Autore: Teo Parini

  • Wimbledon: lo schiaffo ricco d’estetica e bellezza di Musetti. E ora tutti sul carro..

    Wimbledon: lo schiaffo ricco d’estetica e bellezza di Musetti. E ora tutti sul carro..

    E adesso come la mettiamo? Tutti sul carro, ovviamente. Ma non più tardi di un mesetto fa, quando Lorenzo Musetti per ritrovare una fiducia scesa sotto alle scarpe annaspava nel pantano dei Challenger perdendo contro avversari agguerriti ma con un pedigree tennistico cento volte inferiore al suo, giornalisti e appassionati lo massacravano in modo brutale. Tutti. Lo sport nazionale: parlare di sport dei quali non si conoscono le dinamiche. Così, Musetti, da ragazzo prodigio, era già dipinto come incompiuto a poco più di vent’anni. Perdente, impalpabile, maleducato. Se ne sono lette e sentite di ogni. Fortunatamente, Lorenzo, all’epoca il numero trenta al mondo mica il millesimo, non se n’è curato più di tanto e, con un team di persone competenti, ha tirato dritto per la sua strada. Una strada maledettamente difficile, la sua, perché tracciata da un modo di fare tennis che è, insieme, meraviglioso e azzardato.

    Se il compianto Roberto Lombardi ebbe modo di definire il tennis come evento diabolico, alludendo alle complessità delle sue dinamiche psicologiche, è perché nel tennis deve incastrarsi alla perfezione ciascuno dei mille aspetti che lo caratterizzano affinché si possa pensare di ricavare qualcosa di buono. Tutto, in un castello con poche fondamenta, quindi bello e instabile e con gli equilibri mutevoli ad ogni soffio di vento. Democraticamente, nel bene o nel male. Pertanto, il ragazzo che a Torino perdeva con Passaro e a Cagliari con Navone, nemmeno il tempo di cambiare superficie e al Queen’s centra subito la finale e, male che andrà, a Wimbledon avrà raggiunto una storica semifinale. Terzo italiano di sempre da quando c’è il ranking a siglare un simile risultato. Cos’è successo in questo esiguo lasso di tempo, quindi? Nulla, si chiama tennis ed è un casino bestiale. Ancora di più se sei uno come Lorenzo, uno di quelli che, potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è, di talento ne hanno addirittura troppo e l’indole sparagnina non sanno nemmeno dove stia di casa. In un periodo storico dove sapere giocare bene a tennis, per un sacco di ragioni che vanno dalle racchette iper-performanti, all’omologazione dei campi da gioco, alla qualità atletica generale, non mette al riparo da alcunché, figuriamoci dalla sconfitta
    Insomma, la vita dei Musetti non è tipicamente la più facile.

    Tornando al non paradosso di cui sopra, si contano sulle dita d’una mano i tennisti che alla pallina sappiano dare del tu al pari del carrarino
    . A occhio, tolto Alcaraz che è giocatore epocale sui livelli dei più grandi all-time, forse solo Kyrgios, purtroppo ormai un ex, Bublik, ma è matto come un cavallo, e Dimitrov, anch’esso in dirittura d’arrivo, sono ascrivibili a quella stessa cerchia elitaria. Murray, certo, ma è purtroppo solo nostalgia. Tanto per dire a quelli che se vinci sei un campione e se perdi sei un brocco, quindi a chi fa del male al tennis, che Lorenzo Musetti è, in condivisione con il sempre meraviglioso Adriano Panatta che fu luce, l’evento tennistico di maggior importanza che si sia mai verificato dalle nostre parti. Anche se Jannik Sinner dovesse vincere trenta tornei dello Slam e Musetti restare fermo al palo. Questione di qualità, gli almanacchi sono tutt’altra cosa.

    Di lui, al solito i sedicenti addetti ai lavori, dicevano che lontano dalla terra battuta avrebbe sempre combinato disastri, non sapendo che con un talento del genere si potrebbe far la voce grossa pure sulle pietre o sul ghiaccio. Così, sui prati più iconici al mondo, quelli che stanno a Londra in Church Road, Lorenzo, vestiti ancora una volta i panni del Magnifico, un passo alla volta si è arrampicato fino al penultimo atto, dove ad attenderlo sornione c’è la leggenda Djokovic per un match che potrebbe odorare di epica azzurra. Almeno tre i motivi. Il primo è che il serbo sia solo un lontano parente della sua migliore versione ormai lontana un decennio. Resta giocatore formidabile e complicato (per usare un eufemismo) da battere, ma il crisma dell’invincibilità è ormai un ricordo. Il secondo è che, proprio Musetti, nel corso dell’ultimo Roland Garros sia stato ad un centimetro dalla vittoria, poi sfumata per un evidente calo fisico e per quel rifiuto della sconfitta che ancora all’alba dei trentasette anni caratterizza Novak, uno che prima di darsi per battuto scomoda più vite dei gatti. Il terzo è che Lorenzo lo abbia già sconfitto, e fa tutta la differenza del mondo, e che abbia saputo in passato risolvere quesiti altrettanto complessi. Per esempio, disinnescando Alcaraz. Ciò, grazie a momenti tennistici annichilenti, che potrà mettere sul piatto della bilancia per incrinare le granitiche certezze del suo rivale. Insomma, missione tosta ma non impossibile.

    Per chiudere fantasticando un po’, la prospettiva di una finalissima dei Championships tra, appunto, Lorenzo e Alcaraz, qualora lo spagnolo evitasse di distrarsi con Medvedev già giustiziere di Sinner, rischierebbe di trasformarsi nel pomeriggio tennistico più ricco di talento che si ricordi a memoria d’uomo, ammesso non si includa Federer nella cerchia dei terrestri. Per vecchi aficionados come noi, che nella cornice che più di ogni altra trasuda tennis possano essere il carrarino e il murciano a contendersi il titolo, sarebbe il regalo di una vita spesa inseguendo con gli occhi una pallina. Non è nostra abitudine, tuttavia questa volta è un obbligo deontologico: noi, dalla parte di Musetti, ci siamo seduti incondizionatamente tanti anni fa perché folgorati da troppa bellezza e, anche nei momenti peggiori, non ci siamo mai scansati. Consapevoli che il tempo sarebbe stato galantuomo.

    Adesso divertiamoci, Muso, che gli dèi del tennis spingono forti alle nostre spalle.

  • Che meraviglia la Paolini a Wimbledon: Renzo (Furlan) non ha i polli, ma una vera campionessa

    Che meraviglia la Paolini a Wimbledon: Renzo (Furlan) non ha i polli, ma una vera campionessa

    Quando era chiamato a difendere i colori azzurri, i suoi tifosi erano soliti fare due cose. Seguirlo ovunque esponendo un lenzuolo gigante con la scritta “Cimetta è qui”. Cimetta di Codognè, Treviso, estremo nord della regione Veneto ad un amen dal Friuli. Casa sua, quella di Renzo Furlan. Anni Novanta, una vita fa. L’Italia del tennis non era nemmeno lontanamente parente dell’odierna fucina di risultati strabilianti ma non è che se la passasse poi così male come, invece, sarebbe accaduto nella successiva decade. In tivù gli aficionados imparano a guardare lo sport del diavolo con gli occhi di Rino Tommasi, probabilmente il più grande giornalista che si sia mai dedicato alla disciplina che fu di Bill Tilden, e di Gianni Clerici, il più grande e basta. La coppia dei fuoriclasse del microfono è responsabile di un fenomeno bizzarro ma assolutamente giustificato: sono più le volte nelle quali a tenere francobollati gli spettatori sia la caleidiscopica telecronaca del duetto più che l’evento stesso. La capacità di rendere accattivante un prodotto senza mai vendere tappeti, un giornalismo nuovo e un modo nuovo di raccontare lo sport.

