Categoria: Sport

  • Milano candidata ad ospitare la finale Champions League nel 2026 (o 2027)

    MILANO La città di Milano con lo Stadio San Siro è candidata ad ospitare la finale di Champions League nel 2026 o nel 2027. Lo ha reso noto la Uefa, che ha confermato di aver ricevuto dichiarazioni di interesse da parte di nove federazioni affiliate per ospitare le finali delle competizioni per club nel 2026 e nel 2027.

    L’unica altra città candidata ad ospitare l’atto conclusivo dell’edizione 2026 o 2027 della Champions League è Budapest con la Puskas Arena, dove lo scorso 31 maggio si è giocata la finale di Europa League tra Roma e Siviglia. an Siro, che ha già ospitato le finale delle edizioni di Champions League del 2001 e del 2016 (oltre alle finali di Coppa dei Campioni del 1965 e del 1970), il prossimo 12 settembre sarà teatro del match delle qualificazioni al Campionato Europeo tra Italia e Ucraina. ”La scelta di candidare Milano ad ospitare la finale di Champions League -sottolinea il presidente federale Gabriele Gravina- è in continuità con la politica della Figc di aprire sempre di più il nostro Paese all’Europa e di valorizzare gli asset infrastrutturali per i grandi eventi. Ho sentito il sindaco Sala, che si è detto entusiasta, lavoreremo insieme per regalare a Milano e all’Italia un’esperienza straordinaria di spettacolo e condivisione, una delle più entusiasmanti che il calcio possa regalare”. Le dichiarazioni di interesse non sono vincolanti e le proposte finali dovranno essere consegnate con i dossier di candidatura entro il 21 febbraio del prossimo anno, con il Comitato Esecutivo Uefa che nel maggio 2024 ufficializzerà le sedi delle otto finali. Per le finali della Champions League Femminile sono in lizza Germania (Gelsenkirchen, Monaco o Stoccarda), Norvegia (Oslo) e Scozia (Glasgow), mentre per le finali di Europa League si sono candidate Germania (Dusseldorf, Francoforte, Gelsenkirchen, Lipsia e Stoccarda), Scozia (Glasgow), Romania (Bucarest) e Turchia (Istanbul). La Germania (Lipsia) è candidata anche per le finali di Conference League insieme a Israele (Gerusalemme), Norvegia (Oslo), Scozia (Glasgow), Svizzera (Ginevra) e Turchia (Istanbul). (Spr/Adnkronos)

  • Parabiago: G.S. Rancilio Simone Griggion firma il Trofeo Antonietto Rancilio 2023

    Successo di Simone Griggion al Trofeo Antonietto Rancilio

    PARABIAGO – Archiviata anche la seconda e ultima serata del Trofeo Antonietto Rancilio 2023, che vede in scena la prova maschile.
    Al via un centinaio di Atleti rappresentanti delle migliori formazioni nazioanli, tra cui Namedsport – Uptivo, Zalf Euromobil Desirèe Fior, Team Colpack, Biesse Carrera, U.C. Trevigiani, Team Sias Rime e U.C. Pregnana.

    Dopo aver condotto una prima ora di gara a gruppo compatto, la competizione si accende quando allungano 4 atleti Matteo Zurlo (U.C. Trevigiani), Marco Oliosi (Biesse Carrera) e il duo della Zalf Euromobil Desirée Fior composto daMichael Zecchin e Mirko Bozzola, che ottengono un vantaggio massimo di 1:00″.

    Il gruppo, guidato dagli uomini Colpack Ballan e Sias Rime, non lascia spazio e riprende i 4 fuggitivi al km 95; nuovo rimescolamento ed evadono in 10 unità: Manlio Moro e Simone Griggion (Zalf Euromobil Desirée Fior), Cristian Rocchetta e Matteo Baseggio (U.C. Trevigiani), Davide Boscaro (Team Colpack Ballan), Pier Elis Belletta (Biesse Carrera), Serhii Sydor (Nazionale Ucraina), e ben tre uomini Sias Rime, Federico Iacomoni, Luca Rosa e Magnus Hennenberg.

    A 2 kilometri dalla conclusione allunga sui 10 di testa Simone Griggion che resiste al ritorno degli avversari, ben protetto dal compagno Moro, e si presenta tutto solo all’arrivo, consegnando per il quarto anno in casa Zalf il Trofeo Antonietto Rancilio.
    Volata a ranghi compatti quella tra i 9 atleti restanti della fuga con Cristian Rocchetta, che bissa così il 2^ posto del 2022 e Davide Boscaro al 3^ posto.

