ROMA «Una vittoria di civiltà, umanità e buon senso. Esprimiamo grande soddisfazione per l’ok della Camera dei Deputati a far diventare l’utero in affitto reato universale. Dopo anni di proposte e battaglie politiche e culturali anche di Pro Vita & Famiglia, oggi è stato compiuto il primo e fondamentale passo per tutelare le donne e i bambini.
La maternità surrogata, infatti, è la schiavitù del terzo millennio, che riduce le donne a corpi da usare e sfruttare, spesso in condizioni di indigenza economica e sociale, e usa i bambini come oggetti di desideri ideologici da comprare come merce al supermercato. Tutto questo abominio non può più essere tollerato, perché le donne non sono schiave e i bambini non sono un diritto. Ora, dopo l’ok della Camera, è ancora più urgente che la proposta, una volta arrivata in Senato nei tempi tecnici previsti, venga votata senza nessuna modifica e più velocemente possibile, così da diventare subito legge. La protezione di donne e bambini non può e non deve più aspettare». Così Jacopo Coghe, portavoce di Pro Vita & Famiglia onlus.
Con 166 voti contro 109 e 4 astensioni, la Camera ha approvato ieri in prima lettura la proposta di legge che mira a rendere perseguibile anche all’estero il reato di maternità surrogata. A favore si sono espressi i gruppi di maggioranza (prima firmataria e relatrice della proposta è stata Maria Carolina Varchi di Fratelli d’Italia), in senso contrario quelli di opposizione, ad eccezione del gruppo di Azione-Italia Viva che ha lasciato libertà di coscienza.
Le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate da deputati delle opposizioni erano state respinte dall’assemblea di Montecitorio nella seduta del 18 luglio. Il testo approvato, che ora passa all’esame del Senato, prevede che le pene stabilite dall’articolo 12 della legge n.40 del 19 febbraio 2004 si applichino “anche se il fatto è commesso all’estero’”.
La legge 40, quella sulla procreazione assistita, già a suo tempo ha definito la maternità surrogata come un reato punibile con “la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro”. In questi quasi vent’anni, tuttavia, nonostante il grave disvalore diffusamente attribuito a livello internazionale a questa pratica come forma di sfruttamento e di mercificazione delle donne, essa è stata legalizzata in alcuni Stati rendendo possibile il ricorso “in trasferta” all’utero in affitto, con conseguenze assai problematiche anche in ordine alla configurazione giuridica e alla tutela dei diritti dei figli nati con questo sistema. Di qui, in particolare, i casi relativi alla trascrizione degli atti di nascita formati all’estero in seguito a comportamenti che il nostro ordinamento riconosce come reati.