Autore: Teo Parini

  • Rugby: lo psicodramma mondiale della Francia e la Bellezza crudele di uno sport egemonizzato dal Sud del mondo- di Teo Parini

    Rugby: lo psicodramma mondiale della Francia e la Bellezza crudele di uno sport egemonizzato dal Sud del mondo- di Teo Parini

    Alcuni numeri per comprendere il dramma sportivo che si è abbattuto sulla Francia ieri sera intorno alla mezzanotte. Un recente sondaggio ha stabilito che sei francesi su dieci preferiscono il rugby al calcio e con la stessa percentuale sono quelli che hanno della nazionale di rugby un’immagine positiva mentre quella del soccer incassa un gradimento pari solo alla metà. Dal punto di vista degli euro, che finisce sempre per essere il parametro dominante, tra i primi cinque team francesi presi tra tutte le discipline, in quanto ad appetibilità per gli sponsor due appartengono al Top 14, il campionato di rugby d’oltralpe, con il Tolosa che se la gioca sull’appeal con gli sceicchi calciofili del PSG. Sempre prendendo in prestito l’euro come termometro dello stato di salute del movimento, in Francia gli introiti complessivi dei club professionistici sono cresciuti nell’ultimo biennio di quasi il cinquanta per cento e negli stadi il pubblico, nell’identico periodo di riferimento, di un lusinghiero quindici per cento. Non è un aspetto scontato se si pensa che i vicini di casa inglesi, altro popolo con la palla ovale tatuata sui cromosomi, vivono una crisi di identità preoccupante, con i club più blasonati investiti da difficoltà economiche tali da mettere in allarme l’establishment del rugby e i vertici del governo.

    Se la Francia tutta si nutre di rugby, il fenomeno è ancora più accentuato nelle regioni meridionali dove anche il più dimenticato agglomerato urbano ha la sua squadra. I cugini, questo fenomeno lo chiamano ‘rugby de clocher’, che tradotto fa ‘rugby del campanile della chiesa’, perché in ogni villaggio non solo c’è sempre una chiesa ma anche un campo da rugby. Se a tutto ciò si aggiunge che l’edizione dei Mondiali in corso di svolgimento si tiene proprio in Francia e che i padroni di casa erano giunti all’evento con il vestito della festa e nella versione forse più forte di sempre, ecco spiegato lo psicodramma collettivo che, appunto, sta vivendo il popolo francese del rugby a valle della sconfitta patita ieri sera per mano del Sudafrica che è costata l’estromissione anticipata da un torneo che si erano giustamente messi in testa di poter vincere. Invece, un solo punto di scarto li ha condannati all’ennesima delusione al termine di una partita che a definire meravigliosa si sbaglia per difetto e che, senza troppa retorica, avrebbe meritato di chiudersi con un impossibile pari e patta, tanto è stato evidente l’equilibrio sostanzialmente stabile tra le forze in gioco. Uno spot imperituro per il rugby.

    La vittoria sul filo di lana degli Springboks, unita a quella degli All Blacks sulla favoritissima Irlanda, conferma sostanzialmente l’adagio non scritto – adattamento al pianeta rugby di quanto coniato da Gary Lineker a proposito del calcio e dei suoi dominatori tedeschi dell’epoca – per il quale il rugby resta comunque uno sport semplice nel quale, gira e rigira, a prevalere è sempre una compagine dell’emisfero sud del pianeta. A suffragare il pensiero, un dato eloquente: in nove edizioni dei Mondiali, dieci con quella che si sta svolgendo, solo in una circostanza ha prevalso una squadra del vecchio continente, l’Inghilterra di Jonny Wilkinson nel 2003, a fronte di otto vittorie, che probabilmente diventeranno nove a breve, di una nazione australe. Tre allori per la Nuova Zelanda, tre per il Sudafrica, due per l’Australia. Un’egemonia schiacciante che si pensava potesse finalmente essere interrotta quest’anno per mano di Irlanda o Francia, rispettivamente la prima e la seconda formazione del ranking mondiale, ma che, inglesi permettendo, è destinata a perdurare per almeno i prossimi quattro anni. Già, perché una delle versioni inglesi più deboli dell’ultimo mezzo secolo ha comunque strappato il pass per le semifinali con la possibilità di sfidare gli Springboks per un posto all’ultimo atto. Traguardo, quello della semifinale, raggiunto più per la concomitanza di fattori sfacciatamente favorevoli che per meriti propri, considerato un sorteggio malleabile oltre le più rosee aspettative e la benevolenza dell’arbitro nel match vinto sul filo di lana contro Fiji, ma ciò nulla toglie alla puntualità di un movimento che in campo dimentica le difficoltà al contorno e nelle occasioni importanti timbra sempre il cartellino. Cosa che, appunto, non è riuscita all’Irlanda, la cui maledizione del Mondiale assume i connotati del paranormale se si pensa che Sexton e i suoi compagni arrivavano da diciassette partite senza sconfitte con un’inerzia granitica alle spalle, e alla Francia, sospinta da un pubblico commovente per l’intensità della partecipazione emotiva.

    Non c’è niente da fare, se c’è uno sport in cui è terribilmente complicato attentare alle gerarchie consolidate è proprio il rugby, anche se ti chiami Dupont e, più che giocare a rugby, di professione sei un prestigiatore. Avere in campo Antoine, mediano di mischia francese e giocatore oggi più determinante al mondo, ieri sera non è quindi stato sufficiente nonostante le sue consuete invenzioni balistiche al limite delle umane possibilità. Debilitato dall’infortunio al volto patito contro la Namibia e che lo ha tenuto fermo ai box fino alla sfida con i Bocks, Dupont, finché la poca benzina messa da parte lo ha sorretto, ha trascinato i Blues nella furiosa carica ma il suo inevitabile rallentamento è coinciso con quello di tutta la squadra che ha finito per pagare pegno alla solidità senza cedimenti dei sudafricani, formichine nel capitalizzare ogni occasione propizia con la corazza in acciaio e il killer instinct di un robot programmato per vincere.

    Il weekend appena concluso manda in archivio due delle più belle e avvincenti partite mai viste. Nuova Zelanda – Irlanda e Sudafrica – Francia hanno fissato in stampatello maiuscolo un concetto che è sempre bene avere in mente quando si ha intenzione di fare valutazioni sul rugby. L’attualità dice che ci sono quattro squadre che fanno uno sport a sé e a distanza siderale inseguono tutte le altre che, più o meno, stazionano su livelli similari. Troppo tecniche, troppo veloci, troppo potenti, troppo organizzate, troppo di tutto queste quattro. Il gioco della palla ovale è meraviglioso per genesi e non aveva certo bisogno di conferme, tuttavia, se ancora qualcuno avesse nutrito inspiegabili dubbi, i due quarti di finale nobili di questi Mondiali, disputati con una competenza accademica e una voglia feroce di prevalere, hanno spazzato via ogni incertezza. Il bello dello sport passa da lì. Se è vero che i complimenti lasciano spesso il tempo che trovano, figuriamoci in seguito ad una sconfitta bruciante, è doveroso che i francesi se li prendano tutti anche se la delusione cocente sarà un fardello difficile da digerire.

    Inutile girarci intorno. Averli ammirati ieri sera ha suscitato in noi aficionados italiani, usciti malconci dalla competizione proprio per mano transalpina, una comprensibile invidia. Che non sarà un sentimento particolarmente edificante ma vuoi mettere l’idea di poter essere come loro anche solo una volta nella vita? Nell’attesa, guardare al di là delle Alpi fa tanto bene allo spirito. Quanta bellezza.

  • Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    Niente sconti: la marea nera degli All Blacks travolge l’Italrugby- di Teo Parini

    A scanso di equivoci, è stata una carneficina, sangue sparso ovunque. l’Italia del rugby rimedia al cospetto degli All Blacks un’umiliazione che sarà difficile mettersi alle spalle, figlia di un risultato che a definire severo si pecca di ottimismo e che, per ironia della sorte, non è nemmeno la cosa più brutta che si sia vista ieri sera a Lione; nonostante l’imbarazzante quota cento sfiorata dai Tutti Neri capaci di punirci sotto una grandinata di quattordici mete a due.

