Autore: Teo Parini

  • Roland Garros: il marziano Alcaraz fa a fettine (anche) l’estetizzante, arrogante tennis del ‘Magnifico’ Musetti- di Teo Parini

    Non siamo qua a vedere tappeti. Carlos Alcaraz ha distrutto Lorenzo Musetti, imponendogli una sanguinosa Caporetto che può sortire un duplice effetto. Fargli mandare tutto a quel paese per dedicarsi alle bellezze della vita extra tennistica oppure dargli una motivazione feroce per migliorare ulteriormente il proprio gioco, facendo tesoro delle indicazioni emerse in due ore di calvario sportivo.

    Stando alle interviste del dopo gara, pare che sia la seconda opzione la strada che, già da oggi, Lorenzo intende intraprendere ed egoisticamente ce ne rallegriamo per quanto, noi che ne siamo tifosi, dipendiamo visceralmente dal suo tennis.

    Intanto, e ci tocca farlo in risposta ai commentatori improvvisati che rispondono alla logica dozzinale dell’io lo sapevo che non avrebbe mai vinto nulla, occorre dire una cosa: Musetti ha giocato la sua partita e nemmeno così tanto male, ha colpito sentendo la palla e ha opposto ad un campione esageratamente epocale i trucchi in suo possesso che non sono pochi. Il problema, per lui, è che soluzioni balistiche definitive per il resto del circus non lo sono state per lo spagnolo, capace di ribattere palle contro ogni legge della fisica classica costringendo l’azzurro a replicare a un capolavoro un altro capolavoro e si capisce bene la frustrazione che possa averlo attanagliato. Come se l’attacco solare del Daitarn III, dopo aver falcidiato per centinaia di puntate i Meganoidi, avesse trovato un robot nemico capace non solo di incassare il colpo ma di restituire la pariglia amplificata alla potenza enne.

    Quando nel corso del primo game, Musetti ha stampato un rovescio in lungolinea bello come la torre Eiffel illuminata nella notte parigina, e che forse solo Wawrinka saprebbe ripetere, chi di tennis ne mastica un pochino ha avuto immediatamente chiara in testa una cosa: non si può vincere a certi livelli dipingendo solo quadri d’autore, perché nemmeno Federer è mai riuscito a venire a capo di un match contro un suo pari grado senza schizzare bozze sporcandosi le mani di china. Così è stato: scambi meravigliosi, lunghi il giusto per completare il campionario somma di Alcaraz più Musetti che è complessivamente il più ricco al mondo, che finivano tutti per strappare applausi ai presenti ma per rimpolpare sempre e comunque lo score dello spagnolo. Il tennis è anche questo.

    Certo, diciotto giochi a sette non sono il reale divario tra i due competitor. Lorenzo, appreso in fretta di non poter vincere, si è rapidamente sottratto alla lotta ed è questa l’unica colpa grave che gli può essere rimproverata. Il body language, riacciuffato sul due pari del primo set dopo un’uscita dai blocchi del toscano degna di Bolt, si è fatto funereo. Questione di postura fisica poco vigorosa e di sguardo perso nei meandri del Philippe-Chatriet. Come dire ad un avversario già devastante di suo fai di me quel che ti pare. Senza troppa blasfemia, tutt’altro, il ricordo è corso svelto a quella finale sempre in Bois de Boulogne dove Nadal ridicolizzò un Federer incapace di garantire che il match avesse un minimo di storia perché, appunto, in quel giorno disgraziato lo svizzero per strappare un misero quindici al diavolo maiorchino gli si resero necessari quattro o cinque colpi vincenti in fila, un’equazione matematica senza soluzione fra i numeri reali.

    Però, sappiamo tutti come il fenomeno basilese, con l’aiuto di un califfo nel box come Ljubicic e una determinazione granitica, abbia trovato alla soglia della pensione tennistica la chiave per sbrogliare quello che sembrava un nodo inestricabile. Insomma, un match, quello con Re Carlitos, pedagogico per l’azzurro, chiamato a un punto a capo di quelli tosti. I colpi, è segreto di Pulcinella, ci sono tutti, la sfrontatezza dimenticata ieri negli spogliatoi non sarà difficile da esibire di nuovo una volta ricaricate le energie mentali e la chiave tecnico/tattica per provare in un futuro prossimo a fare almeno partita pari con Alcaraz non è impossibile da scovare. Qualcuno si dimentica che non più tardi di qualche mese fa, proprio il Muso, battendo questo stesso Alcaraz, si è preso con forza il 500 di Amburgo e si sa che l’attuale giocatore più forte al mondo non accetterebbe di perdere nemmeno al torneo di dama del circolo di Ponte Vecchio. Figuriamoci se regala una finale.