    Tuttavia, quando le tonalità si fanno del colore del cielo e l’ambiente ingessato e bacchettone del tennis degli albori cede il passo alla torcida, la voce dei nostri pomeriggi incastonati tra gloria e delusione è quella di Gianpiero Galeazzi, archetipo dell’italianità da osteria: pane, salame e tovaglia a quadri. Poca tecnica narrativa, qualche strafalcione, tantissimo cuore. La sua voce inconfondibile, rotta da un affanno respiratorio che nei momenti clou si fa altrettanto inconfondibile, porta nelle nostre case la magia della Coppa Davis, la più calcistica delle espressioni tennistiche, dove si gioca per una nazionale anziché in proprio e il contesto è sovente una bolgia dantesca. Il tennis nazionalpopolare che, se non lo sopravanza, l’audience del soccer riesce financo ad avvicinarlo. A metà degli anni Novanta, il nostro miglior giocatore in quanto a risultati – perché se si tratta di soddisfazione del palato il gradino piu alto del podio è sempre appannaggio di Paolino Canè – è, appunto, Furlan che per centoventuno settimane consecutive può vantare il ranking più elevato tra gli azzurri. Renzo, con due vittorie nei tornei ATP e i quarti di finale raggiunti al Roland Garros, anno 1995, si arrampica fino alla posizione mondiale numero diciannove, quando a guardare tutti dall’alto sono gli americani della triade Sampras, Agassi e Courier in aggiunta ai vari Edberg, Becker, Kafelnikov e il resto di quella generazione splendida. Insomma, strappare la top 20 non è all’epoca qualcosa di banale, anzi, ma a Furlan l’impresa riesce bene.

    Giocatore senza apparenti eccezionalità nei cromosomi, ma solo per i più distratti, e depositario di un pregevole rovescio monomane che oggi si guarda con nostalgia, Renzo arriva con la garra, il suo talento più grande, dove la tecnica non è in grado di condurlo. Insieme alla testa, quella di un computer. Fisico normale, con il lavoro quotidiano, da giocatore tagliato quasi esclusivamente per la terra battuta per via di un gioco edificato sul dogma della regolarità senza fronzoli e concessioni allo spettacolo, ha finito per diventare un tennista completo, buono per tutte le stagioni. Anche quella sul cemento, superficie che lo ha visto mettere in riga personaggi poco raccomandabili da incontrare intramezzati da una rete, come Chang o come Wilander. Furlan è la classe operaia che va in paradiso, sospinta e poi sorretta da un mix fatto di passione e abnegazione. Fulgido esempio per chi da madre natura non ottiene particolari favori.

    Appesa la racchetta al chiodo nel 2004, Renzo dal tennis non si è mai allontanato. Del resto, che con la sua tridimensionale intelligenza tennistica sarebbe diventato un allenatore preparato non stupisce, oggi come allora. Dopo aver prestato servizio per la federazione di casa nostra e per quella serba, a testimonianza di un apprezzamento che abbatte i confini, Furlan ha preso per mano Jasmine Paolini e i risultati del sodalizio sono storia recente, anzi, recentissima. Una storia che racconta la parabola di una giocatrice forgiata a sua immagine e che, senza essere nata campionessa e con doti fisiche assolutamente nella media, aggiungendo al proprio bagaglio un pezzettino di competenza in più ad ogni occasione è diventata una delle giocatrici italiane più forti di sempre. E pure del mondo, detto senza che nessuno abbia di che scandalizzarsi, considerato che da lunedì prossimo Jasmine, male che andrà, vedrà il suo nome associato alla posizione numero cinque del ranking. Numero cinque.

    Se qualcuno ha commesso l’errore di giudicare la sua finale nell’ultimo Roland Garros alla stregua di un colpo di fortuna, si spera possa non perseverare nella convinzione adesso che, grazie alla vittoria sulla Navarro, si appresta a disputare pure la semifinale a Wimbledon. Due Slam diversi, due superfici diverse, due risultati stratosferici, per una ragazza che, al pari del suo mentore, è archetipo di coscienza tennistica e grinta che potrebbe scansare le montagne. Facile vincere i Championships se di cognome fai Graf o Navratilova, tanto per citarne due che sono fatte di cellule preziose come diamanti. Molto di meno per le Paolini del mondo, abituate a far di conto con la semplicità che, nella sua migliore accezione possibile, è cifra stilistica, e quei gap con le avversarie ogni volta da ricucire. Nell’attesa del prossimo miracolo, l’esigenza di chi come noi ama visceralmente questo sport, è quella di manifestare stima incondizionata nei riguardi della coppia che oggi più ci rappresenta. Furlan e Paolini, l’arte di non porsi limiti rimanendo sempre con i piedi per terra. Anche a Wimbledon.

  • Wimbledon, un sogno azzurro. Dopo i decenni del pane duro di Canè, Camporese, Caratti, Furlan (giù il cappello)

    Wimbledon, un sogno azzurro. Dopo i decenni del pane duro di Canè, Camporese, Caratti, Furlan (giù il cappello)

    Per apprezzare realmente ciò che di straordinario sta accadendo in questo periodo storico tennistico serve probabilmente avere almeno una quarantina di primavere sulle spalle e una certa abitudine al pane duro. Perché a leggere certe analisi ci si rende conto che sono in troppi a non avere il polso della situazione. Troppi, infatti, quelli che danno per scontato l’eccezionale. Da Panatta in poi, urge ricordarlo, non solo è stato impossibile per decenni pensare di trovare due azzurri nei quarti di finale del più importante torneo al mondo, ma con ostriche e champagne si celebravano due match in fila vinti da un italiano in uno Slam. Una rarità, altro che duplice seconda settimana in Church Road. E non è che fossero scarsi i nostri. Perché i vari Camporese, Canè, Gaudenzi, Caratti, Pozzi, Furlan e tanti altri, erano realmente signori giocatori ma, per una somma di circostanze tra le quali una brutale concorrenza in un vertice della piramide debordante di campioni epocali, fare meglio era forse impossibile. Oggi, invece, sembra quasi che piazzare tra i migliori otto superstiti a Wimbledon due connazionali come Sinner e Musetti sia una sorta di minimo sindacale.

    Jannik Sinner (oggi, dalle 14.30 su Sky Sport) è atteso da quel pazzoide di Daniil Medvedev che è ontologicamente un affare tennistico meno decifrabile di uno scritto in aramaico antico. Il russo è giocatore formidabile che ha il difetto, o il pregio in base ai punti di vista, di detestare tutto il genere umano e ogni superficie sotto ai suoi piedi che non sia il cemento. Se la terra battuta lo mette di malumore a livelli esagerati, non è che l’erba lo faccia sorridere più di tanto. Ma, essendo tennista straordinario, con un pizzico di buona sorte l’obiettivo minimo per uno del suo pedigree, i quarti di finale, lo ha timbrato. Non bisogna dimenticare che c’è stato un periodo nemmeno così remoto in cui Sinner sembrasse non trovare il modo di scalfire la regolarità certosina del moscovita che, infatti, era arrivato a sei successi consecutivi negli head-to-head, una sorta di bestia nera. Poi, le cose sono decisamente cambiate e l’attualità racconta di quanto sarebbe sorprendente oggi se riuscisse a insinuare più di qualche risolvibile dubbio nella mente dell’azzurro. Ciò non significa affatto una scampagnata ma che, qualora entrambi al meglio delle possibilità, l’azzurro sui prati vincerebbe nove volte su dieci. Prima di beneficiare del ritiro di Dimitrov, sono bastati Muller e Struff per complicare oltremodo la vita a Medvedev che, pertanto, qualora non trovasse il modo di alzare e non di poco l’asticella sarebbe a rischio stesa. Attenzione, però, Daniil è un campione ed è sempre salutare averlo ben stampato in mente. Perché l’orso, questa mattina, potrebbe essere sceso dal letto col piede giusto.

    Lorenzo Musetti (giocherà domani contro Fritz, orario da definire) è al risultato più importante della carriera. Che sia depositario di un tennis da paradiso non è garanzia di nulla se non del senso di estasiato appagamento che lascia appiccicato sulla pelle di chi ha il privilegio di vederlo giocare. Folle come solo chi ha la genialità intagliata nelle molecole, non più tardi di qualche settimana fa lo si trovava impantanato nei Challenger per riassaporare un minimo della fiducia smarrita e non era raro perdesse contro gente che – detto con rispetto – non sembrava nemmeno facesse lo stesso sport. Ma nella disciplina che più diabolica non potrebbe essere, ciò che è valso ieri non è detto possa valere domani e, così, Lorenzo è tornato, senza che tutt’intorno cambiasse nulla, il Magnifico, proprio nel momento clou della stagione.

