Categoria: Sport

  • Casorezzo, arriva un playground da basket

    Casorezzo, arriva un playground da basket

    +Una volta ultimato, sarà un nuovo quartier generale per i giovani di Casorezzo intenzionati a divertirsi e a stare insieme in modo sano e costruttivo. Da alcuni giorni l’area comunale di via San Barnaba è sotto i ferri per la realizzazione dei lavori che porteranno a un playground di basket.

    “L’impianto – spiega il sindaco Rosella Giola – sarà libero e a disposizione di tutti per consentire l’attività sportiva all’aperto, confidiamo che quest’opportunità venga accolta con giudizio e rispetto del bene comune”. Un altro punto per la pratica sportiva dei giovani va quindi ad aggiungersi in paese. Tra quelli già presenti figura anche la pista da trial voluta dal Gruppo giovani e fatta realizzare sotto la precedente amministrazione retta dal sindaco Pierluca Oldani.

  • Il Giro Handbike 2024 fa tappa a Dairago

    Il Giro Handbike 2024 fa tappa a Dairago

    A Dairago, vestita di rosa a festa, domenica 14 luglio si è corsa la terza tappa dell’edizione 2024 del Giro Handbike, la tappa n. 100 in 14 anni di attività della manifestazione paraciclistica leader europea festeggiata insieme ai cento anni di storia della U.S. Dairaghese Ciclismo. La tappa del Giro Handbike a Dairago è valida anche per l’assegnazione dei titoli regionali paralimpici. Presenti la consigliera regionale FCI Lucia Trevisan che ha officiato alla cerimonia di premiazioni insieme a Luca Arrara Presidente FCI provinciale di Milano e Bonissi Vittorio componente della Commissione ciclismo paralimpico.

    “Dairago ci ha regalato forti emozioni: dall’agonismo della gara alla seguitissima diretta sky al clima di festa che si respirava in tutto il paese; una mega torta – squisita – ha suggellato una giornata di grandi festeggiamenti per la centesima tappa del Giro Handbike e i cent’anni di storia della U.S. Dairaghese ciclismo. Per questo significativo evento le atlete e gli atleti del Giro Handbike, i nostri campioni di vita, sono stati al centro della festa insieme ai loro accompagnatori. Uno speciale ringraziamento all’amministrazione comunale di Dairago e a Ivan Bandera presidente della Us. Dairaghese ciclismo per la proficua collaborazione e l’ottima riuscita della manifestazione numero uno anche in Europa” così Fabio Pennella Presidente SEO Solution & Events Organization “Una grande giornata a Dairago di sport ed inclusione.

    E’ stato meraviglioso vedere gli atleti gareggiare con una grande carica agonistica in questa spettacolare disciplina, ma sempre con rispetto gli uni verso gli altri. Questo è il vero sport – dichiara Ivan Bandera Presidente U.S. Dairaghese Ciclismo -. Grazie a questi grandi atleti la manifestazione ha avuto un grande successo di pubblico e un impatto positivo sul territorio. Ringrazio di cuore tutti i volontari, gli sponsor, le forze dell’ordine, l’amministrazione comunale e il Giro Handbike per la perfetta riuscita dell’evento”. Per questa meravigliosa giornata di sport a Dairago è doveroso fare un ringraziamento particolare ai circa 100 volontari che hanno messo a disposizione il loro tempo, agli sponsor che ci hanno sostenuto economicamente e all’Amministrazione Comunale per il supporto.

  • Wimbledon: la ley del rey Carlitos. Dura lex, sed lex

    Wimbledon: la ley del rey Carlitos. Dura lex, sed lex

    Adesso ci diranno che, in fondo, Novak Djokovic ha trentasette anni e che tra Roland Garros e Wimbledon ha pure trovato il modo di farsi dare una sistemata al ginocchio. Che, per carità, è tutto vero, ma la sconfitta di ieri ha ribadito un’altra cosa. Se Carlitos Alcaraz non si fosse distratto, cosa che fa spesso, con tre match point a disposizione e due set di vantaggio, oggi racconteremo di una sconfitta ancora più severa per il serbo che, prima della sopraggiunta ansia del murciano in dirittura d’arrivo, non è mai riuscito a strappare il servizio al suo avversario, faticando come un dannato per tenere il proprio. Non c’è stata partita, semplicemente perché tra Alcaraz e chiunque altro su questa Terra ci sono due categorie di differenza.