    Parlando un po’ di Alcaraz, in quanto a tennis c’è da ammettere con tutta la campanilistica invidia del caso di essere al cospetto di un giocatore spedito sulla Terra dagli Dei del gioco per dettare una nuova via. Uno di quelli che può godere del fatto che i suoi avversari scendano in campo più per fare una figura onorevole che per provare a vincere il match, la stessa sindrome-Alcaraz che in misura importante ha infettato Musetti. Chi negli anni Novanta ha ammirato l’innovativo flipper tennis di Agassi teorizzato dal suo mentore Nick Bollettieri, e ha pensato che una migliore transizione dalla fase passiva di contenimento e quella propositiva di offesa non fosse oggettivamente possibile, oggi deve ricredersi perché Alcaraz, proprio questo segmento del gioco, se, appunto, non l’ha inventato lo ha però elevato su piani prima impensabili con buona pace del kid di Las Vegas. Gambe potenti come quelle di un discesista che domina la Stelvio, unite all’elasticità muscolare di una molla, gli consentono di coprire il campo che all’avversario appare di rimando minuscolo e raggiungere palle apparentemente perse. Replicando, facendo tesoro della sensibilità esagerata delle sue mani di fata, con bordate che fanno il buco per terra. Morale, gli tiri una granata e lui risponde con un missile ipersonico: avvilente.

    Per di più, non lo si prende in castagna nemmeno giocando di fino perché anche a pittino – il giochino dei tocchi, detto a beneficio dei meno avvezzi – è laureato con lode all’università della sensibilità. E quando con un serve and volley rigoroso e letale come quello di un Rafter, e non è affatto un concetto iperbolico, si è preso un quindici piuttosto importante, si è capito che per giocarci contro, più che la racchetta, servirebbe un kalashnikov e una mira infallibile. Da cecchino, perché, manco a dirlo, sul breve ha la velocità del suono. Poco da aggiungere: se dovesse aver voglia di sacrificare sull’altare del tennis i suoi anni migliori e il fisico sosterrà un tennis atleticamente dispendioso, Alcaraz è destinato a guardare tutti dall’alto per un tempo tendenzialmente infinito.

    Tendenzialmente. Perché lo sport del diavolo ci ha insegnato a non dare mai nulla per infisso nella roccia e ciò che è oggi potrebbe benissimo non esserlo domani. In tutto ciò, noi cultori del bello, benché la conta dei punti continui a non essere la nostra priorità, siamo un po’ amareggiati, giusto dirlo, convinti che Lorenzo il Magnifico avrebbe potuto sostenere l’incontro in virtù di un talento esagerato – e chi lo nega si merita a vita il rovescio di Ruud – senza finire per fare da sparring partner, pagando l’ora a circolo e il compenso professionale al maestro.

    Di una cosa, però, abbiamo la certezza, anzi due. La prima è che Carlos Alcaraz è quel tipo di numero uno che il tennis dovrebbe sempre esibire per glorificare sé stesso e lo status di disciplina meravigliosa. La seconda, invece, che l’arroganza tennistica di Musetti non ha certo finito di farci saltare in piedi sul divano, perché la sua genia resta quella dei grandi. Anche dopo una dolorosissima stesa.

    Teo Parini

  • Un po’ Carla Fracci, un po’ Monet.. Lunga vita- e tanti auguri- a Deborah Compagnoni, di Teo Parini

    C’è stato un periodo in cui lo sci ha assunto la dimensione di intrattenimento nazionalpopolare prendendosi gli spazi che i burattinai del calcio da sempre concedono malvolentieri al resto dell’universo sportivo.

    Siamo negli anni Novanta e l’esplosione mediatica della disciplina che fu di Thoeni e della valanga azzurra diretta dal compianto Mario Cotelli ha due volti meravigliosi e antitetici. Uno guascone e irrispettoso di ogni protocollo al quale dimostra di essere allergico e senza fare nulla per nasconderlo, Alberto Tomba. L’altro, invece, è archetipo di gentilezza, eleganza gestuale e sobrietà, Deborah Compagnoni. Un bulldozer, il primo; la punta del fioretto, la seconda. Una coppia che il mondo ci ha epidermicamente invidiato e che noi abbiamo esibito con appagante orgoglio.

    Se di Tomba, un po’ perché abitiamo una società irrimediabilmente maschilista e un po’ perché il bolognese fu capace di fare casino anche dormendo, si è sempre detto e scritto di tutto anzi troppo e spesso pure a sproposito, decisamente meno spazio è stato riservato alla campionessa valtellinese, bormina di nascita ma cresciuta a Santa Caterina Valfurva. Sai, i giornalisti. Debby, per distacco il sorriso più bello d’Italia, di risonanza avrebbe invece dovuto goderne in quantità inesausta: tre ori in tre diverse edizioni dei giochi olimpici e si potrebbe non aggiungere altro. In mezzo a questo bendidio agonistico, in una meravigliosa storia di vita, anche tanta sfortuna, una determinazione incrollabile e altrettanta inusuale bellezza.

    In un periodo storico nel quale gli attrezzi ai piedi ancora imponevano agli atleti una tecnica di base sopraffina per primeggiare – chi mastica un po’ di sci sa bene quanto l’evoluzione tecnica dei materiali abbia poi reso molto più democratica una disciplina nata selettiva come poche altre – e la bravura, di conseguenza, era questione di pochissimi eletti, Deborah Compagnoni si affermava come la massima espressione planetaria dello sci alpino. Articolazioni di cristallo e animo da leone, ha saputo conciliare, con semplicità montagnina, estetica e redditività, elevando la regina tecnica delle discipline, lo slalom gigante, a opera d’arte come nessuna prima di lei aveva nemmeno immaginato di poter fare.