    Partiamo dal salvabile, ammesso si riesca a trovarlo. Per i nostri, vanno a segno a match ormai in ghiaccio Capuozzo e Ioane, le ali dello schieramento iniziale, due diamanti che farebbero le fortune di quasi ogni compagine. Se abbiamo le ossa rotte non è certo colpa loro, benché di palle in mano per fare valere una corsa da centometristi ne abbiano ricevute col contagocce. Giù il cappello anche per Negri, ariete commovente e testardo, che per ottanta minuti non ha mai smesso di cercare di andare oltre la linea del placcaggio, tutto cuore e quadricipiti spingenti, talvolta riuscendoci. Di tutto il resto, francamente, avremmo il piacere di non parlare, troppo brutto per corrispondere a realtà, ma ci tocca.
    Perché, se è vero che nei rapporti di forza di questo rugby l’Italia è ancora lontana dalla Nuova Zelanda anche dalla sua versione meno luminescente dell’ultimo mezzo secolo, è altrettanto vero che, nello sport, perdere contro un avversario più forte non è mai un dramma in sé ma come decidi di farlo può benissimo diventarlo. L’Italia ha scelto il modo peggiore, quello di smettere di giocare alla prima difficoltà. Che, al cospetto di avversari messi all’angolo dall’opinione pubblica che non gli perdona la scoppola rimediata contro la Francia e in una disciplina che non prevede per desossiribonucleico la pietà per il nemico perché contraria all’idea rugbistica di rispetto, significa, appunto, un massacro. Nello sci alpino, sarebbe come affrontare le lastre di ghiaccio della Streif a Kitzbuhel senza uno sci e sperare di non finire al pronto soccorso. Impossibile.

    Non essendo qui a vendere tappeti, il punto focale è che questa Italia avrebbe rimediato la stessa avvilente imbarcata da almeno un’altra decina di squadre, perché sarebbe bastata una competenza assai minore di quella neozelandese per disporre del quindici azzurro in questa sua impalpabile e tremebonda versione. Brutta bestia la psiche umana in quanto, se l’Italia non era certo una squadra di fenomeni quando batteva Namibia e Uruguay, è altrettanto pacifico che non è diventata una squadra di brocchi alla quale si potrebbe perdonare e la scoppola. Insomma, qualcosa del nostro pacchetto fatto di testa, cuore e muscoli, è andato storto oltre ogni pessimistica previsione.

    Il problema contingente che un esterrefatto Crowley dovrà affrontare è che tra una settimana ci aspetta il probabile remake, perché i formidabili cugini d’oltralpe, allo stato attuale, sono financo un gradino sopra agli All Blacks e, come non bastasse, giocano in casa sospinti da un pubblico che chiede di centrare il bersaglio grosso. Tanti auguri. Fa rabbia, perché il roster azzurro, in quanto a qualità individuale e di amalgama, aveva la possibilità di regalarsi una partita vera e non da comparsa e, sebbene nessuno sano di mente avrebbe mai preteso la vittoria, la speranza di veder compiere un piccolo ma significativo passo in avanti nel nostro percorso di crescita era abbondantemente legittima. Invece, questa mattina ci siamo risvegliati inchiodati al punto di partenza dopo aver vanificato il lavoro di un allenatore a cui si deve comunque molto, se non altro per aver portato alle nostre latitudini uno spettacolare gioco alla mano come forse non si era mai visto prima.
    Qualche minuto incoraggiante caratterizzato da body language propositivo e una sbavatura, di quelle che fanno tanto imbufalire gli allenatori, che giustamente pretendono disciplina a certi livelli, dà il via alla prima metà degli All Blacks. Assist al bacio con un calcetto morbido per l’accorrente Jordan lungo il lato destro del campo, controllo in volo dell’ovale e palla schiacciata in meta. Meraviglia di fantasia e tecnica individuale che ha l’effetto sull’Italia che una caduta dal tavolo ha sul suppellettile di cristallo. Non sono passati che pochi giri di lancetta e il nostro morale è già in frantumi. Mille microscopici pezzettini. Tanto che gli azzurri risultano incapaci di ancorarsi anche a un solo frangente di gioco per provare ad arginare la marea nera libera di imperversare.
    La mischia non tiene l’urto di quella rivale, anzi, viene ripetutamente spazzata via. Dalla touche portiamo a casa uno scempio dietro l’altro, tra incomprensioni e lanci storti al limite dell’imbarazzo. Commettiamo falli senza soluzione di continuità, la solita cronica indisciplina, restituendo la palla agli avversari senza mai contenderla. Lapalissiano, ma è difficile fare gioco se la palla non ce l’hai. Ai punti di incontro ci arriviamo molli e in ritardo, come se volessimo concedere la precedenza ad un incrocio stradale. Soprattutto, non placchiamo praticamente mai, e se in un quarto d’ora i placcaggi sbagliati sono già una quindicina – per i meno avvezzi alla materia, un’enormità – ecco che non deve stupire se all’intervallo i punti sul groppone sono già cinquanta. Siamo onesti, in quelle condizioni deficitarie sarebbe potuto andare anche peggio.

    Senza concretezza nelle fasi statiche quando il possesso dell’ovale è a disposizione, mischia con introduzione e rimessa laterale, è come giocare a biliardo senza sponde, un follia. È la devastante sensazione che devono aver provato gli italiani quando l’assioma per il quale a un’azione di attacco corrispondesse sempre una meta (subita) ha cominciato a caratterizzare l’incontro. Un invito a nozze per una Nuova Zelanda che, come si diceva a valle del match, ci ha riservato l’onore di mettere in campo la migliore formazione possibile ma che, con il senno del poi, avrebbe potuto schierare un magazziniere all’ala e l’addetto stampa a tallonare senza risentirne nemmeno un po’. Con rispetto parlando, non abbiamo saputo fare meglio, perché peggio era francamente difficile, di una Namibia qualunque e, senza dimenticare che c’è sempre un avversario forte dall’altra parte del campo, è qualcosa che può essere attribuito solo da un fragoroso cedimento mentale che ha anticipato il calcio d’inizio. In altre parole, siamo scesi in trincea senza l’elmetto. Agli All Blacks vanno tutti i meriti del caso, e non sono pochi, tuttavia siamo riusciti nell’impresa di fare tutto ciò che potesse essere funzionale alla nostra disfatta. Un peccato mortale.

    Con la qualificazione per la prossima edizione dei Mondiali già in tasca, almeno l’obiettivo minimo ma non scontato lo abbiamo raggiunto, c’è ancora un’ultima occasione per esibire un volto più veritiero e rappresentativo del nostro status. Con Irlanda e Sudafrica, la Francia rappresenta l’odierno vertice della piramide del rugby e avremo l’onore e l’onere di affrontarla nella partita conclusiva della nostra permanenza in questo mondiale. Avremo tempo e modo di analizzare la partita e capire se sussiste il modo per limitare gli inevitabili danni, ma una cosa deve essere chiara fin da subito. Servirà un’Italia diversa, più umile negli intenti, più formichina che cicala, più coraggiosa senza risultare spavalda. Poche cose, semplici ma fatte bene che, nel rugby, significa conquistarsi la pagnotta.
    È stata una brutta serata, per tutti. Rialzarsi immediatamente, animati da una voglia feroce di mostrare di noi la migliore versione possibile, è un obbligo. L’unico che noi aficionados ci sentiamo di pretendere. Forza.

    Teo Parini

  • Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stasera Italrugby versus Nuova Zelanda: sursum corda, in alto i cuori ragazzi! Di Teo Parini

    Stretti a coorte, siam pronti alla morte

    Una vittoria, l’Italia l’ha già ottenuta. È quella del rispetto che, nel gioco del rugby, se non vale quanto quella del campo poco ci manca. Perché? Semplice, i nostri avversari schiereranno contro gli azzurri la loro miglior formazione possibile, dentro tutti. Non ci temono ma, appunto, ci rispettano.
    L’Everest del rugby ha un colore, il nero. Gli All Blacks neozelandesi incarnano nell’immaginario rugbistico la vetta della montagna, la tesi di laurea, l’unità di misura della competenza, lo spauracchio. Anche quando non sono i più forti di tutti – non succede spesso ma oggi è così – l’aura di maestosità che emanano dalla pelle è qualcosa di tangibile; quindici uomini stretti al centro del campo a fare la danza dei loro antenati maori, quella chiamata Haka che letteralmente significa accendere il respiro, sono il cromosomico manifesto di uno sport, parafrasando Woody Allen, da bestie praticato da uomini veri. Insomma, incutono un timore reverenziale che taglia le gambe.