    Chi dice che, qualora ci fosse la controprova, il Djokovic migliore e pressoché invincibile del 2011distruggerebbe quello odierno, ha certamente ragione da vendere. Il problema, semmai, è che a vent’anni e poco più, Alcaraz sa fare il triplo delle cose del Djokovic d’annata. Siamo di fronte ad un giocatore potenzialmente capace di riscrivere le regole del gioco e che alla sua età ha incamerato ‘solo’ quattro Slam perché, come detto, ha ancora la tendenza a divagare un po’ troppo e perché la gestione della stagione non sempre è risultata impeccabile da parte del suo team. L’anno passato, per esempio, la spia della riserva gli si è accesa proprio dopo la vittoriosa campagna londinese, stesso posto e stesso epilogo, e non si è più spenta per tutto il resto del 2023, Us Open e Finals inclusi. Che ieri non ci sarebbe stata partita era, o meglio avrebbe dovuto esserlo, chiaro a tutti almeno dal giorno della semifinale, quando un Alcaraz con pipa e ciabatte faceva a fette l’ottimo Medvedev di queste due settimane. Il giustiziere di Sinner non aveva nemmeno disputato un brutto match ma dall’altra parte i giri del motore non si sono mai alzati più di tanto, ciò a testimoniare lo stato di assoluto controllo esibito da un Alcaraz che forse ha imparato pure a centellinare le energie e badare un po’ di più al sodo.

    Ieri, invece, giù il piede sull’acceleratore da subito e contesa in ghiaccio dopo un’ora di gioco. Del resto, alla compilazione dei tabelloni era risultato chiaro che il vincitore sarebbe uscito dalla parte alta, ingolfata dei migliori a scapito di una parte bassa presidiata da un fortunatissimo Djokovic, il cui percorso verso la finale a definirlo abbordabile si sbaglia per difetto. Considerato anche il giorno di riposo supplementare ottenuto prima della semifinale con Musetti, grazie al forfait di De Minaur appiedato da noie di schiena. Se della finale c’è purtroppo poco da dire, e non sarà l’ultima volta che gli spunti saranno ridotti al minimo sindacale, molto, invece, c’è da dire su Carlitos che, alla stregua del Federer di inizio millennio, ha fatto irruzione sul pianeta tennis riaffermando un principio che sembrerebbe scontato ma nella disciplina del diavolo non lo è affatto: il più bravo è anche il più vincente. Perché non serve ribadire che giocare bene, financo meglio di tutti, non sia garanzia di nulla, figuriamoci della vittoria. Quando ciò accade, significa che il tennis ha rimesso ogni tassello al suo posto.

    Computer a parte, che continua a premiare il nostro Sinner, lo scettro di numero uno spetta ad Alcaraz che, simpatie a parte, è già ascrivibile alla cerchia dei più grandi all-time. Non ha l’eleganza del dioscuro svizzero, del resto chi ce l’ha, ma il suo ventaglio di soluzioni è quantomeno dello stesso ordine di grandezza, forse anche superiore e non è lesa maestà. Tecnicamente, non c’è qualcosa di conosciuto che ne esplori una lacuna, la competenza è accademica in ogni zona di campo e qualunque sia l’esigenza contingente. Giù il cappello, come le volte nelle quali un campione epocale piombi sulla scena spostando l’asticella del gioco un po’ più in alto di come l’avesse trovata prima. Sufficientemente in su da risultare intransitabile, eccetto che da lui. La domanda vera, semmai, è legata alla voglia di sacrificio che un ragazzo di vent’anni potrebbe comprensibilmente non avere a lungo.

    La speranza di ammorbidire almeno un po’ la tirannia passa per la caparbietà di Sinner che, a pelle, sembra ragazzo che più dedito di così alla disciplina non si possa essere. Due le ragioni. Una è di natura statistica: Jannik spesso riesce a batterlo, sfruttando una predisposizione alla regolarità che si fa preferire in aggiunta agli ovvi meriti balistici che, indipendentemente dal rivale, sono da grande campione. La seconda, invece, è più legata al contorno. Se Carlitos può esprimere un analogo livello dappertutto, ghiaia e ghiaccio inclusi, il cemento è per Sinner la zona di maggiore comfort e, almeno in linea teorica, gli Us Open potrebbero offrirgli più chance di contendere lo Slam allo spagnolo. Lo stesso ragionamento vale pure per Medvedev e, pertanto, a New York ci si potrebbe divertire maggiormente. Anche considerata la predisposizione di Alcaraz di cui sopra ad arrivare un po’ spremuto alla fine dell’estate. Il pensionamento di Federer, come fu a suo tempo quello di Sampras, avrebbe potuto aprire una voragine nell’ecosistema tennis in quanto a bellezza, in un periodo storico nel quale tutto sembra remare dalla parte opposta. Fortunatamente, nemmeno il tempo di metabolizzare il lutto sportivo, e l’esplosione di Alcaraz ha dato continuità alla parabola del talento senza che ci si potesse annoiare a lungo. Tennis da highlights, insomma, con il pregio di essere pure il lasciapassare per gli almanacchi. In altre parole, ancora una volta è un privilegio esserci.

