Roberto Donadoni, che per chi se lo ricorda è stato la grandissima ala del Milan di Berlusconi, per vent’anni ha fatto la stessa identica cosa: puntare l’uomo, brusca frenata, sterzata a rientrare verso il centro del campo con palla che passa da un piede all’altro, avversario uccellato e con lo sguardo stranito, cross al bacio. Tutti sapevano, tutti lo aspettavano al varco, mai nessuno che lo riuscisse a fermare. Novak Djokovic, che a calcio non gioca anche se quelli come lui diventerebbero campioni in qualunque disciplina se solo lo volessero, da quando è maggiorenne fa una cosa simile.
Si finge morto, esibisce il linguaggio del corpo di chi sta per esalare l’ultimo respiro, borbotta, si lamenta di tutto, manda a stendere il suo angolo, si china sulle ginocchia, strabuzza gli occhi che si fanno spiritati, rende tutto il più teatrale possibile. Così, immancabilmente, l’avversario che crede di aver fiutato l’odore del sangue spinge forte sull’acceleratore dando tutto sé stesso convinto di assestare la spallata decisiva che non arriva. E, in compenso, il serbatoio si svuota. Perché Djokovic non è affatto morente, bluffa, e gestisce energie e lancette come un killer che lascia sfogare la preda per poi ucciderla sul più bello. Anche a trentasette anni. Lo sanno tutti e ci cascano dentro tutti e con tutte le scarpe.
Musetti, con due palle per il 4 a 2 nel quarto e per lui decisivo set, aveva lo sguardo di chi, in beata solitudine, passa sotto la fiamma rossa, quella che nel ciclismo indica che al traguardo mancano solo mille metri. Gli ultimi, che Gianni Mura definiva di gloria. Djokovic, di rimando, aveva quello di chi sa benissimo come andrà a finire, in barba al punteggio che può sempre essere raddrizzato. Infatti, un parziale di dieci giochi a uno spegne i sogni di una delle migliori versioni di sempre del nostro Lorenzo che per almeno un paio d’ore è financo sembrato essere di un’altra categoria, e non è un’iperbole, grazie ad un tennis arioso e caleidoscopico che sa essere più bello del bello e che, finché fiato assiste, è pure redditizio ai massimi livelli.
Sempre per chi se lo ricorda, Gary Lineker, bomber inglese a cavallo degli anni Ottanta e Novanta, a valle dell’ennesima disfatta anglosassone al cospetto dei tedeschi, ebbe modo di dare una definizione del soccer che ha fatto scuola. Il calcio – disse – è quello sport nel quale ventidue ragazzi inseguono un pallone per novanta minuti e poi vince sempre la Germania. Ecco, Djokovic è quella Germania, senza Maradona per avversario non perde mai. Chi rimprovera a Tartarini, il coach dell’azzurro, di aver incitato con parole troppo plateali il suo assistito, “quindici minuti e lo mandi a casa”, pensando che ciò possa aver sortito l’effetto opposto, dimostra di averci capito poco. Con la spia della riserva irrimediabilmente accesa, e nella consapevolezza che il serbo avrebbe potuto giocare per altre sei ore, l’unica chance era quella di forzare Lorenzo a quindici minuti di follia tennistica, roba da dentro o fuori, vita o morte, ora o mai più. Più la mossa della disperazione in un contesto cinico e brutale come se ne vedono pochi ma, appunto, la sola teoricamente percorribile.
Tanto che se Musetti con un pizzico di buona sorte in più avesse convertito una delle due opportunità per scavare il solco nel quarto parziale forse saremmo qui a raccontare una storia diversa, ma non è con i se che si vincono le partite o si mette in scacco Djokovic. Che di rimando ha fatto ciò che gli riesce meglio: usare il cervello. Peccato, viene da dire, ma l’esito avverso nulla toglie al giudizio sulla settimana parigina di Lorenzo che pare proprio aver ritrovato il suo inconfondibile tennis a lungo perduto. Poi, vien da dire, non ci sarà sempre Novak sulla sua strada. A freddo e senza più l’assillo del risultato in bilico sono in conclusione due le considerazioni emerse dalla nottata in Bois de Boulogne. Riguardo a Djokovic, ma non solo, la conferma che nel tennis contemporaneo, con la bilancia tutta spostata dalla parte della concretezza tendente allo sparagnino, della solidità mentale della omologazione delle superfici, si possa continuare a vincere anche a quasi quarant’anni, contro avversari di tre lustri più giovani e, soprattutto, con un livello di gioco che non è nemmeno lontano parente di quello esibito all’acme della carriera. In soldoni, il Djokovic del 2011 non farebbe vedere la palla a quello del 2024 ma resta comunque in vetta al ranking mondiale.
La seconda è la difficoltà strutturale nel vincere un match sui cinque set interpretando il gioco alla Musetti, quindi di puro talento. Che significa dover coniugare un ventaglio inesausto di opzioni, da scegliere con criterio un colpo dopo l’altro, con l’affaticamento psicofisico che via via annebbia i pensieri e intacca i meccanismi necessari alle soluzioni balistiche più complesse. Paradossalmente, ma non troppo, meno si ha la necessità di pensare, anche concedendo un deficit in termini di varietà e soluzioni all’avversario, e meglio si riesce a condurre la barca in porto. La riprova che, nove volte su dieci, se l’attacco fa vedere i biglietti o tenere incollati alla tivù anche ad ore improbabili, come nel caso specifico, è la difesa che fa sollevare i trofei. Al di là delle considerazioni statistiche, la partita di questa notte è una di quelle che riconciliano con il tennis, in un periodo storico nel quale sono poche le soddisfazioni per il palato.
Il merito va in gran parte a Lorenzo, che resta Magnifico che vinca o che perda, ed alla sua capacità di dare del tu alla pallina, forte di un talento che lo colloca ai piani altissimi nella speciale graduatoria, quella degli esteti spacciatori di bellezza. Non si può amare questo sport senza ringraziare uno come Musetti. E pure Djokovic, superfluo dirlo, per il suo ruolo pedagogico nell’ecosistema tennis.