Progetto Magenta al Memoriale della Shoah alla stazione Centrale di Milano: “Non dovremo mai perdere memoria di quello che è successo”

Una mattinata di riflessione al memoriale della Shoah di Milano. Luogo che tutti dovrebbero visitare almeno una volta. Una visita organizzata da Progetto Magenta che ha portato alla stazione Centrale oltre 40 magentini insieme a Giorgio Molho. Una visita che ripercorre la storia di tutto quello che è accaduto. Silvia la guida al memoriale della shoah alla stazione centrale di Milano.

“Bisogna venire a visitare questo posto perché è un luogo importante della nostra città – ha spiegato Silvia, la guida – che ci fa capire molti aspetti della storia italiana. Spesso pensiamo che la storia della Shoah abbia toccato l’Italia solo in modo accidentale, un qualcosa che concretamente è successo fuori dai nostri confini. Invece ci fa capire quanto questa storia ci riguarda e quanto prima di conoscere i posti più noti come i campi di sterminio sia importante capire l’importanza di quelli italiani”.

“Quando abbiamo pensato a questa iniziativa, tra l’altro nel giorno di San Biagio, – aggiunge Silvia Minardi di Progetto Magenta – pensavamo non venisse nessuno e invece non è stato così. Come Progetto Magenta abbiamo sempre organizzato momenti di incontro e sempre mi chiedevo come fosse possibile che fossero accadute simili atrocità. La decisione questa volta è stata di andare direttamente sui luoghi. Oggi, confesso, ho avuto i brividi perché queste cose sono successe, possono succedere ancora e, per certi versi, stanno accadendo ancora”. Giorgio Molho ha aggiunto: “Ringrazio i partecipanti che hanno dimostrato grande sensibilità all’argomento.

La cosa mi tocca perché su questi treni avrebbe potuto esserci anche mio papà se non ci fossero stati sei giusti di Magenta a salvarlo. Mio padre ha raccontato questa storia soltanto dopo il 1990, l’ha tirata fuori dopo 50 anni. Fortunatamente non tutti hanno tradito, ma sei persone a rischio della loro vita hanno salvato quella della mia famiglia”. Silvia racconta la storia del binario 21. All’inizio del ‘900 Milano conosce uno sviluppo notevole e cresce il bisogno di sviluppare le infrastrutture. L’esposizione dell’epoca da modo di pensare ad una stazione centrale adeguata allo sviluppo che sta accadendo. La stazione principale all’epoca era quella di piazza della Repubblica, troppo piccola per le esigenze di Milano. Emerge così un progetto su tutti capace di risparmiare spazio con la costruzione di due stazioni. Una per i viaggiatori e un’altra per i treni merci, parallele e in verticale.

Ma cos’è accaduto dopo l’inaugurazione di quella stazione? “Da quel luogo – spiega Silvia – non partirono solo merci, ma vennero deportate delle persone trattate come merci. Sopra c’erano le persone, sotto le cose. I deportati vennero ridotti a oggetto. Fuori c’è la normalità, dentro la normalità sparisce”. Per entrare si passa dal muro dell’Indifferenza.

“Un muro che serve per fare una riflessione sui motivi per cui la Shoah è stata possibile. – continua – Come l’azione dei cosiddetti passivi che hanno sostenuto e dato man forte ai persecutori. I testimoni di quel periodo dicono che il ricordo che fa più male non è stato tanto la violenza, ma vedere amici, colleghi di lavoro, vicini di casa che di fronte alla progressione della discriminazione sono rimaste indifferenti”. Silvia ripercorre la storia, i tentativi di fuga in Svizzera, la confluenza nel carcere di San Vittore a Milano dove venne creato uno spazio per gli ebrei. E poi i vagoni merci. La partenza avveniva in un luogo comodo e nascosto che non dava nell’occhio. Perché non era usato dal pubblico che utilizzava la stazione al punto superiore. I vagoni non sono certo di quelli per i viaggiatori. Erano quelli usati per il trasporto dei cavalli. Vi entravano anche settanta persone in un vagone.

“La logica di caricare tante persone in uno spazio piccolo – aggiunge Silvia – è quella dell’ottimizzazione dello spazio. I vagoni erano organizzati come se si trattasse di un normale trasporto di merci. Mancava la luce, l’aria, lo spazio. Era la preselezione della selezione. Per un viaggio di una settimana, molti non arrivavano alla fine del percorso”. Umiliazione e degradazione per la persona. Un secchio unico per tutti per fare i bisogni, la paura di non sapere dove si andava. Sul corridoio ci sono delle pietre ordinate su tre file. Le pietre sulla fila esterna indicano il trasporto dei deportati ebrei, quelle in mezzo gli oppositori politici e quelle vicine alle colonne erano convogli misti di ebrei, e oppositori politici. Per oppositori politici si intendono diverse categorie di persone. Tra gli oppositori c’erano anche i soldati dell’esercito italiano che dopo la caduta del fascismo nel ‘43 si rifiutarono di continuare a essere fedeli a Mussolini. Erano oltre 600mila persone. I treni hanno varie destinazioni. Verso Auschwitz, Mauthausen, Bergen Belsen. Molti si fermano però in Italia, a Verona e Bolzano, ma la maggior parte facevano tappa a Fossoli, una frazione di Carpi, provincia di Modena. A Fossoli c’è il campo di concentramento principale italiano.

Significativo, durante la visita al memoriale, il muro con i nomi dei deportati; sono evidenziati coloro che riuscirono a tornare a casa. “La perdita del nome faceva parte del processo di degradazione della persone. – continua la guida – Era il numero a identificare la persona e non rispondere prontamente al proprio numero poteva fare la differenza tra arrivare o non arrivare al giorno successivo. Tanti vennero inviati alla morte perché non risposero all’appello”.

Spesso un cognome si ripete più volte sul muro, segno che venne deportata un’intera famiglia. Il percorso al memoriale passa dalla luce al buio e dal buio alla luce. Il luogo è scuro, ma filtra la luce che va nella direzione di Gerusalemme, la città verso la quale gli ebrei si volgono in preghiera e città sacra per le religioni monoteiste. Luogo di speranza dove sorge il Giardino dei Giusti dove è stato piantato un albero per ogni storia documentata di una persona che ha agito per salvare delle vite. Non ci sono stati solo gli indifferenti, ma anche chi ha fatto il contrario salvando delle vite. Oggi più che mai è importante ricordare e raccontare perché i testimoni diretti stanno scomparendo. Di quei nomi evidenziati solo Liliana Segre è ancora in vita. Siamo le ultime persone che hanno il privilegio di apprendere la storia da chi l’ha vissuta, ma le testimonianze dirette sono destinate a scomparire. Chi è tornato e ha raccontato ha avuto coraggio. E lo ha trovato dopo anni e anni.