Italia in finale di Coppa Davis (alle 16 di oggi): noi siamo ancora qua.. eh già! Di Teo Parini

Siamo in finale, è tutto vero. Abbiamo un giocatore straordinario che, se al volo gioca piuttosto malino, in compenso tutto il resto dell’armamentario è da primo della classe, forse da dominatore. Del resto, dove lo trovi un altro satanasso come Jannik Sinner che, in bilico sul cornicione, annulla tre match point a Djokovic e lo infilza sul suo terreno di conquista preferito, lo sprint punto a punto? Oggigiorno, da nessun’altra parte che non sia in Italia. Dopo l’esibizione deficitaria (a fargli un complimento) di Musetti a complicare i piani azzurri – ci duole un sacco scriverlo, noi che amiamo visceralmente il suo tennis talvolta con pochi eguali al mondo – ha dovuto pensarci Sinner a mettere una pezza alle selezioni incomprensibili di capitan Volandri che ha scelto, appunto, il Lorenzo sbagliato per contrastare il non irresistibile Kecmanovic, lasciando in panchina Sonego a vantaggio del geniale carrarino ma in decisa crisi di identità e ormai da mesi incapace di vincere una partita che sia una. Sinner, prima ha zittito Djokovic nell’uno contro uno e poi lo ha zittito di nuovo prendendosi il doppio azzurro sulle spalle quanto bastasse per regolare l’improbabile coppia – o inguardabile, fate voi – composta dallo stesso numero uno al mondo visibilmente contrariato e, ancora, da Kecmanovic.

Forza Sinner, quindi, con un Sonego nei dintorni della sufficienza e un Musetti da ricostruire nel fisico e nel morale. Senza lodare più del dovuto il Boniperti-pensiero, oggi più che mai serviva una vittoria e vittoria è stata, dunque non è il caso di fare gli schizzinosi. Tornare in finale in Coppa Davis dopo un quarto di secolo, infatti, è davvero una bella sensazione. In questo momento di tennistica euforia, il pensiero di chi ha almeno una quarantina d’anni sulle spalle corre veloce all’inverno del 1998. Anno di grazia di Pantani, con l’accoppiata Giro-Tour, e di disgrazia con la tragedia del Cermis. Milano, al solito fredda e umida, indossa il vestito della festa per l’atto finale della Coppa Davis e la Federazione prepara il Forum con il campo in terra battuta, detto senza timore di smentita, più lento della storia del tennis, una palude.

Due le ragioni: un po’ per mettere in difficoltà i nostri avversari sulla carta meglio attrezzati per le superfici rapide; molto per esaltare l’attitudine terricola che rasenta la nobiltà di Andrea Gaudenzi. Il nostro miglior giocatore nonché compagno di allenamento e depositario dei segreti di Thomas Muster, quello che sul mattone tritato non perde praticamente mai. Andrea, però, è al rientro da una fastidiosa artroscopia alla spalla. Anzi, affretta il rientro proprio per l’epocale occasione ma, si sa, forzare i tempi biologici non è mai una decisione saggia. Almeno non lo fu in quella circostanza. Un gladiatore ha spesso un solo grande difetto, non ascolta mai gli assiomi di Madre Natura. Alla fine dello scorso millennio, non sono in molti a potersi fregiare di quel titolo di combattente ma uno di questi è proprio il faentino forgiato dal sergente Ronnie Leitgeb, guru di abnegazione e fatica. Testa bassa e pedalare, quindi.

All’esordio, in un venerdì che finirà per essere maledetto, l’avversario di Gaudenzi è lo svedese Magnus Norman, un vichingo di quelli tignosi che solo qualche anno più in là raggiungerà la seconda piazza del ranking mondiale, e il match, lo si intuisce fin dagli albori, non sarà una passeggiata. Anzi, in campo il tennis e brutale, per la verità più passionale che bello, nel clima da torcida che notoriamente descriveva all’epoca la più importante kermesse per nazioni, dove anche il pubblico è, anzi era, differente, quasi calcistico. Nel pomeriggio che diventa presto sera, benché imbottito di antidolorifici, Andrea soffre le pene dell’inferno proprio per quella spalla passata per le mani del chirurgo ma non ancora del tutto ristabilita. Dopo un inesausto braccio di ferro nella palude che sembra inghiottire i protagonisti sotto una coltre di polvere rossa, Gaudenzi, ormai ad un passo dal baratro ma sospinto da quindicimila tifosi indemoniati e trasfigurato in viso dal dolore lancinante, stoicamente risale la china e, trovando chissà dove le energie necessarie, scolpisce nel marmo una rimonta alla quale sono rimasti in due a crederci. Il diretto interessato, ovviamente, e Giampiero Galeazzi, compianta voce narrante di quegli indimenticabili pomeriggi popolari, tutti pane e salame e tinte azzurro cielo.

