RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Sarà un caso ma anche in moltissimi film di quest’anno, ho intravisto un cammino al femminile ben tracciato, e quando non l’ho notato io, me l’hanno fatto inavvertitamente notare gli altri.
Ma è stato anche un festival ricco di storie di giovanissimi, alle prese con problemi più grandi di loro e con il difficile percorso che porta alla consapevolezza.
È stato anche il festival degli omaggi ad un cinema intriso d’arte e di nuove visioni di aspetti insospettabili della vita.
È il caso del primo riconoscimento conferito: l’Exellence Award Davide Campari, è andato agli attori Mélanie Laurent e Guillaume Canet, che poi abbiamo visto in Piazza Grande, in “Le Déluge”, pellicola con il pregio di averci fatto conoscere sul piano umano personaggi storici rimasti tali e niente altro, in un certo senso: un Luigi XVI quasi infantile ed incapace di sostenere un confronto intellettuale con Robiespierre.
Raimondo Rezzonico Award a Stacey Sher (produttrice di fim quali “Pulp Fiction”, “La porta dell’Universo”, “Matilda 6 mitica” e molti altri); Pardo alla Carrieraa Shah Rukh Khan, stella di una Bollywood ormai imposta a livello mondiale.
Alfonso Cuarón ha ricevuto il LifeTime Achievement Award (ha diretto attori come George Clooney e Julianne Moore).
Poi ci sono stati come tutti gli anni, molti altri premi, ma al di là di questo, le scelte di questa edizione riportano il Locarno Film Festival ad un respiro più internazionale, con grandissimi nomi e grandi star, capaci di conciliare i diversissimi interessi cinematografici di un pubblico molto vasto.
Parlando di pubblico, non bisogna tralasciare il premio assegnato proprio dalla grande platea di affezionati al film amato di più in Piazza Grande: il Prix du Public UBS.
Quest’anno a riceverlo è stata Klaudia Reynicke, da me intervistata per un altro film nel 2019.
Con “Reinas” ha vinto anche la Berlinale 2024.
Recensito nella prima trance di articoli, esplora, grazie alle origini miste svizzero-peruviane della film-director, la crisi economica a Lima degli anni Ottanta ed i suoi influssi su una famiglia, la cui metà sta per trasferirsi per sempre a Miami.
Il film è in parte biografico, anche se la Reinicke non ha fratelli al contrario delle due giovanissime protagoniste della storia.
La storia finisce per essere incentrate sul rapporto tra le donne del nucleo famigliare e quello con il padre delle ragazzine, che non partirà con loro.
Sullo sfondo la dittatura e la capacità di trovare aspetti ilari quasi in tutto.
Il Pardo d’Oro Locarno77 è invece andato alla giovane regista lituana Saulé Bliuvaité per il film Akiplėša (Toxic), una storia incentrata sul ricordo di una adolescenza dedita a risolvere il conflitto con un corpo visto come, recito pari passo, “un campo di battaglia”.
Altri premi in fondo all’articolo.
Ora mi concentrerò però soprattutto su Ben Burtt, vincitore del Vision Award TicinoModa.
Come recita il nome del premio, si tratta di un riconoscimento assegnato a chi è stato in grado con una visione di portare un contributo personale molto significativo al cinema, grazie al proprio genio.
Celebre per aver curato il sonoro di film assolutamente indimenticabili come “ET”,”Star Wars” ed “Indiana Jones” tra i numerosi altri; ci ha accompagnati durante una conversazione pubblica eccezionale, vista anche la sua età, nel modo nel quale ha creato i suoni unici ed inimitabili dei propri personaggi, fossero voci o combattimenti.
Ma Burtt ha fatto molto altro, ha compiuto il salto e nella vita, si è spinto sino ad occuparsi del montaggio e della regia.
“Per arrivare a ciò non ci si impone. Ci possono volere anni. Lukas ad esempio è un po’ un dittatore come tutti i grandissimi registi, non puoi dirgli cosa fare. Tutto si basa sul rapporto di fiducia: man mano che questo si instaura, saranno i grandi nomi a richiedere sempre di più la tua collaborazione su più livelli”.
Alla mia domanda su cosa pensasse dell’impiego dell’Intelligenza artificiale nel cinema e del suo possibile coinvolgimento nella creazione del sonoro, si è detto molto preoccupato:
“È un grosso pericolo per l’originalità e la creatività umana, che spesso è legata a stati emotivi”, mi ha risposto riassumendo; e questa frase, in poche parole racchiude tutto il danno che un utilizzo spropositato dell’IA apporterà al cinema e non solo; detto da chi si è definito qualcuno che ama sperimentare.
