Autore: Teo Parini

  • Mijaín López Núñez, cinque ori olimpici per entrare nella leggenda. Hasta la medalla (cubana), siempre

    Mijaín López Núñez, cinque ori olimpici per entrare nella leggenda. Hasta la medalla (cubana), siempre

    “C’è, in un’isola lontana, una favola cubana che vorrei tu conoscessi almeno un po’. C’è, un’ipotesi migliore per cui battersi e morire e non credere a cui dice di no. Perché c’è.”
    (Cohiba, D. Silvestri)

    Nessuno ha mai fatto una cosa simile, nemmeno Michael Phelps o Carl Lewis. Cinque Olimpiadi consecutive, cinque medaglie d’oro. Mijaín López Núñez, si. Nato quarantadue anni fa dalle parti di Pinar del Rio, Cuba occidentale, e gigante dal volto buono da centotrenta chili, di professione fa il lottatore e il suo campo di battaglia è quello della categoria regina della lotta greco-romana, i pesi massimi. Gente di muscoli, cuore e cervello fino.

    Il suo ultimo avversario, cubano anch’esso ma assoldato dal Cile, ha appena lasciato il tappeto da sconfitto, così Mijaín, dopo il giro d’onore a beneficio dei connazionali assiepati sulle tribune parigine, riacquista il centro. Si inginocchia, slaccia le stringhe delle scarpe, se le leva. Le bacia, ma solo dopo averle sollevate al cielo, poi le deposita dove tutto è cominciato ormai nel lontano 2004, i suoi primi giochi. Finiva fuori dal podio in quella circostanza, ma i successivi cinque li vincerà, uno dopo l’altro. Un gesto che sta a significare che questa volta è tutto finito, l’epopea del guerriero del popolo si chiude in gloria, in un afoso pomeriggio del 2024.

    Tutto ha una fine, perché anche tra gli dèi si stringono reciprocamente patti e quello che lui ha stipulato con Chronos non ammette deroghe. Sembra impossibile che possa succedere ad un colosso d’uomo, che potrebbe spostare le montagne con le mani e sollevare pianeti, ma i suoi occhi sono lucidi. Anche i duri si commuovono perché, parafrasando non a caso Guevara, non bisogna mai scordare la tenerezza. Mijaín promette, Mijaín mantiene, aveva detto il Presidente cubano Díaz-Canel, che oltre a guidare con coraggio e consapevolezza l’isola ribelle conosce molto bene i suoi eroi. Detto e fatto, l’oro di Cuba.

    E non è certo una sorpresa se oggi tutta l’America Latina desiderosa di rivalsa celebri con felicità contagiosa l’impresa del pentacampione. Perché Mijaín è la quintessenza del riscatto sociale, il volto della Rivoluzione cubana prestato allo sport che, della vita, è sempre luminescente paradigma. Mijaín, pertanto, è prima di tutto un’idea. Quella che un mondo diverso dal nostro, che descriviamo come il migliore, sia sempre possibile, senza l’ingordigia e gli eccessi dei pochi a scapito degli ultimi. Quella di un modello di vita che, non essendo negoziabile, dovrebbe farci invidia, dove lo sport è per tutti e di tutti e non solo dei ricchi. Palestre popolari che trasudano umanità e condivisione e playground a disposizione di chiunque si metta in testa di inseguire un sogno a cinque cerchi.

    Nonostante da decenni non facciamo altro che affamare un’isola piccola, povera e sferzata dalle bizze della natura, mettendo a nudo le nostre debolezze. Nonostante embarghi criminali e cattiverie alle quali i cubani rispondono ogni volta con la loro arma migliore, sorridono.
    “Cosa sono cinque milioni di dollari in confronto all’amore di milioni di cubani?”, disse un giorno Teofilo Stevenson, imperituro campione di pugilato di sangue cubano, all’atto di rispedire al mittente le sirene del professionismo provenienti da Miami, solo qualche chilometro più in là. Volevano fargli incontrare Muhammad Alì e fare di lui un’icona del business. Rifiutò, per non tradire se stesso e la sua gente. Non se ne pentì mai. Famiglia povera, quattordici fratelli e un principio di uguaglianza intagliato nei cromosomi. Ancora oggi non c’è palestra all’Avana senza il suo volto. Mijaín è di quella stessa pasta, figlio prediletto del Socialismo cubano che tra mille difficoltà non lascia indietro nessuno e dà una chance di emergere a chiunque.

    Anche a chi, proprio come Mijaín, da bambino per aiutare la famiglia trasporta casse di frutta più pesanti di lui da un villaggio all’altro. Dev’essere così, col sudore, che ha scolpito tutta questa volontà. Nell’ambiente della lotta lo chiamano “El Terible” e la sua forza viene da lì, dalle strade polverose di Herradura, tra dimore umili e montagne che sembrano preservarle, la cittadina rurale che ne ha visto la nascita e che ieri si è presa un giorno di vacanza collettiva per ammirare il figliol prodigo diventare un mito. Mijaín, che oggi guarda tutto il mondo dall’alto, non dimentica da dove viene e perché ha intrapreso questa via. Non dimentica, per esempio, che prima della Rivoluzione a Cuba lo sport non esistesse affatto e che a farne un caposaldo della quotidianità fu Fidel Castro. Ed è proprio al Comandante en jefe che Mijaín dedica ogni suo successo. “Affinché – dice – la Rivoluzione possa andare avanti e la bandiera di Cuba donare gioia non solo ai cubani al mondo intero”. Internazionalismo militante.

    Mijaín López aveva quindi una missione, un po’ per sé stesso e molto per la sua gente. Quella di entrare nella leggenda dalla porta principale e venirne fuori scalzo. Per rispetto, per lanciare un messaggio. Per ribadire, senza mai scomodare troppe parole, che nessuno dei sette miliardi di abitanti del Pianeta Terra dev’essere lasciato indietro. Mai. Personaggi di questa genetica speciale riconciliano con lo sport e la sua magia. Un ecosistema che soldi, profitto e malaffare provano ripetutamente a deteriorare, e queste Olimpiadi parigine non fanno certo eccezione, ma che i López del mondo difendono con ogni atomo come il bene più caro. Grazie di tutto, campione, il nostro sogno, imperterrito, continua.

    Victoria o muerte. E hasta la medalla, siempre.

  • Sara e Jasmine, le sorelline italian dorate ed olimpioniche

    Sara e Jasmine, le sorelline italian dorate ed olimpioniche

    Oro, se lo sono preso. Sono le più brave ma, al solito, non è garanzia di nulla. Poi, cosa c’è di più difficile di rispettare un pronostico che ti vede favorito? Sara Errani detta Sarita e Jasmine Paolini detta Jas, in questo 2024 avevano già fatto le prove generali. Per esempio, quando, sempre a Parigi ma nel contesto dello Slam disputato solo poche settimane fa, cedevano il passo in finale alla coppia Gauff-Siniakova, acquisendo nella sconfitta la consapevolezza di poter tornare in Bois de Boulogne ancora più determinate in ottica olimpica. Così è andata.

