Categoria: Politica

  • Centinaio: “Bene il via libero del Ministero per la conferenza nazionale sull’amianto a Broni”

    Centinaio: “Bene il via libero del Ministero per la conferenza nazionale sull’amianto a Broni”

    “Il parere favorevole del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica alla candidatura di Broni come sede della prossima Conferenza nazionale sull’amianto segna il riconoscimento del valore simbolico di questa scelta, a vantaggio di una comunità che ha vissuto e soffre ancora gli effetti terribili sulla salute provenienti dalla lavorazione di questo materiale”.

    Lo afferma il vicepresidente del Senato e senatore della Lega, Gian Marco Centinaio.

    “Io stesso avevo scritto al ministro Gilberto Pichetto Fratin per sostenere la candidatura di Broni, sottolineando l’importanza di un segnale di attenzione nei confronti di un territorio ferito dalla presenza dello stabilimento ex Fibronit, che sta provando a rigenerarsi attraverso un lungo e complesso lavoro di bonifica. Attendiamo adesso con fiducia l’ufficialità della scelta, per la quale è stata importante la proficua collaborazione interistituzionale tra Comune di Broni, Regione Lombardia e governo, alla quale ho voluto dare il mio contributo”, conclude Centinaio.

  • Referendum ‘Più Giustizia”

    Referendum ‘Più Giustizia”

    A Turbigo ha vinto il Sì, diversamente dal risultato nazionale.
    SEGGIO 1: 256 (No) – 334 (Sì)
    SEGGIO 2: 214 (No) – 323 (Sì)
    SEGGIO 3: 229 (No) – 221 (Sì)
    SEGGIO 4: 274 (No) – 311 (Sì)
    SEGGIO 5: 219 (No) – 243 (Sì)
    SEGGIO 6: 245 (No) – 314 (Sì)

  • Tante Leghe e un Capo: il popolo padano a Pontida dà l’addio a Bossi

    Tante Leghe e un Capo: il popolo padano a Pontida dà l’addio a Bossi

    Capo tribù. Dentro l’abbazia di San Giacomo il rito funebre religioso. Fuori il tributo pagano. Padano. Vessilli al vento con il sole delle Alpi, con la mamma di tutte le bandiere padane alta nel cielo, quella di Caronno Varesino, la più grande. Una spruzzata di Leon e poi i fregi “apocrifi” e recenti del Patto per il Nord e del Partito Popolare del Nord. C’è anche una cornamusa che fa Braveheart.

    La piazza
    La piazza antistante l’abbazia si popola fin dalle prime ore del mattino per dare l’ultimo saluto a Umberto Bossi, il Senatur. Colui che – recita uno striscione – “ha osato dove nessuno ha osato”. Uomo contro vento che, piaccia o non piaccia, ha lasciato un segno. Certo, oggi – domenica 22 marzo – a Pontida, erano in tanti. Forse non tanti quanti ci si aspettava, ma tutti coloro che si riconoscono nella storia che Umberto Bossi ha iniziato e scritto. Certo non c’era una Lega sola. Ce n’erano tante: la Lega delle istituzioni e quella della prima ora: Lombarda prima ancora che Lega Nord. Quella delle barba barbare e quella in giacca e cravatta. Quella delle camicie verdi e quella delle bandane al collo. La Lega secessionista, quella federalista e l’autonomista. E c’era quella che: “La mia Lega non c’è più”; quella che “la mia Lega è più Lega della tua“. Tante Leghe, una Lega. Ammesso che da qui in avanti, con l’ultimo ormeggio mollato, l’Umberto, ci sia ancora una Lega.

    Pontida, funerali di Bossi: la commozione di Giorgetti e Meloni

    La Lega di governo e le istituzioni
    Tra i big il primo ad arrivare è Luca Zaia. Il Doge (anche se non è più governatore) entra nella chiesa ancora semi vuota e si accomoda. Fuori Giancarlo Giorgetti cammina, osserva e attende l’arrivo delle istituzioni. Ci sono le alte cariche del bicameralismo: Ignazio Larussa (che ha un gesto di stizza ai fischi della piazza) e Lorenzo Fontana. Arrivano i governatore Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, Letizia Moratti, accolta e accompagnata da Marco Reguzzoni; Fedele Confalonieri, Maurizio Lupi e Alessandro Colucci, il ministro Daniela Santanché, l’ex primo ministro Mario Monti (fischiatissimo al suo ingresso nella piazza), Flavio Tosi, Massimiliano Romeo, l’europarlamentare Isabella Tovaglieri, il sindaco di Gallarate e segretario provinciale Andrea Cassani, Emanuele Monti, Francesco Speroni e Stefano Candiani.

