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  • Besano tra mare e lago: da martedì 1° agosto, un viaggio nelle Prealpi varesine alla scoperta dei fossili e delle bellezze del territorio

    Promosso dal Museo dei Fossili di Besano in collaborazione con Archeologistics, offre ogni martedì di agosto la possibilità di conoscere le testimonianze storiche del mare della Tetide e il fascino del lago Ceresio

    VARESE – Sulle Prealpi varesine tra mare e lago: un viaggio lungo 240 milioni di anni alla scoperta del mare della Tetide e le acque del lago Ceresio. Dal 1° agosto e per tutti i martedì del mese, il Museo dei Fossili di Besano (VA) con la collaborazione di Archeologistics, impresa sociale impegnata nella valorizzazione del patrimonio culturale, propone un appuntamento tra storia e natura per conoscere il patrimonio e la bellezza di un territorio di grande valore, quello dell’alta provincia di Varese al confine con la Svizzera.

    Accompagnati dalle guide di Archeologistics, il viaggio inizia proprio dal Museo dei Fossili, un vero scrigno che custodisce fondamentali testimonianze del sito fossilifero del Monte San Giorgio, inserito tra i beni UNESCO patrimonio dell’umanità. La visita al Museo permette infatti di fare un salto indietro nel tempo di 240 milioni di anni, quando nell’area di Besano e del Monte San Giorgio c’era il mare, il mare della Tetide; un mare caldo, molto simile a quello che oggi è possibile trovare alle isole Bahamas o nel Golfo Persico. La quasi totale assenza di circolazione delle acque, soprattutto in prossimità del fondo, rendeva l’ambiente molto calmo, privo di correnti e povero di ossigeno. Gli organismi marini vivevano nelle parti più superficiali del bacino, regolarmente ossigenate. I resti delle piante e degli animali che si depositavano sul fondo non venivano distrutti da altri organismi, essendo il fondale non favorevole alla vita, né venivano disarticolati o dispersi dalle correnti; oltre a questi fattori, il seppellimento rapido degli elementi ha favorito l’eccellente conservazione dei fossili.

    Dal Museo, con una breve ma suggestiva passeggiata tra le sfumature estive della Valceresio si arriva al colle San Martino, sulla cui sommità sorge la chiesa di Santa Maria Nascente. Edificata probabilmente su un edificio di origine celtica, poi trasformato in un “castrum” romano, la chiesa ha un impianto romanico e custodisce dipinti del Seicento e una Madonna col Bambino Gesù risalente al XV secolo, attribuita a ignoti, ma di straordinario valore artistico. Dalla cima del colle San Martino si gode di uno splendido panorama sull’intera valle e sul lago Ceresio.

    Il ritrovo è alle 17 al Museo dei Fossili di Besano. Costo di partecipazione: 7 euro, comprensivo di ingresso al Museo e visita guidata. L’iniziativa viene proposta martedì 1, 8, 15, 22 e 29 agosto.

    Per info: museodibesano.it – 3337849836 – museo@comune.besano.va.it

    Prenotazioni: bit.ly/tramareelago

    Archeologistics – Fondata nel 2004, è un’impresa sociale varesina impegnata nella divulgazione e conoscenza dei beni culturali. Progetta e realizza servizi di gestione museale, educazione al patrimonio, visite guidate e turismo culturale. In Lombardia opera in tutti i quattro siti Unesco Patrimonio dell’Umanità della provincia di Varese e collabora con le principali istituzioni del territorio e con il Ministero per i Beni Culturali. Fornisce consulenza per musei, monumenti e aree archeologiche, luoghi d’interesse storico-artistico e progetta percorsi per scuole e pubblico specialistico. www.archeologistics.it

  • Vittorio Emanuele III: il re discusso dalla Monarchia all’Italia unita – Di Domenico Bonvegna

    “Nonostante i miei pensieri sono altrove, e non solo per le non vacanze, tento di fare una presentazione del documentato libro del professore Aldo Alessandro Mola, “Vita di Vittorio Emanuele III 1869-1947. Il re discusso”, (Bompiani, 2023; pag. 581; e.22). Testo che il professore ha presentato dialogando con il giornalista Diego Rubero, direttore de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, presso l’Auditorium del Circolo Unificato dell’Esercito in Corso Vinzaglio a Torino il 21 giugno scorso con la partecipazione di un attento e nutrito pubblico, tra cui il sottoscritto”.