    Se, appunto, la danza che gli All Blacks inscenano nello spazio temporale che va dall’esecuzione degli inni nazionali al calcio di inizio gode di una fama ormai planetaria che si estende ben oltre i confini del rugby, in pochi conoscono la genesi di quella che, intanto, non è un inno alla guerra come spesso la di considera. “Ka mate Ka mate” fu, secondo leggenda, il pensiero che rimbalzò nella mente di Te Rauparaha, un famoso capo maori, quando per sfuggire alla ferocia del nemico ormai alle costole si nascose in fondo al pozzo del villaggio: io muoio, io muoio. Sostituito, una volta scampato il pericolo, da “Ka ora ka ora” urlato dalla felicità: io vivo, io vivo. “Ka mate” e ‘Ka ora” sono le principali parole che, occhi spiritati, denti serrati alternati alla lingua di fuori, il componente più anziano della squadra intona tirandosi dietro il sostegno non solo verbale dei compagni. Chi, in tutto ciò, intravede della sbruffoneria spicciola non ha capito nulla dello spirito maori perché eseguire l’Haka non è che il modo dei tutti neri di onorare l’avversario prima della battaglia. “Ka mate” che, nelle occasioni speciali, può diventare “Kapa”, la versione più aggressiva della danza, specificatamente ideata per essere dedicata alle gesta sportive quale identitario collante di un intero popolo che si nutre di maul e di touche. Rispetto dell’avversario e desiderio di annientarlo.
    Questa sera, a distanza di una manciata di metri dagli All Blacks posizionati nell’epicentro del pianeta rugby, ci saranno gli azzurri e, indipendente da tutto, sarà un privilegio per la compagine italiana confrontarsi con il gotha della disciplina. Anche se potrebbe finire male tra valanghe di mete incassate, la classica imbarcata, e ossa più o meno metaforicamente rotte. Ma non è detto. Il contesto è ovviamente quello dei Mondiali in corso di svolgimento in Francia e allo scontro titanico ci arriviamo da primi in classifica di un girone, che a definire infernale gli si manca di rispetto, composto anche dai padroni di casa e da Uruguay e Namibia che abbiamo già avuto modo di sconfiggere. Siamo primi, affrontiamo gli All Blacks per rispedirli a casa e per scrivere una pagina di storia epocale. Euforia allo stato brado.

    Realismo, anche. Se il tifoso in piena trance agonistica vede in Lamaro e compagni il grimaldello pronto a scassinare il sistema precostituito, quelli più bravi di noi nel leggere tra le pieghe degli eventi ci spiegano almeno un paio di concetti. Intanto, come si diceva poc’anzi, i neozelandesi, e non sempre in passato lo hanno fatto anche nelle occasioni nelle quali hanno poi asfaltato l’Italia, si presentano all’appuntamento con il piglio di una finale, bava alla bocca e sguardo iniettato di sangue. Hanno perso all’esordio con la Francia e vivacchiato con la Namibia e, pertanto, in patria hanno già digerito troppo per tollerare un’altra serata non altezza del simbolo d’argento che portano sul petto. In secondo luogo, c’è una questione di peculiarità reciproche. Il gioco arioso che sta dando più di qualche soddisfazione all’Italia, sulla carta mal si sposa con l’arrembaggio asfissiante dei tutti neri che potrebbero punire severamente lo spettacolare proposito azzurro di usare tutta la larghezza del campo. Un massacro? Da vedere. Perché, sempre gli esperti ci fanno notare lo scricchiolio strutturale esibito dai nostri avversari nei primi due match, i loro meccanismi di trasmissione dell’ovale non particolarmente oliati e che lo stato di gigantesca pressione alla quale saranno soggetti non è mai un buon compagno di viaggio anche per dei fenomeni come loro. In altre parole, l’Italia ha la possibilità concreta di restare aggrappata alla partita con le unghie, di non farsi travolgere già dalla prima ondata di marea e, con il trascorrere del tempo, di instillare qualche piccolo dubbio nella mente di avversari che, seppur forti, sono pur sempre uomini.

    Kieran Crowley, di fatto, ripropone la formazione che ha sconfitto la Namibia. Rispetto alla vittoria contro l’Uruguay, invece, le principali novità sono costituite dallo spostamento di Capuozzo all’ala e di Allan all’estremo. Fuori i fratelli minori di casa Garbisi e Cannone, dentro Lumb a dare sostanza e Varney in mediana. Zuliani, il Lupin del rugby, ancora in panchina ma pronto a subentrare un corso d’opera per far valere una furbizia senza eguali nel momento topico dell’incontro. Senza volerci sostituire al nostro allenatore, un gigante, scelte comprensibili considerate le specificità dei neozelandesi. Più che di uomini, tutto il roster azzurro è ormai una garanzia di competenza, sarà questione di mentalità e predisposizione al sacrificio estremo. Servirà, innanzitutto, placcare anche l’aria, contendere alla morte ogni maledetto punto di incontro e avere una disciplina militare per limitare gli errori e cercare di costruire qualcosa di infinitamente grande. Non siamo qui a vedere tappeti: la migliore Italia da una decade a questa parte contro la (forse) peggior Nuova Zelanda degli ultimi cinquant’anni. Possibilità? Una su mille. Ma c’è.

    Giusto per caricare ancor di più il nostro spirito, che già ribolle, ancoriamo la speranza al ricordo dei dieci minuti che ci garantirono la considerazione di un mondo, quello del rugby, che storicamente mal sopporta le intrusioni dall’esterno. 14 novembre, anno 2009, un gelido sabato pomeriggio. A San Siro, stipato come nelle migliori occasioni calcistiche, è, appunto, Italia contro Nuova Zelanda. Al minuto numero settanta il tabellone recita uno striminzito 20 a 6 per gli All Blacks con solo una meta a referto e il linguaggio del corpo dei nostri ragazzi che rivela un contagioso entusiasmo. l’Italia con caparbietà si guadagna una mischia all’interno dei ventidue metri avversari, il lato è quello destro per chi attacca. Tra il prato e il cielo, una bolgia infernale. La prima linea azzurra ingaggia e riserva ai pari ruolo una spazzolata che fa male, malissimo, frantumandone le certezze. Siamo dominanti nel fondamentale del gioco che è l’emblema della disciplina, tanto che per ben undici volte, un record, i nostri avversari inducono e non sempre in maniera corretta l’arbitro a far ripetere la mischia. Ci starebbe una meta tecnica grossa come l’orgoglio azzurro – per i meno avvezzi, uno smacco enorme per chi la subisce – che un direttore di gara accecato dal blasone dei nostri avversari non ci concederà. Ma il rugby, si sa, non risponde alle logiche di altri sport più egemonizzati dall’ossessione per il risultato e l’impotenza dei maestri neozelandesi nel contrastare la furia italiana ripaga con gli interessi anni di sacrifici e pane duro.

    È l’Italia che spezza le catene.
    29 settembre 2023. Alle ore 21, dalla stazione di Lione passa un treno con destinazione paradiso, una chance di gloria che ci siamo guadagnati. Provare a salirci sopra è un dovere, la nostra missione impossibile. Tuttavia, per dirla come il compianto Jonah Lomu – neozelandese non a caso il cui mito sta al rugby come quello di Maradona sta al soccer – “nothin’ is impossible”. Perché, nella vita, c’è sempre un Buster Douglas che può atterrare Mike Tyson. Incassato il rispetto dei più bravi è giunto il momento di far sentire la nostra abrasiva presenza. Testa alta, cuore in trincea, bicipiti d’acciaio e nessuna paura. Forza, ragazzi.

    di Teo Parini

  • Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Giuanin, Basleta, Ceramica: le mille vite di Giovanni Lodetti, ‘resistente’ al calcio moderno e apolide- di Teo Parini

    Per quelli con un numero sufficiente di primavere sulle spalle, ad andarsene qualche giorno fa è stato il Basléta – a Milano è, anzi era, il nomignolo tipico di chi ha un mento pronunciato – all’anagrafe Giovanni “Giuanín” Lodetti. Il diminutivo ha ovvie ragioni, Lodetti fu, infatti, giocatore tascabile, forte di una statura ridotta e di un baricentro decisamente basso. Professione mediano, quando ancora il calcio era una cosa semplice e il numero otto sulla maglia stava ad indicare che si era chiamati a fare tanta fatica, di gambe e polmoni.

