Categoria: Salute

  • Inaugurato a Roma il Campus Pharma Academy

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    ROMA (ITALPRESS) – Inaugurato a Roma il Campus Pharma Academy dalla Fondazione ITS per le Nuove Tecnologie della Vita di Pomezia (RM) e Farmindustria nel corso dell’evento: “L’ITS NTV e il Campus Pharma Academy: modello di Academy di settore” che si svolge a Roma in Via di Val Cannuta, 200.
    Il progetto – avviato nel 2019 – ha l’obiettivo di far acquisire agli studenti le competenze tecniche necessarie per la formazione delle figure professionali richieste dall’industria farmaceutica.
    Il Campus è un contesto residenziale che offre agli studenti, in un unico luogo, aule didattiche, laboratori, start-up, alloggi e servizi ricreativi.
    Una struttura che permette di migliorare l’attrattività degli Its e della formazione terziaria. E favorisce l’orientamento degli studenti per raggiungere l’obiettivo PNRR degli ITS che è quello di raddoppiare gli iscritti.
    La collaborazione tra Fondazione ITS e Farmindustria ha già ottenuto risultati importanti: 5 corsi attivati (tecnici di laboratorio, addetti alle camere sterili, tecnici per il controllo e l’applicazione delle GMP, addetti alla supply chain, addetti per il controllo di qualità), 96 studenti in formazione: 35% di donne, ben al di sopra della media di donne iscritte in percorsi STEM, 15% studenti provenienti da aree lavorativamente svantaggiate, a testimonianza che questa collaborazione può essere modello per il SUD, 10% studenti già laureati o iscritti all’università. L’obiettivo è arrivare nei prossimi anni a 3/400. 97 manager aziendali coinvolti nella didattica (92% del totale dei docenti), 90% didattica erogata dalle imprese, 100% tasso di placement, 100% tasso di coerenza tra studi e occupazione.
    “Il Campus – secondo Giorgio Maracchioni, Presidente della Fondazione ITS NTV di Roma – consentirà di aumentare l’attrattività degli studenti verso la Fondazione che opera in un settore STEM ad alto valore sociale e che dà occupazione di qualità. C’è grande attesa tra gli studenti per l’apertura del campus che grazie alla collaborazione con Farmindustria ha le potenzialità per diventare un polo formativo di eccellenza nazionale ed internazionale”.
    “Nell’industria farmaceutica – spiega Marcello Cattani, Presidente Farmindustria – si richiede eccellenza in tutte le fasi del processo produttivo e di Ricerca. Per questo le competenze sono il principale fattore di competitività e attrazione degli investimenti nel Paese. E proprio nell’anno europeo delle competenze abbiamo potenziato un modello di collaborazione strategica tra pubblico e privato. Solo attraverso una forte sinergia è possibile individuare i bisogni professionali del settore e pianificare percorsi didattici adeguati. In quest’ottica la partnership con l’ITS in Nuove Tecnologie per la Vita di Roma è particolarmente efficace poichè rappresenta un modello flessibile e attento alle necessità delle imprese, consentendo di anticipare la fondamentale fase di training dei nostri addetti”.

    – foto ufficio stampa Farmindustria –

    (ITALPRESS).

  • RSA in Lombardia: le regole che la Regione deve (dovrebbe) cambiare – Di Carlo Borghetti

    RICEVIAMO & PUBBLICHIAMO – Gentile Direttore,
    mentre la tragedia dell’incendio nella RSA di Milano riempie ancora i giornali, e lo strazio è ancora forte in tutti noi per le vittime e i feriti, si moltiplicano i commenti intorno al tema dell’assistenza alle persone anziane non autosufficienti.

    Premesso che si deve lavorare sulla intera filiera dell’assistenza (che oggi non esiste), dall’assistenza familiare con badanti all’assistenza domiciliare integrata e agli appartamenti protetti, dai centri diurni integrati alle residenze sanitarie assistite e agli hospice, voglio soffermarmi su qualche breve considerazione intorno alle RSA.

    Ritengo che il dibattito “pro o contro” le RSA sia piuttosto surreale: il problema è “quale” RSA vogliamo, non se sia possibile farne a meno, dato che gli ospiti realmente “da RSA” non potrebbero essere assistiti diversamente, e solo una piccola quota di attuali ospiti (sempre più esigua) potrebbe essere assistita in servizi domiciliari appropriati.

    Oggi che succede nelle RSA in Lombardia?

    Si lamentano gli ospiti e le loro famiglie, e hanno ragione: le rette sono mediamente troppo care e i servizi non sempre di qualità adeguata; si lamentano i lavoratori, e hanno ragione: sono pagati troppo poco e il loro numero è spesso insufficiente per il carico di lavoro necessario; si lamentano i gestori, e hanno ragione: i loro bilanci sono in ginocchio (per i sovracosti portati dal Covid, il caro bollette e l’inflazione) e i contributi regionali sono praticamente fermi da anni.