    Aldo Mola è uno dei massimi esperti di Storia della Monarchia nella storia dell’Italia unita, non condanna né assolve il discusso sovrano, documenta in modo attento e preciso la vita del sovrano, figlio di Umberto I, assassinato a Monza dall’anarchico Bresci.
    Il testo si compone di XIV capitoli con una appendice. All’inizio troviamo una Cronologia sommaria del lungo Regno di Vittorio Emanuele III, che fu re d’Italia dal 1900 al 1946, imperatore d’Etiopia (1936-1943) e re d’Albania (1939-1943). Salì al trono all’assassinio del padre Umberto I, è stato protagonista in tutte le azioni politiche, ideologiche e militari della prima metà del secolo XX. Per molti storici il “peccato mortale” del re, fu quello di dare l’incarico nel 1922 a Benito Mussolini e quindi al suo regime. E’ da addebitare a lui il regime? Si chiede Mola.
    “Se così fosse , proporre il profilo di un sovrano ‘passato in giudicato’ parrebbe quanto meno un azzardo. Ma se non ora quando? Cent’anni dopo se ne può parlare, documenti alla mano”.
    Infatti, a Vittorio Emanuele III, gli “furono addebitate molte ‘colpe’, – scrive Mola – fra le tante ne ricorrono soprattutto quattro, tutte assai gravi: l’intervento dell’Italia nella Grande guerra a fianco della Triplice intesa anglo-franco-russa (24 maggio 1915); l”avvento del fascismo’ e il silenzio dopo il rapimento e la morte di Matteotti (1922-1924), che aprì la strada alla ‘dittatura’ personale di Mussolini, al ‘partito unico’ e al regime autoritario, da alcuni classificato totalitario; la emanazioni delle ‘leggi razziali’ (dette anche “razziste”), in specie contro gli ebrei (1938); la stipula della resa senza condizioni annunciata come armistizio l’8 settembre 1943, la ‘fuga’ da Roma e l’abbandono delle forze armate, esposte senza direttive chiare alla vendetta dei tedeschi”.
    Andiamo a vedere nei particolari queste quattro “colpe” di Vittorio Emanuele III. Cominciamo con l’intervento in guerra dell’Italia del 1915.
    Per il professore Mola, le valutazioni sulla guerra sono contrastanti sul merito e sopratutto sul metodo. In pratica “il Parlamento, nella stragrande maggioranza contrario all’intervento, venne forzato a subirlo e si piegò”. Fu un immane conflitto, sono intervenuto sul tema, presentando alcuni studi di autorevoli studiosi della Grande guerra. A giudizio del premier inglese David Lloyd George, fu la peggiore catastrofe dopo il diluvio universale, che spazzò via gli imperi russo, turco-ottomano, austro-ungarico e germanico. I sovrani di questi imperi o furono uccisi oppure mandati in esilio.

    L’Italia rimase l’unica monarchia nella terra ferma europea.
    Ritornando all’entrata in guerra, in un primo momento l’Italia rimane neutrale, ma questo secondo Mola non era ben visto né della triplice alleanza che la legava a Berlino e Vienna, ma neanche a quella anglo-franco-russa, che dominava il Mediterraneo e stava minacciando le coste italiane. Pertanto l’Italia secondo il pensoso Ferdinando Martini, per la sua posizione strategica, non poteva non fare la guerra. Anche se tutto faceva pensare che per ripianare le spese della guerra in Libia e per avvicinare il Mezzogiorno arretrato al Nord più sviluppato, “l’Italia aveva bisogno della pace”.
    Dopo tante trattativa il governo scelse di scendere in guerra a fianco della Triplice Intesa, confidando che il conflitto terminasse entro l’estate. Così il re, il governo Salandra il 23 maggio dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico, affidando il comando supremo al capo di stato maggiore generale Luigi Cadorna.
    In pratica il re e il governo si sono arresi alla piazza, a chi sosteneva, “O la guerra o la rivoluzione”. Erano “alcune minoranze rumorose (nazionalisti, repubblicani, settori dei radicali e di socialisti rivoluzionari…) chiedevano a gran voce di agire armi alla mano, come prova di virilità, per ottenere il ‘confine naturale’”.
    Inoltre a favore della guerra c’erano quelli che agivano al “coperto”, come il caso del Grande Oriente d’Italia e della carboneria. Il testo di Mola descrive i vari passaggi degli interventisti come hanno strategicamente scatenato le piazze per convincere il governo ad entrare in guerra contro l’Austria-Ungheria. A capo dei rivoltosi c’era il vate, Gabriele D’Annunzio. Il 5 maggio a Quarto di Genova, gli interventisti organizzano una manifestazione per ricordare simbolicamente i Mille di Garibaldi. “D’Annunzio era il più facinoroso fautore dell’interventismo, dopo l’orazione di Quarto per lo scoprimento del monumento ai Mille fu vezzeggiato da rappresentanti delle istituzioni quasi fosse un padre della patria”.
    Ma c’erano anche altre manifestazioni imponenti contro la guerra, scrive Mola. A questo punto “il Governo italiano si trovò tra l’incudine e il martello. Aveva bisogno del consenso del Parlamento, ma per ottenerlo doveva scatenare la ‘piazza’, intimidire i rappresentanti della nazione, metterli con le spalle al muro e ottenere i pieni poteri”.
    Intanto l’ex presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, fautore della neutralità, al suo arrivo alla stazione di Roma, viene accolto con ostilità dai manifestanti che lo seguono fino al portone di casa. Sostanzialmente gli interventisti eccitati da Gabriele D’Annunzio invocano il “fuoco purificatore” della guerra, assalirono l’abitazione di Giolitti, che fu costretto a lasciare Roma, per poi ritirarsi a Cavour. Non solo ma nel “maggio radioso”, prevalgono i più aggressivi e così si espone il 15 maggio 1915, nella Galleria Vittorio Emanuele a due passi del Duomo di Milano, un macabro trofeo: la testa mozzata di Giolitti.“Il messaggio era chiaro – scrive Mola – tagliare la testa dello statista piemontese per piegare quelle degli esecrati pacifisti, ‘neutralisti’, ‘parecchisti’, ‘panciafichisti’, tutti dipinti quali traditori della patria”. Il tutto con la compiacenza della maggioranza della stampa di allora.

