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  • Sperimentazione dei taser bloccata, per lo sciopero della Polizia locale a Pavia

    Sperimentazione dei taser bloccata, per lo sciopero della Polizia locale a Pavia

    Domenica 8 settembre, giorno di chiusura della Festa del Ticino che tradizionalmente richiama in città migliaia di persone, la polizia locale di Pavia si asterrà dalle proprie funzioni per una giornata di sciopero. A proclamarlo sono stati i sindacati Uil Fpl e Cisl Fp, dopo la scelta della giunta di centrosinistra di bloccare la sperimentazione del taser in dotazione agli agenti che era stata decisa dalla precedente amministrazione di centrodestra.

    In un comunicato i due sindacati sostengono che “l’Amministrazione ha deciso di revocare la sperimentazione del taser, utile strumento a tutela della sicurezza degli operatori sul luogo di lavoro, in utilizzo agli agenti senza il minimo coinvolgimento degli stessi. Durante tutto l’iter della vertenza in atto l’assessore alla polizia locale non ha mai mostrato la volontà di aprire un dialogo con il sindacato e i lavoratori del settore”.
    Uil, Cisl e il corpo di polizia locale si dicono “dispiaciuti per eventuali disagi che potrebbero subire i cittadini e si dichiarano comunque pronti al dialogo e al confronto con l’Amministrazione nell’interesse comune a realizzare una città più vivibile e sicura per tutti”.

    “Il contenzioso va anche al di là del taser – aggiunge Maurizio Poggi, segretario provinciale della Uil Fpl – in quanto l’atteggiamento dell’assessore Faldini è quello di comunicare che ha intenzione di creare un turno notturno con nuove assunzioni (che servirebbero invece, in primis, per potenziare organici insufficienti). Allora ci domandiamo: mandiamo in giro di notte gli agenti di polizia locale, con rischi sempre maggiori diminuendone la dotazione? L’Amministrazione non comprende che l’agente di polizia locale non è più, da decenni, il vigile urbano che si occupava di traffico urbano ma un operatore che sta assorbendo sempre più altre caratterizzazioni sul versante della sicurezza”.

    Dal canto suo Rodolfo Faldini, assessore con delega alla polizia locale, definisce “sconvolgente” la scelta dei sindacati e non esclude la possibilità di precettare i vigili urbani pavesi per domenica 8 settembre

  • Peste suina: l’Assessore lombardo Beduschi, bene l’ordinanza del commissario

    Peste suina: l’Assessore lombardo Beduschi, bene l’ordinanza del commissario

    – È in vigore la nuova ordinanza sulla Peste Suina Africana (Psa), firmata dal commissario straordinario, Giovanni Filippini, che darà il via a una serie di stringenti misure di prevenzione e di innalzamento dei livelli di biosicurezza, valide per Lombardia, Piemonte ed Emilia-Romagna. L’assessore all’Agricoltura di Regione Lombardia, Alessandro Beduschi, ha commentato il nuovo provvedimento oggi in occasione di un webinar organizzato da Confagricoltura Mantova.

    “Pavia e Lodi hanno già subito un importante trattamento di depopolamento – ha spiegato l’assessore Beduschi – che di certo avrà ripercussioni serie sulle aziende, togliendo lavoro a loro e alla filiera. Gli allevamenti devono diventare dei veri e propri fortini, non possiamo permetterci errori”.

    “La peste suina – ha concluso Beduschi – ha provocato una situazione che mette a repentaglio 30 miliardi di reddito per mancata esportazione. Gravi le conseguenze anche per la Lombardia, che con la metà del patrimonio suinicolo italiano alimenta le principali filiere nazionali dei salumi di pregio. Fa piacere sapere che il commissario Filippini stia intervenendo anche con alcune note utili per affrontare al meglio la situazione. Ne apprezziamo il pragmatismo, convinti che ci sia bisogno di meno regole ma più ferree e centralizzate”.

