Il tabellone di Wimbledon si è allineato alle semifinali. Che, insieme ad Alcaraz, Djokovic e Medvedev, quindi il gotha della disciplina, ci sia il nostro Jannik Sinner è motivo di campanilistica soddisfazione anche se, per onestà intellettuale, occorre riconoscere che è difficile immaginare un cammino più agevole di quello toccato in sorte all’azzurro, fatto di avversari più da Challenger che da Slam.
E se è vero che gli assenti hanno sempre torto, il computer che ha spedito il novantanove per cento della qualità tennistica nella parte alta di tabellone – quindi non la sua – resta inequivocabilmente uno sfacciato colpo di fortuna che, tuttavia, ha avuto il grande merito di sfruttare e non era affatto scontato visto il recente scempio parigino che preferiremmo non rimembrare.
Jannik, pertanto, si giocherà l’ingresso in finale incontrando Djokovic e la notizia non è ovviamente buona ma, forse, nemmeno così terribile considerate le alternative. Con Medvedev, infatti, ci ha sempre perso, spesso malamente e senza capire molto di quanto gli stesse capitando intorno. La capacità difensiva e di contrattacco del russo, infatti, sono per l’azzurro due quesiti ancora senza risposta. I prati lo avvantaggerebbero, o meglio penalizzerebbero un po’ il rivale, ma il peso delle recenti scoppole sarebbe stato un fardello non indifferente da portare a spasso per il court. Daniil, pure sui sassi, è sempre un cliente da evitare come la peste. Con Alcaraz, invece, ha sempre fatto partita alla pari, talvolta vincendo. Ma lo spagnolo è in quella fase ascendente di carriera per la quale ciò che è stato ieri potrebbe tranquillamente non essere più oggi e figuriamoci domani. Tecnicamente il più forte di questo e altri eventuali pianeti, Carlitos ha il talento sfacciato di chi impara e migliora alla svelta di partita in partita e c’è da pensare che, rispetto all’ultimo incontro disputato tra loro, sia cresciuto in rendimento di un ordine di grandezza in più rispetto a quanto abbia fatto Sinner. Insomma, Alcaraz che ha demolito Rune, uno che probabilmente già oggi si fa preferire al nostro giocatore, è fuori categoria, inavvicinabile almeno finché non siano i crampi a metterlo al tappeto. Anche con Djokovic ha sempre perso, vero, ma un anno fa sugli stessi campi in simil-erba si è trovato avanti in scioltezza per due set a zero grazie all’unica condotta di gara che ha nelle corde: tirare forte e sulle righe. Purtroppo per lui, un vecchio marpione come il serbo gli seppe prendere le misure per il rotto della cuffia evidenziando il fatto che, una volta neutralizzato il bazooka, sono ancora troppo poche le alternative di gioco a disposizione di Sinner che, infatti, sulla lunga distanza ha finito per soccombere.

Questo Djokovic versione 2023, però, appare meno performante rispetto a trecentosessantacinque giorni fa. Rublev, con un copione tattico non così dissimile da quello di Sinner e una psiche assai più ballerina, per almeno tre set ci ha fatto partita spalla a spalla, portandosi a casa più di un rimpianto per ciò che non è stato. Anche Hurkacz, in precedenza, deve aver passato qualche notte insonne dopo essere riuscito nell’impresa titanica di perdere i primi due set al tie-break già vinti per poi soccombere definitivamente l’indomani in quattro parziali tutti lottati. Morale, Djokovic in questo Wimbledon è stato più vicino alla sconfitta di quanto non dicano i numeri da tritatutto, al cospetto di avversari ai quali Jannik ha poco da invidiare. In più, a quanto pare, il Sinner versione Top 10 per sua stessa ammissione gode di un’autostima tutta nuova, di una rinnovata consapevolezza nei suoi mezzi, di una meccanica al servizio ottimizzata e, soprattutto, di un anno di esperienza in più ad alto livello. Una sua vittoria sarebbe comunque una sorpresa epocale ma l’ipotesi di un successo ha comunque qualche fondamento teorico al quale è bene restare aggrappati con le unghie.

Tra le donne, infine, ci sono in lizza la meravigliosa Ons Jabeur e altre tre. Purtroppo, per la tunisina sarà Sabalenka la prossima avversaria, tuttavia, prima di disperare, una considerazione positiva è d’obbligo. È solo giocando contro il pronostico del computer che l’interprete di un tennis senza tempo diventa letale. Speriamo non sia, quella con la bielorussa, la più classica delle eccezioni che confermano la regola. Perché va bene Sinner, siamo pur sempre italiani, ma vuoi mettere Jabeur che solleva il piatto più famoso del tennis quale prima tennista africana della secolare storia del gioco? Lo diciamo: noi non ci penseremmo un istante a fare il cambio, Jannik per Ons. Troppo forte il richiamo della bellezza.
Buone semifinali a tutti.
di Teo Parini