    Inoltre in quei giorni alcuni parlamentari “scomodi”, favorevoli alla trattativa diplomatica a oltranza per ottenere il più possibile dall’impero austro-ungarico, divennero bersaglio di invettive, minacce, assedio delle loro case e di aggressioni. Secondo Mola, queste rivolte del “maggio radioso” hanno iniziato quella “guerra civile” strisciante, destinata a imperversare nei decenni seguenti. Il risultato per Mola “fu l’eclissi della Corona quale istituzione super partes, garante della correttezza della dialettica politico-parlamentare”.

    Pertanto secondo lo storico cuneese, “L”idea di Italia’ e la sua ‘storia’ furono confiscate da una minoranza rumorosa, che classificò gli avversari quali nemici, li denunciò all’opinione pubblica come traditori, ne chiese e pretese l’eliminazione e si erse a depositaria dei ‘ destini’ nazionali”.
    Dunque scrive Mola, “la ‘piazza’ prevalse sul Parlamento, che ne uscì umiliato […]”. L’entrata in guerra dell’Italia per lo storico Luigi Salvatorelli, rappresenta il primo dei tre colpi di Stato messi a segno da Vittorio Emanuele III nel corso del suo regno. Per Salvatorelli, “il re abusò tre volte della potestà statuaria a danno del Parlamento e della libertà dei cittadini organizzati o meno in partiti”. La prima volta con l’entrata in guerra; la seconda, “con l’incarico a Benito Mussolini ‘colpevole’ di formare il governo il 30 ottobre 1922; infine il 25 luglio 1943, quando revocò il duce e nominò Pietro Badoglio capo del governo per salvare la monarchia a costo di affondare il Paese”. Per rispondere a queste tesi, il professore Mola cerca di tracciare quali fossero i veri poteri del sovrano e verificare come li abbia impiegati. Naturalmente io qui mi fermo, vi lascio alla lettura del libro. E continuo con il seconda colpa addebitata a Vittorio Emanuele III, che per alcuni è la peggiore.
    Governo Mussolini.

    Secondo lo storico Antonino Repaci, il re oltre ad essere il principale “colpevole” dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, fu anche dell’avvento di Mussolini al potere in Italia. Tra il 1918 e il 1922 si susseguirono ben sette governi e una girandola di ministri e sottosegretari, era ritornato al governo anche Giolitti, che poi fu costretto a gettare la spugna. Alla fine il re per scongiurare una guerra civile, fu costretto a varare un governo di coalizione costituzionale il 31 ottobre, presieduto da Mussolini, comprendeva tre fascisti, nazionalisti,liberali, demosociali ed esponenti del Partito popolare italiano, come il futuro presiedente della Repubblica Giovanni Gronchi. A nome dei popolari Alcide De Gasperi approvò il nuovo governo, che 306 voti a favore e 117 contrari alla Camera, 184 si e 19 no al Senato (dove c’era un solo iscritto al PNF). Un governo di coalizione costituzionale. “Il re lo nominò, – scrive Mola, ma furono i parlamentari ad approvarlo”. Lo stesso Giolitti, poco prima di votare a favore di Mussolini, “osservò che il Parlamento non aveva procurato un governo al Paese e il paese se l’era dato da se”. Intanto “col governo si schierarono Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Enrico De Nicola e tanti futuri antifascisti”.