    Il mondo della politica saluta il Senatur

    La Lega di lotta
    “Bossi, Bossi, Bossi”, il grido si alzato più volte prima e dopo la cerimonia funebre. Ma il migliaio di leghisti arrivati a Pontida hanno anche invocato la secessione e a più riprese fischiato alcune cariche dello Stato, Salvini compreso. Non Giorgia Meloni, applaudita. Al pari di Luca Zaia, Attilio Fontana e Giancarlo Giorgetti, il quale ha avuto il suo bel da fare per placare i cori “irriverenti” nei confronti del tricolore una volta che la bara del Senatur è stata adagiata in piazza per il “Va’ pensiero”.

    Pontida, funerali Bossi: Salvini abbraccia Meloni

    La cerimonia
    Sobria. Un applauso all’ingresso e uno all’uscita del feretro. Niente fronzoli, come i cardigan del Senatur. Strettamente liturgica come le sue camicie a quadri. Le condoglianze alle famiglia (Manuela la moglie e i tre figli: Renzo, Roberto, Sirio) della premier Meloni, di Antonio Tajani e tutte le cariche dello stato e dell’establishment leghista presente.

    E poi la commozione di Giorgia Meloni, che in cima alle scale dell’abbazia abbraccia Matteo Salvini e all’uscita con gli occhi lucidi dietro alla bara con adagiato il vessillo del sole delle Alpi. Ma sono le lacrime che riempiono gli occhi del ministro Giancarlo Giorgetti mentre la bara di Bossi, portata a spalla, scende le scale dell’abbazia per fermarsi davanti al suo popolo a dare la dimensione del vuoto che lascia il Capo. Poi, il Va’ pensiero cantato dal coro degli Alpini accompagna l’ultimo viaggio con i padani a bordo strada a veder passare colui che è stato guida e che, Lega o non Lega, per loro rimarrà per sempre il Grande Spirito.

    Pontida, Giorgetti rimette ordine

    Contenuto a cura del sito partner Malpensa 24 Gruppo Iseni Editori, articolo di Andrea Della Bella

  • ‘La Magenta delle donne’: storie di impegno e semplicità in sala consiliare

    ‘La Magenta delle donne’: storie di impegno e semplicità in sala consiliare

    Il comune di Magenta si prepara a celebrare le figure femminili che hanno segnato la storia e il tessuto sociale della città. Giovedì 26 marzo, alle 21, la Sala Consiliare ospiterà l’evento conclusivo del contest “La Magenta delle Donne”, un’iniziativa inserita nel palinsesto della rassegna “Marzo Donna”. A presentare l’appuntamento, in un’intervista in Piazza Liberazione, è l’assessore Mariarosa Cuciniello, che ha spiegato il cuore del progetto nato lo scorso novembre.

    L’iniziativa non è una semplice commemorazione, ma il risultato di un “contest” che ha coinvolto l’intera comunità. L’amministrazione ha infatti invitato singoli cittadini, associazioni, scuole e esponenti della cultura locale a narrare storie di donne magentine. “L’obiettivo non era necessariamente scovare figure famose, – ha spiegato l’assessore – ma far emergere donne che, nella loro semplicità e quotidianità, hanno lasciato un segno indelebile o un’impronta profonda nei cuori dei cittadini”.
    La presentazione degli elaborati raccolti non sarà una formale lettura di testi. Come anticipato dall’assessore Cuciniello la serata sarà veramente emozionante e coinvolgente.

    “Abbiamo scoperto donne straordinarie”, ha aggiunto l’assessore, sottolineando come alcune figure fossero note in certi ambienti, mentre altre rappresentino delle vere e proprie scoperte per la memoria storica locale. L’invito è aperto a tutta la cittadinanza per scoprire questo lato “femminile” e forse meno conosciuto di Magenta. L’appuntamento è dunque per giovedì 26 marzo alle 21 presso la Sala Consiliare.

  • Paolo Cirino Pomicino, pasdaran democristiano e mitopoietico della Prima Repubblica. Era un uomo- di ET

    Paolo Cirino Pomicino, pasdaran democristiano e mitopoietico della Prima Repubblica. Era un uomo- di ET

    Paolo Cirino Pomicino, classe 1939, neurologo e politico. Democristiano. E’ morto ieri. Lo incontrai e cenai in sua compagnia ed altri, tutti defunti. D’altronde la vita è siamese alla morte e non si sottrae alla propria natura. Mi trovavo a Roma da alcuni giorni. Pernottavo all’hotel dei Portoghesi, angolo via della Scrofa.