    Si conclude così la due giorni sui pedali a Parabiago dedicata al Trofeo Antonietto Rancilio 2023 organizzata dal GS Rancilio che ha visto ancora una volta la città di Parabiago rispondere molto attivamente per applaudire i protagonisti.

  • Wimbledon e il Pianeta Accanto di Carlitos Alcaraz, che spodesta il trono serbo- di Teo Parini

    Qualsiasi risultato diverso dal trionfo di Alcaraz a Wimbeldon, francamente, sarebbe stato una grossa sorpresa anche con un titano come Djokovic, il più vincente di tutti, a contendergli il titolo più prestigioso del tennis.

    Per la verità, quelli che oltre gli almanacchi sono abituati a guardarsi qualche match prima di lanciarsi in un pronostico saranno rimasti sorpresi che Carlitos abbia dovuto sudare la bellezza di cinque set e quasi cinque ore per regolare un avversario al solito robotico e imperturbabile ma con insufficienti barriere per arginare uno tsunami come forse non si era mai visto prima.

    I tifosi del serbo meno obiettivi storceranno il naso, ma la differenza di qualità tennistica tra lui e il rivale, in questo preciso momento storico, è assai marcata con il gap che diventerebbe financo abissale se solo il confronto lo si potesse fare con il Djokovic coetaneo di questo Alcaraz anagraficamente imberbe. Insomma, lo spagnolo, in quanto a tennis d’autore, parla un’altra lingua, dà del tu alla disciplina perché capace di districarsi con semplicità – che poi è la definizione più azzeccata di talento – in azioni ad altri precluse e non ha paura nemmeno del diavolo. Una benedizione.
    Quando a fine incontro Nole lo ha definito come il mix tra lui, Federer e Nadal, purtroppo per chi se lo ritroverà davanti nei prossimi anni, non sbaglia se non per difetto; una macchina da tennis perfetta con qualche non sostanziale momento di inceppamento dovuto più all’esuberanza dei vent’anni che a congenite noie strutturali.

    Esuberanza che deve aver giocato un brutto scherzo nel fargli approcciare sciaguratamente un incontro che, al di là di tutto, rappresentava il crocevia più importante della sua giovane carriera e che con ogni probabilità lo ha costretto ad un pomeriggio più complicato del previsto. Vivaddio, Alcaraz è pur sempre un uomo e la titubanza nell’uscita dai pomposi blocchi di Wimbledon avrebbe potuto costargli ancora più cara se solo Djokovic non avesse sotterrato il rovescio (è successo davvero) che lo avrebbe spedito avanti addirittura per due set a zero. Anche se, almeno in assenza di crampi, è difficile pensare che Alcaraz alla lunga non avrebbe finito per prevalere dopo aver sfoderato per intero tutto l’arsenale disponibile. Perché, a vederlo giocare, sembra davvero in grado di modulare l’intensità degli incontri in funzione delle necessità oltre che a piacimento: se serve uno ci mette uno, se serve dieci ci mette dieci. Un po’ come fanno le superpotenze mondiali quando decidono di fare la guerra, vincendola.

    A Djokovic, quindi, va il merito non di poco conto di aver regalato al pubblico una partita magari non memorabile – ne abbiamo viste di migliori – ma vera e di aver dato ancora una volta la dimostrazione plastica che con abnegazione, ambizione, intelligenza e passione si possa restare al vertice della disciplina anche a trentasei anni suonati. In termini numerici, tralasciando la fortuna di un tabellone piuttosto morbido che è comunque parte del gioco, questa edizione dei Championships attesta che Djokovic, murciano escluso con Rune e Medvedev da verificare, è sempre un taboo insormontabile per tutto il resto del circus. Un gran bel problema, ma è un’altra storia.

    Alcaraz non è elegante nelle movenze come Federer, la cui gestualità rimane non replicabile, ma dal momento dell’impatto in poi il risultato sulla pallina è lo stesso prodotto dallo svizzero: fa quello che vuole lui. Di rimbalzo, al volo, col servizio, in risposta. Con qualunque effetto conosciuto dalla fisica classica e ogni traiettoria codificata dalla geometria euclidea. Con il bazooka a sparare bordate o con il pennello a dipingere quadri, tutto compendiato nello stesso caleidoscopico tennista. La serenità, poi, con la quale si è approcciato a servire per il match – esplorando la famigerata zona Djokovic, quando a Nole vengono gli occhi da tigre di chi rigetta l’ipotesi della sconfitta – è la comunicazione in stampatello agli abitanti del pianeta tennis che sconti alla tirannia non sono previsti dal protocollo. Scordiamoci, quindi, gli imbarazzi di Federer, l’unico giocatore dell’Era Open con il quale ha tecnicamente senso intavolare un parallelismo con il già epocale spagnolo.