    Le regole per l’assistenza, che sono definite dalla Regione per legge, sono state fissate oltre vent’anni fa e sono ormai superate: prevedono 901 minuti settimanali di assistenza per ciascun ospite, da erogare complessivamente attraverso medici, infermieri, OSS, ASA, fisioterapisti ed educatori, senza specificare quant’è il tempo minimo che ciascuna di queste figure deve garantire. E così ci sono strutture che hanno un medico ogni 40 ospiti e altre che ne prevedono uno per 120 ospiti o più, ad esempio, ma tutte ricevono i medesimi contributi regionali pro-ospite.

    Inoltre 901 minuti a settimana non bastano più, perché gli ospiti sono decisamente peggiorati nelle condizioni di salute che si registrano all’ingresso in RSA rispetto a venti o più anni fa, e dunque il mix di operatori non può essere lasciato indefinito e -peggio- tendere al ribasso. E in effetti molte RSA superano i 1100 minuti settimanali di assistenza, ma ricevono gli stessi contributi regionali di chi eroga 901 minuti.

    La Regione riconosce dunque i medesimi contributi pro-ospite alle RSA indipendentemente dal mix di operatori in servizio e dai minuti di assistenza garantiti: una regola ingiusta, evidentemente da rivedere.

    Anche gli standard strutturali sono definiti per legge dalla Regione e sono oggi superati, a oltre vent’anni dalla loro definizione, perché non rispondono più alle attuali esigenze di un’assistenza di qualità, che dovrebbe dedicare più spazi per la socialità degli ospiti (come i soggiorni) e garantire al contempo anche spazi adeguati per la loro privacy (abbassando il numero medio di persone per camera). Ma oggi le regole regionali non tengono conto di queste esigenze nell’autorizzare le strutture e nel definirne i contributi.

    Circa la retta pagata dagli ospiti o dalle famiglie, la legge prevede che questa vada a coprire i costi assistenziali ed alberghieri, e non vada a coprire i costi dell’assistenza sanitaria (LEA), che deve essere a carico del Servizio Sanitario. In Lombardia, invece, non è così: una parte sempre crescente delle rette va a coprire parte dei costi sanitari dell’assistenza, con il paradosso che se un anziano riceve assistenza sanitaria in ospedale ovviamente non la paga, ma se la riceve in RSA se ne paga un pezzo, anche se non dovrebbe essere così. In questo caso le regole non vanno cambiate, ma vanno applicate.

    Come si può fare dunque un passo avanti rispetto a queste problematiche che riguardano le RSA lombarde, mentre parallelamente ci auguriamo finalmente si sviluppi, anche grazie al PNRR, una vera filiera di servizi dal domicilio all’hospice?

    Servono a mio parere quattro azioni urgenti, tutte di competenza proprio della Regione (rispetto alle quali abbiamo depositato più volte le nostre proposte):

    1. definire nuovi standard regionali gestionali e strutturali per adeguarli alle attuali esigenze degli ospiti e migliorare la qualità assistenziale;

    2. correlare il contributo che la Regione dà alle RSA a parametri qualitativi del servizio, superando l’attuale calcolo pro-ospite;

    3. introdurre criteri di accreditamento che premiano le strutture che calmierano le rette e che migliorano le condizioni contrattuali applicate al personale;

    4. aumentare molto significativamente nel bilancio regionale il budget dedicato all’assistenza degli anziani non autosufficienti in RSA.

    Ovviamente le prime tre azioni dipendono in parte dalla quarta, e da anni lo diciamo, inascoltati, anche alla discussione di ogni Bilancio regionale: mentre il bisogno di servizi sociosanitari per minori, persone anziane o con disabilità cresce di anno in anno, la Regione sbaglia a continuare a dedicare la stessa quota di Bilancio per i servizi sociosanitari che dedicava quarant’anni fa, cioè solo il 10% di quanto stanzia per tutti i servizi per la Salute. Troppo poco.

    “Non ci sono soldi”, qualcuno dirà a Palazzo Lombardia, ma la mia risposta qui è triplice:

    1. più si investe nei servizi sociosanitari, più si prendono in carico le persone al manifestarsi della non autosufficienza, meno si spenderà poi nel servizio sanitario, evitando che queste persone finiscano in ospedale dove “costano” molto molto di più: dunque aumentando il budget dei servizi sociosanitari si risparmia in proporzione molto di più in Sanità;

    2. la salute in generale e la salute dei nostri anziani è una priorità, e deve essere dunque anche una priorità di Bilancio;

    3. deve aumentare in modo cospicuo il Fondo Sanitario Nazionale, aumentando così la quota-parte che viene trasferita alle Regioni.

