia della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, tra gli autori dello studio, “abbiamo allora cambiato strategia, vogliamo ‘rieducare’ quella sottopopolazione di cellule tumorali verosimilmente responsabili della nascita e della progressione del tumore. La ricerca appena pubblicata dimostra che questa strategia è perseguibile in maniera sicura per i pazienti e con indizi di una reale efficacia terapeutica, che indagheremo ulteriormente”. I ricercatori ripongono ora molte aspettative nella futura fase 2 della sperimentazione clinica, per avviare la quale sarà necessario raccogliere ulteriori finanziamenti.

  • Bollate ‘sensibilizza’ sul tumore al seno

    Bollate ‘sensibilizza’ sul tumore al seno

    BOLLATE Ottobre è il mese della prevenzione e il Comune di Bollate, da sempre attento alla salute dei cittadini e alle opportunità di prevenzione, ha colto con piacere la proposta dell’Associazione C.A.O.S. Odv di far partire un progetto pilota nel nostro territorio che prevede la possibilità di usufruire di visite gratuite al seno per circa 200 cittadine bollatesi. Il progetto, che ha il patrocinio dell’ASST Rhodense, dell’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda, dell’ASST Fatebenefratelli Sacco e dell’associazione Europa Donna Italia, è nato anche grazie al torneo Esordienti di Baseball Giocato da Ciechi che si è tenuto a settembre nel campo Comunale Baseball di Bollate di via Verdi nell’ambito del quale era già stata lanciata la sensibilizzazione sull’importanza della prevenzione per combattere il cancro al seno. Ora i promotori tornano sull’argomento e, grazie alla rete nata con le ASST mettono a disposizione i medici delle Breast Unit del territorio per eseguire visite senologiche gratuite per le cittadine di Bollate.

    QUANDO Due le date in programma: il 7 e il 21 ottobre dalle ore 9 alle 13 nella Casa di Comunità di Bollate, via Piave 20 – PAD. 63/70, Bollate, con visite al seno gratuite per le donne che si prenoteranno a partire da lunedi 2 ottobre a venerdì 20 ottobre 2023.

    COME PRENOTARE LA VISITA

    Telefonare al numero 328 3007961, da lunedì a venerdì dalle ore 8.30 alle ore 13.00.

    Le visite verranno prenotate fino a esaurimento dei posti disponibili. Si consiglia di portare con sé eventuali esami precedenti come ecografie, mammografie etc..

    IMPORTANTE: non serve l’impegnativa del medico, le visite sono gratuite.

    “Un progetto importante che può portare con sé sviluppi a favore della nascita di una rete che punta alla prevenzione in modo sempre più consapevole – dicono Francesco Vassallo Sindaco di Bollate e l’Assessore allo Sport Ida De Flaviis. Un progetto che è nato come sensibilizzazione attraverso il torneo di settembre e che ora diventa prevenzione grazie a visite senologiche vere e proprie offerte gratuitamente. Siamo molto onorati che questa sperimentazione avvenga proprio a Bollate e che sia una bella opportunità di controllo per molte donne bollatesi. Come Amministrazione siamo sempre in prima linea quando si tratta di sperimentare, soprattutto se, come in questo caso, i progetti offrono risposte concrete ai nostri cittadini. Un grazie doveroso va sia alle associazioni di volontariato che si sono messe in gioco che alle Aziende sanitarie che hanno dato un supporto importante per dare le gambe al progetto”.

    “La collaborazione fra Istituzioni, Sistema Sanitario, Associazionismo e cittadini, nell’ottica della prevenzione, sta portando risultati importanti per la diagnosi precoce del tumore al seno che si sta confermando uno strumento salvavita – dice Emanuele Monti, Presidente della Commissione Sostenibilità sociale e famiglia di Regione Lombardia. Un sentito ringraziamento va alla comunità, a chi svolge gratuitamente le visite e a chi mette a disposizione del prossimo il proprio tempo e le proprie energie”.

    “La Casa di Comunità di Bollate riveste un ruolo strategico nella presa in carico dei cittadini e in questa occasione mette a disposizione della cittadinanza i suoi ambulatori per promuovere per la prima volta iniziative di prevenzione – dice Germano Maria Uberto Pellegata, Direttore Generale dell’ASST Rhodense.