    Il valore intrinseco del secondo Slam messo in bacheca dallo spagnolo va ovviamente oltre la spicciola considerazione statistica, considerando il fatto che gli amanti dei numeri avranno di che aggiornarla di continuo. Il significato più importante è da ricercarsi in un’ottica più generale. La vittoria di Alcaraz, o meglio di uno con le sue peculiarità, restituisce al talento il ruolo egemone che troppe volte ha finito per non recitare in uno sport diabolico che, con l’avvento degli attrezzi moderni e della supremazia del corri-e-tira, ha privilegiato componenti diverse da quelle prettamente manuali. In soldoni, con Alcaraz il più competente di tutti torna ad essere anche il più forte di tutti e non serve dilungarsi su quanto tutto ciò sia un bene per la disciplina che fu di Laver, McEnroe e annessa genialità. Con Alcaraz non vince il più intelligente, il più resistente, il più solido, il più scaltro: vince il tennista in grado di saper fare più cose, quello con il maggior numero di dardi nella faretra, quello con la mano più educata. Poesia, per chi ama il tennis innanzitutto perché sinonimo di bellezza.
    Detto di Djokovic e della sua commovente difesa del fortino, alla luce della finale occorre rivalutare in chiave positiva sia la prestazione di Berrettini, capace di strappare un set al futuro vincitore, che di Sinner, il quale, con un pizzico di buona sorte in più, avrebbe anche potuto far partita pari con il serbo che ha poi dimostrato di essere nella sua migliore versione possibile. Il problema di un certo imbarazzo, semmai, è che sono in troppi gli aficionados a pensare che gli azzurri siano fatti della stessa pasta di Alcaraz e, pertanto, che considerino fallimentare una campagna londinese che al contrario non avrebbe potuto essere più soddisfacente per i nostri connazionali. Musetti a parte, per il quale sarà opportuno spendere in futuro due parole a sé.

    Il Re è morto, viva il Re! Wimbledon, dall’austerità dei prati in Church Road in una cornice che più appropriata non avrebbe potuto essere, ha ufficializzato ciò che di fatto era palese da tempo e che solo qualche accadimento casuale aveva procrastinato. La continuità dell’istituto monarchico, quale forma di governo tennistico, è adesso garantita da un tiranno la cui presenza non può che essere accolta con entusiasmo dai sudditi, in una contraddizione in termini che tanto fa bene al nostro sport preferito.

    Buon lavoro, Maestà.

    Teo Parini

  • Vanzaghello, un successo per la Partita del Cuore

    VANZAGHELLO Sabato pomeriggio si è svolta la “Partita del Cuore”, un evento organizzato dall’Amministrazione Comunale del sindaco Arconte Gatti in stretta collaborazione con Accademia BMV.

    Nella splendida cornice del nostro Campo Sportivo Comunale di Via delle Azalee, sul quale solo poche settimane fa l’Accademia conquistava il salto di categoria in Promozione, si è svolta questa speciale giornata che sicuramente rimarrà nella storia del nostro paese.

    All’inizio del pomeriggio, con la presenza di diverse autorità civili, oltre alla nostra Amministrazione Comunale; il Sindaco di Buscate, Fabio Merlotti; il Sindaco di Castano Primo, Giuseppe Pignatiello; il ViceSindaco di Magnago, Franco Piantanida; il Sindaco di Marcallo con Casone, Marina Roma; il Sindaco di Robecchetto con Induno, Giorgio Braga ; il Sindaco di San Vittore Olona, Daniela Rossi; il Sindaco di Turbigo, Fabrizio Allevi; i Consiglieri Regionali, Christian Garavaglia e Silvia Scurati ed il Senatore Massimo Garavaglia ; il nostro Parroco Don Armando ha benedetto la targa, posata dall’Amministrazione Comunale, in memoria di due storici presidenti dell’allora U.S. Vanzaghellese: Gianfranco Gementi e Francesco Vitali.