    Lodetti, classe 1942, ha incarnato nell’immaginario calciofilo la parabola di chi, senza aver incassato una particolare benevolenza da madre natura, è arrivato in alto, forte di passione, sacrificio, intelligenza. Fosse stato il protagonista di un film, Giovanni avrebbe recitato la parte di Ludovico “Lulù” Massa in ‘La classe operaia va in paradiso’, il capolavoro di Elio Petri interpretato magistralmente da Gian Maria Volonté. Lulù era amato dai padroni perché, questi ultimi, confondevano la diligenza operaia con il servilismo. Giovanni, operaio del fòlber, il soccer, era amato proprio perché, al contrario, il suo inesausto lavoro sporco oltre che essere redditizio consentiva a chi gli fosse al fianco di fornire di sé la migliore versione possibile. Rivera, per esempio, del quale, come si disse all’epoca, Lodetti fu il terzo polmone. O forse il secondo, considerate le attitudini non propriamente da maratoneta del Golden Boy. Il fosforo di una compagine, qualità che sta al centrocampista come la scaltrezza sta all’attaccante: indispensabile.

    Per la verità, su questo si è un po’ romanzato negli anni a venire, Lodetti non è che fosse proprio così scarso in quanto a tecnica di base, anzi, fu dotato di una certa educazione che gli consentì, appunto, di essere, insieme, uomo di corsa e di costruzione. Con il Milan di Nereo Rocco ha vinto tutto quel che c’era da vincere ed è a quel periodo storico che si legano le sue migliori fortune calcistiche. Anche se, a nemmeno trent’anni, fu malamente scaricato proprio da quel Rivera, di fatto la società, di cui fu fedele gregario per quasi un decennio e dovette reinventarsi un finale di carriera altrove, diverso da quello che si sarebbe aspettato. Due gol, Lodetti, li mise a referto anche in nazionale dove disputò una ventina scarsa di partite con la gioia dell’Europeo del ’68 vinto tra le mura amiche. Prima del pasticcio in Messico, solo due anni più tardi, quando fu prima convocato per il Mondiale e poi rispedito a casa senza troppi complimenti per fare spazio ad un attaccante in più.
    Basléta non ha mai smesso di sentirsi un calciatore, fino alla fine. Parco Trenno, zona Milano ovest, racconta la storia di un signore non più giovanissimo che al sabato mattina se ne sta lì a bordo campo a guardare inseguire il pallone da ragazzi che per anagrafica potrebbero esserne figli. In silenzio, fino al giorno in cui si accorge che una delle due squadre amatoriali può contare su uomo di meno e, senza pensarci su, chiede di poter entrare. “Sei vecchio”, gli dice uno. “Gioco anche in porta”, gli risponde. “Dai entra”. Lodetti si piazza in mezzo, la sua comfort zone, e comincia a fare quel che gli riesce meglio: mettere ordine. “Sei bravo, vecchio. Qual è il tuo nome?”. Indossa una maglia da lavoro, di quelle con la pubblicità sul petto, con la scritta “Ceramica”. “Mi chiamo Ceramica”, dice, mentre i compagni lo fissano ancora più incuriositi. Saranno un’infinità i sabati che Giovanni trascorrerà al parco, tutti un po’ uguali a quelli che l’hanno preceduto fino a quando un uomo di passaggio riconosce in lui una mimica già vista. “Hey, ragazzi, ma sapete chi è? È Giovanni Lodetti!”. Perché lo sport è un amore che non finisce mai.

    Indispettito dalla brutta piega che il mondo del calcio aveva ormai preso, tra i diktat delle televisioni e l’esibizionismo mediatico dei suoi protagonisti, Lodetti era solito ricordare che, se fosse stato chiamato a far da allenatore, come prima cosa avrebbe portato i suoi giocatori fuori dal cancello di una fabbrica, quando ancora ne esistevano, per sbattere loro in faccia l’entità del privilegio che assicura l’essere bravo con i piedi. Si chiama rispetto per lo sport, che della vita è meraviglioso paradigma. Fai buon viaggio, Basléta. Insegna agli angeli, vestiti griffati e malati di selfie, che ad essere umili non si sbaglia mai.

    di Teo Parini

  • L’ItalRugby.. s’è desta! Di Teo Parini

    L’ItalRugby.. s’è desta! Di Teo Parini

    Quando a metà di un primo tempo fin lì piuttosto tranquillo il nostro gigantesco capitano, Michele Lamaro, compie una delle poche scelte sbagliate della sua vita rugbistica, forse l’unica, subendo un intercetto di quelli che (non ce ne voglia) si vedono sui campetti di provincia dando il via ai tre minuti più folli della recente storia italiana, fatti da due sacrosante espulsioni e una meta tecnica, la frittata azzurra sembra fatta.

    Contro i Teros uruguagi, che in quanto a qualità e fisicità valgono la metà di noi, ci stiamo giocando la qualificazione diretta ai prossimi mondiali oltre che la possibilità di affrontare gli All Blacks tra una settimana da primi del girone per un sogno che si chiama quarti di finale. Hanno una buona rosa, anche se la panchina è un po’ corta, e un modo sparagnino e funzionale di stare in campo che gli consente di non vedere da troppo lontano le squadre migliori, basta chiedere alla Francia che per prevalere ha dovuto sudare le proverbiali sette camicie. Pertanto, sono la classica squadra che non si batte da sola e che se la contesa evolve in rissa da strada si esalta a dismisura. Sono anche più calcistici di noi, nel senso di scafati, e il loro continuo lagnarsi con l’arbitro ci tira dentro nel tranello: meno si gioca a rugby e più le loro chance di successo aumentano. La peggior notizia della giornata è che, nonostante vent’anni di Sei Nazioni e con le relativa esperienza maturata ad alto livello, ci caschiamo dentro con tutte le scarpe e i Teros all’intervallo ci vanno con dieci punti di vantaggio, che avrebbero pure potuto essere molti di più se solo il loro calciatore non avesse spedito in tribuna due trasformazioni tutt’altro che impossibili. Italia uguale disastro.

    Qualche tempo fa, una situazione del genere ci avrebbe tagliato le gambe e sarebbe finita male, con tutto il movimento intento per l’ennesima volta a leccarsi ferite profondissime. Il rugby non fa sconti, non si vince di blasone ma di cuore, e in quel pantano, ne siamo certi, in mille altre occasioni saremmo sprofondati. Non ieri, perché quel che si verifica nel primo quarto d’ora della ripresa è uno spettacolo mai visto alle nostre latitudini. Crowley, l’allenatore, deve aver fatto tremare i muri dello spogliatoio perché al rientro in campo l’Italia confusionaria e spaesata, forse supponente, della prima frazione lascia spazio ad un quindici di una cattiveria agonistica tale da ricordare i giorni infuocati nei quali Mike Tyson si scagliava sull’avversario per spedirlo in tre minuti all’ospedale. Lamaro, incazzato come una belva per la stupidata commessa poc’anzi, e Lorenzo Cannone suonano la carica e in un amen dell’Uruguay sono macerie fumanti. Non solo furia agonistica, quella non potrebbe essere sufficiente, ma precisione nei fondamentali, disciplina ferrea, fosforo e velocità. Morale, è grande Italia che, in bilico sul cornicione, trova la sua miglior dimensione possibile. Un quarto d’ora, parafrasando la celebre locuzione per solito riservata all’orda nera neozelandese, di marea azzurra. Un’esibizione che, francamente, ci lascia di stucco tanta è la bellezza rugbistica profusa.