    “Nel mese della prevenzione del tumore al seno, abbiamo ritenuto importante aderire all’iniziativa promossa dal Comune di Bollate e dall’Associazione Caos, per rafforzare il messaggio di sensibilizzazione e per garantire la realizzazione di una opportunità di prevenzione, utile ad individuare e curare eventuali malattie del seno nella cittadinanza – affermano Adelina Salzillo, Direttore sanitario e Pier Mauro Sala Direttore Sociosanitario ASST Rhodense.

    “Quando si parla di cancro al seno siamo consapevoli che il tema della prevenzione, in un’ottica di cura e cultura della salute, sia fondamentale. Per questo motivo crediamo fortemente nel collegamento e nella collaborazione tra la Breast Unit, il Territorio ed il Terzo Settore. Siamo onorati di partecipare a questa iniziativa – commentano Marco Bosio, Direttore Generale ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda e Antonio De Luca, Responsabile della Breast Unit. Questa sinergia contribuirà a potenziare l’attività preventiva e a promuovere una consapevolezza collettiva ancora più profonda riguardo a questo importante tema che vede un incidenza annuale in Italia che sfiora i 60.000 casi. La percentuale di guarigione supera il 95% grazie alla diagnosi precoce ed alla cura nelle Breast Unit che fanno dell’approccio multidisciplinare e personalizzato il punto di forza. Qualità di vita e di cura sono gli obiettivi scientifici e culturali che perseguiamo giorno con impegno e passione”

    “E’ molto importante la logica di rete, alla luce anche della Riforma Socio Sanitaria Lombarda, affinchè il progetto possa rappresentare non soltanto un momento corale dedicato alla salute delle donne, ma anche un forte messaggio culturale di sinergia collegiale tra Istituzioni, ASST e Terzo Settore al fine di strutturare e potenziare il collegamento tra Ospedale e Territorio, nella costruzione di un modello eccellente di “presa in cura”. Una cura che sia l’integrazione tra ricerca, scambio di saperi, considerazione della persona, formazione e solidarietà – conclude Adele Patrini, Presidente Associazione CAOS”.

    PER SAPERNE DI PIU’

    Più di 55.000 donne all’anno, sempre più giovani, si ammalano di cancro al seno in Italia. Questo dato inquietante si allinea un altro dato molto rassicurante: la guarigione supera il 95% se la diagnosi è precoce. La letteratura affida all’anticipazione diagnostica la peculiarità della lotta al cancro nella profonda consapevolezza che l’attenzione alla salute esca dai confini scientifici per abbracciare un panorama più ampio dai risvolti culturali e sociali.

    Alla luce di questa riflessione nasce il progetto pilota, che vede una collegiale sinergia tra territorio e Breast Unit, “La sensibilizzazione si mette in rete”. Grazie alla collaborazione tra Associazione C.A.O.S. e Comune di Bollate, con il patrocinio di ASST Rhodense, ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda e ASST Fatenefratelli Sacco, il progetto vuol rappresentare una best practice legata alla prevenzione di una malattia socialmente invalidante come il tumore alla mammella.

  • Milano, torna Follow The Pink per la prevenzione dei tumori femminili

    Milano, torna Follow The Pink per la prevenzione dei tumori femminili

    MILANO Torna per la quarta edizione Follow the Pink, l’iniziativa della Fondazione Ieo-Monzino promossa in occasione dell’ottobre rosa, il mese della prevenzione dei tumori femminili. La campagna solidale è nata per sensibilizzare sull’importanza della prevenzione e della diagnosi precoce e per sostenere la Ricerca dell’Istituto Europeo di Oncologia sui tumori che colpiscono le donne. Grazie ai brand coinvolti, la campagna è la più significativa raccolta fondi della Fondazione.

    Ogni realtà ha identificato la sua migliore proposta e alcuni ne hanno creata una ad hoc per l’ottobre rosa, tutti si sono impegnati a supportare la Ricerca oncologica e a rendere ottobre un periodo di consapevolezza sull’importanza della prevenzione. La raccolta fondi andrà a sostenere per il secondo anno il lavoro della giovane ricercatrice Giulia Robusti dell’Unità di Proteomica e regolazione dell’espressione genica in cancro diretta dalla Dott.ssa Tiziana Bonaldi del Dipartimento di Oncologia Sperimentale IEO. Lo studio di cui si sta occupando Giulia già da tre anni è focalizzato sull’analisi molecolare di campioni clinici di tumore al seno, con una particolare attenzione al sottotipo Triplo Negativo, per il quale al momento non sono ancora disponibili né marcatori specifici, né terapie mirate.