    Cresciuta tra scorribande nei boschi innevati sei mesi l’anno e slalom tra i larici che fanno della sua terra un angolo invidiabile di mondo, Deborah è stata, insieme, poesia e fisica, arte e meccanica, ragione e improvvisazione. Un balletto di Carla Fracci e una poesia di Gianni Rodari, un quadro di Monet e un’invenzione di Leonardo. Fuori carezza, dentro vulcano. Dici Compagnoni, infatti, e racconti la storia senza tempo di gambe indipendenti che descrivono improbabili equilibri e di piedi sensibili come mani di fata capaci di domare la neve e le mille insidie che quest’ultima nasconde nella picchiata verso la gloria. Più Euclide che Newton, una piuma capace di produrre accelerazioni vertiginose in assenza di massa. Perché la fisica, si sa, ha un limite ben preciso: non vale per i campioni.

    Sfortuna, si diceva. La chirurgia sportiva nei suoi anni di gloria non era certamente la scienza quasi esatta che si ammira oggi e che risolve anche l’irrisolvibile, ma Deborah ad essa si è comunque sempre dovuta affidare ciecamente con una costanza snervante che avrebbe abbattuto un toro. Perché due ginocchia preziose come l’oro e fragili come fiocchi di neve hanno trovato il modo di segnarne una carriera che, pare impossibile considerato il palmares, avrebbe potuto essere ancora più intrisa di successi, facendo di lei la più vincente di sempre oltre che la principale esponente della bellezza applicata allo sci. Ginocchia che stanno alla valtellinese come la caviglia senza cartilagine sta a Marco Van Basten: la kryptonite degli Dei. Due ragazzi che a soli ventotto anni hanno dovuto dire basta, a testimonianza che in questo mondo c’è dell’imperfezione anche nella perfezione.

    Dominatrice assoluta degli appuntamenti importanti, selezionati con cura certosina per non sovraccaricare oltremisura un fisico da tutelare e cannibalizzati con una scoraggiante (per le avversarie) puntualità, Deborah, appeso prematuramente gli scarponi al chiodo per dedicarsi alla famiglia e alle sue molteplici passioni, ha lasciando dietro di sé un vuoto che ancora oggi non è stato colmato, nonostante l’Italia non abbia mai smesso di sfornare campionesse. L’urlo di dolore di una giovanissima Compagnoni nella piana di Albertville per un legamento spezzato all’indomani del suo primo trionfo olimpico è parte indissolubile della nostra giovinezza e della nostra crescita in quanto monito e azzeccata metafora dell’altalena chiamata vita. Perché da una brutta caduta ci si può rialzare ancora più forti di prima: una, dieci, cento volte. Con l’acciaio che diventa oro.

    Grazie per le emozioni, Debby, e buon compleanno.

    Teo Parini

  • Open to Meraviglia: il Magnifico Musetti dispensa perle di Bellezza al Roland Garros- di Teo Parini

    Ancora Lorenzo, ancora più Magnifico

    Nonostante quanto visto ieri sera, e a tratti risultava davvero difficile credere alla veridicità delle immagini, che Lorenzo Musetti abbia demolito il numero tredici del ranking mondiale nel contesto del Roland Garros, Cameron Norrie, non conta assolutamente nulla.

    Zero. Preoccuparsi di commentare una banale conta dei punti, a valle di una manifestazione artistica di una luminosità tale da rimandare la memoria alle gesta dei più geniali interpreti della disciplina del diavolo, infatti, sarebbe blasfemia, un insulto alla bellezza e alla sua Dea.

    Pertanto, qualunque paragone vi venisse in mente di scomodare non può risultare in nessun modo eccessivo: Musetti ha per le mani un tennis epocale.
    È italiano, tutto nostro, con i pregi e i difetti, ammesso lo siano, della nostra terra e della nostra gente, e chi non è orgoglioso di questo ragazzo si merita altri vent’anni – e venti Slam – di Djokovic. Slam che, per inciso, Lorenzo il Magnifico non è detto vincerà mai, ma anche questo dettaglio da almanacco è piuttosto insignificante. Perché amare il tennis, a differenza di essere tifoso di qualcuno che si spera sollevi un trofeo, significa godere della bellezza che attraverso i suoi interpreti eletti riesce ancora a riservare, nonostante il tentativo spesso riuscito di fare dell’eleganza gestuale della fu pallacorda la noiosa brutalità della lotta nel fango.

    Poi, però, sul pianeta Terra atterra questo ragazzo con i cromosomi intagliati nella fantasia e, in un amen, anni interminabili di corri-e-tira, tennisti con le mani sensibili come il granito e orripilanti visioni dal pathos alla stregua di una partita di dama, lasciano spazio al caleidoscopio musettiano e, così, parlare di tennis torna ad essere un privilegio e noi aficionados dei privilegiati. Che avesse trasformato un buon giocatore come Shevchenko in un alunno alla prima lezione al cesto, se proprio volessimo parlare di numeri, poteva anche essere messo in preventivo. Ma che la stessa sorte potesse toccare anche a un giocatore vero, anzi verissimo, come Norrie, francamente era meno plausibile. Invece, il britannico è finito ai matti, senza capirci nulla dello tsunami che lo ha investito per due ore, rendendo evidente un concetto che è più che altro una benedizione: il tennis fatto di mille cose, con questi attrezzi democratici e con queste superfici omologate non sarà la peculiarità più consona sulla via del successo ma, in momenti estremamente selezionati, sposta ancora l’asticella del gioco su livelli inesplorati. Mezzo Federer e mezzo Kuerten, parafrasando Wilander, è l’accostamento minimo che può essergli fatto. Questo diavolo di un Lorenzo è ricavato davvero da questa pasta.

