Alcuni numeri per comprendere il dramma sportivo che si è abbattuto sulla Francia ieri sera intorno alla mezzanotte. Un recente sondaggio ha stabilito che sei francesi su dieci preferiscono il rugby al calcio e con la stessa percentuale sono quelli che hanno della nazionale di rugby un’immagine positiva mentre quella del soccer incassa un gradimento pari solo alla metà. Dal punto di vista degli euro, che finisce sempre per essere il parametro dominante, tra i primi cinque team francesi presi tra tutte le discipline, in quanto ad appetibilità per gli sponsor due appartengono al Top 14, il campionato di rugby d’oltralpe, con il Tolosa che se la gioca sull’appeal con gli sceicchi calciofili del PSG. Sempre prendendo in prestito l’euro come termometro dello stato di salute del movimento, in Francia gli introiti complessivi dei club professionistici sono cresciuti nell’ultimo biennio di quasi il cinquanta per cento e negli stadi il pubblico, nell’identico periodo di riferimento, di un lusinghiero quindici per cento. Non è un aspetto scontato se si pensa che i vicini di casa inglesi, altro popolo con la palla ovale tatuata sui cromosomi, vivono una crisi di identità preoccupante, con i club più blasonati investiti da difficoltà economiche tali da mettere in allarme l’establishment del rugby e i vertici del governo.
Se la Francia tutta si nutre di rugby, il fenomeno è ancora più accentuato nelle regioni meridionali dove anche il più dimenticato agglomerato urbano ha la sua squadra. I cugini, questo fenomeno lo chiamano ‘rugby de clocher’, che tradotto fa ‘rugby del campanile della chiesa’, perché in ogni villaggio non solo c’è sempre una chiesa ma anche un campo da rugby. Se a tutto ciò si aggiunge che l’edizione dei Mondiali in corso di svolgimento si tiene proprio in Francia e che i padroni di casa erano giunti all’evento con il vestito della festa e nella versione forse più forte di sempre, ecco spiegato lo psicodramma collettivo che, appunto, sta vivendo il popolo francese del rugby a valle della sconfitta patita ieri sera per mano del Sudafrica che è costata l’estromissione anticipata da un torneo che si erano giustamente messi in testa di poter vincere. Invece, un solo punto di scarto li ha condannati all’ennesima delusione al termine di una partita che a definire meravigliosa si sbaglia per difetto e che, senza troppa retorica, avrebbe meritato di chiudersi con un impossibile pari e patta, tanto è stato evidente l’equilibrio sostanzialmente stabile tra le forze in gioco. Uno spot imperituro per il rugby.
La vittoria sul filo di lana degli Springboks, unita a quella degli All Blacks sulla favoritissima Irlanda, conferma sostanzialmente l’adagio non scritto – adattamento al pianeta rugby di quanto coniato da Gary Lineker a proposito del calcio e dei suoi dominatori tedeschi dell’epoca – per il quale il rugby resta comunque uno sport semplice nel quale, gira e rigira, a prevalere è sempre una compagine dell’emisfero sud del pianeta. A suffragare il pensiero, un dato eloquente: in nove edizioni dei Mondiali, dieci con quella che si sta svolgendo, solo in una circostanza ha prevalso una squadra del vecchio continente, l’Inghilterra di Jonny Wilkinson nel 2003, a fronte di otto vittorie, che probabilmente diventeranno nove a breve, di una nazione australe. Tre allori per la Nuova Zelanda, tre per il Sudafrica, due per l’Australia. Un’egemonia schiacciante che si pensava potesse finalmente essere interrotta quest’anno per mano di Irlanda o Francia, rispettivamente la prima e la seconda formazione del ranking mondiale, ma che, inglesi permettendo, è destinata a perdurare per almeno i prossimi quattro anni. Già, perché una delle versioni inglesi più deboli dell’ultimo mezzo secolo ha comunque strappato il pass per le semifinali con la possibilità di sfidare gli Springboks per un posto all’ultimo atto. Traguardo, quello della semifinale, raggiunto più per la concomitanza di fattori sfacciatamente favorevoli che per meriti propri, considerato un sorteggio malleabile oltre le più rosee aspettative e la benevolenza dell’arbitro nel match vinto sul filo di lana contro Fiji, ma ciò nulla toglie alla puntualità di un movimento che in campo dimentica le difficoltà al contorno e nelle occasioni importanti timbra sempre il cartellino. Cosa che, appunto, non è riuscita all’Irlanda, la cui maledizione del Mondiale assume i connotati del paranormale se si pensa che Sexton e i suoi compagni arrivavano da diciassette partite senza sconfitte con un’inerzia granitica alle spalle, e alla Francia, sospinta da un pubblico commovente per l’intensità della partecipazione emotiva.
Non c’è niente da fare, se c’è uno sport in cui è terribilmente complicato attentare alle gerarchie consolidate è proprio il rugby, anche se ti chiami Dupont e, più che giocare a rugby, di professione sei un prestigiatore. Avere in campo Antoine, mediano di mischia francese e giocatore oggi più determinante al mondo, ieri sera non è quindi stato sufficiente nonostante le sue consuete invenzioni balistiche al limite delle umane possibilità. Debilitato dall’infortunio al volto patito contro la Namibia e che lo ha tenuto fermo ai box fino alla sfida con i Bocks, Dupont, finché la poca benzina messa da parte lo ha sorretto, ha trascinato i Blues nella furiosa carica ma il suo inevitabile rallentamento è coinciso con quello di tutta la squadra che ha finito per pagare pegno alla solidità senza cedimenti dei sudafricani, formichine nel capitalizzare ogni occasione propizia con la corazza in acciaio e il killer instinct di un robot programmato per vincere.
Il weekend appena concluso manda in archivio due delle più belle e avvincenti partite mai viste. Nuova Zelanda – Irlanda e Sudafrica – Francia hanno fissato in stampatello maiuscolo un concetto che è sempre bene avere in mente quando si ha intenzione di fare valutazioni sul rugby. L’attualità dice che ci sono quattro squadre che fanno uno sport a sé e a distanza siderale inseguono tutte le altre che, più o meno, stazionano su livelli similari. Troppo tecniche, troppo veloci, troppo potenti, troppo organizzate, troppo di tutto queste quattro. Il gioco della palla ovale è meraviglioso per genesi e non aveva certo bisogno di conferme, tuttavia, se ancora qualcuno avesse nutrito inspiegabili dubbi, i due quarti di finale nobili di questi Mondiali, disputati con una competenza accademica e una voglia feroce di prevalere, hanno spazzato via ogni incertezza. Il bello dello sport passa da lì. Se è vero che i complimenti lasciano spesso il tempo che trovano, figuriamoci in seguito ad una sconfitta bruciante, è doveroso che i francesi se li prendano tutti anche se la delusione cocente sarà un fardello difficile da digerire.
Inutile girarci intorno. Averli ammirati ieri sera ha suscitato in noi aficionados italiani, usciti malconci dalla competizione proprio per mano transalpina, una comprensibile invidia. Che non sarà un sentimento particolarmente edificante ma vuoi mettere l’idea di poter essere come loro anche solo una volta nella vita? Nell’attesa, guardare al di là delle Alpi fa tanto bene allo spirito. Quanta bellezza.
