Un Locarno Film Festival dall’anima che profuma d’arte, questa 77a edizione.
Arte che strizza l’occhio da alcuni film, nei quali la perfezione si respira persino nella sincronicità dei movimenti, come ad esempio “Le Déluge”, opera del filmaker Gianluca Judice, dove quadri e sculture sembrano ergersi a giudici della famiglia reale francese, prossima all’esecuzione capitale, osservandoli scarnamente nel lento decadimento delle loro figure, per precipitare nella vulnerabile condizione di esseri umani con delle colpe da espiare.
Ciascun membro della famiglia ha un modo diverso di reagire: Luigi XVI si rifugia in una malata e fantasiosa speranza completamente respinta dalla consorte Maria Antonietta, più dignitosa ma al contempo concreta.
L’intreccio vede andare a braccetto i rapporti famigliari e quelli con i rappresentanti di Stato che li odiano e agli sgoccioli, sale a galla la mancanza di amore e stima di Maria Antonietta per il marito che le fu imposto a ragion di Stato.
Nelle tristi giornate di prigionia presso la Torre del Tempio, fortezza costruita dai Templari, luogo altamente iconico per momenti così tragici, assistiamo allo spogliamento prima di tutto delle loro identità, allo scherno e alla derisione di chi si credeva eterno tramite con Dio in Terra. Infatti, il film si snoda in capitoli che si pongono lo scopo di analizzare e scomporre l’evento storico ed umano, sino all’epilogo.
Il quesito è: esiste il peccato se non ve ne è consapevolezza?
E se al loro posto vi fossimo stati noi?
La silenziosa e calma compostezza della famiglia reale, ci induce a credere che i cattivi non ne siano i membri, ma i loro cinici aguzzini, che paiono aver miserevolmente e sottilmente bramato tutto ciò che essi possedevano.
La Francia dell’Uguaglianza e della Libertà pare perdere l’umanità; solo qualcuno cerca di restare umano e chiede nel comitato, che il Re possa non essere separato dalla famiglia, nei mesi lunghi e bui che precedono l’esecuzione.
Luigi fa delle richieste sino all’ultimo, come quella di poter salutare in solitudine la famiglia e di vedersi accordare tre giorni per prepararsi alla propria morte.
Dimostrerà sino all’ultimo di non comprendere realmente i motivi che hanno portato a quel momento, ribadendo che secondo lui non è possibile una reale uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Addirittura se ne stupisce, spesso apparendo persino infantile e rivelando anche scarsità di argomentazioni ed intelletto, nella sua incapacità di tenere testa ad un Robespierre filosoficamente arguto.
Chi ha ragione?
A ciascuno la sua risposta.
Tutta la storia è pervasa di un presagio quasi divino, mentre consegna all’eternità questi personaggi storici, che un giorno sembreranno diventati unicamente una rappresentazione leggendaria, od opere d’arte a loro volta, pallidi ed esangui ricordi, in un processo che ha condotto alla nascita del cittadino al centro di tutto.
Retrospettiva Locarno77
La retrospettiva di quest’anno è dedicata invece al Centenario dalla nascita della Columbia Pictures e “The Lady with the Torch”, altro non è che un titolo per omaggiarne il simbolo femminile che tutti conosciamo e che ricordava la statua della libertà.
Probabilmente, questa scelta era dovuta ad il desiderio di riunire sotto ad un unico marchio riconoscibile, l’dentità americana, che si voleva far emergere nelle scelte narrative proposte via via dai registi più celebri dell’epoca.
Alla nascita del sonoro, fanno la loro apparizione i primi film western con eroi compassati, che vivevano con l’unica legge personale del “un giorno alla volta”.
Fa capolino di nuovo il concetto di scambio fra le arti, nell’ispirazione dovuta alla presa di coscienza sociale, per passare ai film anti fascisti e alla primissime donne lavoratrici che desideravano spiccare nel mondo del lavoro.
Allora è lecito chiedersi se la reale ambizione o vocazione che dir si voglia, di quella torcia, altro non fosse che illuminare un mondo nuovo.
Se il cinema, l’arte e la musica avevano avuto sempre il merito di accendere per primi nuovi percorsi, migliorando l’uomo e risvegliandone la coscienza, oggi mi vien da dire che purtroppo, ad occuparsi di ciò, son rimasti i registi che portano in Occidente i propri drammi sociali e le loro lotte.