    La finale, al cospetto delle fortissime russe Andreeva-Shnaider – che le persone a modo del CIO, inclusivo e tollerante ma solo quando gli fa comodo, hanno privato della loro bandiera al pari di tutti i connazionali in gara – non è stata una passeggiata, sempre a proposito di pronostici. Detto della competenza delle avversarie, due ragazze che l’arte del doppio la padroneggiano con disinvoltura, le incognite per le azzurre non erano proprio marginali a monte del match. Se, in questo momento, Sara guarda tutti dall’alto, Jasmine, che è singolarista eccezionale ma ciò vale solo fino ad un certo punto, resta ancora in fase di apprendistato nella disciplina di coppia e, nello specifico, pure stanca morta per il tour de force alla quale si è sottoposta nelle ultime settimane, nelle quali ha messo nel motore una quantità esagerata di ore di gioco. Errani, invece, che ha un master universitario in volée e affini e da migliorare non ha più nulla, di primavere ne conta trentasette (come Djokovic) con il rischio di una noia fisica sempre dietro l’angolo. Il timore, quindi, era quello di concedere alle avversarie qualche vantaggio di troppo. Da ultimo, la tensione per l’evento, qualcosa di indecifrabile fino a quando si manifesta. E può abbattersi su chiunque.

    L’approccio di Jas, in tal senso, non è stato dei migliori, succede. Infatti, il primo parziale è un mezzo calvario nel quale le russe imperversano, forti di una superiore potenza balistica. I movimenti delle azzurre non sono quel che si dice un tutt’uno e Sara, in un clima da naufragio, fa obiettivamente quel che può. Il punteggio è, pertanto, lo specchio di quanto visto in campo.

    Jasmine, però, è campionessa vera e dissolta la tensione inizia a macinare il suo tennis. In altre parole, il dritto comincia a fare male alle avversarie, ora costrette a fronteggiare il cannoneggiamento dell’ultima finalista di Wimbledon. Sara, imperterrita, continua nella sua direzione d’orchestra e non è certo un caso che l’inerzia si tinga di un color azzurro intenso. Che l’oro olimpico sia assegnato al Super tie-break finale, quindi, è la più giusta conclusione possibile per una partita di cotanta importanza. E l’epilogo diventa un abbacinante manifesto delle qualità di una giocatrice, Errani, che sarà ricordata come una delle più grandi doppiste dell’Era Open.

    Sarita, in cattedra, sembra Edberg o Novotna, e si produce in una sequenza di volée senza soluzione di continuità; al punto che le avversarie devono aver pensato di giocare contro un muro gigantesco. Ironia della sorte, le hanno sempre rimproverato di essere troppo piccola per il tennis moderno. Ignoranti. La qualità tecnica è esagerata, figlia di una mano dalla quale farsi accarezzare è uno sfacciato privilegio, con quella tattica che non è da meno. Jas, in tutto questo bendidio, non sta certo a guardare. Come si suol dire, fa legna da fondo campo come le è richiesto dal copione ora rispettato alla lettera. Intensità, la sua, per scardinare la resistenza delle russe, mentre Sara osserva e poi finalizza, rimbalzando come una molla nei pressi della rete. Killer instinct, di questo si tratta.

    Le italiane fanno corsa di testa, mettono il naso avanti fin dal primo punto del tie-break e non si fanno più acchiappare, anche se le russe fino all’ultimo restano ancorate alla partita con garra encomiabile. Oro, il primo nella storia olimpica azzurra, che fa scopa con il bronzo di Musetti, per una spedizione italiana da ricordare. Nononostante l’assenza di Sinner e Berrettini avrebbe potuto complicare i nostri propositi bellicosi. Per Paolini è la giusta ricompensa per una crescita tennistica esponenziale e anche un po’ di sfortuna, senza la quale, chissà, forse uno Slam se lo sarebbe già preso. Per Errani, infine, la chiusura di un cerchio che si chiama Career Gold Slam. In soldoni, la vittoria nell’arco della carriera dei quattro Major e delle Olimpiadi. Prerogativa di una élite che più élite di così non si può.

    Errani, nel suo periodo migliore top ten e finalista al Roland Garros pure in singolare, se n’è sentita dire di tutti i colori nel corso degli anni, soprattutto da quelli che si definiscono addetti ai lavori. Pallettara, senza servizio, noiosa, miracolata, e amenità varie. Guerriera, che è l’aggettivo più consono, ha sempre tirato dritto per la sua strada senza mollare di un centimetro, anche quando l’età l’ha relegata a palcoscenici non sempre indimenticabili ma calcati con l’umiltà dei campioni e una passione incrollabile. Questo oro, allora, se non è la sua definitiva rivincita, ci manca poco.

    Che meraviglia queste sorelline d’Italia, protagoniste di una pagina di tennis che si farà fatica a dimenticare.

  • Olimpiadi: la lezione di Nole, cuore e orgoglio di Serbia. Un oro che vale platino

    Olimpiadi: la lezione di Nole, cuore e orgoglio di Serbia. Un oro che vale platino

    Giù il cappello. Novak Djokovic chiude il cerchio: gli mancavano i giochi olimpici e a trentasette anni se li è presi, alla sua maniera. Non solo, ha fatto fesso uno che in questo momento gli sta davanti tennisticamente un chilometro ma che la sagacia del serbo (per ora) se la scorda. E in una giornata per lui tremebonda ha finito meritatamente per perdere, così è il tennis. Ma avrà il tempo per leccarsi le ferite e, si spera, di fare tesoro di una lezione di tattica davvero pesante. Perché Djokovic l’ha davvero incartato, al punto che Carlitos Alcaraz ha finito senza più nemmeno sapere a che sport stesse giocando.

    Del resto, vale sempre l’adagio reso celebre da Emiliano Mondonico per il quale non è affatto detto che vinca il più forte ma quello che ne ha più voglia. E il desiderio feroce di Nole ha spostato gli equilibri tutti dalla sua parte, insieme ad una condotta delle operazioni infallibile come eterodiretta da un computer. Spot imperituro all’intelligenza tennistica e alla possibilità di soverchiare gerarchie concettualmente blindate. Forse l’età che ha giocato un brutto scherzo, forse una giornata storta, forse la tensione del momento. Morale, Alcaraz, le scelte che contano le ha sbagliate quasi tutte. Grave, quando non ha saputo apportare correttivi nei settori più deficitari del gioco e ha esibito un killer instinct all’acqua di rose mandando al macero una quantità industriale di occasioni per dare al match un indirizzo differente.

    Due tie-break hanno fissato uno score, col senno del poi, rispettoso dei valori visti in azione e dato al serbo l’unico trofeo ancora mancante per il conseguimento del Golden Career Slam. Per dirla alla Paolino Canè, cronista di giornata per la tivù pubblica, adesso può anche ritirarsi in pace. Al di là di troppi tecnicismi da addetti ai lavori e dei gusti personali, Djokovic ribadisce che se davvero avesse un senso l’attribuzione del titolo di GOAT sarebbe delittuoso qualora finisse appannaggio di un altro. Se il metro di giudizio sono gli almanacchi e i loro elenchi, che hanno il pregio non trascurabile dell’obiettività, nessuno è stato dominante e longevo quanto lui, un gigante.

    Non stupisce la sua consueta capacità di rigettare l’idea di sconfitta che anche ieri lo ha puntellato nei momenti più delicati del match quando il fiato cominciava ad appesantirsi. La fame di uno che ha iniziato a giocare a tennis schivando le democratiche bombe occidentali non è pareggiabile e colma gap apparentemente impossibili. Lo ha fatto in mille occasioni con Federer, lo ha rifatto con Alcaraz. Sicuramente lo farà ancora. Insomma, Nole non sarà ricordato come il più talentuoso o il più simpatico. Ma al diretto interessato tutto ciò giustamente non importa. Lui voleva essere ricordato come il più vincente di ogni epoca e tanto è diventato. C’è davvero poco altro da dire. A parte un sentito grazie, per aver dato spessore al nostro sport preferito.