    E sempre a proposito di privilegio, il suo prossimo avversario in Bois de Boulogne sarà Alcaraz, la cometa di Halley del tennis. Quello che riserverà l’ottavo di finale parigino dello spicchio di tabellone popolato, appunto, da Musetti rischia di essere ciò che, detto a beneficio dei calciofili, avrebbe potuto costituire un’ipotetica sfida tra il Milan di Sacchi e l’Olanda di Cruijff: per distacco il meglio che c’è in circolazione. E se sono in molti gli aridi di cuore a maledire la presunta sfiga che, salvo sorprese, porterà Lorenzo a doversi misurare con il satanasso spagnolo, uno che in quanto ad armamentario tennistico da del tu a Goldrake, i cultori del bello, al contrario, plaudono quasi increduli alla regia della buona sorte capace di scrivere un copione da Oscar.

    Musetti è Musetti fin dalla culla perché ha doti che non si possono costruire. Quello che sembra essere leggermente cambiato, comunque la sconfitta non piace a nessuno e ancora meno ai diretti interessati, è l’aggiunta all’inesausto bagaglio in dotazione di quel pizzico di pragmatismo che, senza mai offuscare il narcisismo tennistico che lo rende inimitabile e si spera lo possa accompagnare fino all’ultimo quindici della carriera, gli consente di mettersi su un petto già ricco di medaglie anche quella del tennista vincente. Per fare un esempio, il terzo set con Norrie avrebbe potuto prendere una brutta piega e fino a qualche tempo fa l’avrebbe senz’altro presa. Non ieri. Avanti due set e un break, quindi con la fiamma rossa dell’ultimo chilometro già sorpassata, un piccolo calo di concentrazione, infatti, ha rimesso in partita un avversario abituato a non regalare mai nulla. Acciuffato nel punteggio e in calo di inerzia favorevole, Musetti si è però reso sparagnino il giusto per far valere la differenza di lignaggio evitando che Norrie, che resta pur sempre in grande giocatore, iniziasse a credere di poter rientrare in una partita immediatamente rimessa d’autorità in ghiaccio.

    La dipartita sportiva di Federer, quelle imminenti di Murray e Wawrinka e la latitanza di quel maledetto di Kyrgios, sono evenienze difficili da digerire per chi ostinatamente rigetta il connubio tennis-noia. Già successe con McEnroe di pensare che tutto fosse irrimediabilmente perduto e, invece, arrivarono in premio Edberg e la sua volée di rovescio e Becker il funambolo. Oppure, ed è storia recente, successe con Sampras e non serve ricordare che ci pensò proprio Federer a salvare baracca e burattini. Oggi, il prestigioso compito storico di dare continuità al casato dei grandi esponenti della nobiltà tennistica non grava solo sulle spalle di Alcaraz, che è pure garanzia di trionfi, ma anche di Lorenzo, al quale si chiede con il cappello in mano soltanto una cosa: di continuare a fare il Musetti. Senza snaturarsi di una virgola perché l’UNESCO, se solo si occupasse di tennis, lo avrebbe già incluso nel suo intoccabile patrimonio.

    Teo Parini

  • Roland Garros: a muso duro, l’elegiaca e imprevedile sindrome da ‘beau geste’… ‘chez’ Lorenzo il Magnifico- di Teo Parini

    Se il tennis resta una disciplina meravigliosa, anche se un po’ bistrattata dalla maggioranza dei suoi noiosi attori, è perché talvolta si degna ancora di elargire pomeriggi come quello di ieri. Peraltro, un normale mercoledì della prima settimana di un torneo dello Slam, che significa una giornata dedicata al secondo turno del tabellone, mica alla finale.

    Da fruitori, capita quindi di incappare in evidenti mismatch nei quali quello forte trova quello decisamente più debole e in quanto alla conta dei punti non c’è storia. La somma algebrica di scarsa abilità tecnica, purtroppo (quasi) una costante, ed esito in ghiaccio, ha per risultato il motivo per il quale può essere più ricca di suspense anche una telenovela argentina degli anni ottanta.

    Del resto, quei diavoli di Bublik e Paire hanno pensato bene di estromettersi dal torneo dei Moschettieri già all’esordio, Kyrgios non ha nessuna intenzione di sporcare di mattone tritato le costosissime Nike che mette ai piedi e Shapovalov non attraversa un periodo particolarmente propositivo, come quegli artisti svuotati da un’ispirazione che va e che viene. Tempi duri per la raffinatezza, insomma. Certo c’è sempre quel bendidio epocale di Alcaraz a cui aggrapparsi, ma lui, più che artista maledetto, è una sentenza come le tasse e la morte e nella sua immensità tennistica, paradossalmente, perde un po’ di poesia agli occhi di chi ha speso i suoi anni migliori sperando che, una volta o l’altra, Willy il coyote prendesse il Beep Beep.