E’ il caso del regista iraniano, Mohammad Rasoulof, che con il lungometraggio “The Seed of the Sacred Fig”, in Piazza Grande la sera dell’11 agosto, ha portato da noi il dramma dell’attuale repressione civile in Iran, rifacendosi alle rivolte che hanno portato ad una vera e propria esecuzione sommaria di tanti giovani, come la tristemente celebre Armita Geravand, divenutane il simbolo, dopo essere stata trucidata dalle forze dell’ordine iraniane, perché aveva rifiutato di indossare il velo.
In particolare, ci affacciamo a tutta la vicenda attraverso lo sguardo di una famiglia, prevalentemente delle sue donne, madre e figlie e la loro amica, studentesse di liceo.
Molti i dialoghi, molta la paura: per le giovani quella di un futuro oscuro ed incerto, per una madre quella che alle figlie possa accadere qualcosa di terribile.
Le strade diventano rapidamente teatro di sanguinose rivolte di massa, soppresse nel sangue, con giovani inferociti che non si fermano nemmeno difronte al pericolo di essere uccisi, per invocare i propri diritti. Le scuole vengono chiuse.
Nel piccolo nucleo famigliare protagonista della pellicola, si svolgono conversazioni difronte alla cena ed ai telegiornali, durante i quali un padre cerca di convincere le proprie figlie che si tratta solo di teorie complottiste.
Ma le figlie si ribellano: dei loro amici sono già stati presi od uccisi davanti ai loro occhi.
Un’amica è stata massacrata di botte e ha uno zigomo spaccato, forse perderà un occhio.
Il dramma di un coraggioso regista che spera ancora che il suo Paese possa vivere l’alba del ritorno alla libertà.
Salve Maria, regia di Mar Coll.
Titolo che ha inaugurato la competizione del Concorso Internazionale, ci mostra il difficile adattamento di una giovane donna al ruolo di neo mamma.
Ben recitato, ci trascina nelle emozioni della protagonista e nelle sue angosce di madre.
L’altrettanto giovane marito a volte non comprende le sue crisi, ma l’ama veramente e prova a darle sostegno in tutti i modi: non ci troviamo difronte ad una situazione difficile e di abbandono e trascuratezza, come si potrebbe credere. Certo, non si decide a prendersi il congedo paternità, però la esorta ad uscire con le amiche e a fare qualsiasi cosa la faccia sentire meglio.
Vi è una bellissima e lunga scena di una passeggiata della neo famiglia sul mare, dopo una cena romantica e per un attimo, lei sembra stare meglio. Poi, di colpo, di nuovo le ombre, di pari passo ai cambiamenti del tempo; come ricadute di una malattia inguaribile.
Ma qual è la malattia di Maria?
Tutto ciò la porta su una giostra vorticosa di alti e bassi, difficile da tollerare.
Pregna di senso di colpa, porta settimanalmente il neonato dal pediatra, in costante allarme, ma chi ha bisogno di aiuto è proprio lei.
Cercherà persino di elaborare in forma creativa tutto ciò che le succede: Maria è una scrittrice di successo ed i suoi romanzi hanno già vinto dei premi.
Niente. Non funziona. Decide di sparire, unico mezzo per salvare se stessa ed il figlio. Lo fa con un sottile rancore, che sta cominciando ad intaccarla interiormente: nessuno può capirla veramente e nessuno accetterebbe i suoi reali pensieri.
Segue un fil rouge: ritrovare in un paesaggio sperduto che sembra riflettere la sua anima che si dirama in incubi confusi, un’altra donna che uccise il suo bambino. Mentre tutta la società la condanna, Maria teme angosciata di perdere l’equilibrio e di ritrovarsi al suo posto.
Intriso di una costante suspence, ci fa sempre temere il peggio sino al finale controcorrente che, già lo immagino, non sarà potuto piacere a tutti. Eppure è proprio quella suspence a cercare di farci comprendere come questo epilogo, fosse l’unico possibile ed accettabile, anche se disintegra un ideale arcaico.
Un film inequivocabilmente bellissimo sotto ogni profilo, non solo per il soggetto, certamente importante e di grande utilità sociale, ma per la capacità di portare alla luce tutto ciò che non riusciamo ad accettare di noi stessi e per la forza interpretativa di un disagio.
Concorso Cineasti del Presente
Les Enfants Rouges, regia di Lotfi Achour.