    A questo punto Mola propone una tesi nuova (almeno per la mia cultura storica).“A differenza di quanto si legge e si ripete anche all’estero il 28 ottobre 1922, data canonica della nascita del ‘regime fascista’ o inizio del ‘buio ventennio’, non avvenne alcuna ‘marcia su Roma’. Anzi essa non ebbe affatto luogo”. Il professore Mola precisa che “quando gli squadristi entrarono nella capitale nella notte fra il 30 e il 31 ottobre non lo fecero per ‘espugnarla’. Il nuovo governo era già nominato. La ‘marcia per Roma’ da piazza del Popolo alla Stazione Termini tra le due e le sette pomeridiane si ridusse alla sfilata di reduci di una battaglia mai combattuta, quando Mussolini era già insediato alla presidenza del Consiglio”.

    Dunque secondo Mola, “non vi fu alcuna ‘marcia su Roma’, se per tale s’intende l’assalto dei fascisti per imporsi sui poteri costituiti, né vi fu la ‘resa dello Stato’ allo squadrismo”. Pertanto, nell’ottobre-novembre 1922 a differenza di quanto scrive Roberto Vivarelli, “gli italiani non ‘misero la loro sorte nelle mani di un uomo, che si proclamava duce e che molti di loro accettarono come tale’, rivelando così la ‘vocazione del gregge’”. E comunque anche lo stesso Vivarelli sostiene che il fascismo non arrivò mai ad essere un fenomeno totalitario, come quello che è successo in Germania con il Partito nazionalsocialista. Il fascismo “non arrivò mai ad immedesimarsi né con lo Stato (che rimase monarchico) né con gli italiani, la maggior parte dei quali, inclusi tanti iscritti al partito nazionale fascista, ne adottò e adattò la divisa, come aveva fatto con altre in passato e fece dopo il crollo del regime”.

    Comunque sia come argomenta Antonio Carioti, “il percorso dall’ottobre 1922 al partito unico e a quanto seguì non avvenne in un giorno e il governo non fu ‘subito regime’ (a differenza di quanto asserito da Emilio Gentile e da altri) ma un cammino lungo, accidentato e infine vittoriosamente concluso non per la superiorità politico-culturale di Mussolini ma per molti errori di chi aveva modo di avversarlo nelle aule parlamentari e nel Paese. Il re cercò di sciogliere i nodi via via che gli vennero proposti. Ma nei limiti dello Statuto”.
    Di questo parere è Claudio Fracazzi in “La marcia su Roma 1922. Mussolini, il bluff, il mito” (Biblioteca storica de Il Giornale 2022) E poi la decisione del re Vittorio Emanuele III ebbe immediato plauso da parte della Francia e Gran Bretagna.