  • Verbania: era ai domiciliari a Milano, rintracciato a Craveggia

    Verbania: era ai domiciliari a Milano, rintracciato a Craveggia

    I carabinieri di Santa Maria Maggiore, comune in provincia di Verbania, hanno arrestato in flagranza un 26enne residente a Varese e domiciliato a Milano, per evasione e falsa attestazione a pubblico ufficiale sulla propria identità.

    Il giorno precedente al suo arresto, alcuni cittadini avevano segnalato la presenza di un giovane visto girovagare di notte per le vie di Craveggia. Anche le telecamere del paese, visionate dai carabinieri, avevano ripreso un ragazzo che camminava con atteggiamento sospetto.

    Il giorno successivo la pattuglia di Santa Maria Maggiore, nel corso di un controllo di routine, si è presentata in un locale pubblico per identificare gli avventori. La loro attenzione è stata attirata da un giovane seduto ad un tavolino, e molto somigliante a quello ripreso dalle telecamere. Quando i militari gli hanno chiesto i documenti, il ragazzo ha dichiarato di non averli con sé, fornendo nome e cognome. Non convinti dalle sue dichiarazioni, i militari hanno deciso di accompagnarlo negli uffici della compagnia di Domodossola per sottoporlo ai rilievi fotografici e dattiloscopici.

    Qui è emerso che i dati forniti erano falsi. Dalla banca dati delle forze di polizia è risultato che il 26enne era stato sottoposto agli arresti domiciliari nel febbraio scorso, a Milano, ed era ricercato per evasione dal 21 agosto, quando si era reso irreperibile. L’uomo è accusato di rapina in un supermercato del capoluogo meneghino con altri 5 complici. L’uomo è stato condotto nel carcere di Verbania.

  • Varese: controlli Polfer, un arresto a Gallarate

    Varese: controlli Polfer, un arresto a Gallarate

    Controlli della Polizia ferroviaria di Varese che ha arrestato un cittadino ucraino destinatario di due ordini di carcerazione.

    L’uomo, 47enne, che viaggiava a bordo di un treno regionale sulla tratta Malpensa-Gallarate, è stato fermato per un controllo dai poliziotti impegnati negli ordinari servizi di scorta ai treni.

    All’esito del controllo è risultato destinatario di due provvedimenti di condanna: il primo, emesso dal Tribunale di Como, per un furto commesso nel 2018 a Cantù e il secondo per una guida in stato di ebbrezza commessa a Monza sempre nel 2018.

    Al termine degli atti l’uomo è stato quindi condotto in carcere a Busto Arsizio dove dovrà scontare complessivamente quasi un anno di reclusione oltre al pagamento di una multa di 2.000 euro.

  • A settembre si decide se Vallanzasca potrà andare in una Casa di cura

    A settembre si decide se Vallanzasca potrà andare in una Casa di cura

    E’ stata fissata per il 10 settembre l’udienza davanti al Tribunale di Sorveglianza di Milano che dovrà decidere se accogliere la richiesta dei legali di far uscire dal carcere Renato Vallanzasca, date le sue condizioni di salute, affinché venga trasferito, in regime di detenzione domiciliare, in una struttura di cura in Veneto, che è già stata individuata dagli avvocati.

    I legali Corrado Limentani e Paolo Muzzi, difensori del 74enne ex boss della banda della Comasina, avevano depositato l’istanza a luglio, dopo che il Tribunale di Sorveglianza, il 20 giugno, aveva concesso a Vallanzasca, che è stato più di 50 anni in carcere e con “fine pena mai”, di tornare ad usufruire dei permessi premio di dodici ore da trascorrere in una comunità terapeutica.

    Nell’udienza a settembre verrà discussa l’istanza di “differimento pena con detenzione domiciliare” in una struttura di cura. Poi, i giudici si riserveranno e decideranno dopo qualche giorno. In una relazione, acquisita dai legali nei mesi scorsi, l’equipe di medici del carcere milanese di Bollate, dove è detenuto l’ex protagonista della mala milanese degli anni ’70 e ’80, era stato spiegato che l’ambiente “carcerario” è “carente nel fornire” le cure e gli “stimoli cognitivi” di cui ha bisogno Vallanzasca, che soffre di un decadimento mentale.