In una sperduta località araba, si consuma una vicenda realmente accaduta: due giovanissimi cugini vengono aggrediti da alcuni terroristi, ed uno dei due sarà ucciso per decapitazione.
Si tratta della storia vera della quale tutti abbiamo saputo nel mondo, tramite un video raccapricciante…
La colonna portante di questa comunità che vive di poche cose, come la pastorizia e lo studio scolastico di piante e semine, è l’unione famigliare, senza la quale la sopravvivenza non sarebbe possibile.
È per questo che nonostante l’orrore, quando il cugino più giovane riprende i sensi, trasporterà la testa della vittima a casa, all’interno della sua cartella di scuola.
Non riuscirà a raccontare subito l’accaduto. Non è certo facile comunicare un fatto simile a madre e nonna. Si deciderà a farlo quando il fantasma del defunto inizierà a reclamare giustizia, facendo leva sull’affetto che li ha legati in vita. La prima alla quale lo svelerà sarà una giovane amica, della quale l’assassinato era innamorato, sognando di sposarla.
La reazione della giovane mi lascia interdetta, poiché il regista decide pur essendo una ragazza, di accordarle la libertà di affermare le proprie scelte: “Non lo avrei mai sposato”, dichiara nettamente, nonostante le dispiaccia.
Il più piccolo si rattrista: “Lui ti amava, e tu no”, mormora.
Trovo apprezzabile da parte di Achour non scegliere un lamentoso coro unisono e di sconvolgimento famigliare per questa uccisione ingiusta, ma invece l’aver lasciato spazio ad una espressione femminile indipendente.
Oserei quasi dire che si tratta dell’unica voce rivoluzionaria del film.
La giovane studia senza sosta ed esorta anche l’amico superstite a fare altrettanto, se un giorno vuole lasciare quel posto.
L’alba del futuro.
Mentre visioni di libertà futura si mescolano a nostalgie e rimpianti del passato, è però tempo di mettersi in moto: c’è un corpo da recuperare e al quale dare degna sepoltura.
Piazza Grande77
Reinas, di Klaudia Reynicke
Il film si apre con la cronista che evoca la crisi economica con una notizia tangibile: il prezzo del latte.
Il dettaglio diventerà l’incipit di una storia nella quale le protagoniste, due giovanissime figlie ed una madre nell’età di mezzo, inizieranno ad organizzarsi, soprattutto interiormente, in vista della loro migrazione alla volta di Miami.
La crisi economica ha reso la vita in Perù invivibile ed inoltre, anche la dittatura non la addolcisce di certo: bisogna sempre stare attente a ciò che si dice, persino se si è bambine.
Vedremo lo scenario degli Ottanta cedere il passo per incentrare la trama sui rapporti famigliari, i legami ed il modo di gestire le situazioni di ogni membro della famiglia.
Il padre, che non partirà con loro, diventerà un compagno di giochi e di piccole fughe, intenzionato a lasciare un ricordo amabile alle figlie, una decenne e l’altra 14enne, nella possibilità di non rivederle molto presto.
Alcune vicissitudini saranno intrise di un certo umorismo nonostante l’arresto di due bambine, che nella ingenuità dichiarano che il padre è un agente segreto, mettendolo in pericolo.
Un film con una bella e credibile atmosfera, nel quale pare di esserci catapultati realmente lì con loro, ed ispirato alla vera vita della regista.
Concorso internazionale
Der Spatz in der Kamin, regia di Ramon Zürcher
“Il dolore è invisibile e la bellezza visibile”
Una casa racchiude tutti i ricordi e il senso del tempo che passa, di più generazioni di una famiglia.
Tutti desideriamo una casa così, ma tutti potremmo desiderare di fuggirne, poiché a volte, può trasformarsi un peso insopportabile. La citazione sul dolore è ciò che una delle figlie dice nel medicare il fratello da una piccola ferita dovuta ad un atto di bullismo; ma è anche la chiave di lettura: mascherare, spesso far finta di niente. Negare. Far sopravvivere e scegliere sempre solo la bellezza.
Ma si può continuare a farlo solo fino ad un certo punto, poi quelle spine che si vorrebbero celare, escono allo scoperto di prepotenza.