  • Olimpiadi: Lorenzo di bronzo. Bellezza uber alles

    Olimpiadi: Lorenzo di bronzo. Bellezza uber alles

    E adesso come la mettiamo? Tutti sul carro, certo. Ma fino a qualche mese fa, Lorenzo Musetti per quelli preparati e pure spocchiosi era solo l’ennesima promessa disattesa, uno destinato a recitare la parte della meteora. Sì, lo dicevano davvero. Fortunatamente, noi che di Lollo siamo perdutamente innamorati da sempre, non abbiamo mollato la trincea, nemmeno quando per ritrovare sé stesso annaspava nel pantano dei Challenger e perdendo pure. E oggi la sua gioia è anche la nostra.

    Quella per un traguardo speciale, il bronzo olimpico, e che la vittoria contro un volitivo Auger-Aliassime ha reso possibile. Vero, chi fa del tennis una delle ragioni di vita fatica un po’ a calarsi nella anomala dinamica olimpica, nella quale non è detto che chi perda torni subito a casa. A noi, infatti, la sconfitta contro uno dei peggiori Djokovic di sempre leva ancora il sonno e l’idea di una seconda chance non è tipicamente nelle nostre corde. Ma c’è e ci vuole bravura per sfruttarla. Cosi, Musetti si è dotato di una versione equidistante dai suoi poli antitetici, meraviglia e disastro, e tanto è bastato per imporre la legge della bellezza sul canadese che, peraltro, con i tempi che corrono va anch’esso ascritto alla cerchia dei talentuosi.

    Tre set sulle montagne russe hanno finito per premiare l’azzurro, che dopo aver ceduto di schianto nel secondo set sembrava destinato a morte certa. Invece no, perché Musetti in queste ultime settimane ha fatto un deciso salto in avanti sulla strada della maturazione tennistica e, adesso, non è più un parziale sciagurato ad estrometterlo dal match. Nell’attualità, Lollo si gioca alla morte fino all’ultimo quindici, finché ce n’è, come solo i grandi di questo sport possono vantare.

    Senza né Sinner né Berrettini, Musetti si è caricato sulle spalle la baracca azzurra e con talento, che non manca mai, e ostinazione ha dato all’Italia una medaglia preziosa perché mai vista in ambito cinque cerchi dai tempi dimostrativi di Paolino Canè. Per la precisione, quarant’anni fa. Parlando di lui, non è facile far comprendere ai meno avvezzi come sia difficile nel tennis vincere alla Musetti. Quindi di varietà e improvvisazione, o genialità che dir si voglia; in un periodo nel quale sono sempre le difese sparagnine a far sollevare i trofei. Ciò perché saper fare tante cose è un limite, oltre che un pruriginoso paradosso della disciplina che fu di Bill Tilden.

    La psiche si fa inesorabilmente maledetta quando al corpo è richiesto di stare invischiato in un perimetro recintato con annessa conta dei punti e non c’è niente di peggio di pensare più del lecito per esacerbare alla potenza enne la situazione di disagio. Ma pensare poco, quando ad ogni colpo ti si presenta un ventaglio inesausto di opzioni come accade a Lorenzo, è pressoché impossibile. Ecco che se vincere è di per sé difficile, la strada dell’azzurro è ai limiti dello sbarramento. Ma quando i tasselli del puzzle trovano tutti la giusta collocazione significa una cosa: tirannia del talento. Il motivo per il quale ha senso aver speso gran parte dei nostri anni migliori inseguendo una pallina da tennis.

    Eravamo arrabbiati dopo la disfatta in semifinale, dove un Musetti troppo brutto per essere vero aveva spianato la corsa ad un Djokovic che, ad essere buoni, ha giocato con metà del suo potenziale. Perché, non lo si nega, le prestazioni contro Fritz e contro Zverev suggerivano ben altro entusiasmo. Tuttavia, in buona parte ci siamo rifatti, perché a queste latitudini financo il tennis celebra il terzo arrivato e una medaglia, per di più a Parigi, val bene una messa. Quindi, astenersi schizzinosi e voltagabbana.

    Musetti non è tifo, è religione. Con i suoi dogmi, tra i quali uno in particolare ci rappresenta dalla testa ai piedi: la bellezza prima di tutto. A Lorenzo il Magnifico, e ora pure medagliato, l’imperitura docenza. A noi la soddisfazione del palato.

  • Olimpiadi, dalle 19 a ‘Muso duro’ contro Nole: tutti in trincea!

    Olimpiadi, dalle 19 a ‘Muso duro’ contro Nole: tutti in trincea!

    La scena è quella tratta dal film Terminator, dove il nuovo cyborg all’inseguimento di quello vecchio, cattivo il primo e buono il secondo, viene distrutto a ripetizione ma, immancabilmente, si rigenera e riprende la corsa ogni volta con maggiore vigore. Novak Djokovic è fatto così, quando pensi di esserti sbarazzato di lui, te lo ritrovi ancora agganciato alle caviglie come un’ombra. Una sensazione tutt’altro che piacevole, benché professionalmente stimolante, che il nostro Lorenzo Musetti pare destinato a rivivere un sacco di volte, quale arcigno percorso di crescita tennistica.

    Solo nel 2024, infatti, è già successo sia al Roland Garros, con il serbo capace (manco a dirlo) di risorgere da due set di ritardo nel punteggio, che a Wimbledon, quando, al contrario, la lezione impartita all’azzurro fu decisamente più severa. E se per un celebre adagio è vero che non c’è due senza tre, il terzo capitolo della saga verrà servito molto presto, cioè stasera, nuovamente in Bois de Boulogne. Perché si giocheranno sul mattone tritato più iconico al mondo l’accesso alla finale olimpica. Insomma, faccia a faccia, sì, ma solo nelle occasioni importanti.

    Lorenzo sta vivendo il momento migliore della sua carriera, almeno in quanto a continuità di risultati. In sequenza: semifinale a Stoccarda, finale al Queen’s, semifinale a Wimbledon e quantomeno il penultimo atto di Parigi. Lollo il Magnifico s’è fatto grande, vince le partite da vincere e vende cara la pelle contro i giocatori di lignaggio pari o superiore. Che è ciò che distingue un campione da un buon giocatore che solo occasionalmente lascia il segno. Il percorso è stato fin qui trionfale. Se il simpatico Monfils è ormai solo la copia sbiadita del gran giocatore che fu, le vittorie autorevoli su Fritz e, soprattutto, Zverev raccontano tutta un’altra storia.

    Quella di un Musetti centrato e convinto, spettacolare come genetica gli impone ma anche accorto nell’uso delle infinite frecce al proprio arco. Varietà di soluzioni non più fine a sé stessa e al suo ego tennistico da soddisfare ma al conseguimento dell’obiettivo. Se ancora non è la quadratura del suo cerchio, si sta avvicinando. Decisamente matura la performance con la quale ha estromesso dal torneo il campione uscente, appunto, Zverev.