    Tra le realtà che partecipano a Follow the Pink il brand di borse Borbonese, Fondazione GUESS, Fratelli Rossetti, Lovable, MAX&Co. milk_shake, brand leader nel mercato dell’haircare professionale, NaturElle, la prima e unica protesi fissa studiata e prodotta per la chemioterapia, Nenette, Nuxe, O.P. Consorzio Funghi, TerComposti, Wolford

  • Bertolaso: domenica 1 via alla campagna vaccinale in Lombardia

    Bertolaso: domenica 1 via alla campagna vaccinale in Lombardia

    MILANO Domenica 1° ottobre, in 80 centri, parte la nuova campagna per la vaccinazione antinfluenzale con una giornata dedicata a persone over 60, bambini dai 2 ai 6 anni, donne in gravidanza, operatori sanitari, appartenenti alle Forze dell’ordine, Polizia locale, Vigili del fuoco, insegnanti e personale scolastico.

    Durante la somministrazione dell’antinfluenzale, potrà essere co-somministrato il nuovo vaccino anti-COVID aggiornato XBB 1.5. Alcune ASST hanno inoltre avviato specifiche iniziative sul territorio come l’offerta in co-somministrazione della vaccinazione anti-pneumococco e anti-herpes zoster per i soggetti in target.

    Per vaccinarsi in occasione della Giornata dedicata è necessario prenotarsi (prenotazione aperte fino a domenica sul portale vaccinazioneantinfluenzale.regione.lombardia.it).

    Dal 2 ottobre potranno poi vaccinarsi sanitari, pazienti di Ospedali e ospiti di Rsa e dal 16 ottobre tutti gli appartenenti alle categorie per cui la vaccinazione è raccomandata (prenotazioni dal 9 ottobre sulle piattaforme vaccinazioneantinfluenzale.regione.lombardia.it e prenotazionevaccinicovid.regione.lombardia.it).

    ASSESSORE BERTOLASO: IL VACCINO ANTICOVID È NUOVO, NON È LA V DOSE – “Una campagna importante – ha detto l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso – che vogliamo inaugurare con una giornata simbolo. Vaccinarsi è un obbligo morale, serve a tutelare noi stessi e le persone fragili che sono vicine. Per quanto riguarda l’anti-COVID, sottolineo che si tratta di nuovi vaccini che coprono tutte le varianti oggi in circolazione. Non si può dunque parlare di V dose”.
    “Voglio infine ringraziare – ha concluso l’assessore – i medici di famiglia e le farmacie che, nel gioco di squadra delle vaccinazioni, rappresentano un tassello fondamentale”.

    SCHEDA

    Le categorie a cui è raccomandata la vaccinazione antinfluenzale sono:
    • Persone a rischio per patologia;
    • Familiari e contatti (adulti e bambini) di soggetti ad alto rischio di complicanze;
    • Donne in gravidanza;
    • Operatori sanitari inclusi dentisti, farmacisti, veterinari, infermieri ecc.;
    • Persone di età = a 60 anni;
    • Bambini 6 mesi – 14 anni;
    • Forze dell’Ordine, Polizia Locale, Vigili del Fuoco, insegnanti, personale scolastico, etc.

    La vaccinazione anti Covid-19 con vaccino XBB 1.5 è indicata per:
    • Bambini 5-11 anni;
    • Persone da 12 a 59 anni per categoria di rischio per stato di salute o professione (Forze dell’Ordine, Polizia locale, Vigili del fuoco, insegnanti, personale scolastico, etc.);
    • Persone di età = a 60 anni.

    Per tutta la durata della campagna vaccinale, sarà attivo il numero verde dedicato ai cittadini 800.894.545 dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 19 per prenotazioni e informazioni.