    Prima la finale al Queen’s e ora i quarti ai Championships, tutto senza l’aiuto della terra battuta che, a quanto pare, non è più una condizione necessaria del carrarino. A contendergli l’accesso in semifinale sarà Taylor Fritz che a sorpresa, ma non troppa, ha estromesso Sascha Zverev, il recente finalista di Parigi. Lo statunitense è il tipico prodotto tennistico d’oltreoceano: gigante, servizio bomba, dritto devastante, mano ruvida come il porfido. Uno che diventa pericoloso se lasciato agire nella sua zona confortevole ma assai più docile se costretto ad esplorare gli evidenti limiti tecnici che lo accompagnano. Musetti, che ha la possibilità di giocare colpi tutti diversi per ore, per darsi una chance di successo è obbligato a scansare la battaglia dei muscoli che lo vedrebbe quasi certamente soccombere e a dare sfoggio di tutto il suo repertorio balistico. In altre parole, Lorenzo ha nelle corde la possibilità di mandarlo ai matti a suon di variazioni che Taylor farebbe una fatica bestiale a gestire. Bisogna essere onesti. Quando ti capita Fritz nel quarto di finale di Wimbledon significa sostanzialmente due cose: la fortuna è dalla tua parte e l’occasione dev’essere presa al volo, vivo o morto. Sarebbe meraviglioso vedere Musetti sfidare ancora una volta Djokovic, impensierito fino a spingerlo ad un palmo dalla sconfitta nell’ultimo Roland Garros, per l’approdo alla finalissima e, chissà, magari proprio contro Sinner.

    Un passo alla volta. Comunque vada a finire, quello che abbiamo davanti agli occhi è già da ora incredibilmebte straordinario, anzi di più.

  • Un William Wallace più gentile e posato: diciamo addio (e grazie infinite) a sir Andy Murray

    Un William Wallace più gentile e posato: diciamo addio (e grazie infinite) a sir Andy Murray

    I britannici, anche se lui si sente scozzese fino al midollo a costo di affrontare l’argomento a muso duro, lo aspettavano dal lontano 1936 quando Fred Parry, quello delle celebri polo, vinse per la terza e ultima volta il torneo di Wimbledon. La difficoltà del tennis britannico, appunto, di partorire un grande campione cominciava ad assumere connotati financo contrari alla statistica, che è disciplina matematica ma ha un modo tutto particolare per dimostrarlo. Ci aveva provato Tim Henman, ribattezzato Timbledon dai giornalisti locali, con il suo gioco d’antan tanto delizioso ma troppo leggero per fare male al Pete Sampras semi-invincibile che puntualmente finiva per spegnere il sogno patriottico di una nazione intera. Nel 1987, però, a Dunblane, piccolo paese della Scozia, nasceva tale Andy Murray. Ancora non lo si sapeva, ma la svolta stava gettando le sue fondamenta.

    Riccioluto e poco incline alla baldoria, la vita lo costrinse ben presto a fare i conti con le peggiori disgrazie, perché nella Primary School cittadina, la sua, un balordo armato fino ai denti entra con le peggiori intenzioni possibili e fa fuoco a casaccio su bambini e insegnanti. Thomas Watt Hamilton, il suo nome, uccide sedici alunni tra i cinque e i sei anni e la loro maestra, prima di spararsi a sua volta. Quella mattina, in quella scuola, uno dei sopravvissuti è proprio Andy, quello mezzo taciturno con gli occhi intelligenti e la velocità di pensiero. C’è anche suo fratello, Jamie, dal quale presto dovrà separarsi perché destinato dall’onnipresente mamma a studiare tennis a Cambridge. A separarsi, inoltre, sono anche i suoi genitori e la somma dei fatti, tutti accomunati dall’essere poco auspicabili soprattutto per un bambino, è fonte di problemi per Andy che sceglie anch’esso di votarsi al tennis quale stratagemma di sopravvivenza.

    Nella sfortuna, una scoperta. Madre Natura, infatti, lo ha donato di una forma di talento purissima e con pochissimi eguali e non serviva essere Nick Bollettieri, già in quegli esordi, per intuire in lui potenzialità epocali. E pensare che inizialmente quello bravo avrebbe dovuto essere il fratello che, comunque, troverà il modo di fare del tennis una professione benché fosse infinitamente meno dotato di Andy. Classe 1997, quella di Djokovic e che segue di un solo anno quella di Nadal, su di lui calano come una mannaia le aspettative di una nazione che, come detto, da una vita vorrebbe dismettere i panni della Cenerentola, stufa, così com’è, di vedere vincere sempre gli altri. C’è solo un problema, la Triade.
    Pensare di primeggiare nell’epoca dei tre tennisti più vincenti di sempre rasenta la follia ma c’è una cosa tutt’altro che banale che fa ben sperare.

    Dei tre dioscuri – Roger, Rafa e Nole, ovviamente – uno è depositario del tennis che non è tennis perché proveniente da qualche pianeta sconosciuto e superiore, quindi non fa testo, ma gli altri due, in quanto a competenza tennistica, stanno decisamente dietro di lui. Ora, che giocare meglio non significhi nulla in termini di risultati è segreto di Pulcinella. Tuttavia, è altresì veritiero che saper fare con naturalezza più cose dell’avversario, si chiama talento, è un plus che può essere sfruttato con intelligenza. E se per instaurare una tirannia servono mille altre concomitanze, ed Andy mancava in alcune di queste, per fare della Triade un Quartetto, parafrasando Gianni Clerici, le frecce nella sua faretra sono geneticamente sufficienti. Insomma, Murray in linea potenziale sarebbe potuto diventare ciò che i sudditi di Sua Maestà andavano cercando. Potenzialità che, con lavoro e abnegazione, diventa realtà, a valle di un inseguimento caparbio e virtuoso.


    Andy, quando conta, finisce sempre per cedere il passo e la sconfitta sul Centrale di Wimbledon persa contro Federer pare gettarlo nello sconforto. “Non lo vincerò mai”, ebbe modo di dire a valle dell’ultimo punto di una partita che avrebbe potuto fare sfracelli nella sua psiche.
    Roger Federer, in quello stesso momento e davanti agli occhi di mezzo mondo ci tenne a smentirlo e non per mera circostanza. Il Re sapeva fin troppo bene che per il ragazzo di Dunblane il momento sarebbe arrivato. “Lo vincerai”, gli disse. Murray farà anche di meglio, perché la bellezza del suo tennis, un misto di romanticismo e modernità, stava scritto negli astri che un giorno o l’altro lo avrebbe reso sportivamente immortale. Così, di Wimbledon ne vincerà due e sullo stesso campo centrale, che è gloria che trasuda da ogni filo d’erba, si aggiudicherà pure il torneo olimpico demolendo, nella più classica delle rivincite, proprio Federer. Le vittorie Slam, alla fine, saranno tre, grazie agli US Open nei quali – l’anno è il 2012, lo spartiacque – spezzava l’incantesimo delle troppe finali perse, e due le medaglie d’oro alle Olimpiadi. Ciò, perché dopo Londra si regalò pure il bis a Rio, primo tennista di sempre a fare doppietta consecutiva e su due superfici differenti. A certificarne la grandezza, ammesso ce ne fosse davvero bisogno, nel 2016 chiudeva la stagione in vetta al ranking mondiale: il ricciolino di Dunblane stava guardando il mondo dall’alto. L’acme della sua parabola.

    La sorte, immancabile, tornava a farsi avversa palesando sé stessa sotto forma di un problema alle due anche che lo costringerà, con inaudito anticipo sulla tabella di marcia, ad infilarsi in corpo segmenti in titanio nel disperato tentativo di continuare a fare il tennista. Saranno quarantasei, alla fine, i tornei messi in bacheca, tra i quali è d’obbligo ricordare anche la vittoria nelle Finals ATP, l’erede del Master newyorkese. Per chiudere il cerchio, non poteva mancare il trionfo nella Coppa Davis, ancora una volta per la gioia di una scalpitante nazione affamata di tennis vincente. Tutto questo tributo perché ieri, per l’ultima volta, Andy ha calcato i sacri prati di Church Road. Dopo aver rinunciato al singolare, i problemi fisici sono i soliti, ha deciso di congedarsi dai suoi tifosi disputando il torneo di doppio proprio a fianco del fratello. A vederlo per l’ultimo tango londinese c’erano davvero tutti, i campioni di oggi e quelli di ieri. Lo si potrà ammirare ancora per qualche match, almeno fino all’estate, quando la racchetta di Murray sarà appesa al chiodo definitivamente. Tutto deciso, questa volta a prova di ripensamenti. È la vita e l’ordine precostituito delle cose, ma chi ama visceralmente questa disciplina ha il diritto di essere triste quando un giocatore capace di sublimare il nostro sport preferito si vede costretto a chinare il capo dinnanzi a Chronos e alle sue inviolabili leggi.