    Un avversario che non sarà Djokovic ma che è tornato ai livelli antecedenti al terribile infortunio rimediato qualche stagione fa e che sulla terra battuta ha costretto Alcaraz, il più bravo di tutti, non più tardi di qualche settimana fa a sudare le proverbiali sette camicie per aggiudicarsi l’ultimo Roland Garros. Uno tosto e di sostanza che il vecchio Musetti avrebbe sofferto fino a perderci, ma non questo. Due break chirurgici, entrambi nell’undicesimo gioco del set sul punteggio di cinque pari, gli hanno garantito il doppio 7-5 finale, dopo che in entrambe le occasioni Lollo non ha tremato al servizio in procinto di capitalizzare il vantaggio. Così, alla maniera dei grandi. Del resto, la differenza di qualità tra lui e il tedesco è decisamente ampia ma, si sa, giocare meglio dell’avversario non è mai garanzia di successo; servono tutti gli altri ingredienti che Lorenzo, con pazienza, umiltà e lavoro, ha finito per mettere a punto.

    Djokovic, da ormai dieci anni a questa parte, non sembra più dare di sé la migliore versione. Ma vuoi la tigna del campione che non accetta l’idea della sconfitta e avversari spesso e volentieri di dubbia qualità – perché il periodo storico resta quello che è – e il macinato lo porta sempre a casa. O vince o ci va molto vicino nonostante le trentasette primavere. Qua a Parigi, tralasciando il match-passerella con Nadal buono solo per i nostalgici, ha asfaltato l’impresentabile Ebden e il volitivo Koepfer prima di fare la voce grossa con Tsitsipas che, nonostante una preoccupante involuzione tecnico-tattica, resta un grande interprete dei campi rossi. Otto set giocati, otto set vinti che, tradotto, significa tanta benzina nel serbatoio da poter spendere, anche se il ginocchio operato tra Roland Garros e Wimbledon resta sempre un’incognita.

    A giocarsi l’oro, e in agguato dall’altra parte del tabellone, ci sono Alcaraz e Auger-Aliassime. Se sul murciano dubbi non fosse lecito averne, per perdere un incontro deve mettere un certo impegno, quella del canadese è una piccola sorpresa per due ragioni. La terra battuta non è tipicamente la sua zona confortevole ed è un ragazzo tuttora impelagato nella comprensibile difficoltà di uscire dallo status di incompiuta promessa. Perché talento ne avrebbe da vendere. Questa sera, pertanto, avremo le idee più chiare e ci si augura che Lollo possa regalarsi la chance di sfidare presumibilmente Alcaraz per la medaglia più pesante.

    Breve amarcord, per chiudere. Esattamente quarant’anni fa, e sembra ieri, Paolino Canè, che oggi sarà chiamato a commentare le gesta di Musetti, disputava a Los Angeles la semifinale olimpica quando il tennis era ancora sport dimostrativo.
    Un cerchio azzurro che si chiude. Dal nostro connazionale più talentuoso dell’epoca, il meraviglioso Neuro, al più geniale di questi giorni. Il filo conduttore è, quindi, la bellezza e l’idea che il colore possa essere quello dell’oro ci rende impazienti. Perché noi, tra un giorno da Musetti e una vita da Djokovic, ci prendiamo sempre il primo. Nel bene e nel male.

    Buona fortuna Lollo, a Muso duro.

  • Da Lillehammer a Parigi, trent’anni dopo stessa gloria: l’oro delle splendide spadiste

    Da Lillehammer a Parigi, trent’anni dopo stessa gloria: l’oro delle splendide spadiste

    Birkerbeineren Stadium, per chi c’era un luogo che evoca leggenda. Anno 1994, Lillehammer. Norvegia, la casa dei maestri. Loro, quelli che dettano la linea, hanno segnato questo giorno sul calendario almeno due anni prima. Nelle intenzioni bellicose dei califfi dello sci di fondo è il momento di gloria agli occhi del mondo. É il giorno della staffetta maschile, 4×10 che fanno i quaranta chilometri, un po’ classici e un po’ liberi, che significano vita o morte sportiva. I nordici tutti paiono davvero fare un altro sport, perché non è che l’armata finlandese abbia poi troppo da invidiare ai cugini ospitanti. Anzi.

    L’Italia, tra gli umani, può fare la voce grossa e il podio, benché a debita distanza, appare un traguardo financo plausibile. Maurilio De Zolt va per i quarantatré anni ma la tempra è quella di un ragazzino che ancora pensa di cambiare il mondo. Spetta a lui il lancio e quando dà il cambio a Marco Albarello con appena una manciata di secondi di ritardo dagli ovvi battistrada la sensazione che potrebbe succedere qualcosa dalla tinta azzurra e irripetibile comincia a fare capolino. Il valdostano, uno che sa come mettere paura ai giganti, ha la giusta spavalderia, quella di chi si è svegliato con le gambe che scalpitano. Dieci chilometri insieme ai rivali per poi lanciare un segnale, col senno del poi, piuttosto significativo. Li brucia entrambi nell’allungo che passa il testimone al terzo frazionista, Giorgio Vanzetta. La coppia nordica prova a metterlo in mezzo ma, in mezzo, l’italiano ci resta francobollato per tutto il tempo senza cedere di un palmo, nonostante le bordate in salita del finlandese Rasanen che comincia a considerare i nostri ragazzi alla stregua di un pericolo reale mentre il suo sguardo si fa sempre più carico di ansie.

    L’ultimo cambio avviene in una situazione di apparente stallo, tutti e tre insieme. La Finlandia schiera Isometsa, la Norvegia cala il mito Daehlie, uno che per definizione o vince o trionfa. L’Italia, che sorniona fiuta l’odore del sangue, può contare su Silvio Fauner, l’uomo dalle volate al fulmicotone. Il Cipollini delle nevi. Daehlie lo sa e, per non sapere né leggere né scrivere, parte a tuono fin dal primo metro. Meglio restare solo, deve aver pensato. Il finlandese china il capo, troppo alto il ritmo anche per un fenomeno come lui. Fauner, invece, assurge a limatore di razza, come si definiscono i ciclisti scaltri nel succhiare la ruota del fuggitivo, e per dieci infiniti chilometri è l’ombra azzurra del fenomenale norvegese, che le prova tutte per fiaccare la garra del Sissio nazionale. Invano.

    Infatti, nello stadio che è l’anfiteatro dei sogni norvegesi, i duellanti entrano in parata. É una bolgia dantesca, il coro Heja Norge di migliaia di connazionali rimbomba e la tensione è più tagliente del ghiaccio sotto agli sci. Uno, Daehlie, ha tutto da perdere; l’altro, Fauner, tutto da guadagnare ed è pure una saetta negli arrivi testa a testa. Un passo indietro. A bocce ferme, chiunque sano di mente avrebbe scosso il capo qualora gli avessero detto che, solo qualche ora più tardi, Sissio avrebbe potuto distruggere la più granitica delle certezze norvegesi. I più ottimisti, infatti, si erano fatti la bocca buona per un podio, mentre agli altri, quelli di indole più moderata, sarebbe stata sufficiente una prestazione onorevole nel tempio dello sci di fondo.

    Ma a cento metri dal traguardo, Fauner lancia una delle sue progressioni in faccia a Daehlie a cui non sarebbe potuto accadere di peggio. Un palmo, poi mezzo metro, poi due metri. É la luce che intercorre tra le code dell’azzurro e le punte del norvegese quando il traguardo è lì ad un’ultima spinta. La legge del Sissio, in un mattino che si fa pomeriggio e poi quasi sera, si abbatte su un popolo intero di colpo silente. L’epilogo è due cose: una tragedia epocale per gli sconfitti, una delle due o tre imprese più abbacinanti della storia dello sport azzurro. La zampata del Birkerbeineren Stadium, il graffio dei ragazzi di Vanoi, il nostro commissionato tecnico.

