L’ultima nonché unica volta fu un’esperienza non solo tennistica. Anzi, di tutto un contesto che a chiamarlo polveriera si sottovaluta la portata della storia, il tennis fu probabilmente l’aspetto meno caratterizzante. Si parla del trionfo italiano in Coppa Davis in Cile, disputata nella sua formula originale malauguratamente soppressa e sostituita con l’attuale surrogato, nel lontano 1976. Cile, in quei giorni, significa Augusto Pinochet e il regime militare degli orrori; 1976, invece, significa oro, il colore della stagione di grazia di Adriano Panatta. Quella dei sigilli a Roma, a Parigi e, appunto, a Santiago: il triplete azzurro messo a segno dal più grande giocatore nato entro i nostri confini.
Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli, con Nicola Pietrangeli nel ruolo di capitano non giocatore, è la filastrocca che ricorda la squadra di Coppa Davis alla quale dev’essere riconosciuto un merito enorme, quello di aver trasformato la nostra disciplina preferita, un tempo elitaria e pure snob, in una manifestazione ludica popolare. Un gruppo di uomini che ha preso lo sport di pochi per farne una passione di molti.
Nel 1976, appunto, l’occasione era ghiotta per dare una svolta a tutto il movimento. Tra l’Italia e l’insalatiera più famosa al mondo restava da battere la compagine cilena, che forse non era un granché ma giocava in casa all’interno di una bolgia dantesca con un nome che evoca ancora oggi terrore. Si trattava, infatti, del famigerato Estadio Nacional, la tomba degli oppositori del regime, e la specificità tragica della situazione pose in essere il dubbio se fosse opportuno esserci o meno. L’Unione Sovietica, per esempio, la semifinale si era rifiutata di disputarla su ordine categorico del Presidente Breznev che non accettò di ospitare in patria la delegazione cilena ma anche in Italia erano molti quelli dello stesso avviso.
Il “compromesso storico”, anch’esso targato 1976, e la politica interna mantenevano una questione evidentemente non solo sportiva in stato di stallo, ingessata, e, leggenda vuole che a sbloccare la situazione fu il partito comunista cileno che, sottotraccia, prese accordi con l’omologo italiano – all’epoca forte di dieci e più milioni di votanti quindi di una certa influenza – affinché si disputasse l’incontro, proprio per impedire al governo cileno di esibire a mo’ di propaganda il trofeo. Panatta, in merito, non aveva mai avuto il benché minimo dubbio e convinse l’amico Barazzutti non solo a scendere in campo ma a farlo indossando una maglietta rossa: il colore dei fazzoletti delle madri cilene, quello del sangue versato dal popolo cileno e quello dell’opposizione al modello dittatoriale di mondo. l’Italia vinse la Coppa più surreale di sempre, un’edizione volutamente trascurata dai media di casa nostra con i protagonisti che non ricevettero il doveroso tributo per l’impresa, al punto che ci vollero trent’anni prima che si facesse luce sugli avvenimenti di quei giorni, insieme, tribolati e gloriosi.
Quarantasette anni più tardi, l’Italia ha di nuovo la possibilità di tornare in cima al mondo del tennis grazie a due ottimi motivi. Il primo è legato alla qualità e all’abbondanza che contraddistingue oggi il movimento azzurro. Che se un Djokovic non ce l’ha, del resto lo hanno solo i serbi, in compenso può vantare, da Sinner in giù, almeno cinque o sei giocatori di livello assoluto. Tanto da poter tranquillamente sopperire ai tormenti fisici di Berrettini, il vero numero due del team che sta assaggiando più infermeria che campo. Il secondo, l’opportunità imminente. Con la vittoria ai danni dei non irresistibili Paesi Bassi, l’Italia si è assicurata l’accesso in semifinale da disputarsi contro la Serbia, prima di un’eventuale finale contro la vincente tra Australia e Finlandia.
Quella contro Djokovic e compagni ha tutta l’aria di essere una finale anticipata, non ce ne vorranno gli altri sfidanti, e il compito non è affatto impossibile. Nelle pieghe della nuova (pessima) formula, quella senza il pubblico amico e al meglio delle tre sole partite, succederà che il nostro primo giocatore, Sinner, dovrà vedersela contro il numero uno avversario, oltre che del mondo, Djokovic.
Mentre, nella successiva battaglia dei numeri due, all’azzurro scelto da Volandri, che si spera potrà essere Sonego più che Arnaldi, capiterà di incrociare la racchetta di uno dei non irresistibili Kecmanovic, Djere e Lajovic. Tutto ciò, prima del doppio che, fosse anche decisivo, sulla carta non ci vede peggio attrezzati dei serbi, soprattutto dopo aver constatato le qualità d’insieme del duo formato da Sinner e Sonego e con la possibilità di avvalersi anche di Bolelli e, perché no, Fognini; una coppia, quest’ultima, capace di vincere anche una prova del Grande Slam.
Insomma, con l’imminente conclusione delle Finals di Coppa Davis a Malaga, per le quali occorre pazientare solo fino a domani, l’insalatiera cilena potrebbe non essere più la sola ad impreziosire la bacheca azzurra e, quindi, questo weekend di inizio inverno potrebbe significare una pagina storica per il tennis italiano. Ancora una volta, dopo le pagine scritte a Wimbledon da Berrettini e a Torino da Sinner, sarà ancora quel diavolo di Novak Djokovic il giudice supremo a fare da spartiacque tra vittoria e sconfitta. Sarebbe davvero il caso di mettere fine alla sua tirannia e al nostro digiuno.
In bocca al lupo.
