Un giorno confidò a un giornalista che se qualcuno si fosse presentato da lui con un contratto che avesse previsto come unica condizione per la vittoria del Tour de France la morte sui Campi Elisi avrebbe firmato col sangue senza nemmeno pensarci. Lo avrebbe fatto davvero.
Luis Ocaña, la vita se la tolse comunque qualche tempo dopo in un pomeriggio solo apparentemente uguale agli altri di 29 anni fa, un colpo di fucile alla tempia come dissero le indagini. La stessa vita che poco benevola fin da bambino – Luis fu un migrante come diremmo oggi – dedicò anima e corpo alla bicicletta, disciplina capace di esaltarne qualità abbacinanti, e a cercare di contrastare il suo nemico giurato di sempre, Eddy Merckx. “El Puta” come era solito chiamarlo, indispettito da quel Cannibale così forte e così diverso da lui.

Luis aveva un’ossessione: voleva vincere il Tour sopra ogni altra cosa. Non solo, a Parigi, capitale della patria adottiva che non lo ha mai del tutto accettato, avrebbe voluto arrivarci per primo guardando Merckx dall’alto del gradino più alto del podio, scorgere nei suoi occhi solitamente glaciali la cocente delusione della sconfitta. E in quel maledetto 1971 ci sarebbe finalmente riuscito, Luis, se solo Zoetemelk, in una giornata in cui il cielo vomita gelo e paure, non gli fosse rovinato addosso spedendolo all’ospedale quando il rivale di sempre era irrimediabilmente inseguitore e non la consueta implacabile lepre. Si rifarà due anni più tardi ma senza Merckx da avversario e per il talento dagli occhi malinconici non fu lo stesso. Una vittoria a metà.
Anima errante, cuore grande e fantasia ciclistica come regola inviolabile, Luis, vero Don Chisciotte della bicicletta, stufo di spingere forte sulle pedivelle si era presto ritirato nelle campagne francesi a coltivare uva destinata alla produzione di Armagnac. Sempre la Francia che ritorna: meta obbligata faticosamente raggiunta da bambino quando col padre fuggì dalla Spagna povera e franchista e teatro apicale della sua epopea sportiva. Un equilibrio instabile fino al 19 maggio del 1994. Pochi giorni prima che, per un beffardo scherzo del destino, il mondo intero facesse la conoscenza di Marco Pantani; passaggio di consegna tra uomini speciali che alla salita, come alla vita, hanno saputo dare del tu.
Fa caldo, intorno c’è quiete che sembra poter tutelare ogni cosa. Poi una telefonata di poche parole: “Amico – disse Luis – non ce la faccio più”. Era tutto finito.
Teo Parini