  • Wimbledon: il trionfo di Barbora e la carezza a Jana Novotna, anima fragile

    Wimbledon: il trionfo di Barbora e la carezza a Jana Novotna, anima fragile

    I Championships in gonnella parlano ceco nel segno della tradizione di una scuola che, passano le generazioni, non finisce mai di sfornare talenti. Barbora Krejcikova, classe 1995 da Brno, ha quindi avuto la meglio di una combattiva Jasmine Paolini, che paga ad un carissimo prezzo quel doppio fallo sciagurato con il quale ha ceduto il break, poi decisivo, nel settimo gioco del terzo set e, ancor di più, l’aver giocato con troppa circospezione l’ultimo game dell’incontro, con l’avversaria comprensibilmente attanagliata dalla pressione e, pertanto, in vena di concederle chance di raddrizzare la baracca in zona Cesarini. Un paio di punti male interpretati che gridano vendetta, insomma. Peccato, ma pur sempre il migliore risultato della storia di Wimbledon per un’azzurra.

    Tornando a Barbora, la neo campionessa Slam, oltre che di un bellissimo tennis è depositaria di una storia che per gli appassionati di vecchia data non può certo passare sottotraccia. Ad allenarla, quando ancora non era la giocatrice di oggi ma poco più di un prospetto grezzo da trasformare in campionessa, fu una delle tenniste dal gioco più gentile e romantico che si ricordi a memoria d’uomo. Un angelo che troppo presto ci ha lasciati: Jana Novotna. Un cerchio meraviglioso oggi si chiude. Sul campo che Jana seppe trasformare in uno spaccato di paradiso del tennis, a sollevare lo stesso trofeo è, quindi, la sua ultima intuizione. Lo sport regala sempre pagine che non possono lasciare indifferenti.

    Sono già passati sette anni da quel 19 novembre che, per i suoi tanti estimatori, non è che il triste ricordo della morte di Jana. Non aveva compiuto nemmeno mezzo secolo di vita quando un male, che con la rassegnazione del caso siamo soliti chiamare incurabile, se l’è portata via. Un male bastardo e pure democratico nel trattare tutti in eguale maniera, artisti compresi; uomini e donne un po’ speciali, proprio come lei, che non fanno eccezione. La cui profusione della bellezza senza soluzione di continuità, se proprio il mondo non l’ha salvato come ebbe modo di intendere Dostoevskij, l’ha reso un posto più degno d’essere vissuto. Nata anch’essa a Brno, ma nella Cecoslovacchia che purtroppo non c’è più, Jana di professione ha fatto la tennista ma tanta era la quantità di talento che le passava per le mani che siamo certi avrebbe potuto primeggiare in qualunque manifestazione d’arte avesse deciso di fare propria. La danza classica, per esempio, lei che di bianco vestita disegnava sul ground di Wimbledon, il tempio laico dello sport che è evoluzione della pallacorda e che spesso dimentica di esserlo, le linee di una ballerina del Bolshoi. Oppure la pittura, ambito nel quale ci piace immaginarla esponente della corrente degli impressionisti, seduta al tavolino del Café Guerbois di Parigi che ‘en plain air’, come si diceva allora di chi creava a contatto con il cielo, sapeva trasformare tubetti colorati in capolavori senza tempo. E, ancora, il canto. Quello, insieme malinconico e felice, di Aretha Franklin, la regina del soul.

    Anima, appunto. Perché Jana fu guidata da un’anima probabilmente troppo gentile per un mondo via via più cattivo.