Anche in questa pellicola emergono i lati umani che si vorrebbero nascondere, come il fatto che tutti i membri appaiono un po’ disturbati. Ma quella casa è ciò che l’ombrosa e distante protagonista vuole mantenere per sempre, perché pare l’unico trucco in grado di tenere uniti tutti i consaguinei sparsi come meteore.
Teme più di tutte una verità: la vita va avanti sempre e comunque.
Permane il valore della nostalgia, come unico modo per ritrovare una identità, sino al desiderio di un fuoco che possa bruciare tutto e purificare.
PIAZZA GRANDE 77
Electric Child, regia di Simon Jaquemet.
Annunciato come un film rivelazione sugli scenari futuristici, degno dei suoi storici predecessori, è ambientato in Svizzera e vede i due protagonisti avere finalmente il tanto desiderato figlio si inerpica in sviluppi ricchi di azione.
Il bebé è però nato con una rara condizione che lo porterà alla morte entro un anno di vita.
Parallelamente, il padre è sviluppatore di un progetto di intelligenza artificiale incredibilmente ambizioso.
Diventa il padre di un secondo figlio: la sua creatura frutto di ingegneria genetica che, ad un certo punto sviluppa neuroni in modo infinito.
Il finale vedrà salvare il bimbo dopo che il progetto sarà sfuggito di mano ed i genitori dovranno sfuggire a militari che vogliono catturarli; e virerà di molto sul fantastico.
Concorso cineasti del Presente
Holy Electric, regia di Tato Kotetishvili
In una Georgia che ci mostra i lembi di società più ai margini, assistiamo a persone che inventano sistemi fantasioni per guadagnarsi da vivere.
L’ultima trovata di zio e giovane nipote sarà ricavare un commercio da diverse croci ritrovate nelle discariche, poi da loro trasformate in croci elettriche.
La povertà ed i lutti si superano grazie all’umorismo, l’accettazione di ogni diversità, l’amore per gli animali e la musica gotica un po’ satanica amata dai protagonisti più giovani, in netta contrapposizione con l’articolo improvvisato e venduto.
Nessun nesso cristiano in una vita che va avanti, sempre e comunque.
Piazza Grande 77
Mexico 86, regia di César Dìaz
In un film d’azione ed impegno sociale, la protagonista è una madre di famiglia divisa tra lotta civile e affetti.
Alcuni suoi cari amici sono già stati assassinati.
Arrivata in Messico dal Guatemala in preda ai disordini, sta cercando di istruire al meglio il figlio di 10 anni, perché tutta la famiglia ha cambiato identità.
E’ fondamentale per la salvezza di tutti ma probabilmente lei dovrà rientrare in Guatemala a continuare la lotta, rinunciando a tutto il resto.
Sullo sfondo, i Mondiali di Calcio 1986 sembrano offrire uno scenario di nuovi inizi più sereni, almeno per il figlio che ancora non si rende conto.
Sew Torn, regia di Freddy MacDonald
Film metà svizzero e metà statunitense, è ambientato nel Canton Grigioni, dove la protagonista, una giovane che vive di lavori di sartoria dopo aver perso la madre, ha creato dei lavori incredibili grazie ad un geniale impiego dei fili di lana e si consola della perdita, riproducendo all’infinito la voce registrata della madre, che si attiva con delle miniature sonore sempre grazie a meccanismi collegati a dei fili.
Una stravagante creatura dunque, intelligente e all’apparenza molto pacifica.
Ma la vita è difficile anche per lei, economicamente parlando…
La grande occasione arriva quando in auto incrocia un incidente con due motociclisti, che sino all’ultimo respiro si stanno litigando una valigia, all’apparenza piena di soldi.
Da questo momento si attiva di nuovo l’ingegno della ragazza, che ci condurrà in una storia fantasiosa ed incredibile, con più scelte di sviluppi, sulla falsa riga di “Sliding Doors”.
Una cosa è certa: con humor ma non poche venature thriller e persino scene di autentica violenza, la protagonista non è poi così tanto angelica ma per lei conta solo una cosa: non sporcarsi direttamente le mani…
Per la retrospettiva, ho invece visto per ora “Graig’s Wife”, regia di George Kelly. B/N
Il film è molto disincantato nel mostrarci già in quei lontanissimi anni, il disincanto di un matrimonio sorto per interesse ed ora agli ultimi titoli di coda.
Una ragazza osserva “da fuori” e pare porsi delle domande sul futuro.
Monica Mazzei
Free lance culturale