    Purtroppo nel Documento di Economia e Finanza approvato ad aprile dal Governo si rilevano però previsioni di definanziamento del nostro servizio sanitario drammatiche, data la crisi attuale del sistema: al contrario di quanto ci eravamo sentiti dire in campagna elettorale lo scorso settembre, infatti, si prevede un rapporto spesa sanitaria/PIL che scende dal 6,9% del 2022 al 6,2% nel 2025, mentre il target europeo cui dobbiamo puntare deve superare il 7%.

    L’incendio di Milano chiede lutto, necessita di chiarire al più presto l’accaduto e le responsabilità, ma deve anche spingere la Regione e le altre istituzioni coinvolte a fare un deciso passo avanti per migliorare l’assistenza degli anziani in RSA, tutelare i lavoratori e sostenere i gestori che lo meritano: se non ora, quando?

    Carlo Borghetti
    Consigliere regionale della Lombardia Capogruppo PD in Commissione Sanità

  • Volo salvavita per un 14enne da Catania a Milano, ancora con l’Aeronautica Militare

    MILANO Volo salva-vita per un quattordicenne trasferito da Catania a Milano conun Falcon 900 del 31° Stormo dell’Aeronautica militare.

    Il giovane paziente, precedentemente ricoverato presso il Presidio ospedaliero ”Sant’Elia” di Caltanissetta, necessitava di specifiche cure ed è per questo che la Prefettura di Caltanissetta ha richiesto l’immediato e tempestivo intervento dell’Aeronautica per consentire il ricovero del ragazzo presso l’Istituto Neurologico ”Carlo Besta” di Milano. La missione di volo è stata effettuata da un equipaggio dell’Aeronautica Militare in pronto intervento presso l’aeroporto militare di Ciampino. E’ da qui infatti che il Falcon 900 Easy è decollato alla volta dell’aeroporto siciliano, dove il paziente, precedentemente giunto con eliambulanza all’aeroporto di Catania-Fontanarossa, è stato imbarcato sul Falcon, accompagnato dai suoi genitori e da un’équipe medica. Ripartito da Catania intorno alle 12.30, l’aereo è atterrato a Linate poco dopo le 14. Qui un’ambulanza lo ha subito trasportato presso l’Ospedale di destinazione, mentre il Falcon 900 Easy ha fatto rientro a Ciampino, riprendendo la prontezza operativa a favore della collettività. Il trasporto d’urgenza è stato attivato su indicazione della Sala situazioni di vertice del Comando Squadra aerea dell’Aeronautica militare che ha, tra i propri compiti, anche quello di gestire questo tipo di emergenze.