    Dalla maledetta scuola di Dunblane alla cima del mondo, la storia di Andy Murray è qualcosa che abbiamo avuto il privilegio di vivere da aficionados e che, come sempre accade in questi casi, ci ha reso persone migliori. Non sempre i campioni dello sport hanno il dono dell’originalità e, anzi, è più facile vivano di personalità stereotipate per giunta verso il basso. Esternazioni preconfezionate, attitudine democristiana nel collocarsi nel mondo, mai una presa di posizione scomoda. Una noia mortale. Andy, di tutto ciò, è notoriamente plastica antitesi nonché la tridimensionale dimostrazione che si possa essere uomini a trecentosessanta gradi anche dedicando anima e corpo ad un obiettivo tanto fagocitante come può essere il professionismo dello sport. L’ennesimo motivo per il quale non finiremo mai di ringraziare Sir Andy, il sopravvissuto capace di riscrivere gerarchie apparse per troppo tempo inscalfibili. La garra di Scozia: cose da William Wallace.

  • Tour de France: il mito del Galibier, Pogacar e Pantani che non morirà mai

    Tour de France: il mito del Galibier, Pogacar e Pantani che non morirà mai

    Ieri, Tadej Pogacar ha scritto un’altra pagina di grande ciclismo, spianando il mostro del Galibier in salita e, soprattutto, volando in picchiata fino al traguardo, raggiunto in beata solitudine come tutte (o quasi) le volte in cui decide sia il caso di fare sul serio. E con Jonas Vingegaard a mezzo servizio, per la terribile caduta ai Baschi nella tarda primavera che gli ha accartocciato un polmone, lo sloveno assesta il colpo che potrebbe già voler dire doppietta Giro-Tour, ventisei anni dopo la duplice impresa di Marco Pantani, anno di gloria 1998. Che dire, solo applausi per il fenomenale sloveno.

    Ricorsi storici, quelli belli. Perché anche quella volta tra la fatica e la gloria ci fu in mezzo il Galibier, quasi duemila e settecento metri di altitudine incastonati nel dipartimento dell’Alta Savoia in uno scenario meraviglioso a prescindere. Una salita che evoca storie antiche. La prima rudimentale strada carrozzabile risale già al 1891, in Francia la chiamavano ‘Strada di grande comunicazione numero 14′ ma alla vetta mancava ancora un tratto. Lo scavò l’esercito, ma solo un secolo più tardi. Quasi in cima, ancora oggi troneggia il monumento a Henri Desgrange – per chi non lo sapesse, l’ideatore del Tour de France – che con la prima Grande guerra ancora da venire disse che i ciclisti, pur valorosi, dinnanzi al Galibier non fossero altro che “brodaglia” e, pertanto, obbligati a levarsi il cappello ad ogni passaggio. È risaputo, non toccare ai francesi ciò che i francesi reputano orgoglio di patria.

    Per i nostri colori, nel 1937 fu Gino Bartali a transitare per primo sul gigante delle Alpi Cozie, mentre tre lustri più tardi fu imitato da Fausto Coppi. Senza nulla togliere ai due miti imperituri del ciclismo azzurro, e a tutti coloro che da semplici appassionati una volta nella vita hanno scelto di dedicare cuore e quadricipiti a questa salita, è proprio al 1998 che a sentire parlare di Galibier ci si immagina di tornare, con la forma di memoria più tridimensionale che c’è. Primo, perché Marco Pantani da ormai un ventennio se n’è andato altrove. Secondo, perché ci sono momenti nella storia dello sport che inglobano ciò che rende la vita degna di essere vissuta e assurgono a spaccati a metà tra epica e pedagogia. Anno ’98, dunque, 27 luglio. Estate piena ma, si sa, la montagna fa sempre un po’ quel diavolo che le pare in quanto a meteorologia. Infatti, quel pomeriggio il tempo è da tragedia: diluvia, tira un vento che rende l’equilibrio un esercizio difficoltoso, fa un freddo boia. Marco Pantani è nato in Romagna, adora il mare e in salita va come un treno ma solo perché, lo ripeteva spesso, l’agonia dev’essere abbreviata scalciando il più forte possibile sulle pedivelle. Vien da sé che quelle condizioni climatiche le detestasse epidermicamente.

    Solo qualche mese prima, sulle strade del Giro d’Italia aveva fatto vedere che con l’orografia montana di torno era impensabile per gli avversari vederlo da vicino, tanto che, in un altro pomeriggio passato istantaneamente dall’asfalto alla leggenda, Marco salendo verso le Dolomiti in compagnia di Pavel Tonkov si rese protagonista del faccia a faccia che che oggi è assunto ad unità di misura dei duelli. Ma il Tour non è il Giro. Perché infarcito di chilometri a cronometro, esercizio contro il tempo che costituisce la cryptonite del Pirata, gli arrivi in salita sono soltanto due in tre settimane di corsa e, soprattutto, c’è Jan Ullrich, il Kaiser. Uno che ha saputo riscrivere le leggi della fisica in tema di potenza e che senza i famigerati bagordi culinari (e non solo) durante i freddi inverni della fu Germania dell’Est, oggi ricorderemmo come uno dei più forti corridori di ogni tempo. E poi, fare doppietta tanto somiglia all’impresa che nel tennis significherebbe assicurarsi il Grande Slam. Morale, accade una volta ogni morte di Papa e di cognome sarebbe meglio fare Indurain. Sarebbe.

    Dopo la corsa rosa, Marco non è che si fosse allenato così bene in previsione di una campagna di Francia non certa. Tutt’altro. Poi Luciano Pezzi morì e al via scelse di presentarsi comunque, perché il suo mentore avrebbe voluto lo facesse. Così, le prime tappe sono un mezzo calvario al termine delle quali il tedesco dai quadricipiti grandi come sequoie lo precede e non di poco. Minuti. Giorno dopo giorno, però, l’occhio di Pantani assume il taglio delle occasioni migliori, perché ai fenomeni non piace prendere sberle senza reagire e Marco, se pungolato nell’orgoglio, diventa il peggiore avversario possibile come solo i campioni danno essere. Il 27 luglio, l’arrivo è fissato a Les Deux Alpes e già al mattino l’aria metaforica che si respira in gruppo rischia di essere più tagliente di quella vera che sferza il viso dei corridori. Quando Pantani aveva in mente qualcosa, non si sa come ma era madre natura a preannunciarlo con uno dei suoi trucchi.

    In corsa, Ullrich vestito di giallo mette davanti i suoi uomini a fare da guardia, con lui il luogotenente e vecchia volpe Bjarne Riis con funzione di regista. Tutto sembra apparecchiato a puntino per il controllo della situazione. Invece, Luc Leblanc, uno scalatore di lusso, inizia ad agitarsi in testa al gruppo e le sue proverbiali progressioni sgretolano il plotone dei battistrada con il risultato di privare Ullrich del sostegno dei suoi gregari. A cinque chilometri dal monumento di Desgrange, il Kaiser è solo e Marco decide che il tempo dell’all-in, vittoria o morte, è sopraggiunto. Uno dei Pantani-Moments. Abbassa le mani sul manubrio, dà un ultimo respiro a pieni polmoni e si produce in uno di quelli scatti – perpetui, nella definizione del compianto Gianni Mura – che stanno al ciclismo come il dribbling di Maradona sta al soccer. In un amen riprende i fuggitivi, se li scrolla di ruota e sul Galibier, nascosto da un meteo da tragedia o dall’epica ciclista per chi lo preferisce, scollina in compagnia di sé stesso. Dietro, Ullrich è alla deriva, con le gambe vuote e il morale a pezzi di chi, senza averlo mai messo in preventivo, si scopre impotente.

    Gli ultimi quaranta chilometri sono una pagina di ciclismo che è, insieme, in bianco e nero e colori. Bianco e nero, perché capace di evocare le indimenticabili gesta dei pionieri. Di chi, già un secolo prima, il Galibier lo scalava con bici pesanti come cancelli, maglie di lana sulla pelle nuda e con il copertone di ricambio a tracolla. A colori, invece, perché futuristica, capace di proiettare la disciplina in una dimensione moderna e interpretata secondo i canoni dell’arrembaggio. Il ciclismo d’attualità che oggi sublima, guarda il caso, uno come Pogacar. Trasfigurato da freddo e fatica, e con quella sua aria perennemente malinconica, Pantani giunge al traguardo abbozzando un’esultanza al solito contenuta con quasi dieci minuti di vantaggio sul re definitivamente nudo. Tour ribaltato, un capolavoro che fa da preludio alla passerella gialla sui Campi Elisi, con Parigi prossima a celebrare la grandezza imperitura del Pantadattilo. Sempre scomodando Gianni Mura, che ebbe modo di definirlo in tal modo proprio perché uomo a rischio estinzione, come i dinosauri. Cosa che purtroppo successe davvero non più tardi di una decina di mesi dopo, ma è questa un’altra storia.