    Per questo motivo, secondo i medici, andrebbe trasferito in un “ambito residenziale protetto”, in un “luogo di cura esterno”. Relazioni mediche su cui punteranno gli avvocati di Vallanzasca, che hanno raccolto anche annotazioni firmate da propri consulenti, psicologi e neurologi che parlano di un “quadro cognitivo e comportamentale deficitario”, di un “processo neurodegenerativo irreversibile”.

    Intanto, un imprenditore e volontario, “una sorta di angelo custode e amico” di Vallanzasca, come è stato definito, è stato indicato come suo amministratore di sostegno in un procedimento civile.

  • Max Pezzali da tutto esaurito e per il Forum di Milano spuntano altre due date a gennaio 2025

    Max Pezzali da tutto esaurito e per il Forum di Milano spuntano altre due date a gennaio 2025

    Il successo di Max Pezzali è inarrestabile. Max Forever – Questo Forum non è un Albergo continua a registrare un tutto esaurito dopo l’altro per le date di Milano (nuovi sold out: 7 e 8 gennaio 2025) che raddoppiano con nuovi appuntamenti il 9 e 10 gennaio 2025. Raddoppiano anche gli appuntamenti romani di Max Forever – Questo Pala non è un albergo con nuove date il 1º e il 2 febbraio 2025.

    I biglietti per le nuove date di Milano e di Roma saranno disponibili da venerdì 30 agosto 2024 alle ore 14.00 e in tutti i punti vendita autorizzati da mercoledì 4 settembre 2024 alle ore 11.00.

    Max Pezzali consolida il suo legame con Milano e Roma, regalando all’Unipol Forum e al Palazzo dello Sport un viaggio emozionante attraverso le tappe più importanti della sua carriera. Con uno nuovo show completamente rinnovato Milano e Roma si preparano a vivere momenti di grande spettacolo e festa, sotto la guida di uno degli artisti più amati del panorama musicale italiano e di maggior successo per i concerti dal vivo. Con la stagione live 2022/2023

    Max Pezzali ha totalizzato: un doppio appuntamento allo stadio San Siro, un tour invernale di oltre 30 date interamente sold out nei palazzetti e un Circo Massimo con oltre 520 mila presenze complessive.

    Il suo primo tour negli stadi Max Forever (Hits Only) ha registrato il tutto esaurito per la data di Trieste, oltre 38 mila persone allo Stadio Olimpico di Torino, oltre 63mila allo Stadio Olimpico di Roma e oltre 168 mila con la tripletta allo Stadio San Siro di Milano, per un totale di oltre 400 mila biglietti venduti. Max Pezzali è pronto a tornare con le date invernali pensate appositamente per entrare ancora di più nel cuore del pubblico.

  • Milano: pusher-barbiere in manette, ‘io in fuga da chi mi chiede il pizzo’

    Milano: pusher-barbiere in manette, ‘io in fuga da chi mi chiede il pizzo’

    “Sono fuggito dal Perù perché mi chiedevano il pizzo’”. Così questa mattina in tribunale a Milano un 23enne peruviano, arrestato mercoledì dalla polizia di stato per resistenza a pubblico ufficiale, ha provato a spiegare la propria presenza da irregolare in Italia, senza documenti.

    Il giovane, barbiere, che lavora in nero e abita in zona Bovisa, è stato fermato ieri alle 14.38 in via Bambaia durante un controllo di routine. Ha provato a fuggire in bicicletta alla vista della volante del commissariato di Villa San Giovanni e, raggiunto dagli agenti, ne ha colpito uno con una gomitata. Motivo per cui è scattato l’arresto in flagranza.

    È stato trovato in possesso di 28 grammi di hashish e 80 euro in contanti ed è indagato anche per detenzione di droga ai fini di spaccio, mentre viene analizzata la sostanza. “C’è stato un ‘attentato’ al mio Paese, mi hanno sparato e sono scappato”, ha detto, in sintesi, l’uomo alla giudice Mariolina Panasiti durante una delle udienze di convalida degli arresti delle 24 ore precedenti alla sezione direttissime.