    Il ricordo di un successo indimenticabile non è a caso rinverdito oggi. Dall’estremo nord Europa alla capitale della grandeure e del campanilismo spocchioso, Parigi, per un cerchio che si chiude intorno ad un altro capolavoro tutto italiano. Niente sci questa volta ma spade, quelle affilate delle ragazze della squadra azzurra che hanno infilzato le padroni di casa lanciate verso un successo pianificato fin nei dettagli dalla notte dei tempi. Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Rossella Fiamingo e, poi, la subentrare Mara Navarria, vincono la loro personale staffetta alla stoccata decisiva, una sorta di volata, quella portata da una sublime Alberta che vale l’oro. Il primo di sempre nella spada a squadre donne; il primo di sempre nell’inferno francese al cospetto delle francesi, costrette a inchinarsi dinanzi alla forza della tradizione italiana rinvigorita da un gruppo di donne straordinarie e corsare.

    Un momento di sport azzurro destinato a essere raccontato di generazione in generazione. Fino alla prossima scorribanda, nella speranza di non dover attendere altri trent’anni. Adesso, però, Mameli sia. Finché ce n’è.

  • L’ultimo tango parigino, questa volta, è di Rafa Nadal

    L’ultimo tango parigino, questa volta, è di Rafa Nadal

    Quando sul punteggio di 6-1 4-1 tutto a favore del suo avversario, Rafael Nadal con lo sguardo stralunato cercava conferme, peraltro senza trovarle, nello stadio che lo ha reso campione imperituro, abbiamo realizzato che un’avventura di sport e di vita che ci ha visto crescere fosse ormai finita. Il più grande agonista del tennis contemporaneo, e di ogni epoca in quanto a competenza tennistica sulla terra battuta, senza più neanche una goccia di benzina nel serbatoio. Spremuto, fino all’osso. E non è, purtroppo, una questione di contingenza e nemmeno di competitor, ma la brutale applicazione della legge di Chronos per la quale inesorabilmente c’è un tempo per tutto.

    Nessuno sano di mente chiederebbe ad uno come Rafa di smettere di essere un agonista, che sarebbe un po’ come chiedere a Mogol di non scrivere più canzoni, perché nessuno al di fuori del diretto interessato ha il diritto morale di farlo, figuriamoci un tifoso. Tuttavia, nei fatti, Rafa ha cessato definitivamente di esserlo già da diversi mesi, un periodo nel quale abbiamo finto, per rispetto, di credergli ciecamente quando lo si sentiva ripetere di poter essere ancora un fattore decisivo, magari proprio a Parigi, nella sua e nostra disciplina. Nonostante un fisico dilaniato da mille battaglie, una palla che non vuole più saperne di sanguinare, come quando incentivata da bicipiti oversize metteva alle corde qualunque avversario, e le gambe infaticabili dei giorni belli ormai solo un ricordo.

    Mentire a sé stessi per convincersi di poter essere ancora sé stessi, la comprensibile prerogativa di tantissimi campioni dello sport. Quelli che, intagliato nei cromosomi, hanno il rifiuto ontologico della sconfitta e Nadal è uno non ci starebbe a perdere nemmeno a rubamazzo la vigilia di Natale. E se, per esempio, ci sono stati Pete Sampras e Flavia Pennetta che hanno lasciato il tennis nel momento del trionfo, curiosamente entrambi a New York sollevando il titolo degli US Open, ci sono anche Roger Federer e, appunto, Rafa Nadal che per dire basta probabilmente hanno la necessità di attendere che sia il fisico a rifiutarsi categoricamente di andare oltre. Perché la testa, quella macchina da guerra concepita per rivaleggiare, proprio non ne vuole sapere di sentirsi arrivata al capolinea.

    Fatto sta che Novak Djokovic, che non lo ammetterà mai per rispetto e perché fatto della stessa pasta, ad un passo dal traguardo e con la prospettiva di un cappotto ha tirato i remi in barca, consentendo al rivale di mille battaglie di dare al punteggio una dimensione almeno numericamente onorevole. Con il 6-4 finale, poco veritiero in quanto ai rapporti di forza in campo, che potrebbe essere l’ultimo parziale di una rivalità lunga due decenni e poco meno di cinquanta titoli Slam in due. La fine di un’epoca, perché così è lo sport. Se a Djokovic, di recente finalista a Wimbledon a testimonianza di una condizione ancora superlativa anche se stoppato dal diavolo di Alcaraz, qualche cartuccia da sparare è rimasta, sembra proprio che Nadal abbia davvero grattato il fondo del barile e solo una caparbietà che sposterebbe le montagne pare ancora spingerlo dagli spogliatoi al ground. Dove l’occhio è sempre quello che abbiamo imparato a riconoscere ma le gambe arrivano sempre un istante troppo tardi sulla pallina, nonostante la garra, che è indelebile cifra stilistica, gli faccia dimenticare fatiche non più smaltibili e dolori random disseminati un po’ dappertutto.

    Soprattutto, di patetico in tutto ciò non c’è un nulla, come solo i peggiori addetti ai lavori riescono a pensare. Si chiama amore per lo sport e un guerriero, si sa, combatte finché ce n’è. Rafa Nadal, quindi, è una storia che merita di essere tramandata. Quella di un ragazzino animato da una determinazione feroce, forse mai vista prima sul campo da tennis, che si immagina, riuscendoci, di porre un freno alla parabola apparentemente invincibile della sua nemesi, Federer, al suo acme o quasi. Dualismo che è leggenda, il Coppi e Bartoli del tennis. Da una parte la perfezione stilistica di un uomo che ha coniugato la bellezza abbacinante della sua idea di fare del tennis una galleria d’arte e la capacità di essere al contempo dominante; dall’altra la sublimazione del lavoro, il pensiero granitico di poter neutralizzare l’evidente mismatch di talento con armi alternative ma altrettanto epocali, umiltà tangibile che si taglia a fette. Da una parte quello così elegante nella gestualità al punto che la fatica sembra essersi scordata di lui; dall’altra quello muscoloso ed energico che, senza troppo badare ai fronzoli e con una mimica che somiglia più a quella di un cowboy che maneggia il lazo, che ci ricorda quanto la concretezza nello sport sia sempre una virtù vincente.

    In altre parole, il Fedal, uno contro uno che ha proiettato il tennis in una dimensione planetaria, quasi calcistica. E se l’ultimo set della carriera del basilese è stato il beffardo 6-0 rimediato da Hurkacz che lo ha estromesso dal suo ballo conclusivo a Wimbledon, il suo giardino di casa, ormai qualche stagione fa, per ironia della sorte quello di ieri in Bois se Boulogne potrebbe essere l’ultimo disputato dal maiorchino, ovviamente nel suo giardino di casa. Un cerchio che si chiude intorno ad una pagina di tennis che dimenticare sarà davvero difficile. Certo, il torneo olimpico di Parigi, per Rafa, non è finito. Il sogno, infatti, è che in coppia con Carlitos Alcaraz, uno spedito dagli déi sul pianeta Terra per dare continuità alla bellezza dei suoi predecessori, possa fare altra strada nel tabellone del doppio. Disciplina che, non solo fa storia a sé, ma che Nadal, contrariamente al folle sentore comune, a questo punto della carriera pratica assai bene, sempre a proposito di capacità di adattamento e miglioramento perpetuo.

