Atp Finals: la dura legge di Djoker non piega l’amore dell’Italia per Sinner. E adesso, operazione futuro- di Teo Parini

Con i se non si fanno grandi cose, ma a guardare la scoppola rimediata ieri sera, peraltro abbondantemente annunciata, il pensiero che Sinner avrebbe fatto bene a fare fuori Djokovic tra le pieghe del regolamento del round robin deve essere passato per la testa di molti. Perché di partite giocate con un occhio alla convenienza la storia delle ATP Finals è piena e se Jannik avesse scelto deliberatamente di perdere il terzo set del match vittorioso contro Rune nessuno tennisticamente sano di mente gli avrebbe rimproverato nulla.

Trovarsi in finale il serbo, in uno spaventoso crescendo di condizione e per giunta incazzato dopo aver perso lo scontro diretto nel girone, è evenienza sconveniente senza pari nel tennis e, francamente, viene da dire che un Master (come ci piacerebbe continuare a chiamarlo) in cascina val sempre bene un pizzico di pragmatismo, con buona pace dei moralisti da divano. Tutto ciò, in quanto dell’attesissima partita odierna non è che ci sia troppo da raccontare perché, di fatto, una partita con tutti i sacramenti non c’è stata. Capire dove arrivino i meriti di un Djokovic comunque in versione d’annata e i demeriti di un Sinner brutto oltre ogni previsione è impresa ardua ma tant’è che difficilmente si sarebbe potuto assistere ad una sfida meno stimolante in termini di spettacolo. Djokovic sembra aver rubato il servizio killer al suo allenatore, Ivanisevic, e sente i colpi come un direttore d’orchestra governa le sette note.

Dall’altra parte, a destra per Sinner è una tragedia: il dritto, il suo colpo più costruito, esce dalle corde con inaudita fatica e la palla, con ancora più fatica, riesce a trovare il campo. Insomma, notte fonda. Sembra, quindici dopo quindici, il più classico dei mismatch della pallacanestro, quando l’attaccante affronta l’avversario in perenne condizione di vantaggio. Probabilmente anche la tensione deve aver giocato un brutto scherzo all’azzurro, ci sta tutta. Del resto, anche i più forti – e Sinner lo è – hanno molto da imparare in quanto a gestione della pressione in partite di questa importanza capitale.

Un break nel quarto gioco del primo set, con Jannik che sciupa un vantaggio di 40-15 con una volée tremebonda che rimette in vita l’avversario già pronto ad andare a servire, e un break quasi già scritto nel gioco d’apertura del secondo parziale, mandano in archivio l’edizione 2023 delle Finals che significa per Novak il titolo numero sette – altro record assoluto, staccato Federer fermo a quota sei – e la conferma che, Alcaraz non spremuto a parte, negli ultimi dodici mesi le partite che contano, gira e rigira, le ha vinte sempre lui e il più delle volte senza neanche sudare troppo. Quello di Sinner resta un torneo eccezionale e l’imbarcata conclusiva, dalla quale un lavoratore come lui saprà senz’altro fare tesoro, non sposta di un millimetro i giudizi lusinghieri che si è ampiamente meritato nel corso della settimana sabauda. La certezza, sempre per restare in casa dell’altoatesino, è che altre partite come questa verranno e, quantomeno per mere questioni anagrafiche, non sempre sarà il giocatore più vincente di ogni epoca, Djokovic, a contendergli il trofeo.

Chiosa finale d’obbligo per il serbo. Nel perimetro di validità dell’assioma bonipertiano, per il quale vincere è l’unica cosa che conta senza che il ‘come’ rappresenti un dettaglio apprezzabile, il GOAT – Greatest Of All Time, per i meno avvezzi agli acronimi giovanili – è lui, con i rivali di ogni generazione, passata e presente, che inseguono ormai a una distanza siderale. In ogni caso, per le eventuali rivincite tennistiche non ci sarà da attendere molto. Giusto il tempo dei botti di Capodanno e qualche calice di spumante ed i riflettori saranno già puntati sul primo Major stagionale, l’Happy Slam australiano. Perché il tennis non si ferma mai, proprio come questo insaziabile Djokovic. Ad maiora.