    In una sgambata il Senato, piazza Campo de Fiori… ero stato chiamato dal Senatore Questore Franco Servello, per una questione di cronaca economica industriale che mi chiese poi di riferire direttamente al Presidente del Senato Marcello Pera. Me ne stavo all bouvette accompagnato da Sandro Curzi, affabilissimo e gentilissimo, intendo di quell’educazione che non è per nulla affettata. Mentre scendevano uno scalone lo incontrammo ch’era in compagnia di Luigi Lombardi Satriani, un senatore eletto come indipendente nel del gruppo Ulivo. Professore ordinario di Antropologia alla Sapienza. Mentre venivo presentato nel tendergli la mano chiesi se fosse l’autore del testo “Il silenzio, la memoria e lo sguardo”, pubblicato da Sellerio nel 1983. All’uomo sgranarono gli occhi e quasi commosso mi serrò forte la destra aggiungendo che in anni di transumanza politica quasi nessuno lo riconosceva per i suoi studi e aggiunse in direzione al mio ospite, ma lui è dei vostri? E per risposta ebbe non si sa, comunque lui è uno che ha studiato, è un fascista rosso, gente pericolosa. Satriani sorrise e ci invitò per un bicchiere. E così andammo in bouvette.

    Ora il testo di Satriani, Chiarissimo Professore, è fondamentale per comprendere, meglio iniziare a comprendere, la questione meridionale specificando che per meridione si deve intendere queste tre regioni: Sicilia, Calabria, Lucania. Dove vige la regola del silenzio, dello sguardo e della memoria (ch’è ben altro dal ricordo). E se qualcuno fosse interessato, di là da slogan e luoghi comuni, ecco un testo preziosissimo. Esattamente quanto gli articoli di Antonio Gramsci dal 1916 al 1926 pubblicati su Il Grido del popolo, l’Avanti, l’Ordine Nuovo. Ne parlammo, il Professore, Sandro Curzi ed io, con viva soddisfazione. Quando il Questore Capo ci raggiunse, dopo aver espletato impegni d’ufficio, era in compagnia di Paolo Cirino Pomicino. E senza porre scelta disse che avremmo cenato insieme ‘tutti, è un ordine’ espresso in stile iussivo al che aggiungi di ‘una sovrana volontà’ e si rise. Erano uomini che sapevano ancora ridere. Non sembri cosa da poco. Andando in Campo de Fiori lungo la via mi fermai a comperare un paio di pacchetti di Gouloises che sia Satriani che Curzi, vendendo che ne fumavo, ebbero un ritorno di fiamma. Attenzione, tutti si davano del Lei. Io al professore del Voi. Apprezzava. Lasciai che ordinassero anche per me. Su invito del Senatore Questore Franco Servello esposi all’onorevole Paolo Cirino Pomicino la questione per la quale ero a Roma. L’uomo in materia di politica industriale era competente. Sapeva di cosa si stesse parlando senza per altro cadere nello specioso. Spiegò con viva sagacia in nota sconsolante che un certa tipologia di manifatturiero nel nostro paese non poteva più avere un destino, salvo, e aggiunse, forse, l’alto lusso ma, anche in quel caso, considerando i ricarichi della filiera, molto probabilmente il confezionamento sarebbe finito in quella zona opaca di appalti a subappalto e, alla fine, nel volgare sfruttamento. Le cronache di queste ore dichiarano autentica una previsione di circa ventisei anni fa. Non era preveggenza, semplicemente conoscenza e competenza. E, tra parentesi, nessuno tra i presenti si dava sulla voce. E anche questo non paia cosa da poco. Domandai al parlamentare, ch’era stato ministro della Programmazione Economica nel VII governo Andreotti, per quale ragione avesse barattato con Bruxelles le quote latte in cambio delle quote d’acciaio.

    E poiché si stava parlando di politica dietro il palcoscenico, dietro le tifoserie e le retoriche da emiciclo, per quanto eterogeneo il tavolo la realtà, piaccia o meno, è una sola. E lui lo disse in punta di verità, anch’essa una sola. Nessuno studio nazionale e internazionale aveva previsto un calo della domanda, sia nell’edilizia che nell’automotive, così repentino e importante, e tantomeno una concorrenza inarrestabile con gli Stati Uniti d’India considerati Terzo Mondo. Non ultimo le difficoltà di gestione delle acciaierie italiane, dell’industria pesante in generale, ingessate da una normativa sul lavoro soffocante per il funzionamento di un impresa con una responsabilità inossidabile del sindacato che tutelava il parassitismo alla stregua dell’autentico lavoratore.