  • Neurologia & territorio. “In Italia i caregiver sono troppo soli, manca una rete di assistenza”

    Neurologia & territorio. “In Italia i caregiver sono troppo soli, manca una rete di assistenza”

    I temi al centro di una sessione al 62 esimo congresso nazionale dei Neurologi

    FIRENZE – In Italia esiste un problema di presa in carico del paziente con decadimento cognitivo, la cui gestione, il più delle volte, è demandata prevalentemente al familiare (o caregiver), che però non è supportato da una solida rete e si sente smarrito nel dover affrontare, spesso da solo, situazioni complesse. Questo anche perché di fatto, nel nostro Paese, manca una reale integrazione territorio/ospedale. Il tema è stato affrontato nel corso di una sessione che si è svolta in occasione del 62esimo Congresso Nazionale delle Scienze Neurologiche Ospedaliere (SNO), in programma a Firenze fino a domani, presso il Palazzo degli Affari. A parlarne è stata la dottoressa Carla Zanferrari, direttrice della UOC di Neurologia – Stroke Unit presso l’ASST Melegnano Martesana (Milano). “Di fatto è il caregiver ad avere su di sé un sempre maggiore carico della malattia e a sentirsi solo nella gestione del familiare- ha detto- Al di là delle visite periodiche a cui il paziente con demenza si sottopone, infatti, il caregiver non ha punti di riferimento che lo supportino nella quotidianità, che è estremamente faticosa”.

    Nel corso dello sviluppo della patologia, quindi, diventa sempre più importante la rete attorno al paziente “ma soprattutto al familiare o caregiver. Per queste patologie- ha infatti sottolineato la dottoressa Zanferrari- è ugualmente importante un sostegno sugli aspetti psicosociali oltre che su quelli sanitari in senso stretto”. Il primo punto su cui intervenire, secondo la neurologa, è quindi facilitare l’accessibilità. “Per esempio noi abbiamo un’email dedicata, che raccoglie tutte le richieste dei familiari, a cui è preposta un’infermiera che si fa carico del bisogno e, a seconda dei casi, si attiva, per esempio mettendo in contatto il familiare con il medico in relazione al bisogno dichiarato (per esempio adeguamento posologico o anticipazione di una visita di controllo)”. Sempre al fine di favorire e accelerare i contatti, facilitando sia il sanitario sia il familiare, un ruolo fondamentale potrebbe essere svolto dalla telemedicina o dall’uso di strumenti informatici. “Grazie alle piattaforme informatizzate, per esempio- ha aggiunto- è agevolata la condivisione di cartelle tra medico di medicina generale e CDCD (Centro per il Decadimento Cognitivo e le Demenze). Il medico, in questo modo, si sente supportato in una scelta terapeutica e non ha più la necessità di indirizzare ogni volta il paziente all’ambulatorio specialistico”.

    Un secondo punto “fondamentale” su cui intervenire è attivare dei corsi di formazione per i caregiver, per “educarli e dotarli di strumenti utili alla relazione con il familiare, finalizzati a ridurre o contenere i disturbi del comportamento. La persona con decadimento cognitivo- ha spiegato ancora la dottoressa Zanferrari- ha una percezione alterata, o meglio, non ha una chiave di lettura razionale di ciò che la circonda, ma prevalentemente emozionale. Penso per esempio alla ‘sindrome del tramonto’ (‘sundowning syndrome’): quando avviene un cambiamento nell’illuminazione di un ambiente e si passa da una buona luce ad una scarsa, il paziente con demenza può diventare ancora più confuso, irrequieto e ansioso, perché è come se camminasse nella nebbia”. A volte semplici interventi ambientali, per esempio una buona illuminazione della casa o delle stanze, possono essere sufficienti al contenimento dell’ansia. “Altre volte i familiari ci raccontano che il paziente vuole vestirsi da solo- ha fatto sapere l’esperta- ma si mette il golfino sotto la camicia oppure i calzini di due diversi colori e ci chiedono se sia o meno giusto correggerlo. Allora bisogna dare al caregiver strumenti di gestione e di relazione con il paziente, perché se il caregiver è rilassato e sa come gestire la situazione trasferirà tranquillità al paziente”.