    Il Galibier, pertanto, ancora una volta fu giudice supremo, per l’occasione nell’incoronare la doppietta di Marco Pantani. Lo scalatore più forte di ogni eventuale pianeta, oltre che di epoca, dal cuore grande e la sensibilità dilagante, il cui scatto sui pedali si elevò in quei giorni a paradigma di vita per chi avesse l’ambizione di fare della caparbietà una granitica regola di esistenza. Un italiano, a distanza di troppe decadi, tornava sul gradino più alto della manifestazione che più di ogni altra emana ciclismo, spedendo ai posteri una cartolina proprio dalla cima che fa degli uomini ‘brodaglia’ ma non di quelli speciali. Come il Pirata. Marco ce l’hanno strappato troppo presto ma nelle giornate come quella di ieri, rese imperdibili da successori altrettanto valorosi come può essere appunto Pogacar, la sua sagoma inconfondibile sembra non essere mai andata via. Da lì, dove ci si aspetta sempre di ritrovarla: in salita. Christian Prudhomme, il parigino Direttore del Tour de France nel periodo che va dal 2007 al 2018, era solito ripetere un concetto: è il Tour a fare grandi i campioni e non viceversa. Campanilismo d’oltralpe, magari stucchevole ma con un fondo di verità.

    Ci sono campioni il cui ricordo è davvero legato esclusivamente alla corsa che descrive planimetricamente un ricciolo e che, non per niente, gli spocchiosi cugini chiamano Grande Boucle. Tuttavia, ce ne sono altri che brillerebbero di luce propria, sempre e comunque. In Francia e pure nello spazio. Ciò, con buona pace del blasone del Tour, dei vini della Borgogna, della lavanda provenzale e della grandeur della patria che incarnò il sogno rivoluzionario. Marco Pantani, per fare l’esempio che amiamo di più, che il Col du Galibier quel 27 di luglio lo trasformò nel giardino di casa sua. E pure nostra.

  • Via a Wimbledon: chi (non) lo vincerà?

    Via a Wimbledon: chi (non) lo vincerà?

    Edizione 2024 dei Championships al via quest’oggi con il consueto esordio sul campo Centrale del detentore del titolo, Carlos Alcaraz, che dopo pranzo scalderà i motori contro il non irresistibile Mark Lajal. Subito in campo anche Jannik Sinner, capofila della parte alta di tabellone per diritto di ranking, quella purtroppo assegnata dal sorteggio anche alla sua nemesi spagnola che è testa di serie numero tre e che, pertanto, potrebbe dover affrontare già in semifinale. Per l’azzurro, esordio contro il quasi omonimo Yannick Hanfmann, salvo cataclismi nulla più che un allenamento agonistico per verificare lo stato di forma dopo una prima parte di stagione intensa e proficua.

    A guardare il tabellone nella sua interezza balza all’occhio un certo sbilanciamento di forze nel lato presidiato da Sinner, tutto a beneficio di Novak Djokovic che, al contrario, ha davanti a sé una potenziale autostrada. Almeno fino ai quarti, dove a provare ad infastidirlo dovrebbe esserci Hubert Hurkacz, uno che sui prati è un brutto cliente e che proprio qui a Wimbledon ha messo fine alla carriera di Federer, tanto per dire. Holger Rune permettendo, perché lo spaccone ma talentuoso danese potrebbe testare il ginocchio appena operato del serbo negli ottavi, ammesso non si suicidi anzitempo contro qualche improbabile carneade.

    Per Sinner, invece, corsa ad ostacoli. Detto del primo impegno, già al secondo turno la sfida contro il vincitore tra il nostro Matteo Berrettini, che al top della forma fisica è stato capace di arrampicarsi fino all’ultimo atto londinese, e Marton Fucsovics, un ottimo erbivoro, lo costringerà ad essere piuttosto centrato alla svelta. Non è finita, perché la sorte gli potrebbe riservare un quarto di finale scomodo e prestigioso contro uno tra Daniil Medvedev, la cui follia sconsiglia pronostici, e il più elegante del circus, Grigor Dimitrov, che non necessita di presentazione. Attenzione anche al terzo round, dove lo scoglio costituito da Tallon Griekspoor, se l’olandese non combinerà un pasticcio nei primi due match con Miomir Kecmanovic nei paraggi, non dev’essere preso sotto gamba. Contro l’olandese, infatti, non più tardi di quindici giorni fa, Jannik ha vinto in rimonta faticando non poco per avere la meglio.

    Sempre Djokovic permettendo, il cui stato di salute è realmente un’incognita anche se quando il serbo imbraccia la racchetta è perché sente di poter essere ancora una volta il più forte, il clou di quest’anno si spera possa essere una sorta di finale anticipata che più nobile non ci può essere, quella, appunto, tra gli amici-nemici Jannik e Carlitos, per una rivincita con cambio di superficie dopo la vittoria dell’allievo di Ferrero a Parigi, ma solo al termine di una battaglia lunga cinque set. Prima che ciò avvenga, sarebbe assai interessante se il suo quarto di finale Alcaraz lo contendesse ad Alexander Bublik, quello completamente matto ma depositario di una forma di talento cristallina e, in assenza di Kyrgios, forse ineguagliabile se non proprio da Carlitos stesso. Che non ha talento, lo è, ed è superfluo ribadirlo ogni volta. In questo caso, molto dipenderà dalla voglia del kazako di intrattenersi in Church Road, possibilmente lontano dai pub.

    Da segnalare la presenza, purtroppo per l’ultima volta, di Andy Murray che, oltre ad essere il più talentuoso dei Big Four eccetto Federer e ragazzo di intelligenza e interesse sopra la stereotipata media, è uno che a Wimbledon ci ha vinto pure un’Olimpiade e non è conveniente darlo per morto anche se ormai da anni scende in campo con due anche in metallo. Chiosa finale a beneficio di due azzurri speciali. Uno è Lorenzo (il Magnifico) Musetti, che dopo la finale al Queen’s e il morale in risalta potrebbe sfruttare un settore di tabellone piuttosto modesto per arrivare a sfidare Andrey Rublev al terzo turno come obiettivo assolutamente minimo. Rublev, che per essere a Wimbledon, non è certo una prospettiva terribile. L’altro è l’eterno Fabio Fognini, sempre a proposito di chi alla pallina ha modo di dare del tu, che a Londra ha sempre fatto pasticci ma l’esordio con un lucky loser prima di testare Casper Ruud – numero otto ma che sull’erba non vale i primi cinquanta al mondo e forse lo si sopravvaluta – potrebbero riservargli una permanenza londinese non così breve. E, si sa, con il Fogna in mezzo ai piedi non ci si annoia mai.

    In definitiva, chi vince? Mettiamola così: ci sono buone possibilità che i Championships 2024 avranno un nuovo nome sull’albo d’oro. Diciamo che lo si spera, ma senza dirlo troppo forte. Buon torneo a tutti.

  • Tour de France: Romain Bardet, un Don Chisciotte in maglia gialla

    Tour de France: Romain Bardet, un Don Chisciotte in maglia gialla

    Ci sono ciclisti assai particolari che godono di una peculiarità tutta loro, hanno un fascino irresistibile che è figlio delle loro sconfitte. Non si spiega altrimenti l’amore che il popolo del ciclismo riservi a ragazzi che hanno fatto delle meravigliose battaglie perse la loro cifra stilistica; donchisciotteschi cavalieri erranti del pedale che trovano sempre il modo di non vincere praticamente mai avvolti in un’aria triste ma che triste non è. Uno di questi è Romain Bardet, l’ex predestinato di Francia chiamato a riportare il Tour de France in patria e, invece, finito a sgomitare perennemente all’ombra di altri più scaltri e forti di lui. Oggi ha quasi 34 anni – stessa età di Landa, sempre a proposito di chi ha la sconfitta tatuata sul cuore – e ha già stabilito che altre stagioni agonistiche non ce ne saranno e, pertanto, quello iniziato ieri sarà il suo ultimo Tour.