Gaudenzi sporca i colpi, esasperando le rotazioni per disinnescare il rivale, e Norman, imperterrito, lascia andare il braccio come un cecchino al fronte. Stratega d’acciaio il primo, colpitore chirurgico quell’altro. Ciò che però li accomuna è un’indomita voglia di prevalere. L’inseguimento dell’italiano alla lepre svedese diventa, insieme, feroce ed entusiasmante. Quando manca poco al traguardo delle sei ore di gioco, la bordata liberatoria scagliata da Andrea con il servizio che vale il sorpasso, probabilmente decisivo, nel punteggio è accompagnata da un rumore sinistro. Il palasport, arroccato nella periferia di Milano e sopraffatto dal chiassoso traffico delle tangenziali lì intorno, è ormai una bolgia dantesca ma il crack che scuote l’aria sugli spalti lo sentono davvero tutti. È il tendine della spalla che si spezza in due come un elastico messo in croce dalla ripetizione di tensioni al limite del sopportabile. In campo scende lo stesso gelo invernale che c’è fuori. Gaudenzi, che non uscirebbe dal palazzo se non da morto, prova a riprendere in mano la racchetta con un arto fuori controllo e non serve essere ortopedici per comprendere che è davvero tutto deciso. Tutto. Perché, con il morale sotto alle scarpe, Sanguinetti – il nostro numero due, uno che subisce la terra rossa non meno di quanto Lendl abbia in passato penato sui prati, quindi parecchio – finirà da lì a poco per essere malamente travolto da Gustafsson, prima che, l’indomani, il doppio, composto ancora dallo spezzino con il più avvezzo Nargiso, uscisse surclassato dall’incrocio con il duo svedese formato dal sempre competente Bjorkman e dall’onesto mestierante Kulti. Tre a zero, giù il sipario.

Ancora una volta, la speranza che la vittoriosa campagna cilena del 1976, quella della “Squadra” capitanata da Pietrangeli con Panatta quale uomo della provvidenza, avesse un seguito altrettanto glorioso era naufragata, tra sfortuna e altrui bravura. Andrea Gaudenzi, da par suo, pagherà in maniera salata quella giornata eroica ma senza lieto fine, perché a certi livelli non riuscirà mai più ad esprimersi. Il suo, a conti fatti fu un sacrificio estremo che lo colloca tra i più meritevoli interpreti dei weekend azzurri di Coppa Davis, quelli che hanno avuto il merito di avvicinare al tennis milioni di spettatori. È passato un quarto di secolo e, con la manifestazione che nel frattempo ha cambiato pelle e pure in peggio, l’Italia ha quest’oggi una seconda enorme possibilità per tornare sul tetto del mondo. Tra noi e l’Insalatiera più iconica dello sport tour court c’è l’Australia, compagine che di Davis in bacheca ne ha a bizzeffe ma che, onestamente, poche altre volte nel suo glorioso passato è stata così poco competitiva, misteri di uno sport diabolico e difficilmente pronosticabile.

Sulla carta, avremmo la possibilità di chiudere la contesa già dopo i due singolari, nonostante le scelte talvolta bizzarre di Volandri, il nostro selezionatore. Dover fare ricorso al doppio decisivo, invece, potrebbe essere piuttosto sconveniente per l’Italia, in quanto Sinner e Sonego, al cospetto di due doppisti di professione, potrebbero non essere sufficienti e la loro doppia vittoria con Olanda, prima, e Serbia, poi, non deve trarre in inganno. Certi treni non passano spesso, figuriamoci alle nostre latitudini, quindi sarebbe davvero magnifico se riuscissimo a prendere quello in partenza da Malaga con destinazione paradiso. “Andiamo a vincere l’oro”, direbbe, con il fiatone di chi ci mette tutta la passione di questo mondo, Bisteccone Galeazzi se solo fosse ancora tra noi. Se saremo in grado di dare una mano all’uomo capace di disarcionare Djokovic, San Sinner da San Candido, questa volta la benedetta Coppa Davis la solleviamo noi. Per Gaudenzi, che tanto se la sarebbe meritata, e per tutto il movimento che, dopo decenni di pane duro, si è finalmente fatto grande.