    Fortunatamente, per i fruitori di una certa idea di tennis, Jana ha scelto di dedicare il suo tempo al nostro ecosistema preferito e, noi che per anagrafica siamo transitati dall’adolescenza all’età adulta sfiorando McEnroe, l’imperitura stella polare se si scomoda la bellezza, per poi attraversare le parabole luminescenti di Edberg e Sampras fino a farci rapire in via definitiva da Federer, nella nota esperienza religiosa teorizzata dal compianto David Foster Wallace, le dobbiamo davvero tanto e ne saremo per sempre debitori. E chi se ne importa se il suo palmares fu ricco ma non ricchissimo come doti tecniche da prima della classe, forse senza eguali nella secolare storia del gioco, avrebbero potuto garantire. Perché, a certi livelli di grazia, il ‘come’ soppianta senza appello il ‘quanto’ e l’universo tennis è questo un distinguo concettuale che riesce ancora a fare. Se vincere è l’unica cosa che conta, ma solo nell’immediato, raccontare storie affascinanti che per protagoniste hanno la racchetta e i misteri di una disciplina tanto complessa, invece, è per sempre come solo i diamanti.
    Esponente, come detto, di una scuola capace di regalare giocatrici accomunati dalla gestualità pulita, quella che dà del tu alla pallina secondo i crismi impressi nei manuali teorici della disciplina, con la sua forma interpretativa riconoscibile tra mille altre ha rappresentato il doloroso canto del cigno di una categoria di atlete inesorabilmente destinate all’estinzione, perché, da lì a poco, soppiantate dalle cyborg del famigerato corri tanto e tira forte di concezione bollettieriana. Evenienza nefasta, almeno a parere di chi scrive, resa possibile dagli attrezzi moderni letali alla stregua di un bazooka che è alla portata di tutti, all’omologazione con annesso rallentamento delle superfici di gioco e da una scientificità tutta nuova nella preparazione del corpo sempre più asintotico alla macchina e i suoi traguardi alla scienza esatta. La glaciazione dello sport, per genesi, archetipo di eleganza che fu prerogativa di Suzanne Lenglen e poi di Martina Navratilova e delle rare mosche bianche che hanno provato a darle coraggiosamente un seguito.
    Docente di spicco dell’università del serve-and-volley, Jana – il Pat Rafter in gonnella, per ovvie ragioni attitudinali, nonché guerriera fragile di romantiche battaglie donchisciottesche e strappalacrime – ha corso il rischio di non vincere mai quel benedetto torneo di Wimbledon che sembrava ogni volta potesse essere suo, prima di finire inesorabilmente ad impreziosire la bacheca delle altre. I Championships, gergo che descrive senza ambiguità l’obiettivo di ciascun bambino che per la prima volta nella vita imbraccia una racchetta, un candido vestito che, sebbene fosse sempre cucito su misura per lei dal miglior sarto londinese, trovava ogni volta il modo di farle difetto. Una spiegazzatura qua, un filo tirato là e, così, appuntamento con la leggenda rimandato a chissà quando. Colpa, lo si dice per amor di verità, più di sé stessa e dei fantasmi che ne deturpavano mente e spirito che del dritto atomico di Steffi Graf o del senso euclideo di Martina Hingis; donne senz’altro più scaltre di lei nel capitalizzare le doti elargite dalla benevolenza di Madre Natura.

    Lacrime, quindi. Tante, quelle versate da Jana, cristallo fragile di un contesto spesso crudele, sulla spalla della duchessa di Kent al termine dell’ennesima apparizione sublime ma senza lieto fine in Church Road. Tante, quelle che noi aficionados pregni di nostalgia abbiamo soffocato implorando gli dèi del gioco affinché le concedessero un’altra possibilità. Una ancora, per il solo privilegio di vederla finalmente sorridere. Finimmo per essere ascoltati, a riprova, o almeno è quello che ci piace pensare, che la bellezza sia virtù non circoscrivibile al solo Pianeta Terra e che, appunto, sappia pizzicare corde ultraterrene. Oltre ad essere un concetto, forse l’unico, scevro dalle inviolabili leggi del tempo. E così, il suo primo cerchio, con il destino al eletto a giudice supremo, si chiuse in un pomeriggio d’estate dell’anno 1998, quando Jana, ormai trentenne ed avviata a diventare la più grande giocatrice di sempre a non aver mai vinto una prova del Grande Slam, al terzo tentativo sul campo centrale più famoso del tennis, iscrisse il nome sull’albo dell’immortalità sportiva e, in maniera più tangibile, sulla targa del circolo più iconico al mondo.

    Altre lacrime, quali leitmotiv di un’esistenza terribilmente breve, ma di gioia, per una volta. Con la sensazione epidermica che lo sport, qualora dotato di pensiero proprio, mai avrebbe potuto sopportare una simile lacuna, più a tutela di sé e della propria reputazione che a scoprirsi riconoscente anche quando dovrebbe. Insomma, quello fu davvero un giorno indimenticabile.
    Nessuno muore in Terra finché vive nel cuore di chi resta, recita l’adagio di un autore rimasto volutamente anonimo. Jana, l’ultima carezza prima dei mortai, comunque non corre questo rischio. Voltaire si sbagliava dicendo che non è dato sapere dove incontrare gli angeli, se nell’aria, nel vuoto o nei pianeti, e solo perché Dio non vuole riconoscere all’uomo questa possibilità. Infatti, un angelo dal cuore grande e la sensibilità straripante è passato proprio di qua, sul microcosmo tennistico, e lo abbiamo riconosciuto senza esitazioni. Un amore a prima vista, il nostro, giusto il tempo di una volée di rovescio e ci siamo sentiti parte di una narrazione bellissima. Un racconto che la meritevole Barbora Krejcikova, pur nel dispiacere per la sconfitta della piccola grande Jasmine, oggi ci ha consentito di rispolverare e non poteva farci regalo più gradito.

    A Jana, ovunque si trovi.