  • Uno studio, Donanemab rallenta il declino cognitivo di chi ha Alzheimer

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    SESTO FIORENTINO (FIRENZE) (ITALPRESS) – L’azienda farmaceutica Eli Lilly ha presentato i risultati completi dello studio di fase III Trailblazer-Alz 2, i quali dimostrano che donanemab ha rallentato in modo significativo il declino cognitivo e funzionale nelle persone con malattia di Alzheimer (AD) sintomatica precoce. I dati sono stati condivisi in occasione dell’edizione 2023 dell’Alzheimer’s Association International Conference (AAIC) nel corso di un simposio di primo piano, e sono stati pubblicati contemporaneamente sul Journal of the American Medical Association (JAMA). “I dati positivi di Trailblazer-Alz 2 danno speranza alle persone con malattia di Alzheimer, le quali hanno urgente bisogno di nuove opzioni terapeutiche. Questo è il primo studio di fase III in cui una terapia capace di modificare la progressione della malattia replica i risultati clinici positivi osservati in uno studio precedente”, ha affermato Huzur Devletsah, Presidente e Direttore Generale di Lilly Italy Hub. “Se approvato, riteniamo che donanemab possa fornire alle persone con malattia di Alzheimer benefici clinicamente significativi, nonchè la possibilità di completare il loro ciclo di trattamento già 6 mesi dopo che la placca amiloide è stata eliminata. Nell’ambito di un ecosistema sanitario già complesso per quanto riguarda il morbo di Alzheimer, dobbiamo continuare a rimuovere qualsiasi barriera di accesso alla diagnosi e terapia mirate all’amiloide”.
    Lilly aveva precedentemente annunciato che, nel corso dello studio clinico di fase III, donanemab ha raggiunto l’endpoint primario e tutti gli endpoint secondari cognitivi e funzionali. La presentazione alla FDA statunitense per l’approvazione è stata completata lo scorso trimestre, con una decisione regolatoria prevista entro la fine dell’anno. Sono attualmente in corso le sottomissioni anche ad altre Autorità Regolatorie nel mondo, la maggior parte delle quali verrà completata entro la fine dell’anno.
    I risultati di Trailblazer-Alz 2 supportano la domanda di Lilly per l’approvazione regolatoria per il trattamento di persone con malattia di Alzheimer sintomatica precoce positiva per l’amiloide (deterioramento cognitivo lieve o demenza lieve), a prescindere dal loro livello basale di tau.
    TRAILBLAZER-ALZ 2 ha arruolato partecipanti con più ampi punteggi cognitivi e livelli di amiloide rispetto ad altri recenti studi sulle terapie mirate alla placca amiloide. I partecipanti a Trailblazeralz 2 sono stati stratificati in base al loro livello di tau, un biomarcatore predittivo per la progressione della malattia, in un braccio tau medio-basso (a volte indicato come tau intermedio) o in un braccio tau alto, che rappresentava uno stadio patologico successivo di progressione della malattia. Tutti i partecipanti sono stati quindi valutati nell’arco di 18 mesi, utilizzando scale che misurano sia la capacità cognitiva che quella funzionale, tra cui l’Alzheimer’s Disease Rating Scale integrata (iADRS) e il Clinical Dementia Rating-Sum of Boxes (CDR-SB).
    Come riportato in precedenza, tra i partecipanti con livelli medio-bassi di tau (n=1182), il trattamento con donanemab ha rallentato in modo significativo il declino, con un risultato del 35% secondo la scala iADRS e del 36% secondo il CDR-SB. Tra tutti i partecipanti allo studio sull’AD sintomatica precoce positiva all’amiloide (n=1736), il trattamento con donanemab ha rallentato in modo significativo il declino del 22% secondo l’ iADRS e del 29% secondo il CDR-SB. Ulteriori dati presentati all’AAIC hanno rafforzato il fatto che, a prescindere dallo stadio clinico o patologico della malattia al basale, il trattamento con donanemab ha prodotto benefici cognitivi e funzionali rispetto al placebo: Un’analisi pre-specificata di sottopopolazione tra i partecipanti con tau medio-bassa basata sullo stadio clinico ha dimostrato un maggior beneficio di donanemab nei soggetti in uno stadio iniziale della malattia: o Nei partecipanti con decadimento cognitivo lieve (n=214), donanemab ha rallentato il declino del 60% secondo iADRS e del 46% secondo CDR-SB o Per i partecipanti con demenza lieve dovuta ad AD, n=534, donanemab ha rallentato il declino del 30% secondo iADRS e del 38% secondo CDR-SB).
    Allo stesso modo, un’analisi di sottogruppo post-hoc tra i partecipanti con tau medio-bassa basata sull’età, ha dimostrato un maggiore beneficio di donanemab nei pazienti di età inferiore ai 75 anni: o Nei partecipanti di età inferiore ai 75 anni (n=267), donanemab ha rallentato il declino del 48% secondo iADRS e del 45% secondo CDR-SB. Nei partecipanti di età pari o superiore a 75 anni (n=266), donanemab ha rallentato il declino del 25% secondo iADRS e del 29% secondo CDR-SB. I risultati erano simili tra i vari sottogruppi, compresi i partecipanti portatori o meno di un allele ApoE4. L’effetto complessivo del trattamento con donanemab ha continuato a crescere durante tutto lo studio, con le maggiori differenze rispetto al placebo osservate a 18 mesi.
    “Questi risultati dimostrano che diagnosticare e trattare le persone più precocemente nel corso della malattia di Alzheimer può portare a un beneficio clinico rilevante”, ha affermato Alessandro Padovani, Presidente della Società Italiana di Neurologia e Direttore dell’Istituto di Neurologia Clinica presso il Dipartimento di Continuità di Cura e Fragilità, AOU Spedali Civili di Brescia. “Il ritardo nella progressione della malattia nel corso della sperimentazione è significativo e può dare alle persone più tempo per fare le cose che sono significative per loro. Le persone che vivono con la malattia di Alzheimer precoce e sintomatica continuano a lavorare, a godersi i viaggi, a 4 condividere tempo di qualità con la famiglia: vogliono sentirsi se stessi, più a lungo. I risultati di questo studio rafforzano la necessità di diagnosticare e trattare la malattia prima di quanto si faccia oggi.”.
    Donanemab agisce in modo specifico sulla placca amiloide depositata e ha dimostrato di portare alla sua rimozione nei pazienti trattati. Il trattamento con donanemab ha ridotto in modo significativo i livelli di placca amiloide, a prescindere dallo stadio patologico della malattia al basale. Tra tutti i partecipanti, il trattamento con donanemab ha ridotto la placca amiloide in media dell’84% a 18 mesi, rispetto a una diminuzione dell’1% per i partecipanti con placebo. Una volta soddisfatti i criteri predefiniti di clearance della placca amiloide, i partecipanti hanno potuto interrompere l’assunzione di donanemab. Circa la metà dei partecipanti ha raggiunto questa soglia a 12 mesi, e circa sette partecipanti su dieci l’hanno raggiunta a 18 mesi.
    Nella fase patologica iniziale della malattia nei partecipanti con tau medio-bassa, il trattamento con donanemab ha prodotto assenza di progressione a un anno nel 47% dei partecipanti secondo la valutazione CDR-SB, rispetto al 29% con placebo. I partecipanti trattati con donanemab hanno anche presentato un rischio inferiore (39%) di progredire allo stadio clinico successivo della malattia nel corso dello studio di 18 mesi. Questo ritardo nella progressione ha significato che, in media, i partecipanti trattati con donanemab hanno avuto altri 7,5 mesi prima di raggiungere lo stesso livello di declino cognitivo e funzionale secondo CDR-SB rispetto a quelli con placebo.
    L’incidenza di anomalie all’imaging correlate all’amiloide (ARIA, amyloid-related imaging abnormalities) e delle reazioni correlate all’infusione è stata coerente con il precedente studio Trailblazer-Alz.
    Si verificano casi di ARIA in tutta la classe delle terapie anticorpali volte a eliminare la placca amiloide.
    Sono più comunemente osservate come gonfiore temporaneo in una o più aree del cervello (ARIAE) o come micro-emorragie o siderosi superficiale (ARIA-H) – in entrambi i casi rilevate da risonanza magnetica – le quali possono essere gravi e, in alcuni casi, persino fatali. Questo rischio deve essere gestito mediante attenta osservazione, monitoraggio con risonanza magnetica e azioni appropriate, se 5 vengono rilevate ARIA. Sono state osservate anche gravi reazioni correlate all’infusione, nonchè anafilassi.
    -foto Agenzia Fotogramma-
    (ITALPRESS).