    E così nel privato come nel pubblivo. Curzi protestò per onore di bandiera e Paolo Cirino Pomicino gli disse, con serena pacatezza, di non fare ammuina. Che il pubblico, a differenza del privato non chiude ma poi i costi gravano a nocumento su tutta la collettività.
    E aggiunse, fingendo teatralmente di parlare tra sé e sé, d’altronde 9siamo tutti dirigenti di partito salvo il Professore, e pertanto si deve tenere ben presente le necessità del nostro partito. In buona sostanza come fosse più semplice, e molto meno oneroso, raccogliere voti in un unico contesto geografico definito e aggregante migliaia di lavoratori, che in un contesto geografico frazionato in migliaia di piccole aziende agricole, scavallanti tre o quattro regioni più che altro su al nord, dove, oltretutto, la buona battaglia si stava iniziando a perdere, real politik. Nessuno tra i presenti mostrò indignazione. Evidentemente non c’erano moralisti da ripresa televisiva.

    E’ morto Paolo Cirino Pomicino, a distanza di poche ore da Umberto Bossi. Infatti si finì per convertere sulla Lega Lombarda, di cui Paolo Cirino Pomicino era uno zimbello, ma lui ne rideva, ma il Professore fermò ogni luogo comune (del resto cretinate leggibili in queste ore) sull’antimeridionalismo leghista solo d’effetto e non di sostanza, indispensabile a calamitare in un solo centro tutta la cocente delusione e rabbia che si prova in uno Stato che ha sempre fame e sempre sete. Muoiono a distanza di poco tempo. Quasi che l’uno chiamasse l’altro. Addio.

    di Emanuele Torreggiani

  • Referendum giustizia, affluenza ore 12: Lombardia sopra la media nazionale, dati nei Comuni del Magentino

    Referendum giustizia, affluenza ore 12: Lombardia sopra la media nazionale, dati nei Comuni del Magentino

    Prima fotografia dell’affluenza alle urne per il referendum costituzionale sulla giustizia: alle ore 12 di domenica si registra una partecipazione ancora contenuta, ma con alcune differenze territoriali significative.

    Secondo i dati del Ministero dell’Interno, l’affluenza nazionale si è attestata al 14,83%, mentre la Lombardia ha fatto segnare un dato più alto, pari al 17,54%.

    Un segnale che conferma, almeno nelle prime ore di voto, una maggiore mobilitazione nelle regioni del Nord rispetto alla media italiana.

    📍 I dati nei Comuni: Magenta, Corbetta, Rho, Castano Primo

    Nei principali Comuni dell’area ovest milanese, l’affluenza delle ore 12 si è mossa su valori in linea con il dato regionale, con alcune oscillazioni:

    Magenta: dato intorno alla media lombarda, 17,08%
    Abbiategrasso: 17.23%
    Corbetta: affluenza sostanzialmente in linea, 16.98%
    Rho: 17.4%
    Castano Primo: dato più contenuto ma comunque vicino alla media nazionale, 17.1%

    Tutti i dati al link: https://elezioni.interno.gov.it/risultati/20260322/referendum/votanti/italia/0103049

    Nel complesso, il Magentino e l’asse dell’ovest milanese mostrano una partecipazione coerente con il trend lombardo, senza particolari scostamenti marcati nelle prime ore di voto.

    (I dati sono in aggiornamento nel corso della giornata e destinati a consolidarsi nelle rilevazioni successive.)

    🏙️ Milano e area metropolitana

    Anche nel capoluogo, Milano, l’affluenza si è attestata su valori in linea con la media regionale, confermando una discreta partecipazione già nelle prime ore.

    Il dato della città metropolitana, che comprende oltre 130 Comuni, rispecchia sostanzialmente quello lombardo, evidenziando una risposta omogenea sul territorio.

    📊 Il quadro generale

    Il confronto tra i livelli territoriali evidenzia tre elementi chiave:

    Lombardia sopra la media nazionale (17,5% vs 14,8%)
    Nord più partecipativo rispetto al resto del Paese
    Comuni dell’ovest milanese in linea con il dato regionale

    Un andamento che ricalca quanto già osservato in consultazioni precedenti, dove le regioni settentrionali tendono a registrare una maggiore affluenza nelle prime rilevazioni.

    🎯 In attesa dei prossimi aggiornamenti

    Il dato delle ore 12 rappresenta solo una prima indicazione, destinata a evolversi nel corso della giornata con le rilevazioni delle ore 19 e 23, prima del dato definitivo di lunedì alle 15.

    Resta ora da capire se la partecipazione riuscirà a crescere nelle prossime ore o se il trend rimarrà su livelli contenuti, in linea con le recenti consultazioni referendarie.