    Messo rapidamente in cascina il punto di bonus grazie alla meta numero quattro, la partita sbriciolata dai nostri non ha più molto da dire e la girandola delle sostituzioni ci ricorda che tra otto giorni abbiamo il dovere di sfidare nelle condizioni fisiche più adatte e senza paura gli All Blacks. Perché non succederà, e qui la scaramanzia non c’entra, ma se dovesse succedere, insomma, ci siamo capiti. Difficile esprimere un giudizio complessivo sul match di ieri perché il valore dell’Italia non è certo quello tremebondo del primo tempo e, probabilmente, nemmeno quello stellare della ripresa. Detto con realismo, sta a metà con incoraggiante tendenza al secondo. In quanto a singoli, però, qualcosa la si può dire. Allan, rimesso in mediana, vive il momento più alto della sua carriera ed è la garanzia che si andava cercando da una vita in un ruolo chiave. Detto di Lamaro (designato man of the match) e dell’ariete Cannone, da sottolineare l’esordio incoraggiante con meta annessa di Pani, ala ventenne con centimetri e potenza nei quadricipiti destinato a crescere molto, la robustezza della prima linea titolare, l’inesausto lavoro sporco di Negri e del placcatore per eccellenza Brex, anch’esso in meta, e la verve dei due diamanti di famiglia, Capuozzo e Ioane. Eccellente, ma non è certo una novità, il subentrante Zuliani, rubapalloni per genetica da fare impallidire Lupin e i suoi furti, al confronto con l’azzurro, da principiante.

    Siamo sinceri. Questa mattina fa un certo effetto, e che effetto, guardare la classifica del girone infernale nel quale siamo capitati che recita Italia dieci punti, Francia otto punti e Nuova Zelanda cinque punti. Ovvio, il bello (o il brutto) deve ancora venire ma vuoi mettere la serenità con la quale, da sfavoriti, potremo incrociare le traiettorie dei prossimi avversari? Aspiranti underdog, perché no? Una giornata storta può capitare a chiunque, il nostro dovere è quello di farci trovare pronti a raccogliere il seminato. Siamo ripetitivi, ma chi se ne importa: l’Italia che, ferita a morte, si ricompatta, fa quadrato e trova la forza interiore per annichilire fino a tramortire un avversario valoroso, pugnace e con tutta l’inerzia del mondo dalla sua parte – en passant, nel contesto di un mondiale – è gioia primordiale, esultanza allo stato brado. L’idea che ciò potesse succedere, poi, è uno dei due motivi, l’altro è l’amore incondizionato per una disciplina meravigliosa, che ci ha tenuti incollati alla tivù tutte quelle maledette volte nelle quali tutto sembrava da buttare via, consapevoli che, un giorno, il vento sarebbe cambiato.

    Umiltà, ragazzi, perché siamo gente da rugby che ha fatto una fatica terribile per essere così com’è diventata oggi. Questa generazione, il cui acme deve ancora venire, scriverà pagine bellissime. In alto i bicchieri.

    di Teo Parini

  • Italrugby, a Nizza appuntamento con l’Uruguay.. e la storia

    Italrugby, a Nizza appuntamento con l’Uruguay.. e la storia

    A Nizza, nel tardo pomeriggio, è prevista acqua dal cielo e non è quella che si dice una buona notizia. Perché, nel rugby, quando il rettangolo di gioco è ridotto a pantano con la palla scivolosa come una saponetta, il beneficio concesso da Giove Pluvio, che si chiama livellamento dei valori in campo, è ovviamente tutto dalla parte di chi è meno attrezzato per vincere e, per una volta, lo saranno i nostri avversari. Si fanno chiamare Teros, sono gli uruguagi del rugby e oggi contendono all’Italia un traguardo di capitale importanza, il diritto a prendere parte alla prossima edizione dei mondiali. Un meccanismo bizzarro che fa sì che un incontro del girone del mondiale in corso di svolgimento abbia intrinseca una doppia valenza, nell’immediato e a lungo temine: fare strada in questa competizione gettando le basi per quella che si disputerà tra quattro anni.

    Inserita in un girone terribile e stimolate insieme, dove oltre all’Uruguay e alla già battuta Namibia ci sono i padroni di casa della Francia e gli All Blacks neozelandesi – compagini di un altro pianeta con in mano, salvo cataclismi, la prenotazione per i primi due posti che garantiscono l’accesso ai quarti di finale – l’Italia, proprio contro i Teros, mette in palio quel terzo posto che vuole dire, appunto, qualificazione per Australia 2027. Oltre alla conferma di uno status prezioso e niente affatto scontato, quello di squadra di riferimento nella fascia immediatamente a ridosso del gotha della disciplina.

    In soldoni, ci aspetta la classica partita appiccicosa nella quale si ha tutto da perdere, con l’avversario che, al contrario, può affrontare la medesima sfida con la serenità di chi, male che vada, il suo dovere l’avrà fatto comunque. Quella che, se si parlasse di tennis, Rino Tommasi chiamerebbe prova del nove, l’esame di maturità, la necessità inderogabile di saper vincere le partite da vincere. Psicologicamente, il peggio che ci si possa trovare a dover gestire. Ma ci tocca farlo, è un privilegio e, per quanto di buono fatto vedere negli ultimi mesi, un appuntamento da prendere per le corna con tutta l’umiltà del caso perché nel rugby nessuno è mai disposto a regalare niente. Figuriamoci gli eredi dei Tupamaros, gente fatta di muscoli e garra charrua che sprizza da tutti i pori.
    Per l’occasione, Kieran Crowley, allenatore azzurro dalle chiare origini neozelandesi, si affida al meglio che il nostro movimento è in grado di assicurare oggi, apportando qualche significativa correzione al quindici che ha travolto la Namibia all’esordio. Ange Capuozzo, scheggia impazzita e instancabile manifestazione di fantasia che viaggia alla velocità del suono, lascia l’ala e torna all’estremo, la sua comfort zone, ruolo che gli assicura più coinvolgimento palla in mano e, quindi, una maggiore possibilità di spaccare in due le partite. Ange è un fenomeno, genialità purissima, quello che nel soccer sarebbe stato uno come Savicevic se avesse avuto anche il piglio del centometrista. Tommaso Allan, deputato a lasciare il posto al largo proprio al napoletano di Francia, migra all’apertura che, anche per lui, significa una collocazione più confortevole, in un ruolo tutto fosforo e lucidità che a definire chiave di sbaglia per difetto.

    L’esordio mondiale di Pani all’ala, con Ioane confermatissimo dal lato opposto, è la vera scommessa di Crowley che ci sentiamo di appoggiare senza riserve stante la qualità del ragazzo delle Zebre. Fischetti, Nicotera e Riccioni compongono la consueta prima linea che avrà il compito di tenere a bada quella uruguaiana, ostinata e abrasiva, in un confronto di spinte a baricentro basso che dirà molto delle sorti della partita. La curiosità forse più intrigante, però, è la presenza in campo già dall’inizio di due coppie di fratelli: Lorenzo e Niccolò Cannone, rispettivamente terza e seconda linea; Alessandro e Paolo Garbisi, rispettivamente mediano di mischia e tre quarti centro. Affiatamento cromosomico, DNA comune nel nostro doppio affare di famiglia. A chiudere la formazione titolare, infine, sono Ruzza in seconda linea, Negri e capitan Lamaro in terza e Brex tre quarti centro. Zero esperimenti, si bada al sodo, vincere è l’unica cosa che conta.

    Tra Italia e Uruguay sono quattro i precedenti, tutti appannaggio degli azzurri ma non sempre ciò ha significato vita facile. Come l’ultima volta, quando ai Teros è mancato davvero un pelo per inchiodarci ad un pareggio che, peraltro, avrebbero meritato di portarsi a casa. Il risultato striminzito di 17 a 10, quindi sotto il fatidico break di distanza, certificò la sofferenza quale costante di tutti gli ottanta minuti nei quali furono solo due le mete messe a referto a testimonianza delle difficoltà offensive incontrate dagli azzurri. Anche il match d’esordio in questo mondiale, disputato dai latinoamericani al cospetto della Francia, deve essere considerato un motivo di grande attenzione. Perché, se è vero che i transalpini hanno rinunciato a gran parte delle loro prime scelte, l’Uruguay si è comunque reso protagonista di una partita eccellente, impedendo agli avversari di siglare le quattro mete che per regolamento significano punto di bonus. Una sconfitta più che onorevole costata alla Francia una bordata di fischi dagli spalti e il fuoco incrociato della critica.