  • Allarme super batteri, Pregliasco “Usare meno gli antibiotici”

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    MILANO (ITALPRESS) – Uso degli antibiotici, allevamenti intensivi, guerra, crisi climatiche, disuguaglianze sanitarie sono le condizioni alla base dello sviluppo dei cosiddetti super batteri, microrganismi sempre più forti e sempre più difficili da combattere. Nel mondo le malattie infettive provocate dai super batteri hanno provocato almeno 700.000 morti all’anno. In Europa nel 2020 hanno colpito 600.000 persone causando più di 33.000 decessi, di questi ben 11.000 sono avvenuti nel nostro paese, che si è guadagnato così un poco lusinghiero primato nel continente. Un fenomeno che, secondo le stime, se non sarà arrestato in tempo, provocherà 10 milioni di morti all’anno entro il 2050, superando così persino i decessi causati dal cancro. Sono questi alcuni dei temi trattati da Fabrizio Pregliasco, direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano e presidente dell’Anpas, intervistato da Marco Klinger, per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress: “I batteri cattivi sono batteri che purtroppo capiscono come schivare l’azione degli antibiotici – ha esordito il professore – Nel 1945 la penicillina, il primo antibiotico, ci aveva dato speranze notevoli, e così è stato, di ridurre l’impatto delle malattie infettive batteriche, ma poi i batteri, per un fatto naturale purtroppo di evoluzione e capacità di resistenza, hanno acquisito spesso e volentieri questa antibiotico resistenza, quindi la capacità di schivare l’antibiotico nei suoi effetti e vediamo adesso creare forme spesso pesanti, a volte anche mortali nelle persone più fragili, con un rischio futuro molto pesante se non si fa qualcosa”. E sono recenti due casi in Italia di contagio citati da Pregliasco: “In Italia di recente ci sono stati alcuni casi, un citrobacter a Verona in una terapia intensiva neonatale proprio a causa di un contagio che si è visto essersi protratto per diversi mesi o anni – ha spiegato – Un’altra situazione era legata agli strumenti veramente importanti come i sistemi per la circolazione extracorporea, che purtroppo però si sono contaminati anche qui con un micobatterio chimaerae, un nome bello ma pesante per i suoi effetti, che ha determinato pesanti situazioni su persone cardio-operate: per molti c’è stata la paura di essere coinvolti, perchè la patologia può insorgere anche in seguito”.
    Sull’argomento, Pregliasco ha scritto un libro divulgativo: “Si intitola ‘I superbatterì per evidenziare che non si tratta di un libro scientifico nel senso tecnico e professionale, ma di un libro divulgativo dove raccontiamo storie di persone che hanno avuto dei guai, storie di persone che negli anni hanno poi fatto e stanno facendo cose in positivo – ha raccontato – Attraverso queste storie e questa individuazione delle persone poi si arriva nella parte finale al racconto di quegli elementi pratici e oggettivi che ognuno può attuare, perchè è una responsabilità condivisa”. Gli allevamenti intensivi, ora vietati in Italia, hanno determinato un grosso problema in passato: “Lo hanno fatto in termini di non responsabilità, ovvero di un uso improprio, eccessivo, per massimizzare il risultato degli allenamenti e far vivere male, in un contesto di affollamento, ma far crescere comunque gli animali – ha aggiunto – Oggi è vietato, l’Italia è molto attenta e ha prescritto la ricetta elettronica e l’indicazione solo di uso come è giusto che sia per gli umani per la terapia e non per la prevenzione, ma purtroppo dobbiamo considerare l’antibiotico come una lama che ogni volta che si usa un pochettino perde il filo, per cui non va sprecato”. Pregliasco ha ricordato come anche nella vaccinazione, per esempio quella per l’influenza o per il Covid, il batterio cerca di schivare l’antibiotico per un’evoluzione naturale, attrezzandosi. E se per l’OMS lo scenario è apocalittico, per il professor Pregliasco c’è ancora una speranza: “Abbiamo comunque la possibilità e l’opportunità di fare qualcosa. Le istituzioni devono fare sorveglianza, dare disposizioni, gli allevatori devono ridurre questo utilizzo degli antibiotici, i medici devono essere meno pesanti con la penna nell’indicazione a volte eccessiva dell’antibiotico, poi è necessario anche che le aziende farmaceutiche siano più attente, ultimamente avevano deviato la ricerca su argomenti più convenienti – ha ammonito – E poi c’è la responsabilità del paziente. Se l’antibiotico funziona, la sintomatologia migliora subito, molti non seguono la prescrizione nel dosaggio e nella tempistica: se il medico dice per cinque giorni, anche se c’è un immediato miglioramento, si proceda nel tempo. E’ una responsabilità di tutti, però è anche del singolo, ci vuole un’attenzione condivisa. “E’ da un pò di anni che non arrivano nuove molecole, ci sono nuovi antibiotici ma sono variazioni sul tema. Si stanno ricercando negli abissi marini, ma anche all’interno dei virus degli stessi batteri, un altro approccio interessante per avere una vasta scelta, ma per cui va fatta molta attenzione – ha ricordato – Un medico che usa l’ultimo antibiotico a disposizione vuol dire sprecarlo se non è necessario”. La chiosa è sulla recente vicenda personale che ha colpito Madonna: “E’ una donna di 64 anni, dunque comunque non fragilissima. Forse ha trascurato i primi segnali e poi si è ritrovata a dover andare in terapia intensiva. Questo dimostra che i batteri sono con noi, qualcosa con cui dobbiamo fare i conti – ha concluso – Il Covid ci ha insegnato che la natura riusciamo sì a inseguirla, ma sta anche a noi cittadini, istituzioni, ricercatori e medici di usare il buonsenso come sempre, anche se non è facile”.
    – foto Italpress –
    (ITALPRESS).