    Tutto vero, l’egemonia del corri-e-tira e il retaggio culturale del comunque compianto Nick Bollettieri sono cose con le quali fare di conto analizzando il pianeta tennis. Poi, però, in Bois de Boulogne e in quello stesso noioso e scontato mercoledì di fine maggio appare la figura mitologica di Musetti. Lorenzo il Magnifico, mezzo tennista e mezzo pittore, e tutto il doveroso preambolo di cui sopra comincia a contare come il due di picche a briscola quadri, cioè poco. Musetti, mentre i Djokovic e i Nadal vincono e rivincono tornei, fa un’altra cosa anche se, al pari dei due dioscuri, utilizza lo stesso attrezzo. Che sia italiano, per l’Italia è una benedizione almeno pari ad aver avuto tra i suoi connazionali uomini di sport speciali come furono Roberto Baggio, Lollo Bernardi o Marco Pantani: uno sfacciato colpo di fortuna.

    Musetti, per restare alle dinamiche del campo, si è trovato di fronte Alexander Shevchenko e i più simpatici ci diranno che quello buono ha giocato nel Milan ed è piuttosto in là con l’età per competere. Battuta a parte, il nativo russo non è proprio l’ultimo arrivato, considerato che un santone come Gunther Bresnik, già mentore di Becker, Leconte e Thiem, ha accettato di esserne coach e la sua classifica è abbondantemente sopra alla centesima posizione mondiale. Shevchenko, probabilmente, ricorderà quella di ieri come la giornata più avvilente della sua storia d’amore con il tennis. Non tanto per la prevedibile sconfitta, quella ci sta tutta, quanto per l’esibizione stilistica che l’azzurro gli ha gratuitamente sbattuto in faccia con l’arroganza tennistica degli eletti, palesando la stessa differenza di talento – inteso come la capacità di gestire con agio situazioni proibitive per il resto del genere umano – che passa tra Van Basten e Pasquale Bruno. Sfido chiunque ad aver pensato che i due ragazzi stessero facendo lo stesso sport, benché vestiti in maniera similare e dotati della stessa arma d’offesa.

    Se lo score conta davvero poco, anche se la severità dello stesso suggerirebbe qualche ulteriore spunto d’analisi, a importare moltissimo è la qualità profusa da Lorenzo in un centinaio di minuti irreali, così sui generis da destabilizzare emotivamente anche un pragmatico come Wilander, che da giocatore fu archetipo di orripilante modernità, con il suo gioco che a definire sparagnino gli si faceva un complimento, e da cronista è l’elogio permanente al “winning ugly” nella formulazione, per chi se lo ricorda, di Brad Gilbert. Mats, uno che comunque mastica e analizza tennis da una vita, nell’intervista di rito ha infatti definito Musetti come un mix tra Roger Federer e Guga Kuerten, che è un po’ come dire ad un matematico che la sua mente geniale compendia un po’ di Euclide e un po’ di Pitagora. Come dargli torto.

    Musetti è proprio Musetti perché, con una gestualità che è classicismo e futuro insieme, impedisce di prevedere cosa succederà con la palla successiva che, quale meravigliosa cifra stilistica, non sarà mai uguale a quella che l’ha immediatamente preceduta. Musetti è, in tal senso, la variazione issata al potere, la fantasia balistica in carne ed ossa, l’educazione certosina di una mano dalla quale, parafrasando lo scriba Gianni Clerici, una volta nella vita vorremmo tutti quanti essere accarezzati. E se tutto ciò non sarà mai sinonimo di successo, per inciso Lorenzo non vincerà questo Roland Garros e nemmeno il prossimo, è però il motivo per cui, anche nel periodo storico nefasto dei Ruud e dei Rune e della dipartita di Federer, la nostra voglia di tennis non potrà mai esaurirsi.

    Lorenzo, un highlight senza soluzione di continuità, è ascrivibile a quella cerchia di campioni che, se proprio non l’hanno inventato, il loro sport lo hanno sospinto su traiettorie inesplorate. Con buona pace di Sinner e ancora di più di Berrettini, che restano ovviamente una ricchezza per la nostra federazione, è proprio il toscano a riallacciarsi al discorso incominciato da un Panatta oggi meno solo e che purtroppo interpreti via via meno brillanti, fatte salve rarissime eccezioni, hanno lasciato cadere nel dimenticatoio. Nell’attesa di sapere se al pari del meraviglioso Adriano anche Lorenzo avrà il suo magico 1976, ma non è fondamentale accada per aggiustare il giudizio su di lui, gli si deve fin da subito un grazie grande come una casa per aver riportato il tennis azzurro sul piano che la disciplina del diavolo merita: quello dell’inesausta bellezza. Perché, nella vita, non conta quanto fai ma come lo fai e Musetti lo fa alla maniera di quelli geniali.