    Un commovente momento, alla presenza dei famigliari dei due Presidenti, ha poi dato il via ad una entusiasmante partita che ha visto contrapporsi una squadra di ex-ciclisti professionisti, composta tra gli altri da Saronni, Paolini, Nardello, Andriotto, Zucchi, Frattini, Calcaterra, Fumagalli, Chirico, Stocco, Casnedi, Gioia e con la partecipazione straordinaria del nostro concittadino Cristian Stellini, ex calciatore professionista che ha appena terminato la sua esperienza da allenatore del Tottenham e degli ex calciatori professionisti Roberto Maltagliati e Mavillo Gheller; ad una selezione di “Vecchie Glorie” della U.S. Vanzaghellese e del Bienate Magnago, con la presenza anche dell’attuale Capitano dell’Accademia BMV, Luca Grassi.

    La partita è stata diretta da un altro Vanzaghellese, Riccardo Mainini, emergente arbitro della sezione di Busto Arsizio.

    Il calcio d’inizio del secondo tempo è stato dato da due rappresentanti di due meravigliose realtà locali: Croce Azzurra Buscate e Croce Azzurra Ticinia sezione Vanzaghello, alle quali sarà devoluto il ricavato della manifestazione.

    La sfida, all’insegna dell’amicizia e del divertimento, è terminata con un ottimo servizio ristoro, organizzato da Saverio e il suo fantastico gruppo.

    Ringraziamo di cuore tutti coloro i numerosissimo tifosi presenti, i nostri sponsor (Serigrafia DUED, Fioreria Sant’Ambrogio ed Il Prato Fiorito) che hanno contributo a questa giornata, l’Accademia BMV con i suoi volontari ed il suo Vice Presidente Mario Geviti, sempre ineccepibile nell’organizzazione, la presentatrice del pomeriggio Maria Antonia Mainini, la Protezione Civile di Castano Primo ed i Carabinieri per il fondamentale supporto nel servizio logistico, le famiglie Gementi e Vitali, le istituzioni presenti e sopra citate, Don Armando Bosani, gli ex-professionisti del ciclismo, Cristian Stellini, le vecchie glorie dell’Accademia BMV, il direttore di gara, Fabrizio Colombo per aver immortalato nei suoi splendidi scatti questa giornata, Croce Azzurra Buscate e Croce Azzurra Ticinia.
    Un pomeriggio che resterà nel cuore di molti.

  • Il saluto di Samir Handanovic agli Interisti. Adesso che Batman non c’è più….

    “Dopo 11 anni non so se riesco a descrivere tutto… ci provo, perché sono amareggiato e triste ma nello stesso tempo felice di avere reso un sogno realtà per tanto tempo.
    L’Inter, lo stadio di San Siro, i tifosi e quel brivido quando lo stadio spinge mi mancheranno”.

    Ti insegnano e lasciano il segno, ti spiegano cosa sono passione e coraggio e perché ogni giorno bisogna sacrificarsi per provare certe emozioni.
    Tante battaglie, sfide vinte e sfide perse, delusioni e gioia. Essere se stessi per me conta piu di tutto nel nostro mondo (calcistico intendo) degli ipocriti, ho cercato di essere uomo prima di calciatore.

    Ringrazio tutti. I compagni di tanti anni in nerazzurro, allenatori, staff, medici, fisioterapisti, magazzinieri tutti i collaboratori, i presidenti e i dirigenti di questi anni che sono stati così diversi, che ho vissuto in maniera così profonda e con un senso di appartenenza così forte da non poterlo immaginare prima.

    Ringrazio il nostro angolo di magazzino dove si vincevano partite perse e festeggiavano quelle vinte, anche se tanti non capiranno mai…

    Un ringraziamento speciale lo voglio dedicare alla Curva Nord. Oltre all’amore per questi colori ci ha accomunati il modo diretto, pratico, onesto e coerente di vedere il calcio che non è quello di parole e chiacchiere. L’attitudine.
    Perché ho sempre avuta chiara in me la consapevolezza della differenza e del differente rispetto che merita chi paga per giudicare e commentare, anche sbagliando, e chi per farlo, nei diversi modi possibili, viene pagato.

    Quanto orgoglio avere indossato questa maglia e questa fascia. Ho vissuto questo privilegio dando sempre il massimo.

    Cercherò di giocare ancora qualche anno, questo è un arrivederci ma resterò sempre uno di NOI.

