Anno 2020, Francia. Il Tour condotto da indiscusso padrone da Primoz Roglic sta per concludersi secondo le incontrovertibili indicazioni raccolte dalla strada nelle ultime tre settimane. Per la verità manca ancora l’ultimo sforzo, la cronoscalata di La Planche des Belles Fille, che fa da preludio alla passerella sui Campi Elisi.
Per molti, una formalità. Perché Roglic, contro il tempo, in un grande giro è abituato a vincere spesso e perché, sempre Roglic, non ha mai palesato al più giovane rivale, il connazionale e arrembante Pogacar, il benché minimo cedimento.
Insomma, quella stessa cronometro in quelle condizioni di forma fisica Roglic la vincerebbe novecentonovantanove volte su mille e contro chiunque. Il bello dello sport, o il dramma che dir si voglia, è che nessuno sa quando c’è da fare i conti con la millesima. Al traguardo, infatti, Roglic ci arriverà spogliato dalla maglia gialla, perché la più classica delle giornate storte lo relega giù dal gradino più alto del podio. Una sorpresa destinata a fare casistica. Parlare di sfortuna in quella circostanza che rischia di segnarne la carriera forse è etimologicamente scorretto ma la dea bendata non è che sia mai stata troppo benevola con lui. Anzi.
Roglic è un corridore formidabile ma non appartiene alla cerchia di quelli baciati da una forma di talento epocale, alla van der Poel per esempio, nati con i cromosomi a forma di corone dentate. È un campione che si è inventato tale, per giunta proveniendo da un altro sport – il salto con gli sci – approdando al ciclismo per uno dei purtroppo per lui consueti appuntamenti con la malasorte. Una brutta caduta in volo gli impone una faticosa riabilitazione, oltre che un lungo stop dai salti, e la bicicletta diventa un’obbligatoria compagna di vita. Primoz, già professionista in un mondo così lontano da pedivelle e tubolari, dalla bicicletta non scenderà più.
Prima di questo Giro d’Italia, Roglic, smaltita la delusione di quel Tour sfumato tipo sabbia per le dita, ha trovato il mondo di assicurarsi tre Vuelta, svariate corse di una settimana, qualche classica tra cui una monumentale Liegi. Morale, con il numero appiccicato sulla schiena è uno che se non vince ci va comunque sempre vicino. Ma la sensazione è che quel conto fosse ancora aperto, una ferita sempre fresca che non ne voleva saperne di rimarginarsi. La pedalata che da un istante all’altro si fa pesante, il casco che si adagia tutto storto su un lato del capo a testimoniare una fatica imprevista e devastante, la bava alla bocca e lo sguardo incredulo quando il cronometro sancisce la sconfitta ormai a un palmo da Parigi. La Planche des Belles Fille è qualcosa che, sportivamente parlando, sta al ciclismo come i sei minuti del Milan giocati ad Istanbul stanno al calcio: un incubo. Che sembra rinnovarsi ogni volta in cui la strada mette in palio la maglia gialla.
Come un anno fa, quando cadute a ripetizione sembrano volergli dire che lontano dalla Spagna, la sua comfort zone, per un grande giro non sarà mai cosa. Tuttavia, lo sport, come la vita del resto, compie traiettorie meravigliose, arzigogolate e imprevedibili, per poi ripassare dal punto di partenza e prima di allontanarsi di nuovo in quel suo incedere perpetuo. Così, tra Roglic e la gloria c’è di mezzo ancora una cronoscalata, questa volta colorata di rosa. Primoz al via dell’edizione 2023 della corsa simbolo d’Italia si era presentato da favorito, dopo una primavera vittoriosa ma oculata. Perso anzitempo il suo rivale teoricamente più accreditato, Evenepoel, a contendergli il primato ci si è messo un corridore che a definire coriaceo si rischia di sbagliare per difetto, il vecchio Geraint Thomas. Gallese, sparagnino e letale, che ancora ieri guardava tutti dall’alto della classifica generale. Un avversario di quelli che è auspicabile non incontrare mai, perché allo spettacolo antepone una concretezza che è scienza esatta. Ma c’è ancora una cronoscalata da fare.
Il nastro d’asfalto misto a cemento che porta al santuario del Monte Lussari è l’anticamera dell’inferno: più mulattiera che strada ciclabile. Le pendenze impongono ai corridori rapporti mai esplorati prima e ai quadricipiti uno sforzo bestiale. Roglic, per vincere, sa di dover andare più forte di Thomas perché sono una trentina scarsi i secondi lo separano dal primato e che devono essere recuperati. Non e poco. Lo sloveno esce dai blocchi che è una furia. La sua pedalata è, insieme, orribile e marziale: divora tutto ciò che incontra. Geraint è un vecchio marpione e in più ha dalla sua esperienza e consapevolezza, tanto che pare poter ribattere colpo su colpo. Quando la salita tocca il suo acme, però, Roglic, immerso in due ali di folla, innesta la marcia più alta e scava il divario che può valere il Giro.
Tra le poche certezze che riserva la vita c’è la sfiga che ha una memoria inesausta e che, per Roglic, si palesa sotto forma di salto di catena. Sbanda, mette il piede a terra, fa mulinare il pedale con le mani sperando di aggiustare un meccanismo imperfetto, si rimette in sella, sbanda ancora, riparte: tutto sembra perso. Anche questa volta, come a La Planche des Belles Fille. Chi ha avuto il privilegio di assistere a ciò che da lì a poco sarebbe successo, tuttavia, racconterà ai nipoti di quella volta in cui la cattiveria agonistica di un uomo ha fatto a pezzi la sfortuna. Primoz, ripresa l’andatura, ha lo sguardo di chi è disposto a morire sulla bicicletta piuttosto che uscire sconfitto e quei pochi chilometri restanti, trasformati in calvario da un’orografia ascendente e maledetta, diventano uno spot imperituro al ciclismo con pochi eguali nella storia.
Dietro, Thomas accusa le pendenze e il suo passo sempre più incerto tradisce un serbatoio con la spia della riserva accesa, mentre le stesse pendenze sembrano avere su Roglic l’effetto che fa il colore rosso al toro. È un cerchio che si chiude, con Roglic che si riprende in un pomeriggio che trasuda cavalleria ciclistica ciò che gli appartiene, per di più contro un avversario speciale ad impreziosire il tutto. Al traguardo in mezzo alle nuvole piangono e si abbracciano tutti, divisi dai secondi ma uniti dal ciclismo. “Non c’è più chi perde o vince quando il tempo non vuole”, canta Enrico Ruggeri nel suo memorabile pezzo dedicato alla bicicletta. Il tempo ha sorriso a Roglic e l’insegnamento che ci teniamo stretto dopo questa indimenticabile giornata è che, continuando a dare di noi la migliore versione possibile, dopo La Planche des Belles fille c’è sempre un Monte Lussari.
Che bellezza.
Teo Parini
