La notizia è che Alcaraz non vincerà questo Roland Garros. Un po’ come dire che il Real Madrid, se solo vi prendesse parte, non dovesse sollevare il trofeo della sagra della porchetta di Ariccia incontrando in finale una selezione dell’INPS. Quasi sicuramente, invece, lo farà Djokovic al suo posto, Ruud permettendo, e, appunto, il bello dello sport è che, pur succedendo per la ventitreesima volta nella carriera del serbo, sarà lo stesso una gigantesca sorpresa.
Che la si pensi come si vuole, Alcaraz, qualora si reggesse in piedi, gioca tutta un’altra disciplina ma nei piani degli Dei del tennis c’è sempre la volontà di insinuare un pizzico di imperfezione nei meccanismi perfetti, viceversa che divertimento ci sarebbe? La kryptonite di Re Carlitos ha quindi le sembianze della fragilità fisica, solo apparentemente una contraddizione in termini per un ragazzotto che emana vigore robotico come Miriam Leone fa con la bellezza. È cristallo con le sembianze del carbonio. Insomma, spesso, anzi molto spesso, i suoi muscoli fanno crack ed è il motivo per cui, per gli avversari, l’iscrizione ai tornei continua ad avere un senso compiuto: il murciano potrebbe eliminarsi da solo.

Ieri, per almeno un set della semifinale, si è comunque capito perché Djokovic – ad ora – è il giocatore più forte di sempre ad aver imbracciato una racchetta. Perché la sola presenza è riuscita nell’intento di intimorire il giovane satanasso, tanto da strappargli il primo parziale. Passata la fisiologica tensione d’avvio, del resto Alcaraz stava pur sempre incontrando un gigante con la zavorra sulle spalle dello status di favorito, l’inerzia del match si era già incanalata sui binari previsti e, benché non ne avremo mai la controprova, la sensazione più che tangibile era quella di una vittoria inevitabile di un Alcaraz finalmente a braccio sciolto, nonostante il cuore, la sagacia e la garra che il serbo ha scolpiti nei cromosomi non fossero mancati nemmeno per un istante.
Poi c’è la kryptonite e così, con solo due ore di gioco sulle spalle, i crampi ne hanno investito ogni millimetro di muscolatura e la partita è finita sul più bello, con un Alcaraz che, seppure mezzo paralizzato, è stoicamente rimasto in campo per rispetto nei confronti dello sport e del valoroso rivale. La cui esultanza a ogni quindici al cospetto di uno ormai impossibilitato ad opporre una credibile resistenza, tuttavia, avrebbe forse potuto essere evitata, questione di stile. Non serve dire che il crampi, in sé, possano avere differenti origini, tra le quali una condizione di forte stress psicologico come probabilmente è accaduto in questa circostanza. Importa poco, ciò che conta terribilmente di più è che, dopo aver saltato gli Australian Open sempre per le stesse noie e sempre vinti da Djokovic, per Alcaraz c’è anche la battuta d’arresto in Bois de Boulogne e se fossi uno del suo entourage comincerei seriamente a pensare come correre ai ripari. Perché, oggettivamente, Carlos a vent’anni è più il tempo in cui e fermo ai box a leccarsi le ferite che sui campi da gioco a dare spettacolo.
Di questa edizione del Roland Garros, per fortuna, restano le impressionanti dimostrazioni di forza esibite e la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che Alcaraz fa transitare il suo tennis su livelli irraggiungibili e, probabilmente, mai esplorati prima. Poi, per dirla alla Boniperti, vincere resta l’unica cosa che conta – ma non per noi – e in tal senso bravo Djokovic ad aver trovato per l’ennesima volta il modo di continuare un inesausto dominio con trentasei primavere sul groppone. Il lato indigesto della medaglia è che una finale Slam tra Nole e Ruud rischia di essere appassionante come la decima replica della millesima puntata di Beautiful, roba da ringraziare Netflix per l’alternativa televisiva.
Che peccato.
Teo Parini