    Grazie ??

  • Ciclismo. G.S. Rancilio. Lo sprint vincente di Silvia Zanardi al Trofeo Rancilio Ladies 2023

    I risultati del Trofeo Antonietto Rancilio – Ladies 2023

    PARABIAGO – Primo atto del Trofeo Antonietto Rancilio andato in scena a Parabiago mercoledì sera.
    La competizione, intitolata all’imprenditore noto per l’omonima azienda produttrice di macchine per caffè, si è aperta con la prova tutta al femminile con al via circa 80 atlete delle 90 iscritte, presenti le migliori formazioni: BePink GOLD, Isolmant-Premac-Vittoria, Mendel Speck, Born to Win-Ziraf e Israel Premier Tech Roland.

    Dopo un primo momento di gara che ha visto una situazione di gruppo compatto sviluppato ad andatura sostenuta ma regolare, la corsa improvvisamente si infiamma quando evadono in 3: Silvia Zanardi (BePink GOLD), Silvia Magri(Israel Premier Tech Roland) e Carmela Cipriani (Isolmant-Premac-Vittoria), che ottengono abbastanza velocemente un vantaggio di 40″, grazie al controllo di BePink e Isolmant.

    Le 3 atlete insistono nella propria azione con Cipriani in particolare che spende parecchie energie e acquisiscono un vantaggio di quasi 2″ sul gruppo; la situazione si stabilizza finchè tutta sola dal gruppo evade Giorgia Vettorello (BePink GOLD) che cerca di raggiungere le 3 atlete di testa.
    A 3 giri dalla conclusione, il gruppo guidato da Milena Delsarto (Aromitalia Basso Vaiano) assieme ad altre formazioni cerca di ridurre il gap sulle fuggitive che nel frattempo è arrivato a superare i 2’30”, purtroppo nulla da fare.

    Al suono della campana dell’ultimo giro, alle fuggitive non resta che impostare la volata finale che vede lo spunto vincente di Silvia Zanardi (BePink GOLD) davanti a Silvia Magri (Israel Premier Tech Roland) e una stanchissima Carmela Cipriani (Isolmant-Premac-Vittoria).

    4° posto per Giorgia Vettorello (BePink GOLD) che conclude a 2′ mentre il gruppo viene regolato a 2’24” da Emma Bernardi (Mendelspeck) davanti a Milena Delsarto (Aromitalia Basso Vaiano) che si classifica al 5^ posto.

    Tra le Junior vince Lucia Brillante (Valcar travel & Service), 8° assoluta.

  • A Church Road è tempo di semifinali. Fragole, panna, Wimbledon.. e Sinner- di Teo Parini

    Il tabellone di Wimbledon si è allineato alle semifinali. Che, insieme ad Alcaraz, Djokovic e Medvedev, quindi il gotha della disciplina, ci sia il nostro Jannik Sinner è motivo di campanilistica soddisfazione anche se, per onestà intellettuale, occorre riconoscere che è difficile immaginare un cammino più agevole di quello toccato in sorte all’azzurro, fatto di avversari più da Challenger che da Slam.

    E se è vero che gli assenti hanno sempre torto, il computer che ha spedito il novantanove per cento della qualità tennistica nella parte alta di tabellone – quindi non la sua – resta inequivocabilmente uno sfacciato colpo di fortuna che, tuttavia, ha avuto il grande merito di sfruttare e non era affatto scontato visto il recente scempio parigino che preferiremmo non rimembrare.