  • Milano: torna la terza edizione di “Run For Inclusion” il 21 e 22 settembre

    Milano: torna la terza edizione di “Run For Inclusion” il 21 e 22 settembre

    Una piattaforma di comunicazione e di contenuti che possa coinvolgere e trasmettere al meglio i valori di inclusione, sostenibilita’ e sport outdoor.

    Questa e’ la rinnovata value proposition di Run For Inclusion, il format ideato da Uniting Group che torna a Milano il weekend del 21 e 22 settembre per la sua terza edizione.

    Anche quest’anno sara’ l’Arco della Pace il cuore dell’iniziativa, che riconferma i propri elementi iconici come il pettorale gara, che i partecipanti potranno personalizzare scrivendo un proprio messaggio come manifesto di liberta’ d’espressione e inclusivita’, e il percorso di 7.24 km, simbolo di un impegno costante verso i temi propri dell’iniziativa 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno.

    “In questi tempi di inclusion e diversity se ne parla tanto e il rischio che determinati valori restino solo parole e’ forte. Noi vogliamo che l’inclusivita’ non sia solo un qualcosa di cui convincersi razionalmente, ma un valore, un’idea da vivere in primissima persona con il corpo, con le emozioni e con la mente – afferma Denise Lo Piparo, Head of ESG e membro dall’Advisory Board di Uniting Group

    Con Run For Inclusion abbiamo voluto creare una piattaforma che possa regalare a tutti l’esperienza di stare al fianco di qualcuno diverso da te, con l’obiettivo di tenere alta l’attenzione non solo i due giorni dell’evento, ma per tutto l’anno”.

    Grande novita’ di quest’edizione e’ infatti “ROAD TO Run For Inclusion”, ovvero un percorso di avvicinamento alla RUN, pensato per “allenare” l’inclusione e per raggiungere obiettivi reali.

  • Stefano Pella nuovo tecnico dell’Under 18 del Rugby Parabiago

    Stefano Pella nuovo tecnico dell’Under 18 del Rugby Parabiago

    Il Rugby Parabiago è lieto di dare il proprio benvenuto a Stefano Pella, che entra a far parte dello Staff Tecnico del Club e diventerà Head Coach della categoria Under 18 e Manager Tecnico del Progetto Atleti in Formazione (PAF) di Rugby Parabiago.

    Il Tecnico varesino vanta un curriculum di tutto rispetto. Allenatore di livello 3 e nazionale, dal 2018 collabora con la Federazione Italiana Rugby come Tecnico Formatore di Area per il Comitato Regionale Lombardo, si occupa della selezione degli atleti per il C.d.F.P. di Milano e della formazione degli allenatori. Dal 2022, inoltre, fa parte dello Staff Tecnico dell’Area Nord-Ovest dell’Under 18 Femminile.

    “Ho scelto di entrare a far parte dello Staff del Rugby Parabiago – racconta il neo-tecnico rossoblù – perché ho trovato molto stimolante il progetto tecnico-educativo che il Club si è prefissato di portare avanti. Inoltre, sono felice di poter allenare e rapportarmi giornalmente con lo stesso gruppo di ragazzi, attività che negli ultimi anni non ho svolto a causa delle mie attività con la Federazione. L’obiettivo che mi pongo con l’Under 18 rossoblù è quello di riuscire a trasmettere loro, oltre alle abilità tecniche necessarie per ampliare la loro formazione rugbistica, anche valori e competenze trasversali che il rugby porta con sé e che saranno loro utili nella vita di tutti i giorni.”

    Il Club augura al nuovo tecnico rossoblù buon lavoro.

  • A Pontevecchio in 200 per il Trofeo Cicli Battistella

    A Pontevecchio in 200 per il Trofeo Cicli Battistella

    Circa 200 ciclisti hanno partecipato domenica scorsa alla super classica dei primi di luglio organizzato dai Cicli Battistella in collaborazione con il Velo Sport.

    Un appuntamento imperdibile per gli amanti del Pedale e, soprattutto, per tantissimi giovani afecionados del Team Battistella capitano dal mitico “Principe”, al secolo Enzo Battistella.

    I campioncini in erba si sono sfidati su un percorso interno con sali e scendi in vallata. Organizzazione impeccabile e arrivo con premiazione a Villa Castiglioni, sede del Parco del Ticino per i vari team.

    Una bella iniziativa che va al di là del valore agonistico in sé e che sta a dimostrare la grande vitalità del Team dei Cicli Battistella e l’attenzione per le nuove leve di cui ogni sport ha sempre bisogno.

    Alla premiazione era presente l’Assessore allo Sport Maria Rosa Cuciniello. Nelle foto che pubblichiamo alcuni momenti della consegna delle medaglie.