    E chissà che, all’atto di ricevere l’oro olimpico, non gli venga la voglia di congedarsi dai suoi milioni di tifosi osservando per l’ultima volta l’universo tennis dall’alto. Italiani permettendo, sarebbe questo l’epilogo parigino che ci piacerebbe raccontare. Prima della passerella finale, presumibilmente in quella Laver Cup dove è destino che si debba sempre piangere per un campione che appende la racchetta al chiodo. Rafacito non farà ovviamente eccezione.

  • Fabio Casartelli è vivo e pedala insieme a noi

    Fabio Casartelli è vivo e pedala insieme a noi

    In telecronaca, un uomo tutto d’un pezzo, ciclismo e competenza come il compianto Adriano De Zan non riesce a trattenere le lacrime. Sembra ieri, invece è un maledetto pomeriggio di quasi trent’anni fa. 18 luglio, il caldo è micidiale un po’ ovunque ma se hai la necessità di tagliare in due i Midi-Pirenei in sella ad una bicicletta la sensazione rasenta l’insopportabile.

    Ecosistema meraviglioso proprio perché a tratti inospitale, come se volesse ricordare all’uomo che a comandare è sempre la natura, benché quest’ultimo si affanni per imporsi. Il nastro d’asfalto da queste parti è una linea collosa senza soluzione di continuità, sale e scende, e per i corridori sta a significare che le ore di passione saranno tante, troppe per alcuni di loro. Niente di nuovo, non c’è Tour de France senza la tappa pirenaica e non c’è tappa pirenaica senza il sole che brucia la pelle e la polvere che sale nel respiro. L’orografia, sinusoidale per genesi, detta un percorso che consta di una successione di scollinamenti il cui nome è familiarità. Insomma, la carovana gialla qui vi passa spesso, contribuendo a fare di questo spaccato di mondo un mito e viceversa.

    Sembra impossibile ma ci sono ciclisti che vivono nella spasmodica attesa di giornate come questa. Tipi strani, gente di cuore e fatica, sublimatori seriali della sofferenza quale lasciapassare per la gloria. Uno di questi è pure transalpino, corre sulle strade di casa e i connazionali lo venerano. Richard Virenque è due cose: scalatore di razza e sognatore. In salita fila come un treno e, nonostante Indurain sia essere mitologico e pure invincibile, spera sempre di arrivare un giorno a Parigi prima di tutti. Infatti, è già in fuga, nemmeno il tempo di partire e la sua sagoma fa già da battistrada. L’altro, transalpino non è ma i cugini, che notoriamente ci detestano per quella forma esagerata di campanilismo che li pervade, per Claudio Chiappucci detto il Diablo provano amore incondizionato. Perché ha un coraggio che sposta le montagne e, forse anche più di Virenque, incarna il prototipo di cavaliere errante. Quello che le reiterate sconfitte fortificano e che alla sfortuna risponde sempre con la caparbietà che commuove. Manco a dirlo, anche Claudió, con l’accento finale come piace ai francesi, di buon ora è già in fermento. La tappa, insomma, è affare loro o, comunque, ci piace pensare sia così. Irrefrenabile romanticismo.

    La prima salita da affrontare è il Portet d’Aspet, inutile dirlo, un nome noto. La vetta non è troppo alta, poco più di mille metri sul livello degli oceani, ma la discesa è quella che i tecnici definiscono tecnica. En passant, Richard e Claudio sono anche due discesisti formidabili e questa dimestichezza li avvicina ancor di più al tifo del popolo del ciclismo. In discesa, però, è tutta una questione di istanti. Disegnare curve lungo una picchiata a cento all’ora governando ruote spesse un centimetro è, insieme, uno schiaffo agli assiomi della fisica classica e una prerogativa dei ciclisti professionisti. Che hanno bene in mente un concetto: qualcosa può sempre andare storto. In più, se il casco ben allacciato in testa, oggi, è una benedetta consuetudine, all’epoca era ancora sostituito dal classico cappellino con la visiera ridotta, retaggio culturale del ciclismo pionieristico degli albori. Portet d’Aspet, quindi.

    A fare le traiettorie è un carneade, tale Rezze, che prende lunga una frenata e senza il tempo di rendersi conto si ritrova giù nella scarpata con il femore in frantumi. Dietro di lui, tratti in inganno dal suo errore di valutazione, tre califfi del pedale come Perini, Museeuw e Breukink – il lupo del Gavia, per chi se lo ricorda – finiscono in terra ma senza particolari conseguenze. Va decisamente peggio a Baldinger a cui il capitombolo costa la frattura del bacino. Ad essere coinvolto, però, è anche Fabio Casartelli. Venticinque anni, campione olimpico in carica e speranza italiana in rampa di lancio. La caduta non è di quelle teoricamente più impressionanti ma a renderla la peggiore possibile è la presenza di una pietra segnavia che delimita la carreggiata nelle strade di montagna. Fabio impatta in maniera brutale con il capo. Richard e Claudio, intanto, proseguono pancia a terra nel loro proposito bellicoso perché, ancora, non è dato sapere nulla. Anche se l’espressione del dottor Porte, l’angelo custode dei corridori, è foriera di presagi nefasti.
    Fabio, in fretta e furia viene caricato sull’elisoccorso, ma già in volo il suo cuore per tre volte smette di battere e per tre volte viene riportato alla vita dai sanitari che lo scortano. La corsa, malauguratamente ma solo solo col senno del poi, prosegue mentre Fabio, giunto in ospedale appeso a un filo, chiuderà per sempre gli occhi da lì a poco. É la voce rotta dall’emozione di De Zan ad annunciarlo agli aficionados in visione.

    Il più iconico narratore di ciclismo della nostra storia televisiva che, con riconosciuta sensibilità, si scusa per non aver saputo trattenere le lacrime nel momento in cui, per la verità, si piange un po’ tutti. Voce indimenticabile, la sua, di un pomeriggio destinato all’epica ciclistica e che ha finito per rivelarsi una delle pagine più tristi delle nostre vite spese scalciando il più forte possibile sulle pedivelle. Fabio aveva festeggiato solo poco tempo prima la nascita del primo figlio, Marco, che al pari di Annalisa, la moglie, non lo rivedranno più a casa.

    Passare oggi, ventinove anni più tardi, dal luogo dell’incidente significa imbattersi in una stele eretta a memoria dello sfortunato ragazzo di Albese e in una moltitudine di fiori adagiati da una successione inesausta di routard che da quel giorno non hanno mai smesso di far sentire a Fabio, ovunque esso sia, tutto l’affetto che c’è. Sebbene il ciclismo, con tutti i suoi attori, non sempre abbia dato di sé la versione più edificante, e talvolta ci siamo financo sentiti traditi, custodisce gelosamente una regola non scritta che significa appartenenza. Il ciclismo, infatti, non si dimentica mai di chi si è speso anima e corpo per renderlo una disciplina meravigliosa. Mi raccomando, Fabio, continua a pedalare, perché se smetti tu smettiamo anche noi.

  • Wimbledon: la ley del rey Carlitos. Dura lex, sed lex

    Wimbledon: la ley del rey Carlitos. Dura lex, sed lex

    Adesso ci diranno che, in fondo, Novak Djokovic ha trentasette anni e che tra Roland Garros e Wimbledon ha pure trovato il modo di farsi dare una sistemata al ginocchio. Che, per carità, è tutto vero, ma la sconfitta di ieri ha ribadito un’altra cosa. Se Carlitos Alcaraz non si fosse distratto, cosa che fa spesso, con tre match point a disposizione e due set di vantaggio, oggi racconteremo di una sconfitta ancora più severa per il serbo che, prima della sopraggiunta ansia del murciano in dirittura d’arrivo, non è mai riuscito a strappare il servizio al suo avversario, faticando come un dannato per tenere il proprio. Non c’è stata partita, semplicemente perché tra Alcaraz e chiunque altro su questa Terra ci sono due categorie di differenza.