    Jannik, pertanto, si giocherà l’ingresso in finale incontrando Djokovic e la notizia non è ovviamente buona ma, forse, nemmeno così terribile considerate le alternative. Con Medvedev, infatti, ci ha sempre perso, spesso malamente e senza capire molto di quanto gli stesse capitando intorno. La capacità difensiva e di contrattacco del russo, infatti, sono per l’azzurro due quesiti ancora senza risposta. I prati lo avvantaggerebbero, o meglio penalizzerebbero un po’ il rivale, ma il peso delle recenti scoppole sarebbe stato un fardello non indifferente da portare a spasso per il court. Daniil, pure sui sassi, è sempre un cliente da evitare come la peste. Con Alcaraz, invece, ha sempre fatto partita alla pari, talvolta vincendo. Ma lo spagnolo è in quella fase ascendente di carriera per la quale ciò che è stato ieri potrebbe tranquillamente non essere più oggi e figuriamoci domani. Tecnicamente il più forte di questo e altri eventuali pianeti, Carlitos ha il talento sfacciato di chi impara e migliora alla svelta di partita in partita e c’è da pensare che, rispetto all’ultimo incontro disputato tra loro, sia cresciuto in rendimento di un ordine di grandezza in più rispetto a quanto abbia fatto Sinner. Insomma, Alcaraz che ha demolito Rune, uno che probabilmente già oggi si fa preferire al nostro giocatore, è fuori categoria, inavvicinabile almeno finché non siano i crampi a metterlo al tappeto. Anche con Djokovic ha sempre perso, vero, ma un anno fa sugli stessi campi in simil-erba si è trovato avanti in scioltezza per due set a zero grazie all’unica condotta di gara che ha nelle corde: tirare forte e sulle righe. Purtroppo per lui, un vecchio marpione come il serbo gli seppe prendere le misure per il rotto della cuffia evidenziando il fatto che, una volta neutralizzato il bazooka, sono ancora troppo poche le alternative di gioco a disposizione di Sinner che, infatti, sulla lunga distanza ha finito per soccombere.

    Questo Djokovic versione 2023, però, appare meno performante rispetto a trecentosessantacinque giorni fa. Rublev, con un copione tattico non così dissimile da quello di Sinner e una psiche assai più ballerina, per almeno tre set ci ha fatto partita spalla a spalla, portandosi a casa più di un rimpianto per ciò che non è stato. Anche Hurkacz, in precedenza, deve aver passato qualche notte insonne dopo essere riuscito nell’impresa titanica di perdere i primi due set al tie-break già vinti per poi soccombere definitivamente l’indomani in quattro parziali tutti lottati. Morale, Djokovic in questo Wimbledon è stato più vicino alla sconfitta di quanto non dicano i numeri da tritatutto, al cospetto di avversari ai quali Jannik ha poco da invidiare. In più, a quanto pare, il Sinner versione Top 10 per sua stessa ammissione gode di un’autostima tutta nuova, di una rinnovata consapevolezza nei suoi mezzi, di una meccanica al servizio ottimizzata e, soprattutto, di un anno di esperienza in più ad alto livello. Una sua vittoria sarebbe comunque una sorpresa epocale ma l’ipotesi di un successo ha comunque qualche fondamento teorico al quale è bene restare aggrappati con le unghie.

    Tra le donne, infine, ci sono in lizza la meravigliosa Ons Jabeur e altre tre. Purtroppo, per la tunisina sarà Sabalenka la prossima avversaria, tuttavia, prima di disperare, una considerazione positiva è d’obbligo. È solo giocando contro il pronostico del computer che l’interprete di un tennis senza tempo diventa letale. Speriamo non sia, quella con la bielorussa, la più classica delle eccezioni che confermano la regola. Perché va bene Sinner, siamo pur sempre italiani, ma vuoi mettere Jabeur che solleva il piatto più famoso del tennis quale prima tennista africana della secolare storia del gioco? Lo diciamo: noi non ci penseremmo un istante a fare il cambio, Jannik per Ons. Troppo forte il richiamo della bellezza.

    Buone semifinali a tutti.

    di Teo Parini

  • Ciclismo: 24h allo start del Trofeo Antonietto Rancilio 2023

    24 ore separano il GS Rancilio dallo start del Trofeo Antonietto Rancilio 2023, la classica del ciclismo dilettantistico che ricorda la figura dell’imprenditore scomparso nel 1983 che è arrivata alla 39^ edizione per la prova maschile e alla 6^ per quella femminile.

    PARABIAGO – Saranno quindi due serate di grandissimo ciclismo quelle che si apriranno domani mercoledì 12 luglio dalle ore 19:45 e si concluderanno giovedì 13 dove gli atleti/e regaleranno tanto spettacolo al pubblico presente..

    Sarà proprio la prova Femminile ad aprire il programma con 90 atlete che animeranno il 6^ Trofeo Antonietto Rancilio; dando uno sguardo all’elenco delle formazioni iscritte, possiamo citarne alcune tra cui BePink GOLD, Isolmant-Premac-Vittoria, Mendel Speck, Born to Win-Ziraf e Israel Premier Tech Roland.

    Ottimo spunto quello del Team BePink GOLD già dominatore della prova lo scorso anno, grazie allo spunto di Valentina Basilico che ha anticipato il gruppo; il Team Manager Walter Zini ha come freccia del suo arco un asso del calibro di Silvia Zanardi, pluricampionessa europea su pista.