    Un altro aspetto da sottolineare, sempre secondo l’esperta, è la mancanza di riferimenti di supporto territoriali. “Per esempio è importante fare una mappatura dei centri diurni presenti sul territorio e collaborare con le associazioni dei familiari- ha fatto sapere la dottoressa Zanferrari- che sono fondamentali perché da un lato ci trasferiscono i bisogni dei pazienti e dall’altro ci supportano in iniziative di sensibilizzazione e di collaborazione anche con i comuni”. Una criticità importante è quella della gestione del paziente con decadimento cognitivo in ospedale. Chiara sull’argomento la posizione dell’esperta: “L’ospedalizzazione, se non strettamente necessaria, fa sempre male ad un paziente con decadimento cognitivo. Sarebbe poi fondamentale che almeno un familiare gli fosse vicino- ha detto la dottoressa Zanferrari- perché altrimenti si rende spesso necessaria una sedazione farmacologica e in alcuni casi, estremi, anche una contenzione fisica per proteggere il paziente da danni a sé o agli altri”. Negli ultimi anni, intanto, sono stati diversi i casi di pazienti affetti da problemi cognitivi o demenza che si allontanati dagli ospedali o dai pronto soccorso, alcuni purtroppo con esiti tragici. Per questo le associazioni di familiari hanno avanzato alle istituzioni una serie di proposte, tra cui riconoscere a piccoli localizzatori Gps il ruolo di ‘salvavita’ da utilizzare negli ospedali per monitorare e tracciare il paziente che lo necessita.

    “Si tratta di strumenti utili, ma anche se il paziente indossa un braccialetto che permette di geolocalizzarlo, potrebbe comunque essere troppo tardi- ha evidenziato la neurologa- I medici e il personale sanitario che lavorano in pronto soccorso hanno dei ritmi serratissimi e si ritrovano a dover gestire tanti fronti in situazioni di emergenza. Sottolineo, allora, che questi pazienti non dovrebbero arrivare al pronto soccorso per i disturbi comportamentali e una delle finalità della rete di supporto intorno al caregiver dovrebbe proprio essere la prevenzione del disturbo comportamentale acuto”. Ospedale e territorio, in ogni caso, dovrebbero sempre di più collaborare anche per arrivare ad offrire un percorso omogeneo sui diritti di legge. “Un argomento spinoso, oggi, è quello che riguarda l’amministratore di sostegno- ha aggiunto ancora l’esperta- perché i familiari o i caregiver quasi mai sanno quando e come attivarlo. E questo è un problema, perché se il paziente con demenza ha bisogno di una procedura e non ha un amministratore di sostegno può essere difficile dal punto di vista gestionale”.

    a man and a woman standing outside

    Infine, uno sguardo alla situazione generale del nostro Paese. “Da un punto di vista teorico siamo messi bene- ha spiegato Zanferrari- nel senso che esistono dei protocolli ottimizzati che definiscono le priorità e i bisogni dei pazienti con demenza e i caregiver possono fare riferimento all’Osservatorio Demenze dell’Istituto superiore di Sanità, che periodicamente fa anche rilievi relativi al funzionamento dei diversi Centri nel nostro Paese. I centri specifici a cui il paziente può afferire, di cui abbiamo già parlato, sono i CDCD: sono circa 700 in Italia, molti collocati all’interno degli ospedali, mentre altri distribuiti sul territorio, ma in maniera disomogenea tra le diverse regioni. Esistono anche Pdta (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali) territoriali e regionali, che sono scritti molto bene, ma- ha concluso- non sempre tradotti in una realtà concreta”.

  • Mesero:  il Centro Estetica Luve lancia il trattamento “Donna+”

    Mesero: il Centro Estetica Luve lancia il trattamento “Donna+”

    MESERO – Al centro estetico Luve di Mesero di via San Bernardo proseguono senza sosta le proposte per il tuo ben-essere. Lucia e il suo staff questa volta stanno per lanciare una autentica novità per il territorio: la nuova linea viso DONNA+ .

    Un trattamento dedicato alle donne in menopausa o dai 40 anni in su. Un modo per coccolarsi e volersi sempre bene, anche in un momento così particolare nella vita di una donna. Un modo per togliersi lo stress di dosso, ma soprattutto per sentirsi autenticamente più belle, grazie ad un trattamento per renderà la pelle rimpolpata e luminosa.

    Come sempre la qualità dei prodotti utilizzati, al pari della professionalità dello staff di cui si avvale la Signora Lucia fanno la differenza e sono sinonimo di qualità.

    In questi video, si spiegano in cosa consiste questo nuovo trattamento e perché non dovreste lasciarvelo sfuggire.
    Prenotatelo subito presso l’Estetica Luve di Mesero

    Via San Bernardo

    contatti: 392 009 6333

    esteticaluve@gmail.com