    Teo Parini

  • Giro d’Italia: Roglic e la gloria ritrovata.. a Monte Lussari- di Teo Parini

    Anno 2020, Francia. Il Tour condotto da indiscusso padrone da Primoz Roglic sta per concludersi secondo le incontrovertibili indicazioni raccolte dalla strada nelle ultime tre settimane. Per la verità manca ancora l’ultimo sforzo, la cronoscalata di La Planche des Belles Fille, che fa da preludio alla passerella sui Campi Elisi.

    Per molti, una formalità. Perché Roglic, contro il tempo, in un grande giro è abituato a vincere spesso e perché, sempre Roglic, non ha mai palesato al più giovane rivale, il connazionale e arrembante Pogacar, il benché minimo cedimento.

    Insomma, quella stessa cronometro in quelle condizioni di forma fisica Roglic la vincerebbe novecentonovantanove volte su mille e contro chiunque. Il bello dello sport, o il dramma che dir si voglia, è che nessuno sa quando c’è da fare i conti con la millesima. Al traguardo, infatti, Roglic ci arriverà spogliato dalla maglia gialla, perché la più classica delle giornate storte lo relega giù dal gradino più alto del podio. Una sorpresa destinata a fare casistica. Parlare di sfortuna in quella circostanza che rischia di segnarne la carriera forse è etimologicamente scorretto ma la dea bendata non è che sia mai stata troppo benevola con lui. Anzi.

    Roglic è un corridore formidabile ma non appartiene alla cerchia di quelli baciati da una forma di talento epocale, alla van der Poel per esempio, nati con i cromosomi a forma di corone dentate. È un campione che si è inventato tale, per giunta proveniendo da un altro sport – il salto con gli sci – approdando al ciclismo per uno dei purtroppo per lui consueti appuntamenti con la malasorte. Una brutta caduta in volo gli impone una faticosa riabilitazione, oltre che un lungo stop dai salti, e la bicicletta diventa un’obbligatoria compagna di vita. Primoz, già professionista in un mondo così lontano da pedivelle e tubolari, dalla bicicletta non scenderà più.

    Prima di questo Giro d’Italia, Roglic, smaltita la delusione di quel Tour sfumato tipo sabbia per le dita, ha trovato il mondo di assicurarsi tre Vuelta, svariate corse di una settimana, qualche classica tra cui una monumentale Liegi. Morale, con il numero appiccicato sulla schiena è uno che se non vince ci va comunque sempre vicino. Ma la sensazione è che quel conto fosse ancora aperto, una ferita sempre fresca che non ne voleva saperne di rimarginarsi. La pedalata che da un istante all’altro si fa pesante, il casco che si adagia tutto storto su un lato del capo a testimoniare una fatica imprevista e devastante, la bava alla bocca e lo sguardo incredulo quando il cronometro sancisce la sconfitta ormai a un palmo da Parigi. La Planche des Belles Fille è qualcosa che, sportivamente parlando, sta al ciclismo come i sei minuti del Milan giocati ad Istanbul stanno al calcio: un incubo. Che sembra rinnovarsi ogni volta in cui la strada mette in palio la maglia gialla.

    Come un anno fa, quando cadute a ripetizione sembrano volergli dire che lontano dalla Spagna, la sua comfort zone, per un grande giro non sarà mai cosa. Tuttavia, lo sport, come la vita del resto, compie traiettorie meravigliose, arzigogolate e imprevedibili, per poi ripassare dal punto di partenza e prima di allontanarsi di nuovo in quel suo incedere perpetuo. Così, tra Roglic e la gloria c’è di mezzo ancora una cronoscalata, questa volta colorata di rosa. Primoz al via dell’edizione 2023 della corsa simbolo d’Italia si era presentato da favorito, dopo una primavera vittoriosa ma oculata. Perso anzitempo il suo rivale teoricamente più accreditato, Evenepoel, a contendergli il primato ci si è messo un corridore che a definire coriaceo si rischia di sbagliare per difetto, il vecchio Geraint Thomas. Gallese, sparagnino e letale, che ancora ieri guardava tutti dall’alto della classifica generale. Un avversario di quelli che è auspicabile non incontrare mai, perché allo spettacolo antepone una concretezza che è scienza esatta. Ma c’è ancora una cronoscalata da fare.

    Il nastro d’asfalto misto a cemento che porta al santuario del Monte Lussari è l’anticamera dell’inferno: più mulattiera che strada ciclabile. Le pendenze impongono ai corridori rapporti mai esplorati prima e ai quadricipiti uno sforzo bestiale. Roglic, per vincere, sa di dover andare più forte di Thomas perché sono una trentina scarsi i secondi lo separano dal primato e che devono essere recuperati. Non e poco. Lo sloveno esce dai blocchi che è una furia. La sua pedalata è, insieme, orribile e marziale: divora tutto ciò che incontra. Geraint è un vecchio marpione e in più ha dalla sua esperienza e consapevolezza, tanto che pare poter ribattere colpo su colpo. Quando la salita tocca il suo acme, però, Roglic, immerso in due ali di folla, innesta la marcia più alta e scava il divario che può valere il Giro.

