ABBIATEGRASSO MILANO Un tornado di rara violenza e intensità si è abbattuto attorno alle 4 del mattino su Milano. Case allagate, alberi sradicati, allarmi che hanno suonato. Una notte da incubo con fortissimo vento, pioggia scrosciante e grandine cadute in quantità molto abbondante nel giro di pochi minuti.
La nuova perturbazione era annunciata dal meteo ma la violenza con cui si e’ abbattuta su Milano e altre zone della Lombardia ha spaventato i cittadini, alcuni dei quali sono scesi in strada. “L’apocalisse”, “la fine del mondo”, “mai vista una cosa del genere” scrivono terrorizzati alcuni cittadini su twitter segnalando che la corrente elettrica e’ saltata in diversi punti della citta’.
Sono all’incirca le quattro e mezza del mattino quando sulle agenzie di stampa si materializza il primo ‘lancio’, come si dice in gergo. A Robecco, dove vivo, la ‘sveglia’ è dettata dall’Apocalisse di acqua, vento e ghiaccio che ‘suona’ alle 3.45. Nel cuore della notte, da Milano a Magenta, da Abbiategrasso a Vigevano, folate di vento dalla velocità mai vista (Beppe Sala parlerà di 100 e oltre chilometri orari) sradicano alberi, fanno volare tetti sulle strade, colpiscono campi arati, cancellare intere porzioni di parchi pubblici (a Castellazzo de’ Barzi i danni cagionati dagli alberi sradicati sono spaventosi).
Saliamo in moto dopo le 5. Facciamo un giro perlustrativo. Lo scenario, mentre dal cielo si scorgono i primi segni dell’alba, è coerente col primo lancio dell’agenzia: apocalittico. Tra Robecco e Magenta la ss 526 è una sorta di percorso a ostacoli tra piante e rami. Ci coglie di sorpresa l’albero (dal diametro superiore al metro e mezzo, a livello di radice) che tra il distributore Tamoil e l’Iper è stato piegato dal mix senza precedenti di acqua e vento ricadendo sulla corsia della statale, introducendo di fatto un senso unico alternato.
Risaliamo in moto e ci dirigiamo verso Casterno. La piazza è allagata per metà. Dalle quattro e mezza il sindaco Barni, con l’assessore Vadrucci, il consigliere Noè e l’architetto Zucchelli, è per le strade a fare la conta dei danni. Claudio Baggio, agricoltore, si mette immediatamente a disposizione. Ci sono molti alberi da rimuovere. Ostacoli da aggirare.




LUNGO LA MILANO BAGGIO.. E NELLA MILANO PEGGIO DI UNA SAVANA
Sono le 8 del mattino, la mia destinazione è Milano. Regione Lombardia. Passo, come sempre, dall Sp 114 Baggio Castelletto. Impressiona il colpo d’occhio successivo al ponte di Albairate, dove si snoda già un lungo serpente di auto in coda: il semaforo per chi viene da Milano è piegato all’interno, violentato dal vento. Rami, foglie, piante sporgenti e periclitanti. La Baggio è trasfigurata. Fuori uso i semafori di Cisliano e Cusago. Arriviamo al confine con Milano, lo scenario cambia nuovamente.

Cavi sporgenti dei tram, strisce biancorosse a delimitarne la superficie, mai visti fili elettrici periclitanti, come piante rampicanti.
Code e mezzi fermi, le moto fanno il consueto slalom. Lo scenario più agghiacciante, che riportiamo qui sotto, è l’immagine che ci accoglie mentre ci avviciniamo al cuore di Milano: la parallela di via Manzoni, salotto meneghino, è interrotta da una serie di alberi irrimediabilmente crollati a terra. Le auto si fermano, impossibile passare. Caos generalizzato. Per transitare, bisogna necessariamente passare dai marciapiedi (se si è in sella a uno scooter..).
E’ una scena che si ripete poco oltre, dopo corso Venezia e i bastioni che si affacciano su corso Buenos Aires: la strada che porta a piazza della Repubblica è ridotta allo stesso modo. Un silenzio parimenti drammatico, i clacson in lontananza, anche in questo caso è come essere costretti a un percorso a ostacoli.
Arrivo in via Fabio Filzi, il Pirellone si staglia in tutta la sua solennità architettonica che ci parla di passato e futuro. Siamo arrivati. La Lombardia, i lombardi, si piegano ma non si spezzano. Ma di certo, e mai come questa notte, la forza della natura ha voluto attentare con violenza alla sua, nostra forza. Perché l’uomo, sebbene proteso verso la sua deificazione mediante espansione senza confini della potenza tecnologica e informatica, rimane in balìa delle forze ancestrali su cui si regge la storia del mondo. Acqua, aria, vento gelido, ghiaccio dal cielo: non c’è nessuna intelligenza artificiale in grado di frenare l’ordo naturalis rerum. Nell’antichità l’arma dell’uomo religioso era la preghiera, l’invocazione pietosa a Dio. Oggi, nella fase più acuta della secolarizzazione, l’uomo rimasto senza Dio guarda il cielo con un misto di sorpresa e terrore. Cifra dell’impotenza.
Natura expelles furca tamen usque recurret.Potrai scacciare la natura col forcone tuttavia sempre tornerà.


Il centro di Milano, questa mattina