    Presente anche Silvia Magri, atleta della Israel Premier Tech Roland, considerata atleta di casa poiché abita a pochi kilometri da Parabiago; Silvia arriva al Trofeo Rancilio dopo aver concluso la scorsa settimana il Giro d’Italia Femminile mettendosi in mostra in alcune tappe.

    Scorrendo invece l’elenco delle formazioni presenti per la prova maschile, possiamo citare: Namedsport – Uptivo, Zalf Euromobil Desirèe Fior, Team Colpack, Biesse Carrera, U.C. Trevigiani, Team Sias Rime e U.C. Pregnana.

    Nel gruppo spiccano i nomi di Manlio Moro – medaglia di bronzo ai Campionati Europei nell’inseguimento individuale su pista a Monaco di Baviera, Samuel Belleri che ha concluso al 4° posto il Giro del Medio Brenta e il Gran Premio Città di Brescia di martedì scorso; presente inoltre anche Marco Rancilio che certamente conosce ogni centimetro del tracciato poiché corre sulle strade di casa.

  • La morte del grande Luisito Suarez e quell’incontro fortuito in aereo con Pietro Pierrettori

    Il Presidente della Pro Loco con un post ha commemorato la morte del regista dell’Inter del Mago. Quando l’Inter veniva a Magenta per i prepartita all’Hotel Excelsior….su imbeccata del ‘Magia’ Mereghetti di Ossona….

    MAGENTA – Il 26 novembre 2007, sul volo Milano–Madrid, incontrai Luis Suàrez Miramontes detto “Luisito”.
    Con grande emozione mi presentai e gli raccontai che da ragazzino l’avevo visto molte volte a Magenta quando l’Inter di Herrera veniva (anni 1961-62) in ritiro all’Hotel Excelsior (inaugurato nel 1959 per il Centenario della Battaglia).
    Suarez, vincitore del Pallone d’Oro nel 1960 era appena arrivato dal Barcellona (1961) chiamato all’Inter da Helenio Herrera.
    Mi disse che ricordava perfettamente quel periodo in cui venivano a Magenta.
    Appiano Gentile non esisteva ancora e, all’Inter, necessitava un luogo per il ritiro prima delle partite casalinghe, a San Siro.
    Suarez continuò raccontandomi che era stato il suo compagno, l’ossonese Mario Mereghetti (detto Màgia), centrocampista nerazzurro, a trovare la soluzione Magenta.
    Il rituale prevedeva che la squadra arrivasse il venerdì e per due giorni l’Hotel Excelsior rimaneva rigorosamente blindato.
    A noi ragazzini e ai tifosi non rimaneva che attendere la passeggiata mattutina dei giocatori.
    Li ho ancora nella mente tutti i giovanissimi campioni della grande Inter.

    In fila ordinata, giocatori davanti e il “Mago”, Helenio Herrera, dietro a tutti, con l’occhio del vigile controllore.
    Itinerario della passeggiata era via Cattaneo, via Roma, piazza Liberazione, via 4 Giugno, via Brocca e in Hotel per il pranzo.
    Quanti foglietti pieni di autografi ci mettevamo in tasca… (non so più dove sono finiti).
    Non ci pareva vero poter guardare, a pochi centimetri, quelli che sarebbero stati impressi nella memoria dell’Italia del pallone con la famosa “filastrocca”…Sarti, Burgnich, Facchetti….
    Onorato di aver fatto la sua conoscenza, signor Suarez…, un vero “signore” del calcio

    Pietro Pierrettori

    P.S. Purtroppo non ho mai visto foto di quelle passeggiate dell’Inter per la nostra Città anche se ricordo che qualche Magentino, armato di macchina fotografica, scattava istantanee.
    Se, frugando nei cassetti dei nonni ne saltasse fuori qualcuna, ben felice di poterla pubblicare.

  • Wimbledon, Berrettini cede con onore ad Alcaraz: mancò la fortuna, non il valore- di Teo Parini

    Lo si diceva ieri, qualche condizione al contorno favorevole e il morale ritrovato avrebbero potuto consentire a Berrettini di disputare una partita dignitosa contro l’inarrivabile – almeno per lui – Alcaraz e, magari, prendersi lo scalpo di un set.