  • Magenta, Gelli (Lega): “Le opposizioni sul Consiglio Comunale? I ball  i ball in bon de fa büi, cari compagni”

    Magenta, Gelli (Lega): “Le opposizioni sul Consiglio Comunale? I ball i ball in bon de fa büi, cari compagni”

    “Sorrido, non posso che fare ciò. Ripenso ai cinque anni in cui sedevo tra i banchi delle opposizioni, quale Capogruppo della Lega, mentre al governo della città era il PD. Allora, le minoranze, erano considerate meno di zero ma che dico meno di zero: sotto zero. Io stesso alla fine, decisi di disertare le riunioni dei capigruppo perché alle sedute si andava solo ed esclusivamente per prendere atto di ciò che la maggioranza aveva deciso a tavolino. Pensate che nemmeno di fronte alla festa dei nostri Vigili del Fuoco ci si fermo’.

    Ma poi, che dire allorquando dai banchi dell’allora maggioranza ci diedero dei ” Palazzinari”. Pensate che qualcuno ci abbia portato solidarietà? Poi venne il momento in cui, sempre in Consiglio Comunale ci venne detto, testuali parole, che le minoranze facevano perdere tempo. E ripensate che qualcuno ci diede solidarietà? Poi venne l’elezione del Presidente della Commissione Bilancio, da sempre commissione di controllo, appannaggio per questo motivo, delle opposizioni. Il centrodestra unito, mi candido’.

    Prassi vuole che in questi casi, la maggioranza si astenesse dalla votazione. Pensate lo abbiano fatto? No, votarono un altro candidato e il loro voti furono determinanti. Poi vennero le commissioni consigliari, quelle vendute strombazzando al mondo, che avrebbero dovuto coinvolgere tutti i gruppi rappresentati nel parlamento locale. Lavoravo a Milano. Chiesi un orario di convocazione consono. Arrivarono convocazioni alle 16 del pomeriggio. Vedete voi.

    Non mi rimase che non partecipare pena tirate d’orecchie sul posto di lavoro. Quindi, chi oggi si straccia le vesti per una data che la maggioranza ha scelto, non si ricorda come si comportava. Si potrà far credere a qualche elettore magari distratto che il tema della data del Consiglio Comunale convocato in quella data, sia un totale affronto alle minoranze, cosa assolutamente non vera. Ma per chi era presente, come il sottoscritto e per chi era Capogruppo di minoranza, i ball in bon de fa büi cari compagni!”

  • Quella volta che a Varese l’Umberto Bossi in un grotto- di Emanuele Torreggiani

    Quella volta che a Varese l’Umberto Bossi in un grotto- di Emanuele Torreggiani

    Quarantacinque anni fa avevo ventidue anni, ero in Cattolica, filosofia, e frequentai, per puro interesse, un paio di lezioni del professore Gianfranco Miglio, direttore del dipartimento di Scienze Politiche.

    Un mio coetaneo di Giurisprudenza, incontrato ad una lezione di Filosofia della Storia dov’era uditore, mi parlò di Miglio e ascoltai alcune sue lezioni. Quel ragazzo, oggi un professionista, avrà poi avuto un passaggio politico di certo rango in Lega, parlamentare europeo per poi abbandonare definitivamente la politica dichiarando più che delusione obbrobrio. Non lo cito sapendo che non desidera rammemorare quel tempo. Mi convinse a recarmi in Varese per ascoltare quello che, a suo dire era un autentico animale politico in fieri. Ci andai.

    Era un febbraio con ancora la neve sporca lungo le banchine. Trovai il luogo dopo avere domandato ad un paio di frettolosi passanti. Un grotto, come si dice lassù, tre gradini a scendere e s’apre un seminterrato con mescita e parca libagione. In una saletta, più che altro un ripostiglio, una ventina di persone in una nebulosa di fumo. E lui, tal quale lo si vide poi alla villa San Martino di Silvio Berlusconi. Alcuna inibizione o sudditanza ospite nel maniero di un ricchissimo. La medesima mancanza di freno inibitorio; un eloquio, che sapeva padroneggiare, con rabbiosa sfrontatezza nei confronti del bizantinismo politico. Gesticolava a tifoseria calcistica. Sapeva, molto meglio di molti docenti di sociologia vedere la realtà. E dava voce allo sgomento, alla rabbia sottaciuta e repressa, di un popolo minuto intimidito dallo strumento sommo dello Stato: la burocrazia.