    Chi dice che, qualora ci fosse la controprova, il Djokovic migliore e pressoché invincibile del 2011distruggerebbe quello odierno, ha certamente ragione da vendere. Il problema, semmai, è che a vent’anni e poco più, Alcaraz sa fare il triplo delle cose del Djokovic d’annata. Siamo di fronte ad un giocatore potenzialmente capace di riscrivere le regole del gioco e che alla sua età ha incamerato ‘solo’ quattro Slam perché, come detto, ha ancora la tendenza a divagare un po’ troppo e perché la gestione della stagione non sempre è risultata impeccabile da parte del suo team. L’anno passato, per esempio, la spia della riserva gli si è accesa proprio dopo la vittoriosa campagna londinese, stesso posto e stesso epilogo, e non si è più spenta per tutto il resto del 2023, Us Open e Finals inclusi. Che ieri non ci sarebbe stata partita era, o meglio avrebbe dovuto esserlo, chiaro a tutti almeno dal giorno della semifinale, quando un Alcaraz con pipa e ciabatte faceva a fette l’ottimo Medvedev di queste due settimane. Il giustiziere di Sinner non aveva nemmeno disputato un brutto match ma dall’altra parte i giri del motore non si sono mai alzati più di tanto, ciò a testimoniare lo stato di assoluto controllo esibito da un Alcaraz che forse ha imparato pure a centellinare le energie e badare un po’ di più al sodo.

    Ieri, invece, giù il piede sull’acceleratore da subito e contesa in ghiaccio dopo un’ora di gioco. Del resto, alla compilazione dei tabelloni era risultato chiaro che il vincitore sarebbe uscito dalla parte alta, ingolfata dei migliori a scapito di una parte bassa presidiata da un fortunatissimo Djokovic, il cui percorso verso la finale a definirlo abbordabile si sbaglia per difetto. Considerato anche il giorno di riposo supplementare ottenuto prima della semifinale con Musetti, grazie al forfait di De Minaur appiedato da noie di schiena. Se della finale c’è purtroppo poco da dire, e non sarà l’ultima volta che gli spunti saranno ridotti al minimo sindacale, molto, invece, c’è da dire su Carlitos che, alla stregua del Federer di inizio millennio, ha fatto irruzione sul pianeta tennis riaffermando un principio che sembrerebbe scontato ma nella disciplina del diavolo non lo è affatto: il più bravo è anche il più vincente. Perché non serve ribadire che giocare bene, financo meglio di tutti, non sia garanzia di nulla, figuriamoci della vittoria. Quando ciò accade, significa che il tennis ha rimesso ogni tassello al suo posto.

    Computer a parte, che continua a premiare il nostro Sinner, lo scettro di numero uno spetta ad Alcaraz che, simpatie a parte, è già ascrivibile alla cerchia dei più grandi all-time. Non ha l’eleganza del dioscuro svizzero, del resto chi ce l’ha, ma il suo ventaglio di soluzioni è quantomeno dello stesso ordine di grandezza, forse anche superiore e non è lesa maestà. Tecnicamente, non c’è qualcosa di conosciuto che ne esplori una lacuna, la competenza è accademica in ogni zona di campo e qualunque sia l’esigenza contingente. Giù il cappello, come le volte nelle quali un campione epocale piombi sulla scena spostando l’asticella del gioco un po’ più in alto di come l’avesse trovata prima. Sufficientemente in su da risultare intransitabile, eccetto che da lui. La domanda vera, semmai, è legata alla voglia di sacrificio che un ragazzo di vent’anni potrebbe comprensibilmente non avere a lungo.

    La speranza di ammorbidire almeno un po’ la tirannia passa per la caparbietà di Sinner che, a pelle, sembra ragazzo che più dedito di così alla disciplina non si possa essere. Due le ragioni. Una è di natura statistica: Jannik spesso riesce a batterlo, sfruttando una predisposizione alla regolarità che si fa preferire in aggiunta agli ovvi meriti balistici che, indipendentemente dal rivale, sono da grande campione. La seconda, invece, è più legata al contorno. Se Carlitos può esprimere un analogo livello dappertutto, ghiaia e ghiaccio inclusi, il cemento è per Sinner la zona di maggiore comfort e, almeno in linea teorica, gli Us Open potrebbero offrirgli più chance di contendere lo Slam allo spagnolo. Lo stesso ragionamento vale pure per Medvedev e, pertanto, a New York ci si potrebbe divertire maggiormente. Anche considerata la predisposizione di Alcaraz di cui sopra ad arrivare un po’ spremuto alla fine dell’estate. Il pensionamento di Federer, come fu a suo tempo quello di Sampras, avrebbe potuto aprire una voragine nell’ecosistema tennis in quanto a bellezza, in un periodo storico nel quale tutto sembra remare dalla parte opposta. Fortunatamente, nemmeno il tempo di metabolizzare il lutto sportivo, e l’esplosione di Alcaraz ha dato continuità alla parabola del talento senza che ci si potesse annoiare a lungo. Tennis da highlights, insomma, con il pregio di essere pure il lasciapassare per gli almanacchi. In altre parole, ancora una volta è un privilegio esserci.

  • Wimbledon: il trionfo di Barbora e la carezza a Jana Novotna, anima fragile

    Wimbledon: il trionfo di Barbora e la carezza a Jana Novotna, anima fragile

    I Championships in gonnella parlano ceco nel segno della tradizione di una scuola che, passano le generazioni, non finisce mai di sfornare talenti. Barbora Krejcikova, classe 1995 da Brno, ha quindi avuto la meglio di una combattiva Jasmine Paolini, che paga ad un carissimo prezzo quel doppio fallo sciagurato con il quale ha ceduto il break, poi decisivo, nel settimo gioco del terzo set e, ancor di più, l’aver giocato con troppa circospezione l’ultimo game dell’incontro, con l’avversaria comprensibilmente attanagliata dalla pressione e, pertanto, in vena di concederle chance di raddrizzare la baracca in zona Cesarini. Un paio di punti male interpretati che gridano vendetta, insomma. Peccato, ma pur sempre il migliore risultato della storia di Wimbledon per un’azzurra.

    Tornando a Barbora, la neo campionessa Slam, oltre che di un bellissimo tennis è depositaria di una storia che per gli appassionati di vecchia data non può certo passare sottotraccia. Ad allenarla, quando ancora non era la giocatrice di oggi ma poco più di un prospetto grezzo da trasformare in campionessa, fu una delle tenniste dal gioco più gentile e romantico che si ricordi a memoria d’uomo. Un angelo che troppo presto ci ha lasciati: Jana Novotna. Un cerchio meraviglioso oggi si chiude. Sul campo che Jana seppe trasformare in uno spaccato di paradiso del tennis, a sollevare lo stesso trofeo è, quindi, la sua ultima intuizione. Lo sport regala sempre pagine che non possono lasciare indifferenti.