    Un passo indietro. Quando una decade abbondante fa si affacciava alla ribalta insieme all’altra speranza dei cugini d’oltralpe, Pinot, erano in molti quelli convinti che dopo anni di pane duro la Francia avrebbe riassaporato la grandezza ciclistica perduta. Convinzioni legittime perché Bardet, già all’esordio nella corsa gialla dei platani, della lavanda e dei campi di petanque, aveva fatto vedere le sue doti di uomo da corsa a tappe. Scalatore eccezionale, capacità di recupero, grinta a profusione. Tra il 2016 e il 2017, Romain centra due podi in fila negli anni della tirannia del Team Sky, gli antenati pigliatutto dell’odierna compagine Ineos, e con la fine della parabola di Froome, che fece seguito quella di Contador, tutto sembrava essere apparecchiato per il passaggio di consegne. Il tempo di capire cosa avrebbe potuto essere ed ecco che sulla scena ciclistica irrompe come uno tsunami l’odierna generazione dei fenomeni a ribaltare la tavola imbandita per le grandi occasioni. Generazione che riscrive le regole secolari di una disciplina che oggi appare così diversa da quella che avevamo imparato a conoscere.

    Bardet, in tutto ciò, ha continuato la sua missione, ciò che gli riesce meglio: andare sempre a tutta, fare pochi calcoli e cavalcare il coraggio. E se non lo si è più visto vincere, se non in rarissime ma esaltanti circostanze, l’amore della gente, il rispetto in gruppo e la devozione dei gregari sono medaglie al petto che non hanno mai smesso di crescere, facendo di lui un personaggio che tra cinquant’anni sarà ricordato più di molti colleghi dal palmares più ricco. Anche perché Romain è ciò che di più atipico si possa trovare nell’ambiente. Se gli chiedi cosa farebbe di mestiere se potesse rinascere, la risposta è il deejay o lo scrittore. E se, poi, ti capita di incalzarlo sulle spinose questioni di politica internazionale, il buon Bardet non perde un colpo: sa tutto, perché studia tutto. Tanto da prendersi pure una laurea in economia e di svolgere il tirocinio presso la squadra di rugby del Clermont-Ferrant, più o meno la sua città, per poi dire che il ciclismo, da quel mondo ovale così rispettoso, avrebbe davvero molto da imparare. Come in ogni storia della gente comune che si rispetti, anche la sfiga ci ha tenuto a mettere il becco. Per esempio, quando il Giro d’Italia, che non sarà il Tour ma pur sempre il Giro resta, lo vinse il non irresistibile Hindley e Bardet, fin lì il migliore di tutti in salita, dovette abbandonare anzitempo e fare ritorno a casa malconcio. Tutto normale, insomma.

    Lo sport, però, trova sempre il modo di restituire qualcosa di prezioso a chi si affanna per dargli lustro e, al novantesimo minuto di una partita lunga vent’anni, anche per Bardet il momento dell’incasso è finalmente arrivato. Ieri era a priori una giornata eccezionale, perché per la prima volta il Tour sarebbe partito dall’Italia. A Firenze in una cornice strepitosa da fare chinare il capo anche agli orgogliosi francesi. Prima tappa insolita e decisamente impegnativa, lunga, tanta salita, caldo, fatica. Roba alla Bardet. Così, mentre i grandi o presunti tali si controllano, Romain piazza uno scatto dei suoi, si riporta sui fuggitivi della prima ora – ovviamente in salita – e con il compagno van den Broek, monumentale e si sbaglia per difetto, si inventa qualcosa a cui avrebbe potuto crederci soltanto lui. Resistere all’arrembaggio finale del gruppo lanciato all’inseguimento a tutta velocità, con la strada più piatta e più dritta del mondo. Il peggio per fare da lepre in sella ad una bicicletta. Ai meno dieci chilometri dal traguardo il vantaggio è di sessanta secondi, tradotto significa morte certa. Ma Bardet è uno che nell’epoca della tecnologia e dell’intelligenza artificiale non consulta manco il frequenzimetro perché per regola di vita si pedala sempre a sensazioni e di fronte alla morte risponde sempre con un’arma micidiale, il cuore.

    Denti serrati e pancia a terra, il tandem del Team DSM spinge, dopo duecento e passa chilometri arroventati da caldo e sole, rapporti che nemmeno pensa di avere e nell’incredulità generale, ma non la nostra che in quelli folli come lui potremmo riporre la vita dei nostri figli, alla fiamma rossa giunge con ancora un gruzzoletto di pochi preziosi secondi da difendere. Quelli che mancano sono tra i mille metri più belli degli ultimi anni raccontati dal ciclismo. Van den Broek pare una moto, Bardet in viso dimostra il triplo dei suoi anni, incita il compagno e rilancia trovando energie chissà dove. L’arrivo è in parata. Bardet, il capitano, si mette in testa, dà un ultimo sguardo agli inseguitori ormai battuti, allarga le braccia in un abbraccio per accogliere nel momento più bello della sua vita sportiva anche il fidato gregario che esulta con lui. Mani in testa per entrambi, lo sguardo di chi si è reso conto di averla combinata grossa e tanto giallo intorno. Quello della maglia simbolo del primato del Tour che Bardet indossa per la prima e forse ultima volta della sua carriera quando sembrava che, ormai, gli dèi si fossero scordati di lui.

    Ma questa volta il Dottor Bardet si sbagliava. Gli dèi del pedale celebrano giustamente i Pogacar e i Vingegaard ma, sotto sotto, a cena ci andrebbero con i Bardet del mondo. In una di quelle trattorie della Borgogna dove le tovaglie sono a quadri e le portate sono saporite affinché il vino non basti mai. La stessa scelta che faremmo anche noi.

  • Bull Brigade stasera al Gerusco: if the kids are united.. Concerto iconico

    Bull Brigade stasera al Gerusco: if the kids are united.. Concerto iconico

    Questa storia potrebbe essere davvero iniziata a Trinidad, l’angolo di mondo disperso nei Caraibi. Mezzo secolo fa, l’isola che ha subito le colonizzazioni di mezza Europa, tanto per cambiare, non è che se la passasse bene: povera, anzi poverissima nella sua quasi totalità degli autoctoni. Povertà, del resto succede sempre, che fa rima con protesta, quella dei giovani che si scoprono inchiodati ad un presente deficitario con la prospettiva di un futuro, se possibile, anche peggiore. E tra i giovani isolani di discendenza africana prende piede innanzitutto uno stile che in fretta si traduce anche in musica per soddisfare un’impellente esigenza comunicativa: il Calypso. Il termine pare derivi da ‘kaiso’ che per gli africani sta geneticamente ad indicare qualcosa di ben fatto. Peraltro, Calipso è anche la dea greca del mare e vorrà pur significare qualcosa.

    La base è ovviamente multiculturale, perché alle percussioni tipiche dell’Africa si sommano le influenze stilistiche dei conquistatori, il risultato è policromia. Musica che piace al popolo, perché fatta dal popolo per il popolo al quale tutto è imposto con brutalità, e decisamente meno ai padroni coloniali che, infatti, mal digeriscono le liriche taglienti di cantanti che prendono costantemente di mira le storture sociali, l’odio, il razzismo e la prevaricazione dei pochi sui molti; al punto che non è insolito salti fuori una legge che provi a mettere un bavaglio al caleidoscopico dissenso dei cantori calypsonian. Gente di cultura e fantasia, che inventa parole, conia locuzioni, detta la tendenza. Insomma, crea appartenenza. Vocabolo che, insieme a identità, traduce il sentimento che accomuna chi ha nel sangue le molecole della rivolta.