  • Carlo Borghetti sui medici di base: “Il modello di Regione Lombardia demolito dalle organizzazioni più rappresentative di categoria”

    In Commissione Sanità abbiamo audito le loro organizzazioni più rappresentative, e ne è uscito un giudizio impietoso rispetto a quanto Regione Lombardia potrebbe fare e non ha fatto in questi anni.

    LOMBARDIA – “In Commissione Sanità le organizzazioni dei medici di famiglia presenti in audizione nei giorni scorsi, hanno demolito la Regione Lombardia, esprimendo esattamente le stesse criticità che noi, consiglieri di opposizione, rileviamo e denunciamo, inascoltati, ormai da molti anni rispetto alla medicina territoriale e alle cure primarie”. Così Carlo Borghetti, consigliere regionale del Pd e capogruppo in Commissione Sanità, interviene a margine della seduta odierna in cui si è tenuta l’audizione sulle problematiche della professione medica con i rappresentanti della categoria.

    “Moltissimi i problemi emersi -dice Borghetti, elencandone alcuni-: ancora nessun alleggerimento del livello di burocrazia cui sono sottoposti i medici; malfunzionamento del sistema informativo (SISS) che fa perdere addirittura il 30% del tempo-lavoro; mancato caricamento dei referti da parte di molti ospedali e poliambulatori sul Fascicolo sanitario elettronico (fatto che complica ulteriormente il lavoro dei medici); ancora non completato il processo di dematerializzazione delle ricette a favore dei cittadini; mancato adeguato supporto all’attività attraverso personale di studio; insufficiente livello di retribuzione a fronte dell’aumento dei pazienti presi in carico”.

    “Si tratta di questioni di competenza regionale che vanno affrontate con urgenza -sottolinea l’esponente dem-: ancora risulta incomprensibile come Regione Lombardia, in così tanti anni, non sia stata in grado di affrontarle. E questo, certamente, anche per l’inefficiente gestione dei sistemi informativi sanitari, prima da parte di Lombardia Informatica e oggi di Aria”.

    “Con queste premesse ci chiediamo come farà l’assessore Bertolaso a far diventare una realtà il Cup unico per abbattere le liste d’attesa, ma sicuramente capiamo perché si sia preso tre anni per realizzarlo: un tempo troppo lungo per la salute dei lombardi -conclude Borghetti-. Noi abbiamo le proposte, interessano a Fontana?”.

