Parigi, la valanga italiana e il ricordo di Gianni Clerici

Intendiamoci, noi non abbiamo alcun merito in tutto ciò. Tuttavia, è il risarcimento per essere rimasti ancorati al nostro posto con passione inscalfibile negli anni di pane duro e sportivamente terribili, nei quali a vincere erano sempre gli altri. Quando, ad andare bene, Caratti o Camporese, che pure abbiamo amato in maniera viscerale, battevano Lendl in un torneo di seconda fascia, oppure Gaudenzi si faceva preferire a Chesnokov in Coppa Davis al pari di Canè che in quel pomeriggio di rivincita donchisciottesca sottometteva Wilander. Ma negli Slam, dove si tirano le somme, qualche secondo o terzo turno strappato con le unghie al destino avverso era da accogliere come manna dal cielo. Insomma, il tennis, per noi che ci siamo affacciati alla disciplina del diavolo sul finire degli anni Ottanta, non è che fosse foriero di troppe soddisfazioni tricolori e, pertanto, che in molti finirono per innamorarsi di altri e più virtuosi contesti non deve destare stupore.

Si sa, il carro è sempre piuttosto vuoto quando l’importante è partecipare, con buona pace di Pierre de Coubertin. Carro che oggi è ovviamente pienissimo e, sempre noi aficionados di vecchia data, questa golden age ce la prendiamo tutta alla stregua di un premio di fedeltà tennistica. Un sentimento a metà tra il nostalgico e l’orgoglioso che è figlio di due giorni parigini, gli ultimi, che hanno riscritto in stampatello maiuscolo la storia dello sport italiano. Prima Sinner che strappa il pass per la semifinale del Roland Garros e, al contempo, si assicura la prima posizione nel ranking mondiale, dove nessuno nato entro i nostri confini avesse mai pensato di issarsi. Poi è la volta di Paolini a raggiungere lo stesso traguardo che le vale anche l’ingresso nella top ten, quinta azzurra all-time a riuscire nell’impresa. Ma non è finita, perché ancora la magnifica Jasmine, questa volta in compartecipazione con l’eterna Sara Errani, fa propria un’altra semifinale, quella del doppio, solo a pochi giorni di distanza dal trionfo di Roma. Infine, per non farci mancare nulla, la collaudata coppia di rovesci monomani Vavassori-Bolelli, già finalisti quest’anno agli Australian Open, si prende anch’essa con forza il diritto di giocarsi il penultimo atto in Bois de Boulogne. Tirando le somme: uno Slam, quattro semifinali dei grandi, cinque azzurri protagonisti.

È la valanga rosa-azzurra del tennis, mutuando la celebre definizione dagli anni Settanta dello sci alpino, quelli dei Thoeni, dei Gros e di Mario Cotelli al timone. Qualcuno potrebbe far notare che l’Italia, non più tardi di una decade fa, potesse già vantare la presenza contemporanea nel circus di ragazze terribili come Schiavone, Pennetta, Vinci ed Errani. Due Major in quattro e una numerosità inesausta di Fed Cup. Vero, ma oggigiorno non c’è nemmeno più la distinzione di genere. Uomini e donne, gli italiani spopolano a prescindere. Lontani ere geologiche i giorni nei quali per scorgere il nome di un azzurro in classifica era necessario scendere così tanto in basso. Altri tempi. Oggi, invece, si detta legge, una sensazione meravigliosa che ci ripaga di stagioni aride più del Sahara che sembravano non volessero finire mai. E se questa è la punta di un iceberg, alla base il movimento italiano cresce numeroso e compatto, con il record di presenze nei quattro tabelloni principali dello Slam parigino a testimoniarlo nitidamente.

Con Berrettini fermo ai box, a cui va il merito di aver dato inizio a quest’epoca gloriosa, e con Musetti forse ritrovato sui livelli che gli competono, è piuttosto realistico pensare che gli scalpitanti Cobolli, Nardi, Darderi, Arnaldi, Zeppieri e Bellucci, tutti rigorosamente ventenni, potranno presto lasciare un segno deciso del loro passaggio perché la qualità non manca. Un po’ di difficoltà nel ricambio generazionale per le fanciulle ma non bisogna dimenticare che, oltre alla strepitosa Jas, c’è Elisabetta Cocciaretto che qui a Parigi ha raggiunto gli ottavi per la prima volta in carriera, finendo per perdere solo per mano di Gauff, una che forte lo è davvero.

Nell’attesa di scoprire quante finali i nostri giocatori saranno in grado di agguantare, il pensiero corre svelto a Gianni Clerici, il miglior narratore di tennis di questo e altro eventuali mondi, che esattamente due anni fa, oggi, decideva di trasferirsi altrove.
Perché se oggi possiamo vantare un minimo di competenza della materia è anche per la fortuna di aver avuto lo Scriba come inarrivabile maestro. Romantici e pure un po’ tristi per la lontananza, ci piace immaginarlo seduto al tavolino di una caffetteria piuttosto ricercata, uno spaccato di art nouveau sulla costa monegasca che ha tanto apprezzato, intento a sorseggiare introvabili miscele di tè orientale, divagando – lui, il dottor Divago nella meravigliosa definizione tommasiana – di tennis dintorni. Fiero di quanto gli azzurri stiano combinando e senza mai prendere la vita troppo sul serio. Ciao Gianni, prima o poi ci si incontra di nuovo in Church Road per una coppa di fragole con la panna. E, ovviamente, un sontuoso grazie ai nostri ragazzi, per averci fatto provare l’ebbrezza di stare dal lato dei vincitori della barricata. Una sensazione che si fa fatica a descrivere.