Wimbledon: lo schiaffo ricco d’estetica e bellezza di Musetti. E ora tutti sul carro..

E adesso come la mettiamo? Tutti sul carro, ovviamente. Ma non più tardi di un mesetto fa, quando Lorenzo Musetti per ritrovare una fiducia scesa sotto alle scarpe annaspava nel pantano dei Challenger perdendo contro avversari agguerriti ma con un pedigree tennistico cento volte inferiore al suo, giornalisti e appassionati lo massacravano in modo brutale. Tutti. Lo sport nazionale: parlare di sport dei quali non si conoscono le dinamiche. Così, Musetti, da ragazzo prodigio, era già dipinto come incompiuto a poco più di vent’anni. Perdente, impalpabile, maleducato. Se ne sono lette e sentite di ogni. Fortunatamente, Lorenzo, all’epoca il numero trenta al mondo mica il millesimo, non se n’è curato più di tanto e, con un team di persone competenti, ha tirato dritto per la sua strada. Una strada maledettamente difficile, la sua, perché tracciata da un modo di fare tennis che è, insieme, meraviglioso e azzardato.

Se il compianto Roberto Lombardi ebbe modo di definire il tennis come evento diabolico, alludendo alle complessità delle sue dinamiche psicologiche, è perché nel tennis deve incastrarsi alla perfezione ciascuno dei mille aspetti che lo caratterizzano affinché si possa pensare di ricavare qualcosa di buono. Tutto, in un castello con poche fondamenta, quindi bello e instabile e con gli equilibri mutevoli ad ogni soffio di vento. Democraticamente, nel bene o nel male. Pertanto, il ragazzo che a Torino perdeva con Passaro e a Cagliari con Navone, nemmeno il tempo di cambiare superficie e al Queen’s centra subito la finale e, male che andrà, a Wimbledon avrà raggiunto una storica semifinale. Terzo italiano di sempre da quando c’è il ranking a siglare un simile risultato. Cos’è successo in questo esiguo lasso di tempo, quindi? Nulla, si chiama tennis ed è un casino bestiale. Ancora di più se sei uno come Lorenzo, uno di quelli che, potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è, di talento ne hanno addirittura troppo e l’indole sparagnina non sanno nemmeno dove stia di casa. In un periodo storico dove sapere giocare bene a tennis, per un sacco di ragioni che vanno dalle racchette iper-performanti, all’omologazione dei campi da gioco, alla qualità atletica generale, non mette al riparo da alcunché, figuriamoci dalla sconfitta
Insomma, la vita dei Musetti non è tipicamente la più facile.

Tornando al non paradosso di cui sopra, si contano sulle dita d’una mano i tennisti che alla pallina sappiano dare del tu al pari del carrarino
. A occhio, tolto Alcaraz che è giocatore epocale sui livelli dei più grandi all-time, forse solo Kyrgios, purtroppo ormai un ex, Bublik, ma è matto come un cavallo, e Dimitrov, anch’esso in dirittura d’arrivo, sono ascrivibili a quella stessa cerchia elitaria. Murray, certo, ma è purtroppo solo nostalgia. Tanto per dire a quelli che se vinci sei un campione e se perdi sei un brocco, quindi a chi fa del male al tennis, che Lorenzo Musetti è, in condivisione con il sempre meraviglioso Adriano Panatta che fu luce, l’evento tennistico di maggior importanza che si sia mai verificato dalle nostre parti. Anche se Jannik Sinner dovesse vincere trenta tornei dello Slam e Musetti restare fermo al palo. Questione di qualità, gli almanacchi sono tutt’altra cosa.

Di lui, al solito i sedicenti addetti ai lavori, dicevano che lontano dalla terra battuta avrebbe sempre combinato disastri, non sapendo che con un talento del genere si potrebbe far la voce grossa pure sulle pietre o sul ghiaccio. Così, sui prati più iconici al mondo, quelli che stanno a Londra in Church Road, Lorenzo, vestiti ancora una volta i panni del Magnifico, un passo alla volta si è arrampicato fino al penultimo atto, dove ad attenderlo sornione c’è la leggenda Djokovic per un match che potrebbe odorare di epica azzurra. Almeno tre i motivi. Il primo è che il serbo sia solo un lontano parente della sua migliore versione ormai lontana un decennio. Resta giocatore formidabile e complicato (per usare un eufemismo) da battere, ma il crisma dell’invincibilità è ormai un ricordo. Il secondo è che, proprio Musetti, nel corso dell’ultimo Roland Garros sia stato ad un centimetro dalla vittoria, poi sfumata per un evidente calo fisico e per quel rifiuto della sconfitta che ancora all’alba dei trentasette anni caratterizza Novak, uno che prima di darsi per battuto scomoda più vite dei gatti. Il terzo è che Lorenzo lo abbia già sconfitto, e fa tutta la differenza del mondo, e che abbia saputo in passato risolvere quesiti altrettanto complessi. Per esempio, disinnescando Alcaraz. Ciò, grazie a momenti tennistici annichilenti, che potrà mettere sul piatto della bilancia per incrinare le granitiche certezze del suo rivale. Insomma, missione tosta ma non impossibile.

Per chiudere fantasticando un po’, la prospettiva di una finalissima dei Championships tra, appunto, Lorenzo e Alcaraz, qualora lo spagnolo evitasse di distrarsi con Medvedev già giustiziere di Sinner, rischierebbe di trasformarsi nel pomeriggio tennistico più ricco di talento che si ricordi a memoria d’uomo, ammesso non si includa Federer nella cerchia dei terrestri. Per vecchi aficionados come noi, che nella cornice che più di ogni altra trasuda tennis possano essere il carrarino e il murciano a contendersi il titolo, sarebbe il regalo di una vita spesa inseguendo con gli occhi una pallina. Non è nostra abitudine, tuttavia questa volta è un obbligo deontologico: noi, dalla parte di Musetti, ci siamo seduti incondizionatamente tanti anni fa perché folgorati da troppa bellezza e, anche nei momenti peggiori, non ci siamo mai scansati. Consapevoli che il tempo sarebbe stato galantuomo.

Adesso divertiamoci, Muso, che gli dèi del tennis spingono forti alle nostre spalle.