    Tra le poche certezze che riserva la vita c’è la sfiga che ha una memoria inesausta e che, per Roglic, si palesa sotto forma di salto di catena. Sbanda, mette il piede a terra, fa mulinare il pedale con le mani sperando di aggiustare un meccanismo imperfetto, si rimette in sella, sbanda ancora, riparte: tutto sembra perso. Anche questa volta, come a La Planche des Belles Fille. Chi ha avuto il privilegio di assistere a ciò che da lì a poco sarebbe successo, tuttavia, racconterà ai nipoti di quella volta in cui la cattiveria agonistica di un uomo ha fatto a pezzi la sfortuna. Primoz, ripresa l’andatura, ha lo sguardo di chi è disposto a morire sulla bicicletta piuttosto che uscire sconfitto e quei pochi chilometri restanti, trasformati in calvario da un’orografia ascendente e maledetta, diventano uno spot imperituro al ciclismo con pochi eguali nella storia.

    Dietro, Thomas accusa le pendenze e il suo passo sempre più incerto tradisce un serbatoio con la spia della riserva accesa, mentre le stesse pendenze sembrano avere su Roglic l’effetto che fa il colore rosso al toro. È un cerchio che si chiude, con Roglic che si riprende in un pomeriggio che trasuda cavalleria ciclistica ciò che gli appartiene, per di più contro un avversario speciale ad impreziosire il tutto. Al traguardo in mezzo alle nuvole piangono e si abbracciano tutti, divisi dai secondi ma uniti dal ciclismo. “Non c’è più chi perde o vince quando il tempo non vuole”, canta Enrico Ruggeri nel suo memorabile pezzo dedicato alla bicicletta. Il tempo ha sorriso a Roglic e l’insegnamento che ci teniamo stretto dopo questa indimenticabile giornata è che, continuando a dare di noi la migliore versione possibile, dopo La Planche des Belles fille c’è sempre un Monte Lussari.

    Che bellezza.

    Teo Parini

  • Luis Ocana, il descanso tragico del Don Chisciotte che spingeva sulle pedivelle- di Teo Parini

    Un giorno confidò a un giornalista che se qualcuno si fosse presentato da lui con un contratto che avesse previsto come unica condizione per la vittoria del Tour de France la morte sui Campi Elisi avrebbe firmato col sangue senza nemmeno pensarci. Lo avrebbe fatto davvero.

    Luis Ocaña, la vita se la tolse comunque qualche tempo dopo in un pomeriggio solo apparentemente uguale agli altri di 29 anni fa, un colpo di fucile alla tempia come dissero le indagini. La stessa vita che poco benevola fin da bambino – Luis fu un migrante come diremmo oggi – dedicò anima e corpo alla bicicletta, disciplina capace di esaltarne qualità abbacinanti, e a cercare di contrastare il suo nemico giurato di sempre, Eddy Merckx. “El Puta” come era solito chiamarlo, indispettito da quel Cannibale così forte e così diverso da lui.

    Luis aveva un’ossessione: voleva vincere il Tour sopra ogni altra cosa. Non solo, a Parigi, capitale della patria adottiva che non lo ha mai del tutto accettato, avrebbe voluto arrivarci per primo guardando Merckx dall’alto del gradino più alto del podio, scorgere nei suoi occhi solitamente glaciali la cocente delusione della sconfitta. E in quel maledetto 1971 ci sarebbe finalmente riuscito, Luis, se solo Zoetemelk, in una giornata in cui il cielo vomita gelo e paure, non gli fosse rovinato addosso spedendolo all’ospedale quando il rivale di sempre era irrimediabilmente inseguitore e non la consueta implacabile lepre. Si rifarà due anni più tardi ma senza Merckx da avversario e per il talento dagli occhi malinconici non fu lo stesso. Una vittoria a metà.

    Anima errante, cuore grande e fantasia ciclistica come regola inviolabile, Luis, vero Don Chisciotte della bicicletta, stufo di spingere forte sulle pedivelle si era presto ritirato nelle campagne francesi a coltivare uva destinata alla produzione di Armagnac. Sempre la Francia che ritorna: meta obbligata faticosamente raggiunta da bambino quando col padre fuggì dalla Spagna povera e franchista e teatro apicale della sua epopea sportiva. Un equilibrio instabile fino al 19 maggio del 1994. Pochi giorni prima che, per un beffardo scherzo del destino, il mondo intero facesse la conoscenza di Marco Pantani; passaggio di consegna tra uomini speciali che alla salita, come alla vita, hanno saputo dare del tu.

    Fa caldo, intorno c’è quiete che sembra poter tutelare ogni cosa. Poi una telefonata di poche parole: “Amico – disse Luis – non ce la faccio più”. Era tutto finito.

    Teo Parini

  • Tennis: Murray Fognini, una notte di Bellezza e amore per il beau geste a Roma- di Teo Parini

    Sono nati a nemmeno una decina di giorni di distanza, l’anno è il 1987 quello di Djokovic che, peraltro, l’anagrafe colloca proprio in mezzo ai due nel maggio di grazia del tennis. Hanno il fisico logorato da mille battaglie e la voglia di competere di due sbarbati alle prime scorribande nel circus e, ciò che più conta, giocano ancora in modo meraviglioso: il bello, se c’è, è per sempre.