    “Erano dei venezuelani che volevano il ‘pizzo’ e io non volevo pagare”, ha aggiunto il 23enne aiutato da un interprete raccontando di aver lavorato come barbiere anche nel suo Paese d’origine. Il giovane, assistito da un avvocato d’ufficio, ha detto di poter dimostrare la vicenda fornendo copia delle sue denunce sporte in Perù prima di lasciare il Paese circa due anni fa per vivere con la madre a Milano. La giudice ha convalidato l’arresto e non ha disposto misure cautelari, rinviando al processo per il 31 ottobre alle. Su richiesta della Questura di Milano è stato concesso il nulla osta all’espulsione del 23enne, gravato da un piccolo precedente per furto.

  • Cassinetta: lunedì intervento di disinfestazione contro l’Ifantria Americana

    Cassinetta: lunedì intervento di disinfestazione contro l’Ifantria Americana

    Anche a Cassinetta, come in diversi altri comuni lombardi e del Nord Italia, si sta registrando la presenza di Ifantria americana (Hyphantria cunea) nei parchi e nelle aree verdi in generale, sia private che pubbliche.
    Si tratta della prevista seconda generazione dell’insetto che, nella fase adulta, si trasforma in una falena (ovvero una farfalla notturna) di colore bianco.

    L’Hyphantria cunea è un lepidottero defogliatore polifago di provenienza nord-americana. Pur avendo un aspetto somigliante alla processionaria del pino, tale bruco si differenzia da quest’ultimo in quanto: è innocuo per l’uomo e per gli animali; è un infestante delle foglie di molte specie di latifoglie, ma non è un infestante dei pini; non costruisce i tipici nidi bianchi cotonosi della processionaria; è presente in agosto mentre il bruco della processionaria è presente in primavera; va combattuto solo per limitare l’infestazione delle piante.

    Questa seconda generazione vedrà ancora una attività di defogliazione e di mobilità delle larve fino a circa la seconda metà di settembre.

    Con le prime piogge ci si attende una sensibile diminuzione dell’infestazione.
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    Gli interventi saranno effettuati presso il Parco De Andrè, il Parco Tirelli, l’area ex Pro Loco, la Scuola dell’infanzia e Piazza Vittorio Veneto.

  • Omicidio Fabio Ravasio: interrogato il meccanico che ha rimesso in moto l’auto investitrice

    Omicidio Fabio Ravasio: interrogato il meccanico che ha rimesso in moto l’auto investitrice

    Emergono ulteriori particolari a dir poco inquietanti, sull’omicidio del povero Fabio Ravasio, dal pezzo dell’Ansa scritto dalla giornalista Simona Carnaghi. Giovedì è stato interrogato Fabio Oliva, il meccanico fermato su ordine del pubblico ministero di Busto Arsizio Ciro Caramore perché coinvolto nell’omicidio di Fabio Ravasio, 52 anni, investito e ucciso mentre era in bicicletta a Parabiago lo scorso 9 agosto. E’ solo l’ultimo degli uomini accusati di aver partecipato al piano criminale organizzato, stando agli inquirenti, da Adilma Pereira Carneiro, la compagna brasiliana di Ravasio che aveva raccolto intorno a sé diversi complici per ucciderlo e impossessarsi dei beni che possedeva.
    Oliva avrebbe rimesso in moto la Opel Corsa intestata a Pereira Carneiro consigliando la donna, della quale parrebbe essere stato l’ennesimo amante, di usare quella vecchia auto per uccidere Ravasio con una lettera della targa modificata che non ha però ingannato gli inquirenti. I quali hanno acquisito i video delle telecamere nel raggio di 10 chilometri dal luogo dell’incidente trovando la Opel e identificandola.

    Sentito, di nuovo, anche un altro presunto complice, Mirko Piazza, che da subito ha dichiarato agli inquirenti che alla guida della Opel c’era Igor, il figlio di Adilma, con accanto Marcello Trifone, sposato dalla donna nel 2015 e poi lasciato nel 2018, senza mai divorziare, dopo che problemi finanziari gli fecero perdere il suo patrimonio, con l’eccezione di una casa a Mentone che la moglie si fece intestare.