    Parlava sintetizzando il pensiero espresso nei circoli, nei bar, nelle strade, nelle stazioni, di operai e contadini, artigiani e commercianti, impiegati di piccole e medie industrie e imprenditori consimili. Non certo per la borghesia che l’ha sempre disprezzato, ed ancora oggi ch’è cadavere. Parlava a chi si riconosceva nella sua storia e nella sua lingua. Parlava ad un popolo che non aveva voce e che, i propri rappresentanti, dopo le orge elettorali andavano presto dimenticando. Uscimmo e il mio conoscente di allora mi chiese una opinione su quello che lui stesso definì un uomo dell’età della pietra. Questa espressione la colsi dicendogli che era perfettamente calzante, che quel signore, Bossi era un uomo dell’età della pietra esattamente come Céline lo fu per la letteratura. Un’irruzione selvaggia e sincera in un complesso di maniera, ipocrisia e di conformismo. Poi la storia di questi decenni è nota. E si può vedere Bossi, il barbaro, e Agnelli, l’Avvocato, l’autentico aristocratico, quando ebbero, ovviamente in sedi separate, un interlocuzione von Ciriaco De Mita. Il primo gli rispose brutalmente all’impronta: De Mita taccati al tram. Il secondo lo definì con quell’ironia prossima al raffinato sarcasmo, un intellettuale della Magna Grecia; intendendo un nominalista.

    Comunque, di là dalle sciocchezze che si leggono, Bossi in quello slogan coniato da Gianni Brera fu Carlo: La Lombardia ai lombardi, diede voce. Diede una classe dirigente non peregrina, diede una dignità politica che sia la DC che il PCI avevano, trascurando, perduto. Il suo bacino elettorale era quello. Quando iniziò il suo tempo di gloria anche lui ne subì in breve il contrappasso sino all’ultimo decennio vissuto in una solitudine dolorosa assaporando anche l’amaro fiele della vigliaccheria. Non lascia eredi politici. Impossibile. Non ha costruito una scuola metodologica. Ha indicato a soluzione più un miraggio che una realtà: la secessione dapprima per il federalismo poi.

    Ma l’Italia è un luogo geografico nel quale insistono cento città rivali l’un l’altra. Né l’una né l’altra, dunque, se non scartoffie e ulteriore costosissima burocrazia autoreferenziale. Niente. E si vede bene in quel prossimo 60% che non vota. Oggi Bossi è morto. Era un uomo buono. Di quelli con cui litighi, ci si manda a quel paese poi con un calice al bancone ci si stringe la mano sputando sul palmo. Addio.

    Emanuele Torreggiani

  • “Ciao Umberto, grazie per averci regalato un sogno”. I ricordi dai ‘Lumbard’ del Magentino

    “Ciao Umberto, grazie per averci regalato un sogno”. I ricordi dai ‘Lumbard’ del Magentino

    “Un grande uomo che ha saputo cambiare la politica e rimettere al centro l’identità dei popoli. Ho avuto l’onore di poterti seguire passo dopo passo nella costruzione del tuo movimento di popolo. Una rivoluzione che è rimasta incompiuta ma non abbandonata. Ciao Umberto”.

    Mario Cavallin leghista delle prima ora ricorda con queste parole il ‘Capo’. Lui è uno di quelli che è sempre stato vicino ad Umberto Bossi, ha seguito la nascita e l’evoluzione del partito dei lumbard costruendo un legame solido d’amicizia che è proseguito anche quando Cavallin ha lasciato la politica attiva. Accanto a Mario, la moglie Mariangela Garavaglia che conobbe Bossi quando aveva 17 anni. “Un incontro che mi ha cambiato la vita”.

    Sul profilo social di Cavallin campeggiano una serie d’immagini commoventi, che sono la testimonianza più concreta di un legame che non si è mai spezzato, di una vicinanza e lealtà al ‘Capo’ che è continuata anche in quest’ultimo periodo in cui la malattia si è fatta sentire sempre di più.

    Oggi ad essere in lutto è tutta la famiglia della Lega. E allora non può mancare il ricordo di Simone Gelli, classe 77, che ha iniziato a far politica a Magenta coi pantaloni corti – come si diceva un tempo – proprio perchè ‘folgorato’ dall’Umberto.

    “Chi non ti ha conosciuto personalmente, ne ha dette tante. Ma chi come me, ha avuto la possibilità di confrontarsi con te, conosce bene come la pensassi su tanti temi. Il federalismo, le questioni energetiche del paese, la visione sugli enti locali, sono solo alcuni degli argomenti di cui abbiamo discusso. Di un Leader politico se ne può certo parlare bene o male, purtuttavia penso che tante intuizioni abbiano fatto breccia non solo nella Lega ma anche in tanti altri partiti. Sono passati tanti anni, troppi forse da quando al ristorante Bellaria qui a Magenta si giocava a biliardino sino dopo la mezzanotte. Uno di noi sempre.
    Grazie per aver insegnato ad una intera generazione a fare politica, quella seria, ragionata, mai banale, anche assumendo posizioni a volte scomode. È giunto il tempo di dirsi arrivederci. E come ci hai sempre insegnato, MAI MÜLA’. CIAO UMBERTO”. Queste le parole di Gelli

