Quando sul punteggio di 6-1 4-1 tutto a favore del suo avversario, Rafael Nadal con lo sguardo stralunato cercava conferme, peraltro senza trovarle, nello stadio che lo ha reso campione imperituro, abbiamo realizzato che un’avventura di sport e di vita che ci ha visto crescere fosse ormai finita. Il più grande agonista del tennis contemporaneo, e di ogni epoca in quanto a competenza tennistica sulla terra battuta, senza più neanche una goccia di benzina nel serbatoio. Spremuto, fino all’osso. E non è, purtroppo, una questione di contingenza e nemmeno di competitor, ma la brutale applicazione della legge di Chronos per la quale inesorabilmente c’è un tempo per tutto.
Nessuno sano di mente chiederebbe ad uno come Rafa di smettere di essere un agonista, che sarebbe un po’ come chiedere a Mogol di non scrivere più canzoni, perché nessuno al di fuori del diretto interessato ha il diritto morale di farlo, figuriamoci un tifoso. Tuttavia, nei fatti, Rafa ha cessato definitivamente di esserlo già da diversi mesi, un periodo nel quale abbiamo finto, per rispetto, di credergli ciecamente quando lo si sentiva ripetere di poter essere ancora un fattore decisivo, magari proprio a Parigi, nella sua e nostra disciplina. Nonostante un fisico dilaniato da mille battaglie, una palla che non vuole più saperne di sanguinare, come quando incentivata da bicipiti oversize metteva alle corde qualunque avversario, e le gambe infaticabili dei giorni belli ormai solo un ricordo.
Mentire a sé stessi per convincersi di poter essere ancora sé stessi, la comprensibile prerogativa di tantissimi campioni dello sport. Quelli che, intagliato nei cromosomi, hanno il rifiuto ontologico della sconfitta e Nadal è uno non ci starebbe a perdere nemmeno a rubamazzo la vigilia di Natale. E se, per esempio, ci sono stati Pete Sampras e Flavia Pennetta che hanno lasciato il tennis nel momento del trionfo, curiosamente entrambi a New York sollevando il titolo degli US Open, ci sono anche Roger Federer e, appunto, Rafa Nadal che per dire basta probabilmente hanno la necessità di attendere che sia il fisico a rifiutarsi categoricamente di andare oltre. Perché la testa, quella macchina da guerra concepita per rivaleggiare, proprio non ne vuole sapere di sentirsi arrivata al capolinea.
Fatto sta che Novak Djokovic, che non lo ammetterà mai per rispetto e perché fatto della stessa pasta, ad un passo dal traguardo e con la prospettiva di un cappotto ha tirato i remi in barca, consentendo al rivale di mille battaglie di dare al punteggio una dimensione almeno numericamente onorevole. Con il 6-4 finale, poco veritiero in quanto ai rapporti di forza in campo, che potrebbe essere l’ultimo parziale di una rivalità lunga due decenni e poco meno di cinquanta titoli Slam in due. La fine di un’epoca, perché così è lo sport. Se a Djokovic, di recente finalista a Wimbledon a testimonianza di una condizione ancora superlativa anche se stoppato dal diavolo di Alcaraz, qualche cartuccia da sparare è rimasta, sembra proprio che Nadal abbia davvero grattato il fondo del barile e solo una caparbietà che sposterebbe le montagne pare ancora spingerlo dagli spogliatoi al ground. Dove l’occhio è sempre quello che abbiamo imparato a riconoscere ma le gambe arrivano sempre un istante troppo tardi sulla pallina, nonostante la garra, che è indelebile cifra stilistica, gli faccia dimenticare fatiche non più smaltibili e dolori random disseminati un po’ dappertutto.
Soprattutto, di patetico in tutto ciò non c’è un nulla, come solo i peggiori addetti ai lavori riescono a pensare. Si chiama amore per lo sport e un guerriero, si sa, combatte finché ce n’è. Rafa Nadal, quindi, è una storia che merita di essere tramandata. Quella di un ragazzino animato da una determinazione feroce, forse mai vista prima sul campo da tennis, che si immagina, riuscendoci, di porre un freno alla parabola apparentemente invincibile della sua nemesi, Federer, al suo acme o quasi. Dualismo che è leggenda, il Coppi e Bartoli del tennis. Da una parte la perfezione stilistica di un uomo che ha coniugato la bellezza abbacinante della sua idea di fare del tennis una galleria d’arte e la capacità di essere al contempo dominante; dall’altra la sublimazione del lavoro, il pensiero granitico di poter neutralizzare l’evidente mismatch di talento con armi alternative ma altrettanto epocali, umiltà tangibile che si taglia a fette. Da una parte quello così elegante nella gestualità al punto che la fatica sembra essersi scordata di lui; dall’altra quello muscoloso ed energico che, senza troppo badare ai fronzoli e con una mimica che somiglia più a quella di un cowboy che maneggia il lazo, che ci ricorda quanto la concretezza nello sport sia sempre una virtù vincente.
In altre parole, il Fedal, uno contro uno che ha proiettato il tennis in una dimensione planetaria, quasi calcistica. E se l’ultimo set della carriera del basilese è stato il beffardo 6-0 rimediato da Hurkacz che lo ha estromesso dal suo ballo conclusivo a Wimbledon, il suo giardino di casa, ormai qualche stagione fa, per ironia della sorte quello di ieri in Bois se Boulogne potrebbe essere l’ultimo disputato dal maiorchino, ovviamente nel suo giardino di casa. Un cerchio che si chiude intorno ad una pagina di tennis che dimenticare sarà davvero difficile. Certo, il torneo olimpico di Parigi, per Rafa, non è finito. Il sogno, infatti, è che in coppia con Carlitos Alcaraz, uno spedito dagli déi sul pianeta Terra per dare continuità alla bellezza dei suoi predecessori, possa fare altra strada nel tabellone del doppio. Disciplina che, non solo fa storia a sé, ma che Nadal, contrariamente al folle sentore comune, a questo punto della carriera pratica assai bene, sempre a proposito di capacità di adattamento e miglioramento perpetuo.
E chissà che, all’atto di ricevere l’oro olimpico, non gli venga la voglia di congedarsi dai suoi milioni di tifosi osservando per l’ultima volta l’universo tennis dall’alto. Italiani permettendo, sarebbe questo l’epilogo parigino che ci piacerebbe raccontare. Prima della passerella finale, presumibilmente in quella Laver Cup dove è destino che si debba sempre piangere per un campione che appende la racchetta al chiodo. Rafacito non farà ovviamente eccezione.