A lui infatti si debbono i primi impieghi Dolby Sistems, che hanno entusiasmato il pubblico al cinema e lo sosrprendono ancora oggi, con un suono che si esapende in tutta la sala, abbracciando gli spettatori.
L’altro incontro di questo festival che per me resterà indimenticabile, è quello con attori e regista del bellissimo film “La piccola ed il vecchio”.
Dal direttore artistico Giona A. Nazzaro durante un viaggio in Canada, trattasi di un lungometraggio ispirato in parte ad “Il Vecchio ed il Mare”, ma basato sul romanzo di Marie-Renée Lavoie, nonché sui ricordi di infanzia del filmaker Patrice Sauvé, che ha scelto di ambientare la storia nel Quebec degli anni Ottanta.
Non per niente, visto che un’epoca nella quale non c’erano cellulari e social network era più genuina e ricca.
Partecipa in un certo senso un personaggio dei manga: “Lady Oscar”; ma non potendo per i diritti d’autore utilizzare il vero anime, si è deciso di disegnarne uno apposito che ne ricalcasse la trama.
Ciò è dovuto al fatto che ispira molto Helen, la piccola protagonista, in conflitto con la propria identità, un po’ maschiaccio e che desidera essere chiamata Jo.
Jo sarà esortata dalla madre a coltivare un rapporto con un anziano amico di famiglia, che ha sempre il consiglio e la soluzione giusta per tutto e a lui si appoggia tutta la famiglia.
Jo è in gamba ed intelligente, dal carattere calmo e pratico, tuttavia piano piano imparerà a scoprire i lati positivi di questo rapporto e della lettura, grazie alle continue interruzioni quando guarda il suo cartone preferito.
Perché noi ce lo ricordiamo bene: ai nostri tempi era la televisione a distoglierci troppo dalle cose importanti.
In famiglia vi è anche un padre con tanti problemi psicologici, che vuole bene alle figlie ma non sempre riesce ad essere il supporto che vorrebbe e dovrebbe.
Jo, che già ad unidici anni desidera guadagnarsi qualcosa, coltiva il perdono, l’accettazione e la comprensione verso tutti.
“La felicità non si impone”, è il messaggio di questo film.
Ho posto delle domande e durante la conversazione il regista ha spiegato che non è un film sulla nostalgia, ma proprio sul guardare avanti.
Ci ha poi raccontato i motivi per i quali ha scelto proprio Juliette Bharucha per il ruolo della piccola protagonista e concordo: ella ha qualcosa di magico.
Il film è da non perdere, perché oltre al potenziale emozionale e alla commozione capace di suscitare, grazie ad inquadrature e a costruzioni immaginarie che si sovrappongono alla realtà, come alla fine, diventa una perla rara di grande contenuto umano e capace di immensi insegnamenti.
È per tutti, non solo per i ragazzi.
LA VITA ACCANTO, di Marco Tullio Giordana
Una famiglia molto ricca ma come tante: lui e lei si godono il matrimonio nel grande palazzo di famiglia, che appartiene interamente a loro.
Al piano di sopra, abita la sorella di lui, quotata e talentuosa pianista e sarà proprio ad uno dei suoi concerti, che al lei si romperanno le acque. La corsa in ospedale, la gioia, la zia che li raggiunge “Ho fatto solo un bis, dovevo correre qui”; il marito ginecologo che preferisce non far nascere la figlioletta affidata ai colleghi e sceglie di non essere nemmeno presente in sala parto. Attende in sala d’attesa, lontano dalla fatica, con la sorella artista.
Finalmente entrabi i genitori faranno la conoscenza della piccola: lo fanno in piedi, già vestiti, come due in visita, quando la bambina vien loro posta in braccio. La scoperta: la neonata ha una grossa voglia su metà del viso ed il collo.
Da qui si snoderà quella che diventerà una trama con sfumature gotiche, popolata da statue “viventi”, arte che pare quasi minacciosa, e tanta, tanta oscurità.
Questa bimba cresce nascosta, la madre non l’accetta, si ammala addirittura a causa di questa voglia, colpevolizza tutti. Rende l’esistenza a tutti impossibile, con un egoismo che sconfina nella follia.
Forse al disagio mentale si accenna.
Capita anche nelle migliori famiglie, soprattutto se la perfezione era l’unico obiettivo.
Alla piccola Rebecca viene negato il battesimo, il prete ne è allontanato, la madre medita addirittura di non mandarla a scuola con gli altri.