  • Una mostra e un libro per i cent’anni dell’Unione Sportiva Dairaghese

    Una mostra e un libro per i cent’anni dell’Unione Sportiva Dairaghese

    Cento anni di storia. Di una storia che intreccia passione per il ciclismo e amore per il proprio paese. L’Unione Sportiva Dairaghese archivierà quest’anno tra i più scintillanti della sua vita associativa. E, per ricordare le tappe (è proprio il caso di dirlo) salienti della sua attività ha allestito una mostra che si potrà ammirare sino a domenica 14 luglio nella sala consiliare di via Damiano Chiesa.

    “E’ un’occasione incredibile- spiega il sindaco Paola Rolfi – per ripercorrere la storia dell’Us Dairaghese ciclismo , le bici, le maglie, i gagliardetti, i trofei e le foto ci faranno attraversare e rivivere i 100 anni che hanno reso grande questa società sportiva”. La mostra è visitabile sino a sabato 13 dalle 17.30 alle 19 e domenica 14 dalle 9 alle 16.

    L’evoluzione dell’Unione Sportiva Dairaghese ciclismo è confluita anche in volume intitolato “Us Dairaghese ciclismo, cent’anni di pura passione” che è stato presentato i giorni scorsi alla presenza di 150 persone tra cui anche il presidente regionale di Federciclismo Stefano Pedrinazzi . Il volume è stato scritto da uno dei fondatori dell’Us Dairaghese, Augusto Olgiati insieme con Danilo Olgiati e Danilo Marchetto. Grande attesa vi è anche per la terza tappa del giro Handbike che farà tappa a Dairago e festeggerà così anche la sua storica centesima tappa.

    L’appuntamento è per domenica 14 luglio dalle 9 alle 14.

    Cristiano Comelli

  • Wimbledon: lo schiaffo ricco d’estetica e bellezza di Musetti. E ora tutti sul carro..

    Wimbledon: lo schiaffo ricco d’estetica e bellezza di Musetti. E ora tutti sul carro..

    E adesso come la mettiamo? Tutti sul carro, ovviamente. Ma non più tardi di un mesetto fa, quando Lorenzo Musetti per ritrovare una fiducia scesa sotto alle scarpe annaspava nel pantano dei Challenger perdendo contro avversari agguerriti ma con un pedigree tennistico cento volte inferiore al suo, giornalisti e appassionati lo massacravano in modo brutale. Tutti. Lo sport nazionale: parlare di sport dei quali non si conoscono le dinamiche. Così, Musetti, da ragazzo prodigio, era già dipinto come incompiuto a poco più di vent’anni. Perdente, impalpabile, maleducato. Se ne sono lette e sentite di ogni. Fortunatamente, Lorenzo, all’epoca il numero trenta al mondo mica il millesimo, non se n’è curato più di tanto e, con un team di persone competenti, ha tirato dritto per la sua strada. Una strada maledettamente difficile, la sua, perché tracciata da un modo di fare tennis che è, insieme, meraviglioso e azzardato.

    Se il compianto Roberto Lombardi ebbe modo di definire il tennis come evento diabolico, alludendo alle complessità delle sue dinamiche psicologiche, è perché nel tennis deve incastrarsi alla perfezione ciascuno dei mille aspetti che lo caratterizzano affinché si possa pensare di ricavare qualcosa di buono. Tutto, in un castello con poche fondamenta, quindi bello e instabile e con gli equilibri mutevoli ad ogni soffio di vento. Democraticamente, nel bene o nel male. Pertanto, il ragazzo che a Torino perdeva con Passaro e a Cagliari con Navone, nemmeno il tempo di cambiare superficie e al Queen’s centra subito la finale e, male che andrà, a Wimbledon avrà raggiunto una storica semifinale. Terzo italiano di sempre da quando c’è il ranking a siglare un simile risultato. Cos’è successo in questo esiguo lasso di tempo, quindi? Nulla, si chiama tennis ed è un casino bestiale. Ancora di più se sei uno come Lorenzo, uno di quelli che, potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è, di talento ne hanno addirittura troppo e l’indole sparagnina non sanno nemmeno dove stia di casa. In un periodo storico dove sapere giocare bene a tennis, per un sacco di ragioni che vanno dalle racchette iper-performanti, all’omologazione dei campi da gioco, alla qualità atletica generale, non mette al riparo da alcunché, figuriamoci dalla sconfitta
    Insomma, la vita dei Musetti non è tipicamente la più facile.