    Dopo la morte violenta del deputato socialista Giacomo Matteotti, le opposizioni chiesero al re di intervenire, ma Vittorio Emanuele III rispose che non toccava a lui ma alle Camere trovare la via per risolvere la questione. “Il re era un sovrano costituzionale, non un despota”, scrive Mola. Tuttavia, “l’opposizione non scese in campo. Eppure aveva numeri e spazio politico per farlo”. Peraltro nel 1922 i deputati iscritti al PNF erano 35, con le elezioni del 6 aprile 1924 divennero 227 su 535. Molti, ma erano ancora minoranza, per di più raccogliticcia, frutto di ex liberali, popolari, democratici sociali. In buona sostanza come hanno scritto De Felice o Vivarelli, “Mussolini rimase al potere non perché fosse un genio politico superiore ma per gli errori delle opposizioni. Tutte le leggi che condussero dal regime parlamentare a quello del partito unico dominato dal ‘duce del fascismo’ furono via via approvate dal Senato e dalla Camera dei deputati eletta nel 1921 e nel 1924, sino alla svolta del 1928 che privò gli elettori del diritto di scegliere liberante i propri rappresentanti”. Mola rileva che questa involuzione del governo Mussolini, fu criticata dagli antifascisti, soprattutto all’estero, ma i governi stranieri sia liberali che quello come l’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, conservarono relazioni regolari e non di rado amichevoli con quello di Roma. Per quanto riguarda gli italiani, il consenso elettorale era vastissimo sia nel 1929, 1934 e 1939.
    Veniamo alle Leggi razziali del 1938 e la seconda ondata del fascismo repubblicano. La terza colpa del Re.
    A questo punto il testo elenca i traguardi positivi, i successi conseguiti dal governo Mussolini in tredici anni. Il PNF era al culmine del consenso, mentre il re era sempre più isolato. Il 14 dicembre 1938 la Camera dei deputati, prona al capo del governo. Approvò le leggi razziali, senza alcun dibattito con voto unanime dei 351 presenti. Fra i 31 assenti spiccò Italo Balbo.
    Poi venne approvata anche il 20 dicembre approvò la “difesa della stirpe”, la legge passò col favore di un terzo dei senatori, tra i quali si contavano tredici ebrei che, dopo l’approvazione della legge rimasero in carica, come ricorda Aldo Pezzana nel saggio “Gli uomini del Re”.
    C’è stata qualche responsabilità di Vittorio Emanuele III nelle leggi razziali? Per Mola, nessuna. Anzi, li deplorò sin da quando gli vennero prospettate. Li ha dovute firmare perché erano state deliberate dal Parlamento che rappresentava gli italiani. “Non era stato il sovrano ma soprattutto la Camera elettiva a mettere il Paese su quella china”. Precisa Mola: “contro tale infamia non si levò alcuna voce di netta opposizione né di ferma condanna: non da parte di ‘liberali’, né da parte della Chiesa cattolica […]”.
    Passiamo alla quarta colpa: il 25 luglio 1943, il re Vittorio Emanuele III, salvò lo Stato con la revoca da capo del governo a Mussolini. Lo sostituì con Pietro Badoglio.
    “A quel punto occorreva salvare la continuità dello Stato, come è stato riconosciuto non solo da scrittori inclini ad apprezzare il regime monarchico quali Mario Viana, Giovanni Artieri, Francesco Perfetti, Domenico Fisichella, ma anche dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi”. Per farlo bisognava che la famiglia reale cadesse nelle mani dei tedeschi, ma nello stesso tempo neanche mettersi tra le braccia dei vincitori, ora alleati. Così in tutta fretta da Roma il re i familiari si spostarono a Brindisi, un lembo della Puglia, dove non c’erano né tedeschi né angloamericani. Si poteva fare di più in quei giorni fino all’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre? Forse.
    Naturalmente il professore Aldo Mola da storico, non intende emettere giudizi, né giustificare, ma propone documenti per comprendere. Su questo gesto del re si è scritto innumerevoli pagine di critiche, si è stratificata una vastissima letteratura (memorialistica, saggistica, atti di convegni), qualcuno lo ha bollato come un “piccolo re idiota”. Alla fine di questa lunga tragedia della guerra, il re Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946 abdico in favore del figlio Umberto II e partì per Alessandria d’Egitto, ove morì il 28 dicembre 1947.
    Furono momenti concitati e turbolenti che per comprenderli bisogna studiarli senza pregiudizi e soprattutto non giudicarli con i parametri odierni.
    “L’ufficio della storia non è di formulare postume condanne o assoluzioni, né di asserire che quanto avvenne non poteva non accadere e va quindi accolto come unica possibile realtà, ma documentare e spiegare gli accadimenti nella loro accertata sequenza e nella molteplicità delle loro cause e concause”.

  • San Siro, Cecchetti: “Con la sinistra a Milano muore anche il calcio”. Ma per noi il vincolo sul Meazza è una bellissima notizia

    San Siro, Cecchetti: “Con la sinistra a Milano muore anche il calcio”. Ma per noi il vincolo sul Meazza è una bellissima notizia

    Cecchetti (come al solito) contro Sala. Ma noi stiamo (per una volta) con le parole di Carlo Monguzzi: “Il Meazza si può e si deve ristrutturare. Diversamente perché si candiderebbe per ospitare la finale Champions del 2026?”

    MILANO – “Incredibile come Sala dopo aver tenuto per mesi in ostaggio Milano e le sue due grandi squadre, in uno stallo infinito sul nuovo stadio, rischia di far morire il calcio in città. Per colpa dei tentennamenti e delle resistenze della sinistra, il grande calcio milanese potrebbe lasciare la città, con tutto quello che ne comporta per il tessuto economico-sociale e per una comunità che aspettava risposte. Sala decide di non decidere e dimostra ancora una volta di rimanere confinato all’interno di una ideologia che fa malissimo alla nostra Milano e ai nostri cittadini”.
    Lo dichiara il deputato della Lega e coordinatore del partito in Lombardia Fabrizio Cecchetti.