    Di cosa sono capace i Teros è dunque cosa nota, sta all’Italia, che ne ha ovviamente tutte le possibilità, adottare le opportune contromisure per certificare sul campo una superiorità tecnico-tattica che non deve restare solo sulla carta. Anche sotto il probabile diluvio battente fatto apposta per acuire ancora di più la battaglia casa per casa che esalta le qualità dei nostri rivali. Tre sono i requisiti che non devono mai latitare nel corso del match, anche per i più bravi: umiltà, concentrazione, intensità. Quando questi fattori vengono garantiti, difficilmente il rugby – sport crudo semmai ce ne fosse uno e nel quale è impossibile inventarsi alcunché – regala sorprese. In altri termini, scientificamente vince il più forte. Oggi, non possiamo certo nasconderci, qualunque risultato finale che non corrisponda ad una convincente vittoria sarebbe, sportivamente parlando, tragico.
    Forza ragazzi, c’è una pagina di storia rugbistica da scrivere. Facciamolo in stampatello, con un inchiostro indelebile. Senza paura.

    di Teo Parini

  • La victoria ‘roja’ di Sepp Kuss- di Teo Parini

    La victoria ‘roja’ di Sepp Kuss- di Teo Parini

    Sepp Kuss non si tocca. L’edizione 2023 della Vuelta è tutta sua e per il popolo più romantico del ciclismo è una notizia meravigliosa. La squadra gli aveva chiesto qualcosa di mai visto prima, scortare in salita il capitano designato di tutti e tre i Grandi Giri che, tradotto, significa sessanta giorni di corsa tra metà maggio e metà settembre, roba da Superman. Sepp non è uno che si tira indietro, anzi, e dopo aver contribuito in maniera decisiva alla vittoria di Roglic al Giro e di Vingegaard al Tour si apprestava a fare lo stesso anche sulle strade tortuose della Vuelta, senza riserve. È pagato per questo, essere il più forte gregario del mondo quando la strada sale. Ma la sorte per una volta ha deciso diversamente.

    Infilatosi per esigenze tattiche in quella che diventerà la più classica delle fughe bidone, Kuss vince una tappa in solitudine e, qualche ora più tardi, indossa pure la maglia rossa del primato con un bel gruzzolo di minuti di vantaggio sui capitani piuttosto imbronciati e sul lotto dei più accreditati rivali. Per la Jumbo-Visma è un problema non di poco conto. Non basta dover gestire la scomoda compresenza di Roglic e Vingegaard, due che non accetterebbero di perdere manco a rubamazzetto, ci manca pure il terzo incomodo a complicare oltremodo le strategie di corsa. Come comportarsi, devono essersi chiesti i responsabili del team, prima di inanellare una serie di pasticci che hanno fatto scempio di questa Vuelta e della loro immagine di squadra di riferimento mondiale. Per carità, nulla di nuovo, per esempio per chi ricorda gli arrivi in parata preconfezionata in casa Mapei di qualche lustro fa sulle strade fiamminghe e vallone, ma l’andazzo di questa edizione della corsa spagnola si presta a più di una considerazione.

    Con Kuss in maglia rossa, per non infilarsi nel cul de sac dove invece si è incagliato, il team avrebbe dovuto prendere immediatamente una decisione. Reputando Kuss affidabile, tutti per Kuss, senza preoccuparsi dei mal di pancia dei non più capitani. Viceversa, reputando Kuss non affidabile, ignorare il simbolo del primato sulle spalle sbagliate e, pertanto, tutti per i capitani, americano incluso e di nuovo gregario. L’indecisione o, peggio, l’idea di poter salvare capra e cavoli tenendo il piede in tre scarpe, manco due, ha condotto alla serie di figuracce, coperte ogni volta da pezze peggiori del buco stesso. Così, abbiamo assistito a uomini Jumbo-Visma attaccarsi frontalmente prima di esibire sul traguardo imbarazzanti e imbarazzate dichiarazioni di facciata, alternati da improvvisati ordini di scuderia impartiti in corsa a mezzo radio che hanno incontrato il malcontento dei destinatari, i quali nulla hanno fatto per mimetizzare la sgradevole sensazione, tra eloquenti mimiche facciali di sdegno e comportamenti infantili. Il tutto con la vittoria della Vuelta in mano, considerato che il più accreditato degli avversari navigava a distanza siderale dai tre calabroni.

    Una figura barbina.
    Vero è che nel bonipertiano concetto di agone il risultato epocale di squadra – tre grandi giri e tre vittorie con tre uomini diversi nella stessa stagione – è stato portato a casa, quindi bravi loro, ma ci si potrebbe domandare a quale prezzo pagato in termini di credibilità in un contesto, quello del ciclismo, che da questa Vuelta ne esce a pezzi, imbrigliata per giorni e giorni dalle decisioni spesso contrastanti tra loro della squadra più forte al mondo, intenta a capire da che parte voltarsi e nell’esigenza della botte piena e della moglie ubriaca. La pochezza dei competitor, poi, ha fatto il resto: una noia mortale. Non è certo colpa di Kuss e soci se i vari Ayuso, Landa e Mas non hanno mai dato l’impressione di poter mettere in discussione il podio giallo-nero, ma, giornata dell’Angliru a parte, si fatica terribilmente a trovare qualcosa da tramandare ai posteri in quanto a pathos.
    Già, l’Angliru. Quella della scalata del Mostro è stata probabilmente la giornata che ha sancito moralmente il diritto di Sepp Kuss di pretendere questa bizzarra Vuelta. La strenua difesa sulle rampe più arcigne dalla progressione del compagno-avversario Roglic seguito da Vingegaard a caccia della vetta della classifica, che gli è valsa la conferma della maglia del primato per una mancata di secondi, assurge a istantanea simbolo di una corsa il cui albo d’oro è insindacabilmente impreziosito dal nome di un ragazzo talentuoso, umile e generoso. Che non sarà stato il più forte del lotto, anche se la controprova non l’avremo mai, ma ha dimostrato ai sempre troppi scettici nei suoi confronti che, oltre al gregariato di lusso, ha certificata dai cromosomi la possibilità di affrontare una corsa di tre settimane col piglio del papabile vincitore. Chapeau, quindi.

    Quella di Kuss, al di là di tutto, è comunque una bella storia. Una storia che ha il pregio di farci credere, anche solo per un istante, che a dare di noi la migliore versione possibile si finisca sempre per essere ripagati dal destino. Se poi, come nel caso dello scalatore venuto dalle Montagne Rocciose, la vita la si affronta sempre con il sorriso, l’insegnamento è servito unitamente alla conferma del ruolo educativo dello sport. Complimenti Sepp. Sempre a testa alta, perché non hai rubato nulla e il rosso ti dona moltissimo.

    di Teo Parini

  • Us Open: in lode a Novak Djokovic- di Teo Parini

    Us Open: in lode a Novak Djokovic- di Teo Parini

    Per chi se lo ricorda, il Milan dei cosiddetti invincibili, quello magistralmente diretto da Fabio Capello, aveva due peculiarità. Non perdeva mai, appunto, e, calcisticamente parlando, suscitava le stesse emozioni di una telenovela argentina di quelle in voga all’epoca, soporifero. Lo schema, del resto, era semplice: difesa granitica, una sortita in attacco, palla sporca a Massaro e gol di rapina della striminzita vittoria. L’uno a zero quale cifra stilistica, la supremazia del quanto sul come. La conferma non scritta del vecchio adagio per il quale, se gli attacchi fanno vendere i biglietti, sono le difese che consentono di sollevare i trofei.