    Ma anche il più giovane Luca Aloi, oggi presidente del Consiglio comunale di Magenta non ha mancato di lasciare il suo pensiero:

    “Ciao Umberto, la prima volta che ti vidi avevo pochi anni, i miei nonni mi portarono a un raduno, tu in canotta, discorsi, parole e un tono di voce incalzante che un bambino sente lontano, ma che lascia una macchia indelebile. Anni dopo entro nella Lega Nord, forse nel suo momento peggiore, la malattia ti aveva già colpito. Cena a Magenta e tu quasi seduto davanti a me, contai 5 discorsi in cui altrettante persone ti intrattenevano allo stesso tempo, tu rispondesti a tutti e 5 gli interlocutori quasi simultaneamente, rimasi incantato.

    Da lì durante la mia militanza le serate e i momenti per ascoltarti ce ne sono stati tanti e in tante sedi diverse, sempre sul pezzo e mai banale nell’analisi. Hai saputo plasmare un movimento, dai gesti alla dialettica, hai cambiato la comunicazione politica, hai saputo guardare avanti decenni e caricarti sulle spalle e dare voce un sentimento di disparità ancora oggi attuale e sentito da tanti. Se oggi sono un amministratore locale lo devo anche a Te, se abbiamo la possibilità di servire le nostre comunità con una tipicità che tutti ci riconoscono lo dobbiamo alla tua Azione. Sempre riconoscente e sempre grato. Grazie Umberto, Grazie Capo!”.

    “Grazie Umberto 💚 Insieme al dolore la gratitudine di aver vissuto una storia bellissima dall’inizio.
    La storia non si cancella e non va dimenticata”. Così Marina Roma, oggi Assessore ad Ossona e già Sindaco a Marcallo con Casone, moglie del Senatore Massimo Garavaglia e in prima fila nel Carroccio sin dagli albori ricorda Bossi. Il tutto con una foto di una serata davvero speciale, datata 28 febbraio 2004 in quel di Marcallo con Casone.

    Anche Stefania Bonfiglio oggi Assessore di Fratelli d’Italia a Magenta di fatto è cresciuta nella Lega. Poi il percorso politico della Bonfiglio ha preso un’altra piega ma se non ci fosse stata la Lega lei non avrebbe mai incontrato la politica attiva. Ecco le parole con cui lo ha voluto ricordare:

    “Ci sono uomini che non si limitano a vivere la politica, ma la stravolgono. Umberto Bossi è stato uno di questi: un combattente, un leader di popolo, un uomo che non ha mai avuto paura di andare controcorrente per difendere le proprie idee. Rispetto e onore a chi ha saputo lottare fino all’ultimo. Buon viaggio Senatùr”.

  • Magenta 1993. La mitopoiesi di Umberto Bossi, Bertarelli sindaco e Torreggiani vice: quando il futurismo si ‘prese’ piazza Formenti- di Fabrizio Provera

    Magenta 1993. La mitopoiesi di Umberto Bossi, Bertarelli sindaco e Torreggiani vice: quando il futurismo si ‘prese’ piazza Formenti- di Fabrizio Provera

    C’è un momento, nella storia di certi territori, in cui la politica smette di essere cronaca e diventa racconto. E poi leggenda. A Magenta, nel giugno 1993, la seconda estate post Tangentopoli (o del Grande Inganno), quel momento ha un nome e un’ora precisa: sera, piazza Liberazione, gremita fino a non lasciare respiro.

    Non è solo un comizio. È una scena fondativa.

    La piazza è un organismo vivo: bandiere che si muovono come onde, voci che si sovrappongono, rabbia e speranza che si mescolano in un’unica temperatura. Sul palco c’è Umberto Bossi, ma sotto il palco – ed è forse questo il punto – c’è già qualcosa che somiglia a un popolo.

    Il sindaco diventerà Franco Bertarelli, e quella stagione amministrativa sembra tenere insieme il livello locale e una tensione più grande, quasi epocale.
    A palazzo Formenti s’insedia una sorta di giunta futurista: Bertarelli sindaco, Emanuele Torreggiani vice e assessore alla Cultura. 25 aprile 1994, omaggio di Bertarelli (la cui genesi familiare si rifà al mondo e alla galassia umana e culturale del Movimento Sociale Italiano) alle tombe dei morti della Repubblia Sociale Italiana. Corteo ufficiale: siamo in 12. Controcorteo di Anpi e sigle varie della galassia antifascista: alcune migliaia. Il futurismo dura poco, come l’impresa di D’Annunzio a Fiume..