    Tornando al non paradosso di cui sopra, si contano sulle dita d’una mano i tennisti che alla pallina sappiano dare del tu al pari del carrarino
    . A occhio, tolto Alcaraz che è giocatore epocale sui livelli dei più grandi all-time, forse solo Kyrgios, purtroppo ormai un ex, Bublik, ma è matto come un cavallo, e Dimitrov, anch’esso in dirittura d’arrivo, sono ascrivibili a quella stessa cerchia elitaria. Murray, certo, ma è purtroppo solo nostalgia. Tanto per dire a quelli che se vinci sei un campione e se perdi sei un brocco, quindi a chi fa del male al tennis, che Lorenzo Musetti è, in condivisione con il sempre meraviglioso Adriano Panatta che fu luce, l’evento tennistico di maggior importanza che si sia mai verificato dalle nostre parti. Anche se Jannik Sinner dovesse vincere trenta tornei dello Slam e Musetti restare fermo al palo. Questione di qualità, gli almanacchi sono tutt’altra cosa.

    Di lui, al solito i sedicenti addetti ai lavori, dicevano che lontano dalla terra battuta avrebbe sempre combinato disastri, non sapendo che con un talento del genere si potrebbe far la voce grossa pure sulle pietre o sul ghiaccio. Così, sui prati più iconici al mondo, quelli che stanno a Londra in Church Road, Lorenzo, vestiti ancora una volta i panni del Magnifico, un passo alla volta si è arrampicato fino al penultimo atto, dove ad attenderlo sornione c’è la leggenda Djokovic per un match che potrebbe odorare di epica azzurra. Almeno tre i motivi. Il primo è che il serbo sia solo un lontano parente della sua migliore versione ormai lontana un decennio. Resta giocatore formidabile e complicato (per usare un eufemismo) da battere, ma il crisma dell’invincibilità è ormai un ricordo. Il secondo è che, proprio Musetti, nel corso dell’ultimo Roland Garros sia stato ad un centimetro dalla vittoria, poi sfumata per un evidente calo fisico e per quel rifiuto della sconfitta che ancora all’alba dei trentasette anni caratterizza Novak, uno che prima di darsi per battuto scomoda più vite dei gatti. Il terzo è che Lorenzo lo abbia già sconfitto, e fa tutta la differenza del mondo, e che abbia saputo in passato risolvere quesiti altrettanto complessi. Per esempio, disinnescando Alcaraz. Ciò, grazie a momenti tennistici annichilenti, che potrà mettere sul piatto della bilancia per incrinare le granitiche certezze del suo rivale. Insomma, missione tosta ma non impossibile.

    Per chiudere fantasticando un po’, la prospettiva di una finalissima dei Championships tra, appunto, Lorenzo e Alcaraz, qualora lo spagnolo evitasse di distrarsi con Medvedev già giustiziere di Sinner, rischierebbe di trasformarsi nel pomeriggio tennistico più ricco di talento che si ricordi a memoria d’uomo, ammesso non si includa Federer nella cerchia dei terrestri. Per vecchi aficionados come noi, che nella cornice che più di ogni altra trasuda tennis possano essere il carrarino e il murciano a contendersi il titolo, sarebbe il regalo di una vita spesa inseguendo con gli occhi una pallina. Non è nostra abitudine, tuttavia questa volta è un obbligo deontologico: noi, dalla parte di Musetti, ci siamo seduti incondizionatamente tanti anni fa perché folgorati da troppa bellezza e, anche nei momenti peggiori, non ci siamo mai scansati. Consapevoli che il tempo sarebbe stato galantuomo.

    Adesso divertiamoci, Muso, che gli dèi del tennis spingono forti alle nostre spalle.

  • Che meraviglia la Paolini a Wimbledon: Renzo (Furlan) non ha i polli, ma una vera campionessa

    Che meraviglia la Paolini a Wimbledon: Renzo (Furlan) non ha i polli, ma una vera campionessa

    Quando era chiamato a difendere i colori azzurri, i suoi tifosi erano soliti fare due cose. Seguirlo ovunque esponendo un lenzuolo gigante con la scritta “Cimetta è qui”. Cimetta di Codognè, Treviso, estremo nord della regione Veneto ad un amen dal Friuli. Casa sua, quella di Renzo Furlan. Anni Novanta, una vita fa. L’Italia del tennis non era nemmeno lontanamente parente dell’odierna fucina di risultati strabilianti ma non è che se la passasse poi così male come, invece, sarebbe accaduto nella successiva decade. In tivù gli aficionados imparano a guardare lo sport del diavolo con gli occhi di Rino Tommasi, probabilmente il più grande giornalista che si sia mai dedicato alla disciplina che fu di Bill Tilden, e di Gianni Clerici, il più grande e basta. La coppia dei fuoriclasse del microfono è responsabile di un fenomeno bizzarro ma assolutamente giustificato: sono più le volte nelle quali a tenere francobollati gli spettatori sia la caleidiscopica telecronaca del duetto più che l’evento stesso. La capacità di rendere accattivante un prodotto senza mai vendere tappeti, un giornalismo nuovo e un modo nuovo di raccontare lo sport.