    Sono già passati sette anni da quel 19 novembre che, per i suoi tanti estimatori, non è che il triste ricordo della morte di Jana. Non aveva compiuto nemmeno mezzo secolo di vita quando un male, che con la rassegnazione del caso siamo soliti chiamare incurabile, se l’è portata via. Un male bastardo e pure democratico nel trattare tutti in eguale maniera, artisti compresi; uomini e donne un po’ speciali, proprio come lei, che non fanno eccezione. La cui profusione della bellezza senza soluzione di continuità, se proprio il mondo non l’ha salvato come ebbe modo di intendere Dostoevskij, l’ha reso un posto più degno d’essere vissuto. Nata anch’essa a Brno, ma nella Cecoslovacchia che purtroppo non c’è più, Jana di professione ha fatto la tennista ma tanta era la quantità di talento che le passava per le mani che siamo certi avrebbe potuto primeggiare in qualunque manifestazione d’arte avesse deciso di fare propria. La danza classica, per esempio, lei che di bianco vestita disegnava sul ground di Wimbledon, il tempio laico dello sport che è evoluzione della pallacorda e che spesso dimentica di esserlo, le linee di una ballerina del Bolshoi. Oppure la pittura, ambito nel quale ci piace immaginarla esponente della corrente degli impressionisti, seduta al tavolino del Café Guerbois di Parigi che ‘en plain air’, come si diceva allora di chi creava a contatto con il cielo, sapeva trasformare tubetti colorati in capolavori senza tempo. E, ancora, il canto. Quello, insieme malinconico e felice, di Aretha Franklin, la regina del soul.

    Anima, appunto. Perché Jana fu guidata da un’anima probabilmente troppo gentile per un mondo via via più cattivo.

    Fortunatamente, per i fruitori di una certa idea di tennis, Jana ha scelto di dedicare il suo tempo al nostro ecosistema preferito e, noi che per anagrafica siamo transitati dall’adolescenza all’età adulta sfiorando McEnroe, l’imperitura stella polare se si scomoda la bellezza, per poi attraversare le parabole luminescenti di Edberg e Sampras fino a farci rapire in via definitiva da Federer, nella nota esperienza religiosa teorizzata dal compianto David Foster Wallace, le dobbiamo davvero tanto e ne saremo per sempre debitori. E chi se ne importa se il suo palmares fu ricco ma non ricchissimo come doti tecniche da prima della classe, forse senza eguali nella secolare storia del gioco, avrebbero potuto garantire. Perché, a certi livelli di grazia, il ‘come’ soppianta senza appello il ‘quanto’ e l’universo tennis è questo un distinguo concettuale che riesce ancora a fare. Se vincere è l’unica cosa che conta, ma solo nell’immediato, raccontare storie affascinanti che per protagoniste hanno la racchetta e i misteri di una disciplina tanto complessa, invece, è per sempre come solo i diamanti.
    Esponente, come detto, di una scuola capace di regalare giocatrici accomunati dalla gestualità pulita, quella che dà del tu alla pallina secondo i crismi impressi nei manuali teorici della disciplina, con la sua forma interpretativa riconoscibile tra mille altre ha rappresentato il doloroso canto del cigno di una categoria di atlete inesorabilmente destinate all’estinzione, perché, da lì a poco, soppiantate dalle cyborg del famigerato corri tanto e tira forte di concezione bollettieriana. Evenienza nefasta, almeno a parere di chi scrive, resa possibile dagli attrezzi moderni letali alla stregua di un bazooka che è alla portata di tutti, all’omologazione con annesso rallentamento delle superfici di gioco e da una scientificità tutta nuova nella preparazione del corpo sempre più asintotico alla macchina e i suoi traguardi alla scienza esatta. La glaciazione dello sport, per genesi, archetipo di eleganza che fu prerogativa di Suzanne Lenglen e poi di Martina Navratilova e delle rare mosche bianche che hanno provato a darle coraggiosamente un seguito.
    Docente di spicco dell’università del serve-and-volley, Jana – il Pat Rafter in gonnella, per ovvie ragioni attitudinali, nonché guerriera fragile di romantiche battaglie donchisciottesche e strappalacrime – ha corso il rischio di non vincere mai quel benedetto torneo di Wimbledon che sembrava ogni volta potesse essere suo, prima di finire inesorabilmente ad impreziosire la bacheca delle altre. I Championships, gergo che descrive senza ambiguità l’obiettivo di ciascun bambino che per la prima volta nella vita imbraccia una racchetta, un candido vestito che, sebbene fosse sempre cucito su misura per lei dal miglior sarto londinese, trovava ogni volta il modo di farle difetto. Una spiegazzatura qua, un filo tirato là e, così, appuntamento con la leggenda rimandato a chissà quando. Colpa, lo si dice per amor di verità, più di sé stessa e dei fantasmi che ne deturpavano mente e spirito che del dritto atomico di Steffi Graf o del senso euclideo di Martina Hingis; donne senz’altro più scaltre di lei nel capitalizzare le doti elargite dalla benevolenza di Madre Natura.

    Lacrime, quindi. Tante, quelle versate da Jana, cristallo fragile di un contesto spesso crudele, sulla spalla della duchessa di Kent al termine dell’ennesima apparizione sublime ma senza lieto fine in Church Road. Tante, quelle che noi aficionados pregni di nostalgia abbiamo soffocato implorando gli dèi del gioco affinché le concedessero un’altra possibilità. Una ancora, per il solo privilegio di vederla finalmente sorridere. Finimmo per essere ascoltati, a riprova, o almeno è quello che ci piace pensare, che la bellezza sia virtù non circoscrivibile al solo Pianeta Terra e che, appunto, sappia pizzicare corde ultraterrene. Oltre ad essere un concetto, forse l’unico, scevro dalle inviolabili leggi del tempo. E così, il suo primo cerchio, con il destino al eletto a giudice supremo, si chiuse in un pomeriggio d’estate dell’anno 1998, quando Jana, ormai trentenne ed avviata a diventare la più grande giocatrice di sempre a non aver mai vinto una prova del Grande Slam, al terzo tentativo sul campo centrale più famoso del tennis, iscrisse il nome sull’albo dell’immortalità sportiva e, in maniera più tangibile, sulla targa del circolo più iconico al mondo.

    Altre lacrime, quali leitmotiv di un’esistenza terribilmente breve, ma di gioia, per una volta. Con la sensazione epidermica che lo sport, qualora dotato di pensiero proprio, mai avrebbe potuto sopportare una simile lacuna, più a tutela di sé e della propria reputazione che a scoprirsi riconoscente anche quando dovrebbe. Insomma, quello fu davvero un giorno indimenticabile.
    Nessuno muore in Terra finché vive nel cuore di chi resta, recita l’adagio di un autore rimasto volutamente anonimo. Jana, l’ultima carezza prima dei mortai, comunque non corre questo rischio. Voltaire si sbagliava dicendo che non è dato sapere dove incontrare gli angeli, se nell’aria, nel vuoto o nei pianeti, e solo perché Dio non vuole riconoscere all’uomo questa possibilità. Infatti, un angelo dal cuore grande e la sensibilità straripante è passato proprio di qua, sul microcosmo tennistico, e lo abbiamo riconosciuto senza esitazioni. Un amore a prima vista, il nostro, giusto il tempo di una volée di rovescio e ci siamo sentiti parte di una narrazione bellissima. Un racconto che la meritevole Barbora Krejcikova, pur nel dispiacere per la sconfitta della piccola grande Jasmine, oggi ci ha consentito di rispolverare e non poteva farci regalo più gradito.

    A Jana, ovunque si trovi.