    Così è stato, quindi bravo. Matteo avrà alcuni difetti tecnici ma ha il pregio di disputare sempre la migliore partita possibile; insomma, è uno che il suo la fa sempre e non è un aspetto banale per un tennista. Aiutato involontariamente da Carlitos, la cui capacità di convertire le palle break per una sera pareva quella di Federer e che a dirsi deficitaria gli si fa un complimento, Berrettini, dopo aver vinto un primo set giocato con precisione chirurgica sull’asse servizio e dritto, ha financo avuto la chance di strappare per primo la battuta all’avversario all’inizio del secondo parziale sulla scia di una certa inerzia costruita con caparbietà. Insomma, è uscito dai blocchi come un tuono sfruttando quel minimo effetto sorpresa che ancora destabilizza Alcaraz sui prati.

    Pur non dando mai l’impressione di potercela davvero fare anche nei frangenti a lui più favorevoli, Matteo, ancorandosi alle solide certezze del suo purtroppo scarno bagaglio, è rimasto in campo con dignità tennistica e abnegazione, forse con poche gambe per via dell’avvicinamento tribolato ai Championships. Il risultato è stato quello di offrire agli spettatori una partita senza pathos ma tutto sommato piacevole. Sarà che Alcaraz vale da solo il prezzo del biglietto contro qualunque avversario e che l’evidente confronto stilistico è anch’esso motivo di interesse, ma nell’ottica del bicchiere mezzo pieno, ripensando anche al tunnel nero in cui era precipitato, è stata una buona giornata per l’azzurro. Più in generale, un buon torneo, soprattutto in ottica classifica che, riportata intorno alle posizioni che sono nelle sue corde, potrà assicurargli in futuro tabelloni più agevoli nei quali lo spauracchio Alcaraz dovrebbe palesarsi solo in dirittura d’arrivo e non già agli ottavi come accaduto in questo Wimbledon.

    Tolti lo spagnolo e Djokovic, la sensazione è che un Berrettini in buona salute psicofisica possa avere sull’erba una possibilità di vincere con tutti. Alcaraz, invece, sui prati non ha ancora la confidenza necessaria per essere pressoché invincibile o comunque infondere quella impressione. Talvolta, infatti, la sua dinamica del moto tradisce qualche imbarazzo nella ricerca della palla – in soldoni pare dimenticarsi che sotto ai piedi non ci sia il cemento – al quale sopperisce con tutto il talento che abita nei suoi arti superiori. I set persi e le fatiche annesse contro il non irresistibile Jarry e con Berrettini dicono che il margine di sicurezza che interpone tra sé e i suoi rivali è decisamente ampliabile, questione di tempo.

    L’attualità, però, significa per Carlitos poter concedere a Djokovic di restare aggrappato al match e tutti sappiamo che un eventuale arrivo in volata potrebbe premiare il Mario Cipollini della racchetta. Oltre al fatto che l’incognita infortunio fisico – la sua kryptonite – è sempre presente e non serve ricordare che la possibilità di una noia muscolare improvvisa è direttamente proporzionale alle ore di gioco, tutte cose che un vecchio marpione come il serbo conosce a menadito. La finale dell’ultimo Roland Garros, con Djokovic che ha saputo far melina tennistica allungando a costo di sfiancarsi ogni quindici nell’idea di cui sopra, è l’emblema di quanto possa essere diabolico il tennis, costringendo il più talentuoso del circus a dare il via libera ad un avversario che in termini di manualità non lo vede nemmeno col binocolo. Roba da uscirne pazzi. Realisticamente non si vede come Djokovic possa mancare l’appuntamento con la finale considerato uno spicchio di tabellone morbido come il burro mentre dall’altra parte, invece, il numero uno del ranking potrebbe avere qualche grattacapo da un piantagrane come Rune, talmente odioso che farebbe perdere la pazienza a Giobbe e Alcaraz farebbe bene ad armarsi di benzodiazepine prima di scendere in campo.

    In tutto ciò ci siamo dimenticati di Sinner che la Dea bendata ha sospinto a colpi di avversari impresentabili fino al quarto di finale odierno contro il carneade Safiullin, un’occasione più unica che rara per centrare il traguardo della semifinale nobile proprio contro Djokovic. Per finire, un pensiero alle donne. In lizza per il titolo c’è ancora Ons Jabeur ed è la notizia in assoluto più rilevante di questa edizione di Wimbledon. Perché? La tunisina non gioca a tennis, dipinge capolavori. Un inno alla bellezza che ci fa dimenticare l’esistenza del resto.

    di Teo Parini