    Tuttavia, quando le tonalità si fanno del colore del cielo e l’ambiente ingessato e bacchettone del tennis degli albori cede il passo alla torcida, la voce dei nostri pomeriggi incastonati tra gloria e delusione è quella di Gianpiero Galeazzi, archetipo dell’italianità da osteria: pane, salame e tovaglia a quadri. Poca tecnica narrativa, qualche strafalcione, tantissimo cuore. La sua voce inconfondibile, rotta da un affanno respiratorio che nei momenti clou si fa altrettanto inconfondibile, porta nelle nostre case la magia della Coppa Davis, la più calcistica delle espressioni tennistiche, dove si gioca per una nazionale anziché in proprio e il contesto è sovente una bolgia dantesca. Il tennis nazionalpopolare che, se non lo sopravanza, l’audience del soccer riesce financo ad avvicinarlo. A metà degli anni Novanta, il nostro miglior giocatore in quanto a risultati – perché se si tratta di soddisfazione del palato il gradino piu alto del podio è sempre appannaggio di Paolino Canè – è, appunto, Furlan che per centoventuno settimane consecutive può vantare il ranking più elevato tra gli azzurri. Renzo, con due vittorie nei tornei ATP e i quarti di finale raggiunti al Roland Garros, anno 1995, si arrampica fino alla posizione mondiale numero diciannove, quando a guardare tutti dall’alto sono gli americani della triade Sampras, Agassi e Courier in aggiunta ai vari Edberg, Becker, Kafelnikov e il resto di quella generazione splendida. Insomma, strappare la top 20 non è all’epoca qualcosa di banale, anzi, ma a Furlan l’impresa riesce bene.

    Giocatore senza apparenti eccezionalità nei cromosomi, ma solo per i più distratti, e depositario di un pregevole rovescio monomane che oggi si guarda con nostalgia, Renzo arriva con la garra, il suo talento più grande, dove la tecnica non è in grado di condurlo. Insieme alla testa, quella di un computer. Fisico normale, con il lavoro quotidiano, da giocatore tagliato quasi esclusivamente per la terra battuta per via di un gioco edificato sul dogma della regolarità senza fronzoli e concessioni allo spettacolo, ha finito per diventare un tennista completo, buono per tutte le stagioni. Anche quella sul cemento, superficie che lo ha visto mettere in riga personaggi poco raccomandabili da incontrare intramezzati da una rete, come Chang o come Wilander. Furlan è la classe operaia che va in paradiso, sospinta e poi sorretta da un mix fatto di passione e abnegazione. Fulgido esempio per chi da madre natura non ottiene particolari favori.

    Appesa la racchetta al chiodo nel 2004, Renzo dal tennis non si è mai allontanato. Del resto, che con la sua tridimensionale intelligenza tennistica sarebbe diventato un allenatore preparato non stupisce, oggi come allora. Dopo aver prestato servizio per la federazione di casa nostra e per quella serba, a testimonianza di un apprezzamento che abbatte i confini, Furlan ha preso per mano Jasmine Paolini e i risultati del sodalizio sono storia recente, anzi, recentissima. Una storia che racconta la parabola di una giocatrice forgiata a sua immagine e che, senza essere nata campionessa e con doti fisiche assolutamente nella media, aggiungendo al proprio bagaglio un pezzettino di competenza in più ad ogni occasione è diventata una delle giocatrici italiane più forti di sempre. E pure del mondo, detto senza che nessuno abbia di che scandalizzarsi, considerato che da lunedì prossimo Jasmine, male che andrà, vedrà il suo nome associato alla posizione numero cinque del ranking. Numero cinque.

    Se qualcuno ha commesso l’errore di giudicare la sua finale nell’ultimo Roland Garros alla stregua di un colpo di fortuna, si spera possa non perseverare nella convinzione adesso che, grazie alla vittoria sulla Navarro, si appresta a disputare pure la semifinale a Wimbledon. Due Slam diversi, due superfici diverse, due risultati stratosferici, per una ragazza che, al pari del suo mentore, è archetipo di coscienza tennistica e grinta che potrebbe scansare le montagne. Facile vincere i Championships se di cognome fai Graf o Navratilova, tanto per citarne due che sono fatte di cellule preziose come diamanti. Molto di meno per le Paolini del mondo, abituate a far di conto con la semplicità che, nella sua migliore accezione possibile, è cifra stilistica, e quei gap con le avversarie ogni volta da ricucire. Nell’attesa del prossimo miracolo, l’esigenza di chi come noi ama visceralmente questo sport, è quella di manifestare stima incondizionata nei riguardi della coppia che oggi più ci rappresenta. Furlan e Paolini, l’arte di non porsi limiti rimanendo sempre con i piedi per terra. Anche a Wimbledon.