  • L’esclusione sociale? I bimbi la percepiscono già a 13/14 mesi. Lo studio della Bicocca di Milano

    L’esperienza di essere ignorati in presenza degli altri, nota con il nome di ostracismo, è un fenomeno che si verifica comunemente nell’arco della nostra vita in diversi contesti e a diverse età. Esso influisce negativamente sui bisogni psicologici fondamentali e induce cambiamenti fisiologici e comportamentali negli adulti. Un nuovo studio, dal titolo “You can’t play with us: First-person ostracism affects infants’ behavioral reactivity”, condotto presso il Bicocca Child&Baby Lab dell’Università di Milano-Bicocca, e appena pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Child Development, ha rivelato come anche i bambini di soli 13 mesi siano sensibili all’ostracismo e reagiscano in modo diverso quando vengono inclusi o esclusi in situazioni sociali.

    MILANO – Nel corso degli ultimi vent’anni, diversi studi si sono occupati di comprendere le dinamiche sottostanti il fenomeno dell’ostracismo. A oggi è noto come, a partire dall’età scolare, l’essere esclusi da situazioni sociali possa influenzare i bisogni psicologici di base come il bisogno di appartenenza e l’autostima, causando cambiamenti fisiologici come l’accelerazione del battito cardiaco. Non solo, l’ostracismo può anche modificare i nostri comportamenti, consentendoci di adottare atteggiamenti prosociali o antisociali a seconda della situazione. Ma come e quando emerge questa precoce sensibilità all’esclusione sociale? Per cercare di rispondere a questa domanda, la ricerca, realizzata presso il Bicocca Child&Baby Lab da un gruppo di ricercatori coordinato da Ermanno Quadrelli, docente di psicologia dello sviluppo e psicologia dell’educazione, all’interno di un finanziamento della Commissione Europea tramite un bando Marie Sklodowska-Curie Innovative Training Network (Progetto MOTION), ha esaminato gli effetti dell’ostracismo sul comportamento di bambini di 13-14 mesi.

    I bambini venivano coinvolti in un gioco con una palla insieme a due sperimentatori. Durante il gioco potevano essere inclusi, ricevendo e passando la palla in modo equo con gli sperimentatori, oppure ostracizzati, venendo ignorati dagli sperimentatori ed esclusi dal gioco dopo i primi due passaggi. Il comportamento dei bambini veniva registrato per consentire di valutare in maniera dettagliata le espressioni facciali, vocali e posturali degli stessi durante le diverse fasi dell’esperimento. I risultati ottenuti hanno dimostrato che i bambini ostracizzati mostravano una minor quantità di comportamenti a valenza positiva, quali sorrisi e risate, mostrando invece in misura maggiore espressioni emotive negative, quali pianto ed espressioni di rabbia, rispetto a quelli inclusi. I bambini esclusi, inoltre, si mostravano molto più attenti al gioco, osservando più a lungo la palla e/o i giocatori, e ricercavano l’attenzione degli altri giocatori, verosimilmente in un tentativo di essere re-inclusi nell’interazione sociale.

  • Test di medicina: due su tre sono donne

    Si avvicina il test d’ingresso alle facolta’ di medicina, uno dei test che da sempre attira le attenzioni dell’opinione pubblica, sia per l’importanza della professione, sia per la difficolta’ dell’esame, sia perche’ le discussioni intorno al test, che ha subito innumerevoli cambiamenti negli ultimi tre anni, hanno l’obiettivo di trovare la risposta alla domanda: “perche’ ci sono sempre meno medici?”.

    MedCampus ha quindi realizzato una ricerca che intende portare alla luce le aspettative e le preoccupazioni degli studenti italiani che si preparano per il test di ingresso a Medicina, oltre a delineare il profilo di coloro che a tutti gli effetti saranno i futuri medici. I primi dati che sorprendono provengono dalla rilevazione anagrafica: il 68% dei candidati al test e’ infatti donna, un trend che sembra confermare quanto la professione medica negli ultimi anni sia attrattiva soprattutto per le donne, sebbene al momento il gender balance degli iscritti all’Ordine dei Medici sia perfettamente in equilibrio. Il dato e’ omogeneo in tutta Italia, con le regioni del Nord che aumentano leggermente la media (piu’ del 70% delle iscritte e’ donna). Rispetto alla provenienza, dalla ricerca si evince che il 13,9% dei candidati e’ lombardo mentre il 13,2% e’ campano. Due regioni che, insieme, forniscono quindi il 27,1% dei candidati, e in cui si trovano (Milano, Pavia e Napoli) tra le piu’ importanti Universita’ Statali che nella loro offerta hanno la facolta’ di Medicina. Questo risultato non deve indispettire molto se lo mettiamo insieme ad altri due dati: il 31% degli studenti non e’ disposto ad allontanarsi troppo dal luogo di origine e il 76,7% dei candidati preferisce l’Universita’ Pubblica.

