Lavorare come “tata”, “colf” o “badante” a 4,5 euro lordi l’ora. E’ lo “stipendio minimo” suggerito sul sito di ‘WeMi’, la “prima piattaforma pubblica” che “aggrega l’offerta di servizi di welfare erogati dal Comune di Milano e da una rete qualificata di associazioni, cooperative e imprese sociali del territorio”.
Dalla sezione candidature del portale, accessibile con Spid o carta d’identità elettronica e nato nel 2017 per mettere in rete i servizi del privato sociale, alla voce “stipendio minimo che sei disponibile ad accettare” per lavorare nella “cura delle persone care, dei bambini e della casa” parte da una cifra inferiore ai 5 euro.
Si tratta di minimi salariali già ritenuti in violazione dell’articolo 36 della Costituzione (“retribuzione sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”) in numerose cause di lavoro celebrate negli ultimi anni davanti al Tribunale del Lavoro e la Corte d’appello sezione lavoro di Milano, come quelle intentate da guardie giurate e addetti alla vigilanza che hanno dato il là alle inchieste per caporalato di Procura di Milano e guardia di finanza.
Il menù che compare su WeMi a chi cerca lavoro come “assistente familiare” chiede inizialmente di barrare le opzioni relative alle “ore massime alla settimana” in cui un candidato sarebbe disponibile a lavorare: da 25 a 40 ore, da 15 a 25, da 6 a 15, da 1 a 5. Poi domanda di selezionare da un menù a tendina lo stipendio. Prima opzione: 4,5 euro per ogni ora lavorata.
Un fatto che ha creato qualche imbarazzo fra addetti del terzo settore ed enti accreditati milanesi che lavorano quotidianamente sul servizio di via Statuto che mette “in rete” e offre consulenza su “servizi domiciliari, condivisione di servizi con altre persone, orientamento ai sostegni economici e volontariato”.
Della vicenda verrà interessato in prima persona l’assessore al Welfare del Comune, Lamberto Bertolè.