    C’è una scia di soldi e morti dietro Adilma: un primo marito assassinato in circostanze misteriose in Brasile, un secondo marito morto d’infarto a 48 anni che le ha lasciato una casa in Puglia. Quest’ultimo, Michele Della Malva, condannato a 29 anni per due omicidi, è morto misteriosamente a casa della vedova nera durante un permesso premio fuori dal carcere. E poi c’è Trifone che, a quanto pare, viveva da recluso con lei che gli portava il cibo a casa per non fare insospettire Ravasio, il compagno ucciso, e i familiari dell’uomo. Ci sono poi i figli, uno dei tre gemelli avuti da Della Malva è tra i suoi complici, mentre i due avuti da Trifone, poi sono stati riconosciuti improvvisamente da Ravasio.

    E non manca anche la magia: la donna per gli inquirenti aveva un potere seduttivo che derivava anche dai riti magici della sua religione candomblé, culto afrobrasiliano che prevede anche sacrifici con parti animali. La donna, pare, essere stata molto vicina a un ‘pai de santo’, una sorta di santone al quale gli adepti devono offrire beni materiali ottenendo il permesso di accumularne a loro volta.

  • Ma quale “Ius Scholae”, la scuola italiana non integra nemmeno gli Italiani. A cura di Domenica Bonvegna

    Ma quale “Ius Scholae”, la scuola italiana non integra nemmeno gli Italiani. A cura di Domenica Bonvegna

    C’è un aspetto fondamentale però che viene trascurato nell’accorata discussione sullo Ius Scholae. Un aspetto che ha ben evidenziato Stefano Fontana sul quotidiano online LaNuovabussola.

    (Ius Scholae? Ma la scuola non integra nemmeno gli italiani, 24.8.24, Lanuovabq.it) La tesi di Fontana è questa, proporre lo Ius Scholae è assurdo.

    Il motivo, “si pretende di affidare alla scuola italiana la costruzione di una identità italiana nei giovani immigrati, ma la scuola statale italiana non è in grado di educare a nessuna identità nazionale, per il semplice fatto che non è in grado di educare a nessuna identità culturale”.

    Secondo Fontana “la scuola italiana non fornisce una identità culturale nemmeno agli italiani, figuriamoci se può farlo agli stranieri”. Fontana sta esagerando?.

    Intanto al ministro Tajani affascinato dalla proposta, il professore pone il quesito: “Sfido il ministro Tajani ad elencare i caratteri della identità culturale italiana così come plasmata dalla nostra scuola di Stato. Anzi, il processo è esattamente il contrario, la scuola italiana, davanti alla presenza di alunni stranieri, diminuisce i riferimenti alla propria tradizione e alla propria cultura – ammesso che ne abbia una – per un presunto dovere di adattamento di essa alle altre culture per spirito di accoglienza. Il caso delle omissioni nell’insegnamento della Divina Commedia di Dante è molto eloquente”. Fontana evidenzia che da tempo, ancor prima che arrivassero in massa gli immigrati, nella scuola sia Dante Alighieri che Alessandro Manzoni non vengono più studiati.

    Da tempo, i due “pilastri” della nostra cultura, “sono stati combattuti nelle scuole perché organici ad una certa italianità tradizionale cattolica diventata il nemico della politica culturale gramsciana. Per questo l’archiviazione di Dante davanti alle esigenze islamiche risulta così privo di patemi d’animo, era già avvenuto”.

    Fontana insiste, “La nostra scuola “pubblica” non ha una sua identità ormai da molto tempo, da quando sono penetrate in essale ideologie moderne e da quando il relativismo ha reso impossibile intenderla come ricerca e trasmissione di verità,da quanto essa ha assunto come criterio fondamentale di formare il cosiddetto spirito critico, cosa impossibile senza l’idea della verità. Lo spirito critico, non più basato sulla verità, è stato fondato sul soggetto e a quel punto tutte le credenze sono state ammesse, perché la verità stessa è stata trasformata in una credenza”.