    LE PAROLE DI CARLO MONGUZZI

    “La Soprintendente ha messo il vincolo su SanSiro!!!!
    Così ci dice il Comune.
    Da anni noi e I comitati ricordiamo al comune che c’è una legge che impone dopo 70 anni il vincolo”

    Oggi è una buona giornata per l’ambiente!
    Grazie al vincolo sul meazza eviteremo l’emissione di 210mila tonnellate di co2 per il suo abbattimento e salveremo 45mila mq di verde dal cemento, perché il nuovo stadio non verrà costruito.
    Grazie anche a una Funzionaria dello Stato competente e con schiena dritta; fa male a lamentarsi il comune perché ha solo applicato la legge.
    E noi e I comitati da anni diciamo inascoltati al comune che per legge un manufatto come il Meazza dopo 70 anni non può essere abbattuto.
    Rifletta la giunta sui suoi errori e usi l’autorevolezza che la città di Milano ancora ha per convincere le squadre a ristrutturare il meazza: se va bene per la finale di Champions del 2026 perché non deve andare bene per le partite di Milan e Inter?
    Noi ambientalisti continueremo a batterci contro il consumo di suolo dovunque: a Milano, a Rozzano, a San Donato

  • Crisi climatica e nubifragi: il contributo del Consorzio

    I diversi interventi messi in atto dagli uomini del Villoresi per fronteggiare la situazione d’emergenza dei giorni scorsi

    LOMBARDIA – A seguito delle precipitazioni di eccezionale intensità verificatesi negli ultimi giorni si sono registrati numerosi disagi in varie parti del comprensorio consortile.
    I fenomeni temporaleschi, che si sono susseguiti nel pomeriggio e nella sera di lunedì 24 luglio e nella mattinata di martedì 25 luglio, hanno mostrato altrettanta forza distruttiva di quelle scatenatasi la scorsa settimana nei pressi di Paderno Dugnano (MI) e Somma Lombardo (VA) con forti raffiche di vento ed intense e violenti piogge. Il personale consortile, nel corso di alcuni sopralluoghi post precipitazioni, ha potuto constatare la presenza di numerose alberature sradicate, cadute o inclinate, estremamente pericolose per il transito lungo alzaie e banchine. Per permettere gli interventi di rimozione e per garantire la pubblica incolumità, è stata emanata una ordinanza a firma del Presidente del Consorzio, la n. 30 del 25 luglio 2023, interessante tratti di alzaia e banchina, non conferiti in concessione a terzi dei Navigli Grande, Bereguardo e di Paderno, del Canale Villoresi e della Via d’Acqua Nord, che sono stati così chiusi al transito.

    Arbusti e alberature sono finite anche in alveo; in particolare, lungo il tratto di Naviglio Grande ricompreso tra Turbigo (MI) ed Abbiategrasso (MI), con una ulteriore ordinanza, il Consorzio ha vietato la navigazione dal 26 al 28 luglio proprio per via dei tronchi presenti in acqua.

    Si è proceduto poi con il divieto di navigazione anche lungo il Naviglio Martesana tra Trezzo sull’Adda e Vaprio d’Adda tramite apposito atto del 28 luglio.

    Considerata la situazione di emergenza, sino a che non verranno ristabilite adeguate condizioni di sicurezza idraulica, ETVilloresi, tra il 24 e il 25 luglio, ha ridotto temporaneamente la portata del Canale Villoresi da 46.5 mc/s a 37.5 mc/s.

    Il Consorzio sì è subito attivato per normalizzare la situazione, riuscendo in pochi giorni a ripristinare la viabilità lungo gran parte delle alzaie e delle banchine. Con ordinanza n. 33 del 28 luglio 2023 ETVilloresi ha infatti revocato, a far data dal 29 luglio, il precedente provvedimento di interdizione del transito lungo le alzaie dei Navigli Grande, Bereguardo e di Paderno e le banchine del Canale Villoresi e della Via d’Acqua Nord di propria competenza, confermando il divieto esclusivamente in alcuni tratti del Canale Villoresi localizzati tra Panperduto (Somma Lombardo) e Tornavento (Lonate Pozzolo) e a Monza.

  • “La Salute in Lombardia è ancora un diritto per tutti?” Oggi con Borghetti a Varese

    RICEVIAMO & PUBBLICHIAMO – “Al Pirellone si è chiusa una tre-giorni di discussione del Bilancio regionale ed è successa una cosa incredibile:

    Non una parola da parte di Fontana e dell’assessore Bertolaso sulla Sanità…”

    Questa Regione e questo Governo nazionale credono ancora che la salute sia un diritto da garantire a tutti, anche per chi non può pagarsi visite ed esami privatamente?