    Basterebbe guardare McEnroe come maneggia l’attrezzo a sessant’anni suonati, perché la mano, sofisticata appendice che rende tangibile la genialità, a differenza di tutto il resto del corpo non invecchia.

    Murray da Dunblane, la cittadina della strage nella scuola, anzi nella classe proprio del sopravvissuto Andy, e Fognini da Arma di Taggia, il cui accostamento tennistico allo scozzese nonostante la palese differenza di palmares ha tutto il senso del mondo, si sono affrontati ieri nel primo turno degli Internazionali d’Italia che hanno così vissuto una serata di gala anticipata, un misto di rimpianto per ciò che presto non sarà più e di soddisfazione contingente per uno spettacolo che riconcilia con il tennis bistrattato da un’evoluzione mica tanto auspicabile.

    Ha vinto l’azzurro, ora avanti per cinque match a quattro nei confronti diretti, ma importa davvero il minimo sindacale. Conta il significato pedagogico di un confronto che è campionario di tutta la ricchezza che il tennis sa offrire quando indossa l’abito della festa, un pozzo inesausto di talento dal quale attingere soluzioni balistiche che i più non sono in grado nemmeno di pensare, figuriamoci di farne strumenti funzionali al gioco. È il tennis delle mille cose che sbatte in faccia ai pluridecorati dal mood monocorde e sparagnino il perché degli almanacchi ce ne si dimentichi in fretta mentre la bellezza è patrimonio imperituro. Che poi è il motivo per il quale non sarebbero sufficienti cento Slam in bacheca a uno fortissimo come Djokovic per scalzare dal piedistallo della disciplina che fu pallacorda ed eleganza uno come McEnroe.
    Andy e Fabio, a riguardo, appartengono alla ristretta cerchia di quelli che alla pallina, parafrasando fuori contesto il maestro Gianni Brera, danno del tu e non sono in molti. Avranno mille difetti – per gli omologati al pensiero politicamente corretto, il ligure ne ha financo di più – ma sono ormai vent’anni che i loro match sono sempre un ottimo motivo per dedicare del prezioso tempo alla tivù. Perché c’è sempre da imparare. La palla corre decisamente più piano rispetto a una decina di anni fa, i piedi non più ipersonici sono causa di qualche ritardo all’appuntamento con l’impatto e di cattivo posizionamento, la tenuta fisica al cospetto di sforzi reiterati è soggetta a rendimenti sinusoidali, con il corpo esausto che necessariamente si prende fisiologiche pause. Dettagli, perché sotto alla polvere del tempo c’è lo stesso talento di sempre, la capacità di sbrogliare con facilità anche le situazioni più intricate sfruttando la manualità che fa della racchetta un pennello e non una clava.

    A conferma di quanto sopra, la partita di ieri ha vissuto di ondate. In cattedra, per primo, è salito Fognini, suo il parziale d’apertura e la possibilità non banale di essere più lepre che cacciatore. Murray ha fatto pari e patta imponendosi nel secondo, con l’azzurro in deficit di ossigeno ma che già in chiusura di set ha ripreso a mostrare il suo lato migliore. Tanto da allungare sullo slancio anche nel terzo, prima del ritorno del gladiatore scozzese che ha consentito l’epilogo in volata nel quale i panni del Cipollini li ha indossati il nostro Fabio. Uno che, con ogni probabilità, avrà esaurito la pazienza a sentirsi ripetere la solita manfrina del “se avesse avuto la testa” anziché essere tributato una volta tanto per la qualità espressa sul campo, ben più rilevante di una quantità, che fa scopa con banalità, e che fortunatamente non gli è mai appartenuta.

    In ogni caso, Panatta a parte che fa sport a sé, Fognini incarna il meglio che il nostro tennis sia riuscito a produrre nell’Era Open e non solo in termini estetici, con buona pace di Sinner e a maggior ragione di Berrettini. Due giocatori formidabili, lapalissiano rimarcarlo ma gli invasati della conta dei punti si scandalizzano in fretta, che forse saranno più medagliati a fine carriera ma che pagano dazio in termini di qualità tennistica. Murray, a tutto ciò che è già tantissimo, ha saputo aggiungere anche il lato prettamente vincente al punto da mettere in dubbio nel suo momento migliore l’invincibilità della triade di dioscuri Federer-Djokovic-Nadal che ha bullizzato in maniera brutale ogni albo d’oro possibile e immaginabile. Così, tanto per rendere l’idea della grandezza del personaggio.

    Quando troppo in fretta Chronos avrà vinto la sua battaglia, e al Foro italico ci si dovrà accontentare del Rune di turno, probabilmente ci si ricorderà di quella sera solo in apparenza come mille altre che l’hanno preceduta in cui due vecchietti dalle articolazioni raffazzonate hanno saputo restituire al tennis, vittima designata di una modernità terribilmente antiestetica, ciò che lo ha reso per volontà dei genitali ideatori una disciplina meravigliosa: talento, varietà, fantasia. Cara è la fine, dunque, il preludio a un tardivo grazie da riservare a due interpreti dei quali, soprattutto noi cultori del bello, sentiremo la mancanza.

    Teo Parini