    Parlando di tennis, qualcosa di simile è ravvisabile nella carriera del giocatore più vincente di ogni epoca che, se anche a molti romantici della disciplina non piacerà nemmeno al raggiungimento del centesimo torneo del Grande Slam, incarna in maniera inequivocabile il prototipo di una modernità tennistica che, ammesso succeda, sarà demodé chissà tra quanti anni: Novak Djokovic. Giocatore per il quale viene spontaneo scomodare, adattandolo, il noto pensiero espresso a suo tempo da Gary Lineker a proposito della forza dei tedeschi nel gioco del calcio. Il bomber di Sua Maestà, infatti, definì il soccer, a valle dell’ennesima sconfitta pesante dell’Inghilterra, come uno sport semplice, nel quale ventidue giocatori inseguono il pallone ma alla fine trionfa sempre la Germania. Ecco, cambiando le parole calcio con tennis, ventidue con due e Germania con Djokovic, l’assioma è servito. Passano le stagioni, si sommano le primavere sulle spalle, cambiano gli avversari in un mondo che intorno cambia anch’esso, ma gira che rigira il più forte è sempre lui. Come la scorsa domenica quando a New York, facendo secco Medvedev in finale, ha messo in cascina il Major numero ventiquattro, pareggiando lo score record di Margaret Court, al culmine di un’annata nella quale l’unica macchia, se così può essere definita, è rappresentata dalla sconfitta, peraltro in finale e sul filo di lana, a Wimbledon. Dove Alcaraz, per una volta deciso a essere il vero Alcaraz e non la copia distratta, è stato capace di sbarrargli la strada. Per il resto, mutuando un’espressione cara al basket, nel 2023 solo rete per lui.

    Djokovic è il giocatore che più di ogni altro rigetta il concetto di sconfitta, al punto da cambiare pelle quando, in bilico sul cornicione, sembra essere destinato a morte certa. Il Daitarn 3, che dopo aver incassato un sacco di botte si gioca la carta dell’attacco solare e ribalta il tavolo. Sarà che un ragazzino cresciuto sotto le bombe della NATO che hanno fatto macerie della Serbia difficilmente in età adulta potrà conoscere eguale paura, men che meno su un campo da tennis. Così, quando avversari anche decisamente più attrezzati di lui cominciano a percepire sulla pelle i sintomi della tensione da palla che scotta, Nole, con gli occhi fuori dalle orbite che tradiscono l’appartenenza a un’altra dimensione, entra nella sua modalità robotica. Non sbaglia più niente e vince. La differenza ontologica che passa tra chi è divorato dalla paura e chi, invece, la paura se la divora.

    Non è certo un caso se, tanto per dirne una, nel corso di questa stagione Djokovic ha vinto la bellezza di trentuno tie-break – per i meno avvezzi alle regole, trattasi dell’epilogo di un set giocato spalla a spalla – su trentatré disputati. Oppure se nell’arco di una carriera infinita abbia recuperato innumerevoli volte uno svantaggio di due set e ripreso per i capelli partite nelle quali si è trovato a un solo quindici dalla sconfitta. Come nella celebre finale di Wimbledon del 2019 estirpata dalle mani paradisiache e tremolanti di Federer, istantanea esemplificativa del concetto espresso poc’anzi circa la gestione delle emozioni nel contesto di uno sport che più diabolico non potrebbe essere. Puoi essere forte quanto vuoi, possedere la mano più educata di ogni epoca e incassare il tifo incondizionato del mondo intero ma, novantanove volte su cento, contro il serbo ci si lascia le penne. L’inesorabilità di un fenomeno.
    Qualcuno, bontà sua, riesce anche ad appassionarsi vedendolo giocare – noi no – tuttavia è innegabile che nell’ambito dell’applicazione del principio di Bonipertiana memoria per il quale vincere è comunque l’unica cosa che conta, Djokovic rappresenta la Bibbia tradotta in tutte le lingue del mondo. Insomma, se vuoi essere un dominatore devi somigliare a lui. Si tratta di fame, fame insaziabile. Quella di chi non è nato nella bambagia e che, intraprendendo la carriera del tennista, ha costretto suo padre a rivolgersi agli usurai per pagare gli allenamenti e a tentare di rimediare un passaporto straniero che gli consentisse di viaggiare, oltre qualche privilegio precluso ai serbi. Quella fame che, unita alla genetica che fa degli ex jugoslavi un popolo di sportivi spesso ineguagliabili, consente a Djokovic, ancora a trentasei anni, di affrontare ogni incontro come se in palio non ci fosse un trofeo ma la sopravvivenza sua e della sua gente, il patriottismo tennistico.

    Una partita delle sue è sempre una doppia congiura: per chi la guarda in tutta la sua snervante monotonia e per chi, al di là della rete, la subisce. Lui, di rimando, ci gode un mondo, come lo squalo che, percepito l’odore del sangue, sa benissimo come andrà a finire per il malcapitato avversario. È la sublimazione rivista e corretta del corri-e-tira teorizzato dal guru Nick Bollettieri all’inizio degli anni Novanta ed elevato alla potenza enne, un fuoco di sbarramento in grado di fermare l’esercito più numeroso e arrembante al mondo, la capacità camaleontica di adattare strada facendo gli schemi alle debolezze di chi gli contende l’incontro. Laureato all’università della concretezza, manco a dirlo senza concessioni a ciò che non è strettamente funzionale allo scopo, il leitmotiv è sempre lo stesso. Più la gente lo avversa, schierandosi immancabilmente con il suo avversario, e più il livello del suo gioco si eleva, minuto dopo minuto, su traiettorie non replicabili. Djokovic è gomma e pietra insieme, l’elasticità muscolare del ballerino classico che si somma alla caparbietà mentale dura più del granito. Se lo deformi lui riassume la configurazione iniziale e, in tutta risposta, colpisce duro come la pietra. Winning ugly, vincere senza fronzoli, per dirla alla Brad Gilbert.

    In un periodo storico che per il tennis a definire di magra gli si fa un complimento, e nel quale a parte Alcaraz e in misura minore Medvedev il livello dei competitor è francamente modesto, questo Djokovic di fine carriera, significativamente lontano dal suo acme raggiunto ormai una dozzina di anni fa quando gli avversari si chiamavano Nadal, Federer e Murray, rappresenta ancora il metro di giudizio, il termine di paragone per chi nutre ambizioni di primato. Qualcuno, forse il compianto Roberto Lombardi, sosteneva che una partita di tennis fosse un piccolo ciclo della vita. Nasci, impari, metti in pratica, cerchi di raccogliere i frutti del lavoro. Novak Djokovic, tirando le somme, è tennista formidabile proprio perché, di vite, in un solo match può spenderne sette come i gatti e cade sempre in piedi. Con la coppa in mano.

    di Teo Parini

  • Gimbo Tamberi, tra grande salto.. e grande Slam- di Teo Parini

    Gianmarco Tamberi, anche detto Gimbo o l’half shave, era già, ben prima di ieri sera, uno degli sportivi italiani più importanti della nostra storia, come Coppi, Tomba o Maldini. Uno nella cerchia di quelli senza tempo.

    A maggior ragione adesso, all’indomani della chiusura del suo personalissimo cerchio grazie al conseguimento dell’ultimo tassello ancora mancante nella collezione privata del saltatore azzurro: il titolo di campione del mondo all’aperto. Budapest 2023, quindi, ha colmato la lacuna. Una bacheca, la sua, che annovera, appunto, i Mondiali e gli Europei sia indoor che outdoor, le Olimpiadi e la Diamond League. Se esistesse anche nell’atletica, come nel tennis o nel golf, staremmo parlando del Grande Slam, l’esclusività fatta sport.

    Gimbo è un tipo che non passa inosservato, estroverso e guascone lo è di sicuro, e non a tutti può risultare particolarmente simpatico. A noi, per esempio, ma chissenefrega. Anche le sue esternazioni pubbliche non sono sempre felici, ma è il prezzo che si paga volentieri a chi ha il pregio di rigettare banalità e omologazione in un mondo che di personaggi eterodiretti ne conta fin troppi. Infelici, dunque, come la sciagurata volta in cui ebbe modo di definire Alex Schwazer la “vergogna d’Italia” per la presunta assunzione di sostanze dopanti, salvo poi essere costretto a rimangiarsi parola per parola quando con imperdonabile ritardo fu chiaro a tutti che il formidabile marciatore altoatesino era rimasto vittima di uno sporco complotto. Pure sull’atteggiamento in pedana, a fare i pignoli, ci sarebbe da sindacare. L’urlo e l’esultanza scomposta che ha fatto seguito all’errore decisivo dello statunitense Harrison, il momento che ha ufficializzato la medaglia d’oro sul collo dell’azzurro, non è proprio quel che si dice l’atteggiamento più sportivo di questo mondo – il fair play così come lo stile, del resto, sono un’altra cosa – ma tutto ciò è ormai parte inscindibile nonché cifra stilistica di un ragazzo dal respiro planetario che esige di essere unico e riconoscibile. Riuscendoci, peraltro, benissimo, intanto a suon di vittorie.