  • La ricerca: dopo il Covid rischio depressione nelle madri triplicato

    Durante la pandemia di Covid-19 sono “quasi triplicate” le donne con un rischio di depressione nel periodo perinatale – quello che va dall’inizio della gravidanza al primo anno dopo il parto – passando “dall’11,6% nel 2019 al 13,3% nel 2020, fino al 19,5% nel periodo tra gennaio e settembre 2021 e al 25,5% nel periodo tra novembre 2021 e aprile 2022”.

    Lo ha sottolineato l’Istituto superiore di sanità, in base ai “primi dati nazionali sull’impatto della pandemia sul rischio di depressione e ansia nelle madri durante il periodo perinatale. L’indagine, pubblicata sull”International Journal of Environmental Research and Public Health’, ha coinvolto più di 14mila donne che hanno eseguito lo screening nel periodo 2019-2022 presso i servizi pubblici territoriali che partecipano al Network italiano per la salute mentale perinatale, coordinato dal Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale (Scic) dell’Iss”. Risultati che invitano a riflettere anche alla luce della tragedia di Voghera, nel Pavese, dove una madre che sarebbe affetta da depressione post-parto ha strangolato il figlio di un anno. “Questi dati, che provengono peraltro da un ampio campione nazionale – rimarca l’Iss sul suo sito – evidenziano l’impatto negativo della pandemia sulla salute mentale delle donne nel periodo perinatale, confermando il ruolo di noti fattori psicosociali per l’ansia e la depressione e la loro esacerbazione durante il biennio della pandemia. Sebbene siano ancora preliminari, i risultati evidenziano l’urgenza di monitorare il benessere psicologico delle donne nel periodo perinatale. L’attuazione di programmi di screening in questo periodo è particolarmente importante – si raccomanda – per identificare precocemente le donne a più alto rischio di ansia/depressione e quindi la loro inclusione in programmi di intervento efficaci, favorendo così lo sviluppo della relazione madre-bambino e della salute mentale per tutta la vita”. “Le variabili associate al rischio di depressione – illustra l’Iss – includono l’avere problemi economici e non poter fare affidamento sul sostegno di parenti o amici, mentre essere casalinga rappresenta un rischio inferiore. Le variabili associate al rischio di ansia sono l’essere di nazionalità italiana, avere alcuni o molti problemi economici, non poter contare sul sostegno di parenti o amici, e non aver frequentato un corso di preparazione al parto”.

  • Scelta revoca del medico in farmacia: servizio utilizzato da 481mila cittadini

    MILANO Continua la crescita della farmacia dei servizi in Lombardia, come dimostra il successo di una delle tante prestazioni di cui oggi si può usufruire, oltre alla dispensazione del farmaco, recandosi nei 3.000 esercizi associati a Federfarma presenti sul territorio: la possibilità di scegliere o cambiare il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta.

    Attivato a luglio 2022, grazie alla convezione sottoscritta fra la Regione, Federfarma Lombardia e Assofarm/Confservizi Lombardia, in un anno il servizio è già stato utilizzato da 481.989 cittadini, che si sono rivolti al farmacista di fiducia per cambiare il medico curante.Aumentano anche i cittadini che scelgono la farmacia per usufruire dei servizi di telemedicina. Ad oggi, fanno parte della “Rete di Telemedicina Federfarma – HTN (Health Telematic Network)” 1.680 “croci verdi” della Lombardia che, da gennaio, hanno eseguito 52.679 prestazioni: 22.308 elettrocardiogrammi, 16.857 holter cardiaci e 13.514 holter pressori, con un incremento di circa il 40% rispetto al primo semestre 2022. In particolare, il secondo trimestre di quest’anno mostra un trend positivo del 29% sul secondo trimestre 2022 e del 79% sul secondo trimestre del 2021.

    Sostanziale è stato inoltre il contributo degli esercizi farmaceutici lombardi alla campagna vaccinale contro l’influenza, con la somministrazione di 223.555 dosi totali nella stagione 2022-2023; di queste, 193.827 in regime di convenzione con il SSR.Le farmacie di comunità si sono confermate tempestive nel rispondere alle esigenze dell’utenza anche sul fronte dei tamponi per il rilevamento dello streptococco. Dallo scorso marzo si erano rese disponibili per l’esecuzione del test, particolarmente richiesto a causa dell’alto numero di infezioni riscontrate nei bambini; oggi gli esercizi aderenti sono 1.031 (circa un terzo sul totale), di cui 467 nel territorio di Milano, Lodi e Monza Briana, 129 nella provincia di Bergamo, 109 in quella di Brescia, 65 in quella di Como, 29 a Cremona, 32 a Lecco, 42 a Mantova, 57 a Pavia, 13 a Sondrio e 88 a Varese.