    Attorno, nei dettagli che poi diventano memoria, si muovono le figure della prima ora: Mario Cavallin, grafico dei manifesti ruggenti, quelli che non chiedevano permesso ma spazio (sulla sua bacheca ci sono immagini in bianco e nero di lui col Senatur da manuale di storia contemporanea; e con lui Mariangela Garavaglia, militanza quotidiana, concreta, senza retorica. Nomi che oggi sembrano note a margine e che invece, allora, erano trama.

    La mitopoiesi nasce così: non dall’astratto, ma dall’accumulo di gesti, volti, parole gridate e parole trattenute.

    Bossi quella sera parla, e la piazza non ascolta soltanto: risponde. È una lingua nuova, o almeno così sembra. Una lingua che rompe il galateo della politica italiana, che si sporca, che si accorcia, che arriva. La “canotta bianca” diventa segno, non dettaglio: è appartenenza, è rottura, è dichiarazione.

    In quei mesi, mentre altrove si scoperchia il vaso di Pandora di Mani Pulite, qui si costruisce una narrazione alternativa: antipartitocratica, territoriale, quasi tribale nel senso più nobile del termine. La Lega delle origini non è ancora partito compiuto, è movimento, è nervo scoperto.

    E dentro questa scena magentina c’è già tutto: l’intuizione eccessiva, la forza irregolare, la capacità di intercettare un sentimento che non aveva ancora parole precise.

    Molti anni dopo, Massimo Fini (forse l’unico ad averne colto la vena antimodernista e contraria all’euroburocrazia che arriverà da lì a poco: fu l’unico a coglierlo, assieme ad un altro animale politico, Bettino Craxi), racconterà Bossi con un tono diverso, più intimo, quasi disarmato. Una notte, in una pizzeria, verso le tre. Non più il palco, ma il tavolo. Non più la folla, ma la confidenza.

    «Umberto, tu sei più di destra o di sinistra?»

    «Di sinistra, ma se lo scrivi ti faccio un culo così».

    È una battuta, certo. Ma è anche una chiave. Perché il Bossi di quegli anni sfugge alle categorie, le usa e le tradisce, le attraversa senza fermarsi. È “di sinistra” nel senso di una certa idea sociale, territoriale, comunitaria; ma è anche altrove, sempre un passo fuori.

    Fini lo ricorda mentre parla di donne, amori, motori: discorsi da ragazzi, dice. E forse è proprio questo il punto: quella stagione aveva qualcosa di adolescenziale, nel senso più potente del termine. Energia, incoscienza, visione.

    Visione, soprattutto.

    Con Gianfranco Miglio, Bossi immagina un’Europa delle macroregioni: non Stati nazionali, ma aree coese per economia, cultura, persino clima. Un’idea che oggi suona ancora “visionaria”, e allora lo era ancora di più. La Padania non come etnia, ma come spazio di chi “ci vive e ci lavora”. Senza esami del sangue. Senza burocrazie identitarie.

    Era una costruzione politica, certo. Ma anche una costruzione simbolica. E come tutte le costruzioni simboliche, aveva bisogno di luoghi. Magenta, in quell’anno, è uno di quei luoghi.

    Poi la storia, come sempre, complica tutto.

    Arrivano gli errori, le alleanze innaturali, le paure, il familismo. Arriva il compromesso con Silvio Berlusconi, che Bossi aveva sbeffeggiato con nomignoli taglienti e che poi diventa alleato necessario. Arriva il “trota”, simbolo involontario di una contraddizione che la Lega delle origini non avrebbe voluto incarnare.

    E arriva anche la trasformazione di quel movimento in qualcosa di diverso, più strutturato, più riconoscibile, forse meno libero.

    Fini, nel suo racconto, segna la distanza tra quella prima Lega e le evoluzioni successive. Parla di una deriva, di uno spostamento, di una perdita di quella spinta originaria che non era riducibile a categorie semplici.

    Eppure.

    Eppure, tornando a Magenta 1993, tutto questo non c’è ancora. Non c’è il peso degli errori, non c’è la sedimentazione delle scelte. C’è solo l’inizio.

    C’è una piazza piena che non è solo piena: è tesa, caricata, pronta. C’è un leader che non è ancora “storia”, ma evento. C’è un gruppo umano che non sa ancora cosa diventerà, ma sa perfettamente cosa non vuole più essere.

    La mitopoiesi, in fondo, è questo: il momento in cui una comunità si racconta mentre nasce.

    E a Magenta, quella sera, la storia – almeno per un attimo – ha avuto il passo leggero del mito.