Atp Finals: alla scoperta di ‘bulletto’ Rune, svedese venuto dal freddo che stasera sfida Jannik Sinner- di Teo Parini

Piccolo riassunto. Jannik Sinner, per non doversi mettere con la calcolatrice in mano a contare set o forse anche game vinti e persi, ha un’ottima scappatoia: battere Holger Rune nello scontro diretto di questa sera. Una sconfitta in due set quasi sicuramente lo estrometterebbe dal torneo mentre una in tre set lo sottoporrebbe, appunto, alla roulette della conta. Insomma, un’evenienza possibilmente da scongiurare. Ma chi è il suo avversario? Se agli aficionados il danese è noto da tempo, ben prima che facesse irruzione in Top 10, non è detto che lo sia per alcuni spettatori occasionali, l’altra sera nel match di Sinner contro Djokovic erano più di tre milioni davanti alla tivù, che la contingenza favorevole ai nostri colori sta avvicinando al tennis.

Holger Rune, danese classe 2003 quindi vent’anni appena compiuti, sul campo da tennis non è tipicamente il ragazzo più simpatico ed affabile di questo mondo, anzi, è avversario da evitare come la peste per almeno due ragioni: è un tennista di razza che ha la capacità innata di tirare fuori dalla grazia degli dèi i suoi avversari, causa comportamenti che si muovono tra le pieghe del regolamento oltre che della correttezza. Rune, per inquadrare tennisticamente ma anche caratterialmente il personaggio, è quel bulletto della scuola che, oltre a infastidire i compagni, non sbaglia i compiti in classe e, pertanto, i professori hanno lo stesso un occhio di riguardo nonostante l’insufficienza rimediata in condotta.

Le cattive notizie, almeno per noi campanilisti il giusto, non finiscono qui, perché il nostro Sinner ne ha già incrociato la traiettoria in due circostanze ed entrambe le volte è uscito anzitempo dal torneo. Ciò per ribadire un pensiero già anticipato a monte della compilazione dei gironi e nella speranza poi tradita di non trovarci in questa particolare situazione. Anche per il formidabile Jannik di questi tempi non sarà una passeggiata di salute disporre di Holger.

Per la verità, lo sarebbe stato sicuramente fino ad un mesetto fa perché Rune, immerso nelle financo comprensibili mattane post adolescenziali, veniva da una stagione tremebonda e, ancora peggio, pareva non essere più in grado di vincere una partita che fosse una. A Shanghai, nel Mille cinese, ad inizio ottobre non riusciva a fare meglio che vincere due-game-due contro il non trascendentale Nakashima e qualche giorno più tardi ci lasciava le penne contro Kecmanovic, un altro che ha almeno un paio di categorie meno di lui. Tanto che la terza sconfitta di ottobre, questa volta a Basilea contro Auger-Aliassime, uno che a differenza degli altri due forte lo è per davvero, era sembrata financo accettabile, considerati i tempi di vacche magre. Però, come accade solo ai grandi giocatori e Rune lo è, basta poco per raccogliere i cocci e rimettersi in corsa. Magari portando nel proprio angolo un vecchio marpione come Boris Becker, pessimo businessman di sé stesso ma uomo di inesausta conoscenza del gioco.

È ancora ottobre, infatti, quando a Parigi-Bercy il tabellone gli riserva in dote lo spauracchio Djokovic e ci manca un pelo perché il danese non estrometta il serbo dall’ultimo Masters 1000 stagionale al termine di una battaglia punto a punto. Un livello di gioco impensabile solo fino a qualche giorno prima. In sostanza, gli è stato sufficiente misurarsi con il più bravo di tutti per alzare a comando l’asticella e l’orgoglio, roba da fenomeni. Così, tanto per fissare il concetto, Rune ha replicato la brillante performance in maniera pressoché identica all’esordio di queste ATP Finals, lasciando il passo, sempre sul filo di lana e con punteggio sostanzialmente analogo, ancora al numero uno del mondo, costretto a sfiancarsi fino all’ultima goccia di energia per avere la meglio. Morale, gli indizi sono sufficienti, l’ex numero 4 del ranking mondiale, nonché vincitore di quattro titoli di cui un Masters 1000, è tornato a sedersi dove gli compete. Una disagevole situazione perché, con ancora negli occhi il match di Sinner di ieri l’altro e quindi in preda a troppo facili entusiasmi, non bisogna dimenticarsi quella che è la domanda fondamentale. Siamo sicuri che, per quanto visto fino ad oggi nelle rispettive giovani carriere, il miglior Sinner sia più forte del miglior Rune? Noi no, almeno non ancora.

Rune è, al pari di Jannik, prototipo del tennis contemporaneo e, pertanto, corri-e-tira come ragione di vita tennistica. A differenza dell’azzurro, non imprime la stessa velocità ipersonica alla pallina e non esercita analogo bombardamento. La sensazione, quindi, è che a Sinner sia sempre sufficiente un solo pugno per il ko mentre a Rune si renda necessario un maggiore lavoro ai fianchi con l’uso del jab. Un po’ come Hagler, l’azzurro, contro Leonard, il danese. In compenso, vanta una mano decisamente più educata. Morale, quando, per fare esempio, Rune gioca la palla corta, ecco che dalle sue corde esce il colpo proprio come deve uscire che significa, appunto, dare alla palla del tu. Come l’azzurro, inoltre, si fa preferire dal lato del rovescio, colpo bimane che lui stesso definisce, sicuramente esagerando un po’, il migliore del mondo. Del resto, che non gli faccia difetto l’autostima – al quasi conterraneo del meraviglioso nonché idolo del nostro Direttore Fabrizio Provera, lo svedese Kent Carlsson (sia sempre lode al suo grande nome di terraiolo) – è cosa assolutamente nota; un’ostentata sicurezza nei propri mezzi tendente alla spocchia tale da fargli appiccicare addosso l’etichetta di cattivo ragazzo, che, se cattivo non lo è, insopportabile lo è di sicuro. E sarà bene per Jannik non cascare in qualche tranello che Rune andrà magistralmente a sciorinare qualora l’andamento del match lo rendesse necessario. Perché capace, quest’ultimo, di fare saltare i nervi anche ad un novello Gandhi come l’altoatesino.

In definitiva, quanto appena raccontato è al solo scopo di mettere in guardia i nuovi tifosi di Sinner, poco avvezzi alle dinamiche al contorno e arrivati al tennis come conseguenza di un momento storico dalla tinta azzurro cielo alpino, sul fatto che questa sera ci sarà da guadagnarsi la pagnotta e che la granitica certezza della presenza di Jannik in semifinale qui a Torino è meglio lasciarla ai venditori di tappeti intenti solo a cavalcare l’onda buona. Noi, questa sicurezza, non ce l’abbiamo. In ogni caso, risultato a parte, è comunque interessante osservare in prospettiva 2024 come Sinner abbia saputo gestire le scorie, anche emotive, della prima vittoria in carriera contro Djokovic e se, come plausibile, ciò possa rappresentare il suo turning point, lo switch da grande giocatore al campione epocale che l’Italia, dopo Adriano Panatta, non ha più avuto.

Buon tennis a tutti.