    Il Pd vuole che la Costituzione venga rispettata e applicata: la sanità deve essere un diritto per tutti.

    Ne parliamo a Varese questa sera con il collega Samuele Astuti e altri alla Festa Pd, dove si balla, si mangia e si parla di politica”.

  • Magenta: dopo il violento temporale l’Amministrazione invita i cittadini a segnalare i danni subiti

    C’è un modulo ad hoc da compilare

    MAGENTA – A seguito del violento temporale che si è verificato il 25.07.2023, causando gravi danni su tutto il territorio comunale, in attesa dell’eventuale decretazione dello stato di calamità naturale, da parte degli enti sovraordinati, per i danni causati dal maltempo, l’Amministrazione Comunale invita i cittadini a segnalare i danni subiti sugli immobili di proprietà privata al fine di poter effettuare un censimento con la rilevazione dei danni occorsi sul territorio comunale.

    Si informa che il censimento in oggetto NON è da considerarsi quale richiesta di eventuale risarcimento economico, ma viene effettuato solo a supporto per le fasi ricognitorie di definizione del possibile stato di emergenza da parte di Enti superiori (Regione Lombardia- Stato).

    Le segnalazioni devono essere inviate al Comune di Magenta, via mail all’indirizzo protocollo@comune.magenta.mi.it entro e non oltre il giorno 10.08.2023 alle ore 12:00.

    Non verranno prese in considerazione le segnalazioni prive della documentazione necessaria, in quanto non è possibile dar corso all’istruttoria della pratica.

    Di seguito il modulo da compilare e inviare

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  • Pavia: nuovo ponte della Becca, ci siamo ! L’ex Sindaco Cattaneo esulta

    Via libera dal Consiglio superiore ai Lavori pubblici al nuovo Ponte della Becca

    PAVIA – “L’ok del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici sulla fattibilità del Nuovo Ponte della Becca è una ottima notizia e ringrazio il sottosegretario alle Infrastrutture Tullio Ferrante per aver seguito sin dall’inizio gli sviluppi di questa opera e aver ribadito il suo impegno e quello del Mit a proseguire su questa strada. Il Nuovo Ponte della Becca è un’opera strategica per il territorio lombardo ed in particolare per il Pavese. La realizzazione di questa opera, per la quale mi sono impegnato come sindaco e come deputato in Parlamento, rappresenta un volano per l’economia del territorio, per le imprese e le famiglie, realizzarlo imprimerà una svolta a tutto il territorio. La provincia di Pavia merita di essere protagonista e il Ponte della Becca è il suo simbolo: con Forza Italia al Governo del Paese finalmente si procede nella giusta direzione”.

    Licia Ronzulli e alla sua sinistra Alessandro Cattaneo

    Così in una nota Alessandro Cattaneo, deputato di Forza Italia e vice coordinatore nazionale del partito di Silvio Berlusconi.

  • Stalking: perseguitava la sua ex anche in vacanza, arrestato a Novara

    Ancora un arresto per stalking a Novara. La polizia ha infatti eseguito l’ordinanza di sostituzione della misura cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Novara, e ha arrestato un giovane residente in citta’ gia’ condannato per aver perseguitato la ex fidanzata

    NOVARA – Il ragazzo, che era stato sottoposto alla misura del divieto di avvicinamento alla donna, e’ ora finito in carcere. Secondo quanto ricostruito dagli agenti della Squadra mobile, il giovane, che non aveva accettato che la ex non avesse piu’ intenzione di avere contatti con lui, avrebbe messo in atto una serie di comportamenti persecutori, arrivando a rintracciare la ex compagna sui social network e di persona, monitorandola costantemente, anche in vacanza, e seguendola nei suoi spostamenti. Nonostante il divieto di avvicinarla, infatti, il ragazzo continuava a cercare la ex, anche tramite i suoi amici, che contattava costantemente per farle sapere che era a conoscenza dei suoi spostamenti e delle sue abitudini. Dopo l’ultima denuncia presentata dalla donna mentre si trovava in vacanza, le indagini della polizia hanno permesso di ricostruire gli episodi di stalking messi in atto dall’uomo, che e’ stato quindi arrestato

  • A8 Milano-Varese e Diramazione Gallarate Gattico: le chiusure previste tra lunedì sera e mercoledì 2 agosto

    Sulla D08 Diramazione Gallarate-Gattico e sulla A8 Milano-Varese, per consentire lavori di pavimentazione e ordinaria manutenzione, dalle 21:00 di lunedì 31 alle 5:00 di martedì 1 agosto, sulla Diramazione Gallarate Gattico sarà chiuso il tratto compreso tra Besnate e il bivio con la A8 Milano-Varese, verso Milano.