    Tornando al lato prettamente sportivo, perché va bene filosofeggiare un po’ sul contorno ma resta la cosa che più ci interessa, Tamberi, tra tante doti generosamente concesse da madre natura e sviluppate con fatica e abnegazione, possiede quella che fa da spartiacque tra essere un grande atleta, e ce ne sono diversi, e un campionissimo della disciplina, quindi rarità. La capacità di esprimere il suo lato migliore quando più conta; una delle possibili, forse la più azzeccata, definizione di talento. C’è chi sotto pressione si squaglia come neve al sole e c’è chi, come Tamberi, che con puntati addosso gli occhi del mondo innesta la marcia più alta. Non è un caso, ancora meno trattasi di fortuna, è solo talento, qualcosa che non si può allenare. La stessa virtù che, per esempio, consente a Djokovic di alzare a dismisura il suo livello di gioco quando deve fronteggiare un match point a sfavore o, parlando di basket, ciò che garantiva a uno come Basile, per chi se lo ricorda, di mettere a segno la tripla “ignorante” della vittoria quando anche il cronometro sembrava cancellare ogni speranza.
    Gimbo, nell’occasione più importante della stagione, ha piazzato un salto a due metri e trentasei centimetri, una misura che nel corso di un anno piuttosto tribolato, anche per via della separazione sportiva dal papà-allenatore, non aveva ancora raggiunto e non stupisce affatto, per quanto appena detto, che ci sia riuscito proprio ieri nel corso della finale mondiale.

    Con gli avversari, fatta eccezione per un mito fatto della sua stessa pasta come Barshim che merita un discorso a sé, incapaci di riproporre quanto di buono esibito di recente su palcoscenici meno prestigiosi. Insomma, ci sono saltatori che possono vantare un record fissato ad una quota migliore di quella mai raggiunta in carriera dall’italiano – che la barriera iconica di 2,40 metri, a differenza di altri rivali, non l’ha mai scavalcata – ma che se c’è in ballo l’oro è quasi certo che di Tamberi, nella corsa verso la gloria, riescano a vedere solo la targa che inesorabilmente si allontana. Tra l’altro, questa vittoria è anche una bella risposta stampata in faccia a quelli che hanno pensato che l’amico Barshim (ieri battuto sul campo), accettando di dividere il gradino più alto del podio olimpico rinunciando allo spareggio e alla possibile vittoria in solitaria, gli avesse fatto un regalo. Tamberi in versione on fire, lo si è visto ancora una volta, è una brutta gatta da pelare anche per l’immenso qatariota, altro che regalo.

    Un piccolo back in the days. Osservando la classifica di ieri, e le altezze scavalcate dagli atleti che oggi costituiscono il gotha della disciplina, non possiamo esimerci dal tributare il più forte saltatore in alto mai ammirato su una pedana: Javier Sotomayor. L’uomo che galleggiava nell’aria come se la gravità si fosse dimenticata di lui che ormai trent’anni fa, un’eternità parlando di sport, nella leggendaria notte di Salamanca stabilì il record mondiale nel salto in alto che tuttora sopravvive e, anzi, pare essere sempre più irraggiungibile. Nonostante tre decadi di sviluppo scientifico e di conoscenze in ambito biomeccanico, ma non solo, sempre più approfondite. Un salto, quello del cubano, che serate come quella di Budapest fanno apparire, se possibile, ancora più straordinario.

    Gianmarco Tamberi, a trentuno anni e con la possibilità anagrafica di togliersi ancora delle soddisfazioni prima di appendere le scarpette al chiodo, entra definitivamente e dalla porta principale nell’Olimpo all-time dell’atletica leggera. Averlo per connazionale è quel che si dice uno sfacciato colpo di fortuna. Complimenti, Gimbo, sempre più su, dove volano solo le aquile.

    di Teo Parini

  • Hey Joe, how you doing there? Di Teo Parini (e tanti auguri…)

    Facciamo i nostri migliori auguri a Teo Parini, collaboratore fedele (in punta di penna e passione) di Ticino Notizie, ormai da diversi anni.

    “Vi siete mai chiesti perché il punk rock britannico fosse politico e il punk rock statunitense no? Due parole: Joe Strummer”. Domanda e risposta sono opera di Billy Bragg, il noto cantautore e attivista, e hanno il pregio di introdurre senza troppi fronzoli la figura senza tempo di un gigante, un uomo speciale spedito dagli Dèi sul pianeta Terra per cambiare il corso degli eventi.

    John Graham Mellor, nato ad Ankara il 21 agosto di settantuno estati fa e prematuramente scomparso in seguito ad un attacco di cuore quale epilogo di una vita condotta sempre con il piede pigiato sull’acceleratore, si faceva chiamare, appunto, Strummer che, se letteralmente si traduce con strimpellatore, significa nel concreto colonna sonora di due se non tre generazioni di ragazzi diventati uomini, accomunati dal pensiero che il mondo potesse evolvere un giorno in un posto più equo per vedere crescere i propri figli. Joe, innanzitutto, incarnava plasticamente l’idea che fare musica potesse non essere relegato a mero esercizio di stile, una volubile parentesi di intrattenimento, ma assumere il ruolo storico di grimaldello capace di scardinare l’asfissia dell’ordine precostituito delle cose.

    Un’arma di libertà, la chitarra, messa sulle spalle degli ultimi, dei senza voce, di quelli dimenticati, che spara note come il kalashnikov scatena tempeste di piombo e fuoco. Joe Strummer, Fender in mano e stella rossa impressa sul petto, è quindi la sintesi di un’epoca che non potrà mai essere dimenticata, arco temporale evidenziato sul calendario della storia perché spartiacque nell’evoluzione del pensiero, epicentro di un movimento planetario che aveva chiaro in mente cosa ne sarebbe stato di una società ingiusta e quale baratro avrebbe esplorato, suo malgrado, l’umanità tutta in assenza di una decisa presa di coscienza di classe. Joe vedeva oltre, antesignano, quindi seminava dove i più dicevano che non sarebbe mai cresciuto nulla, l’insieme di parole germogliate tra le dune sabbiose del deserto.

    Cane randagio e anima sensibile, Strummer non fu solo un’icona punk come frettolosamente i meno attenti tendono oggi ad inquadrarlo. Orientò la carica esplosiva di una musica, il punk, che ebbe intrinseci i concetti della ribellione e ne fece un fortino inespugnabile; il porto sicuro in grado di far convivere sotto lo stesso cielo tutte le sonorità, dal reggae al folk, passando per il frastuono dei tafferugli e gli ukulele dei clochard, capaci di rendere tridimensionale, delineandola, la piaga della disuguaglianza sociale, infondendo, al contempo, ossigeno e speranza. Joe, con il coraggio che sposta le montagne, dettò la via verso un futuro che, se non può essere scritto, si ha il dovere di orientare nell’ottica del bene di tutti. Ci disse, infatti: “Mi piace ricordare che le persone possono cambiare tutto quello che vogliono. E questo vuol dire: qualsiasi cosa nel mondo. È ora di recuperare l’umanità e rimetterla al centro. Mostratemi qualsiasi Paese del mondo, c’è il popolo dentro. Pensate a questo. Senza il popolo non siete nulla”. Si chiama internazionalismo, nella sua accezione più pura, incontaminata, quella che emana autodeterminazione e libertà. La sua cifra stilistica.

    Joe, diversamente da quanto avremmo voluto, non fu immortale. Anzi, lasciò questo mondo davvero con troppo anticipo, la conferma alla regola non scritta per la quale sono sempre i migliori ad abbandonare la scena per primi. Ad essere imperituro, però, è il suo lascito, un inesausto bagaglio culturale perennemente fresco perché di immutata attualità che abbiamo l’obbligo di non disperdere. Fratello maggiore, punto di riferimento, maestro, compagno di viaggio in un’avventura meravigliosa che ci ha reso persone migliori. Tanti auguri, Joe. Gli anni passano veloci come treni ma le idee resistono. Ciao amico, ci si becca prima o poi e quel giorno la legge avrà la sua sconfitta.

    di Teo Parini