    Il Calypso è progenitore di un sacco di cose, sempre per restare ancorati al pianeta musica. Le jam della musica rap, le famose battle nel cerchio, dove due rapper si sfidano a colpi di rime palleggiando il microfono, tanto ricordano il ‘picong’ del calypso, quando, al ritmo sincopato dei tamburi, i duellanti metaforicamente si colpiscono a vicenda con rime di scherno bonario. Non solo. Chi dal 1969 in poi si è definito uno Skinhead con cognizione di causa variabile o, qualche anno più tardi a partire dall’anno di gloria 1977 un Punk, ecco che, magari senza rendersene conto, ha lo stesso molto da spartire con quegli albori incendiari che si perdono nelle piantagioni di canna da zucchero che nella Trinidad strattonata per la maglia dallo sciovinismo europeo si susseguivano a perdita d’occhio.
    Ciò, perché la musica dei Rude boy – quelli di strada, con tre bottoni sulla giacca e le scarpe di pelle lucida come specchi – quindi Rocksteady e Ska, che a loro volta anticiperanno Oi! e Punk, ha un padre. Mezzo cubano e mezzo giamaicano, con i mari dei Caraibi che ritornano nella nostra storia come un romantico leitmotiv. Si chiama Laurel Aitken e nella città simbolo di Kingston, Giamaica, degradata e pericolosa nei sobborghi al contempo pregni di vitalità, comincia a farsi conoscere cantando proprio il Calypso anche se inizialmente a beneficio dei turisti borghesi da navi da crociera. Dalla sua inesausta creatività nasce il Boogie Shuffle giamaicano, il Blue Beat per intenderci, quando ancora il termine Ska è ancora lontano dall’essere universalmente compreso. Genesi, quella dello Ska, che farà seguito alla sua dipartita con direzione Regno Unito, insieme ad una moltitudine dei ragazzi rudi di cui sopra, proletari e incazzati, dove la sua inarrestabile parabola musicale avrà quale primo risultato imperituro una pietra miliare come “Ska with Laurel”, titolo che da solo precorre ciò che accadrà poi.
    Ai suoi concerti, più in generale, succede qualcosa di parecchio interessante. Sotto al palco si mescolano, attratte come poli antitetici di una calamita, due sottoculture: quella dei Mods, i modernisti che ontologicamente detestano tutto ciò che ha segnato la vita dei loro antenati dalla quale fuggono a gambe levate, e, appunto, quella dei Rude Boy in arrivo dalla Giamaica, peraltro, da poco indipendente. Li accomuna la provenienza sociale, quella working class dalla quale i giovani tentano di evadere per lenire l’alienazione di un sistema economico che velocemente assume i connotati di un tritacarne, nel quale a farne le spese sono gli ultimi, sempre più ultimi ed emarginati, con la classe dominante sempre più dominante. Perché cinquant’anni più tardi, lo abbiamo a un palmo di naso, tutto cambia ma tutto resta uguale. La frequentazione è esplosiva. Londra, prima che il ’77 significhi Punk e odio per la Regina, vede, appunto, l’incontro delle due subculture che abbiamo compreso essere diverse ma sospinte dall’identica propulsione sociale.

    La mescolanza algebrica Mods più Rude Boys significa Hard-Mod, senza troppi giri di parole la nascita del movimento Skinhead. Un cerchio che si chiude e abbraccia le spiagge assolate di Trinidad, il caos malavitoso di Kingston e la suburbia londinese Che sarà thatcheriana. Anno 1969, il punto zero. Dalle atmosfere calde dei calypsonian, accompagnate da sarcasmo lirico e tamburi festaioli, alla ferocia della triade chitarra-basso-batteria, odio di classe divampante, riff taglienti come spade, voci ruvide come carta vetrata che arringano la folla e sottofondo di cori da stadio: la musica Oi! si impossessa delle strade. Il mondo, ben presto, fa la conoscenza di Pursey con i suoi Sham 69, gente che segna un passo nuovo senza dimenticare perché e come è giunta fino a lì. Il resto è storia più o meno recente.
    Mensi, voce degli iconici Angelic Upstarts, da qualche anno ci ha lasciato ma la sua strenua difesa del proletariato resiste immutata nei pezzi ascoltati fino allo sfinimento che odorano di socialismo e contrattacco e il suo esempio è servito da ispirazione ad una moltitudine di artisti che ancora oggi hanno il pregio di pensare che un altro mondo, possibilmente più equo, possa ancora essere possibile. Il motivo di questo lungo e nostalgico back in the days è che tra questi, per restare orgogliosamente all’interno dei nostri confini, i Bull Brigade che impreziosiranno il palco del Gerusco, i capisaldi della cultura punk e skin hanno scelto di non perderli mai di vista. La loro bussola segna sempre la stessa direzione, è la resistenza delle periferie che non si placa o, per dirla come loro, il fuoco che non si è ancora spento.

    Chiosa finale che si articola su due inviti. Il primo è quello di perdere qualche ora del nostro tempo per leggere ‘Spirit of ’69 – la bibbia skinhead’. Libro vergato diverse decadi fa da George Marshall, uno di quelli che c’era, che è necessario per fare chiarezza su un tema socio-politico complesso e caratterizzante ma troppo spesso liquidato dal pensiero egemone come ciò che realmente non è. Non diremo cosa, ma intendono proprio quella robaccia lì. Il secondo, ovviamente, è di farsi trovare duri e incazzati sotto al palco del Gerusco dove, almeno per una sera, Robecco si traveste da periferia urbana di una metropoli che ingloba anime differenti, con i suoi suoni, la sua rabbia, i suoi colori. Quelli della strada.

  • Tennis: l’erba di Sinner e degli italiani, questa volta, è davvero più verde

    Tennis: l’erba di Sinner e degli italiani, questa volta, è davvero più verde

    Altra giornata storica per il tennis italiano, ormai non si contano più. Almeno due le prime assolute di questa domenica di gloria. La prima: tripla finale su erba in contemporanea per due singolaristi azzurri, con Sinner ad Halle e Musetti al Queen’s, più la coppia di doppio Bolelli-Vavassori, sempre in Germania. La seconda: l’altoatesino diventa il primo azzurro di sempre a vincere almeno un torneo del circuito maggiore su tutte le superfici. Gli mancava l’erba, lacuna colmata. Non ci riuscirono né Pietrangeli, ma era un altro sport, né Panatta, già Era open, tanto per sottolineare l’eccezionalità dell’impresa del numero uno al mondo che, inoltre, si aggiunge ad un gruppo davvero ristretto di fuoriclasse capaci di vincere il primo torneo disputato da primo della classe. Tanto per dirne una, Federer mancò quel traguardo.

    Probabilmente di record abbattuti sui prati verdi ce sono altri, molto più significativo, al di là dei numeri, constatare il livello generale del movimento azzurro che trova con impressionante regolarità il modo di essere protagonista ogni settimana e con tanti attori differenti. Numerosità che certifica lo stato di salute di una nazione, perché se è vero che uno come Sinner è uno sfacciato colpo di fortuna, come quelle volte in cui madre natura sceglie di far nascere un fenomeno alle tue latitudini, costruire un gruppo nutrito di atleti di vertice è sintomo del buon lavoro svolto. E gli azzurri che portano a casa la pagnotta sono tanti e pure giovani. Lontani i tempi del pane duro nei quali un buon risultato strappato con le unghie in qualche torneo minore e in località appena abbozzate sulle cartine geografiche veniva salutato con incredulità. l’Italia, adesso, è la nazione di riferimento del tennis mondiale. Chi l’avrebbe mai detto.

    Per tornare alle finali di ieri, ai successi di Sinner sull’amico nonché compagno di doppio Hurkacz, uno che a tennis sa giocare davvero bene, e del tandem Bolelli-Vavassori contro i temibili Puetz-Krawietz, si aggiunge purtroppo la sconfitta di Musetti, colui che aveva piu necessità di tornare a sollevare un trofeo per mettere la parola fine ad un periodo non proprio gratificante in termini di risultati. Perdere contro Tommy Paul, numero uno degli States e giocatore che punta deciso alla Top Ten, non è certo un dramma checché ne dicano troppi presunti addetti ai lavori, ma aver regalato senza combattere il primo set, e a Lorenzo capita spesso di entrare in partita in ritardo, e l’aver disputato un brutto tue-break a chiusura del secondo parziale, sono aspetti che si portano in dote un pizzico di delusione. Il lato positivo è quello di constatare che il buon Roland Garros disputato dal carrarino ha avuto un seguito sulla superficie che ad oggi gli aveva riservato poche soddisfazioni. Ciò non significa aver ritrovato il Musetti capace di impallinare Alcaraz e Djokovic ma almeno di essersi scordati la versione tremebonda di inizio primavera. Il giocatore che annaspava nelle paludi dei Challenger e che finiva per perdere con avversari contro i quali avrebbe dovuto vincere con le mani legate dietro la schiena. Auspicabile iniezione di fiducia in vista di Wimbledon e, soprattutto, del torneo olimpico da disputare sulla più congeniale terra parigina.