    MILANO – In alternativa si consiglia, per la chiusura del tratto, dopo l’uscita obbligatoria alla stazione di Besnate, percorrere la SP26, la SS33 del Sempione ed entrare sulla A8 alla stazione di Gallarate. Per la chiusura dell’entrata di Besnate, verso la A26 Genova-Gravellona Toce, si consiglia di entrare alla stazione di Sesto Calende Vergiate. Sarà chiuso il tratto compreso tra il bivio con la A8 e Sesto Calende Vergiate, verso la A26.
    Nella stessa notte, ma con orario 20:00-5:00, sarà chiusa l’area di servizio “Verbano est”.

    Dopo essere stati deviati obbligatoriamente verso la A8, si potrà uscire dalla stazione di Solbiate Arno, percorrere la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Sesto Calende Vergiate, oppure, potrà uscire alla stazione di Gallarate, percorrere la SS33 del Sempione, la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Sesto Calende Vergiate.

    Dalle 21:00 di martedì 1 alle 5:00 di mercoledì 2 agosto, sulla Diramazione Gallarate Gattico, sarà chiuso il tratto compreso tra il bivio con la A8 e Besnate, verso la A26.

    In alternativa, dopo essere stati deviati obbligatoriamente verso la A8, si potrà uscire dalla stazione di Solbiate Arno, percorrere la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Besnate, oppure potrà uscire alla stazione di Gallarate, percorrere la SS33 del Sempione, la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Besnate. Sulla A8 Milano-Varese sarà chiuso l’allacciamento con la Diramazione Gallarate Gattico, per chi proviene da Varese ed è diretto verso la A26.

    Dopo essere stati deviati obbligatoriamente verso la A8, si potrà uscire dalla stazione di Solbiate Arno, percorrere la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Besnate, oppure potrà uscire alla stazione di Gallarate, percorrere la SS33 del Sempione, la SP26 ed entrare sulla Diramazione Gallarate Gattico alla stazione di Besnate

  • Vigevano: all’asta parquet e seggiolini del PalaBasletta, tempio del Basket

    La storico palazzetto dello sport di via Carducci, che per 60 anni è stato il tempio del basket vigevanese, palcoscenico anche di alcune stagioni in serie A, sta per essere demolito proprio in concomitanza con il ritorno in A2 della squadra locale.

    VIGEVANO PV – Tanti appassionati vogliono portarsi a casa un ricordo e così è stata organizzata una vendita di cimeli: oggi e domani si potranno acquistare i listelli del parquet a 10 euro l’uno, i seggiolini della tribuna centrale a 15 euro, i numeri e le lettere utilizzati per comporre i nomi dei giocatori sul tabellone segnapunti a 1-2 euro.

    Il ricavato sarà destinato a finanziare progetti di sport inclusivo per disabili in città. Il ritrovo è oggi dalle 17 alle 20 e domani dalle 9 alle 12 all’interno dello stesso impianto già in fase di parziale smantellamento, che molti tifosi hanno continuato a chiamare con lo storico nome di palestra Carducci (dalla via in cui si trova), non avendo mai compreso fino in fondo il senso dell’intitolazione avvenuta nel 1993 della casa del basket a Giulio Basletta, olimpionico di scherma ad Amsterdam 1928.

    Inoltre la società Nuova Pallacanestro Vigevano annuncia anche una vera e propria asta sulla propria pagina Facebook, aperta fino al 3 agosto, per aggiudicarsi alcuni “pezzi pregiati” e memorabilia per il momento non meglio precisati: probabilmente i ferri dei canestri, i cubi dei cambi, forse le panchine tinteggiate di gialloblù. La palestra, che si trova in pieno centro cittadino, non era più a norma e ha continuato a essere utilizzata in serie B grazie a deroghe.

    Dopo la demolizione sarà ricostruita nello stesso sito più piccola e riservata all’attività giovanile e minore, mentre la prima squadra si è già trasferita al palazzetto dello sport di via Cappuccini. Inaugurato nel 2010, è molto più grande (4 mila posti contro 1.400) ma non è mai stato utilizzato dal basket, che ha preferito restare nel suo “fortino” della vecchia Carducci, dove il calore del pubblico si è sempre fatto sentire in modo speciale.