    La Verità non esiste più nelle scuole, esistono le opinioni. Del resto, “nessuna disciplina viene insegnata ormai come avente a che fare con la verità, ma al massimo come ipotesi di lavoro”. Non solo ma la scuola italiana “non propone più nemmeno una unitaria visione della persona, ma ne ospita di tutti i tipi. L’unico dogma è il pluralismo educativo, esito di una malintesa libertà d’insegnamento, con il quale però al massimo si informa ma non si educa”.

    Ricordo bene anni fa il dibattito innescato da una lettera degli studenti del Liceo Classico catanese “Spedalieri”, del 15 febbraio 2007, turbati dopo i gravi incidenti allo stadio Cibali alla fine della partita Catania Palermo, che causarono la morte del povero ispettore di polizia Filippo Raciti. Gli studenti nella lettera chiedevano ai professori aiuto “Noi abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a trovare il senso del vivere e del morire, qualcuno che non censuri la nostra domanda di felicità e di verità”. Sostanzialmente è la scuola che dovrebbe educare al bene e alla Verità.

    La risposta dei professori è a dir poco imbarazzante. “La scuola, secondo loro, dovrebbe infatti limitarsi a «stimolare domande»; quanto al «senso della vita», che nella loro lettera quasi disperata gli studenti dichiaravano di aver perso o non aver mai trovato, ebbene, che ciascuno cerchi da solo le «risposte adeguate al proprio percorso». Invece di rallegrarsi che un fatto drammatico abbia spinto un gruppo di studenti a interrogarsi sul senso del vivere, a porsi le domande essenziali, ebbene gli insegnanti li invitano puramente e semplicemente a piantarla: «Proporvi, o imporvi, delle verità è integralismo, cioè barbarie, e pertanto questo atteggiamento non può avere luogo nella scuola pubblica, cioè democratica e laica». Si notino le assurdità contenute in questa frase: la coincidenza tra proporre e imporre, l’idea secondo la quale la laicità corrisponderebbe alla assenza di qualunque valore, principio, credenza”.

    Attenzione, il pensiero dei prof catanesi è diffuso nelle scuole italiane. Ho trovato questa citazione casualmente con mia meraviglia, su un blog della Flc Cgil(Corriere: La scuola che non crede a nulla nulla può insegnare, 10.3.2007) Una scuola e una società che non ritengano di aver nulla da salvare nella propria tradizione e nella propria storia, nulla che meriti d’essere proposto se non una generica disposizione all’ascolto e all’apprezzamento indifferenziato (e in fondo indifferente) di tutto e di tutti, su quale base mai incontrerà l’«altro»?.

    Ho riportato questo episodio del Liceo siciliano per rafforzare le tesi di Fontana che insiste con la sua strigliata nei confronti della scuola italiana che “non ha nemmeno una nozione di civiltà, per la paura che questo comporti un conflitto delle civiltà. Non è in grado di contrappore una propria civiltà – ripeto, ammesso che pensi di averne una – ad altre civiltà, perché non possiede criteri di giudizio superiori alle civiltà e in grado di giudicarle.

    Non c’è più nemmeno la nozione di conflitto, la disputa intellettuale è bandita dalla scuola a favore di una tolleranza intellettuale generalizzata che poi di fatto diventa imposizione dell’ideologia relativista”. Peraltro ricorda Fontana che la nostra scuola, “non può fare nemmeno riferimento alla storia della nazione, cosa che di solito alimenta appunto l’identità culturale. La storia che si studia sui manuali scolastici è artefatta, ideologica, acritica e stereotipata.

    Non è storia, è retorica politicamente corretta. Tutti i manuali di storia della scuola pubblica sono falsi. Quando va bene è una “storia di Stato”, la storia “ufficiale” stabilita da chi governa la scuola, che non è detto sia il ministro della pubblica istruzione”. Inoltre questa scuola siccome è laica, guai a fare riferimento alla dimensione religiosa, al cristianesimo, che ne è parte integrante. Anche se esistono gli insegnanti di religione cattolica, patetici, più che di cattolicesimo, sono i primi a parlare di Islam.

    A cura Domenico Bonvegna