    Sinner, già che si è in vena di fare le pulci ai nostri, non ha vissuto la settimana migliore della sua vita ma la differenza tra un campione e un buon giocatore è proprio quella di vincere anche quando il motore non è del tutto registrato. Il 7-6 periodico di ieri con il quale ha regolato Hurkacz, unito alla fatica bestiale per disporre di Griekspoor e Struff nel corso del torneo, testimonia il periodo di rodaggio sull’erba dove è lecito attendersi un salto deciso di qualità per i Championships alle porte, quando gli avversari, da Alcaraz in giù, avranno tutto un altro peso specifico. Tornando al doppio, Bolelli – una carriera da singolarista dal braccio d’oro e la testa così così – a guardare i numeri dev’essere considerato uno dei doppisti azzurri più performanti di sempre, con tre finali disputate nei tornei dello Slam, delle quali una vittoriosa, e diversi altri successi. La sua è una seconda giovinezza e il sodalizio con Vavassori, il Rafter d’Italia, è una delle sorprese più interessanti di casa nostra. Vavassori, peraltro, a tennis gioca assai bene e in quanto a dimestichezza nei pressi della rete prende paga da pochissimi colleghi. Gran volleatore il Wave, da questa mattina il nuovo numero dieci della classifica mondiale di specialità, sempre parlando di record.

    Adesso, per gli azzurri testa (e cuore) a Wimbledon, perché nei pressi di Church Road potrebbero verificarsi situazioni alquanto interessanti. Nell’attesa di fare la conta dei partecipanti, sperando che qualche qualificato si aggiunga ai tanti già presenti per diritto di ranking, una riflessione decisamente nostalgica è d’obbligo. Quest’anno, il torneo più iconico al mondo non vedrà al via nessuno dei Big Three che hanno cannibalizzato l’ultimo ventennio in una rivalità a tre che è leggenda tennistica. Con Federer papà a tempo pieno da ormai due anni, Djokovic con un ginocchio operato di recente e Nadal che nemmeno sa più da che parte cominciare per rimettere in sesto un fisico dilaniato da mille battaglie, si può tranquillamente certificare l’avvento di una nuova era. L’auspicio è che Alcaraz e Sinner, con l’aggiunta di chi saprà aggiungersi, possano farci scordare in fretta le meraviglie dei loro predecessori. La strada sembra essere quella giusta.

  • In tivù gli ultimi 12 giorni di Roger Federer da tennista. Una ricognizione sulla Bellezza

    In tivù gli ultimi 12 giorni di Roger Federer da tennista. Una ricognizione sulla Bellezza

    Se uno come David Foster Wallace lo ha definito un’esperienza religiosa un motivo ci sarà. Il più bello di tutti, secondo il John McEnroe-pensiero, uno che in quanto a bellezza profusa parla la sua stessa lingua dei sogni. La perfezione sul campo da tennis, infine, secondo Rafael Nadal. Tutt’altro che perfetto stilisticamente, il maiorchino, ma un ragazzo che, per diventare grande, alla perfezione della sua nemesi si è dovuto rapportare quale regola di vita, imparando a riconoscerla e spesso a domarla. Roger Federer da Basilea è stato ovviamente tutto questo e, per farla breve, l’universo del tennis non lo ringrazierà mai abbastanza. Intanto, per aver preso per mano un’epoca nefasta, quella che fece seguito al ritiro di Pete Sampras e che proiettò in cima al mondo onesti comprimari della racchetta come Ferrero o Hewitt, e aver restituito l’eccellenza. L’avvento del basilese sul pianeta tennis, quindi, è il John Belushi che veste i panni di Jake, uno dei fratelli del Blues, che entra in chiesa e vede la luce accompagnato dalla voce di James Brown.

    Il merito più grande, però, è un altro: un calcio nel sedere assestato al pensiero bonipertiano, quello ancorato alla supremazia della vittoria ad ogni costo. Un match di Federer, prima che un esercizio d’agone, è stato un’opera d’arte, perché nemmeno l’avvento dell’intelligenza artificiale sembra essere in grado di riprodurre le medesime linee e proporzioni leonardesche, da uomo vitruviano. L’approccio, quindi, fu ogni volta quello della Prima alla Scala, dove i punti continuavano a valere quindici e a scandire l’avanzamento dell’evento ma non se ne curava nessuno. Ancorare uno spettacolo siffatto alla contabilizzazione astratta, per la quale il dominio è del quanto sul come e una demi-volée smorzata vale quanto un dritto colpito impugnando l’attrezzo come una vanga, non fu solo lesa maestà ma un pensiero offensivo nei riguardi di madre natura e della sua benevolenza, perché capace di donare ad un uomo speciale una forma di talento inspiegabile. Se di ballerini formidabili è piena la storia, di Nureyev ce n’è soltanto uno. Anche di Michael Jordan non esiste copia, benché LeBron James possa aver bucato più retine di lui in carriera. Come poco importa che Cristiano Ronaldo abbia messo a referto più goal di Diego Maradona, imperituro alfiere di tutt’altro mondo. Insomma, non è solo la sua compagna di vita, Mirka, a ripetere spesso che lo avrebbe voluto vedere giocare per sempre.

    Il ritiro di Roger Federer è stato un lutto, non è una iperbole, perché non si trattava di dover rinunciare alla gestualità di un campione ma alla fine di un’idea che ha abbracciato sport e vita, spesso la strssa cosa. A raccontare gli ultimi dodici giorni di vita agonistica di Roger ci ha pensato la pellicola “Federer: Twelve Final Days” da qualche giorno in circolazione. Un lavoro diretto da Asif Kapadia, lo stesso regista che in passato si è dedicato anche a Senna e Maradona, sempre a proposito di epica sportiva. Dodici giorni che accompagnano il più grande di tutti nelle decisione di dire stop con il tennis, perché ventiquattro anni di allenamenti e battaglie hanno lasciato un segno indelebile su ginocchia ora esauste, non più capaci di assecondare le sue movenze. Il film è edificato intorno alla commovente lettera scritta da Roger per congedarsi dai suoi milioni di tifosi disseminati sul pianeta e alla routine che porta un atleta ad approcciarsi al match che potrebbe essere il più importante della sua carriera. Nello specifico, l’ultima sua apparizione da giocatore vero, in coppia con Nadal, come solo nelle fiabe e nella cornice faraonica della Laver Cup; una kermesse fortemente voluta proprio da Federer che sapesse dare al tennis ciò che la Ryder Cup dà per genesi al golf: respiro planetario.

    E planetaria è stata la rivalità, appunto, con Nadal, forse una delle più iconiche della storia dello sport, un Coppi-Bartali con la racchetta in pugno. Lo chiamavano Fedal, l’acronimo è chiaro, e ha preso lo sport che fu di Bill Tilden per proiettarlo su traiettorie di popolarità inesplorate, quasi calcistiche nell’accaloramento degli aficionados. Così, le parole spese da Rafa durante lo svolgimento del film, toccanti e sincere, assumono tutto un altro spessore, perché a memoria d’uomo è difficile ricordare un caso analogo di rivalità feroce e, insieme, intrisa di amicizia e condivisione. No, non c’è. Dodici giorni che ricordano la parabola che ha fatto di un raccatapalle pieno di sogni la definizione plastica del gioco che amava. Intervengono in tanti. Detto di Nadal, ci sono Djokovic e Murray, quindi il resto dei Big Four che hanno segnato quest’ultimo ventennio, vecchie glorie come Laver, Borg e McEnroe, l’amico fraterno Luthi. C’è, ovviamente, tutta la famiglia: Mirka, moglie e pilastro, mamma e papà, le due coppie di gemelli. Di fatto, un abbraccio lungo un paio d’ore che hanno il difetto di scorrere troppo in fretta. Un lavoro che, se non aggiunge nulla di nuovo a quanto già non sapessimo, mette la parola fine ad una fine che, ancora ventiquattro mesi dopo l’ufficialità, ci si rifiuta di accettare. Il pianto incontrollato di Nadal sotto gli occhi delle telecamere, a valle dell’ultimo punto giocato da Federer prima di appendere la racchetta al chiodo, è una di quelle cose per cui valga sempre la pena vivere, perché depositario di un messaggio nobile che prende amicizia, rispetto e riconoscenza e ne fa una cosa sola. Morale, tra chi ha già avuto il privilegio di regalarsi il film (chi non l’ha fatto, lo faccia) c’è chi ha pianto e chi mente. Perché ventiquattro anni vissuti insieme, accomunati da una passione grande, ti restano appiccicati alla pelle per sempre.