Si odia ferocemente questa madre.
Molto meglio l’altra Maria, quella di “Salve Maria”: non lo accetti, allora meglio andarsene.
Ma questa Maria rimane, quasi con lo scopo definitivo di rinfacciare alla piccola qualcosa di cui non ha colpa, di tormentarla, una bambina in realtà bellissima e rivelatrice di un talento innato ed unico per il pianoforte, sostenuto dalla zia.
Il padre un debole, non cattivo ma incapace di compensare.
Sarà la zia ad aiutarla a riconoscere la propria forza ed ad accompagnarla in un cammino fatto di impegno e successo.
Saranno tanti altri gli episodi.
Rebecca crescendo sarà confrontata con vari drammi e varie meschinità umane, ma a tutto resisterà grazie solo ad una cosa: la musica.
Un dono ci salva.
E lei si salverà a 17 anni in un momento preciso: rivedrà le statue che l’avevano spaventata da bambina.
Non lo sentiamo, ma certamente riecheggiano nelle sue orecchie le parole della zia.
Rebecca fugge e rifugge la disperazione.
Lei non sarà vittima del destino.
Poi c’è un altro personaggio non poco importante: l’amica dai fulgidi capelli rossi.
Una pura.
Pura come la verità. Quest’amica porterà la luce nell’oscurità di Rebecca, ne sarà l’antitesi.
La verità, certo, è scomoda.
A volte, volgare.
Ma l’amica è la salvezza definitiva: le apre nuovi orizzonti.
Anche lei suona e canta.
Saranno probabilmente le due facce di una medaglia, quando Rebecca partirà per raggiungerla; poco dopo la realizzazione di un miracolo.
Come avrete capito, questo film pure l’ho adorato. Ve lo dice una che il cinema italiano attuale lo snobba spesso.
Ha a che fare con la capacità di afferrare subito ciò che la vita ci offre, non permettendo a nessuno di lasciarci adombrare.
SULLA TERRA LEGGERI, di Sara Fgaier
Il film inizia con il raccoglimento in una casa dei parenti dopo un funerale: è appena morta dopo lunga malattia, la madre di famiglia e l’unica figlia, poco più che ventenne ma già madre a sua volta, riallaccia i rapporti con i consanguinei di origine tunisina come la madre appena scomparsa. Il dolore è grande ed alla situazione già difficile, si unisce l’improvvisa amnesia paterna, che di colpo ha rimosso tutta la propria esistenza degli ultimi trent’anni. I medici non trovano né causa né cura, suggeriscono solo alla figlia di restargli accanto e di aiutarlo con piccoli oggetti, per esempio.
Da questo nodo si scioglie una trama meravigliosa, intessuta dei ricordi che egli recupererà dai diari, nei quali descriveva il proprio infinito amore per la moglie, fin dal primo incontro, avvenuto in un’epoca recente ma già lontanissima.
Un amore misterioso, irresistibile, avventuroso, composto anche dalla volontà di immergersi totalmente nel mondo di lei.
Sovrapposizioni improvvise di immagini e spezzoni tratti da film e dalla letteratura più iconica che ha narrato sentimenti e drammi umani, producono una sovrapposizione emozionale di esistenze, che nella medesima disperazione ci accumuna, con un effetto capace di farci vivere più vite e rendere il film poetico ma senza cliché e banalità: quegli spezzoni sono gli impulsi ed i pensieri che attraversano come lampi la mente del protagonista.
Un film sorprendente per come decanta l’amore vero in modo nuovo.
Lui cerca se stesso e la propria storia con lei, fortemente connessi ed indivisibili: la sua stessa identità è a lei strettamente legata.
La mente diviene un brusio continuo a volte intollerabile, nel cercare indizi nei quali potersi riconoscere.
Arriverà infine alla sua destinazione, un giorno, e dovrà accettarne tutto il dolore che ne deriva: la morte non si può cancellare.
Faceva anch’essa parte della cultura dell’amore della sua vita, che invece l’aveva presto integrata come nei rituali che gli aveva mostrato in Tunisia, nella loro lontana gioventù.
Il lutto si può elaborare solo grazie ad un percorso a ritroso.
Bello come una leggenda da tramandare.
PIAZZA GRANDE
RITA, di Paz Vega.
I protagonisti di questo film sono bambini molto piccoli, in particolare la bimba che cede il suo nome al titolo: appena 7 anni.
Nel ruolo di due fratellini, la loro recitazione è naturale come esortati a giocare davanti alla cinepresa.
La storia della quale si narra però, ambientata a Siviglia nei primi anni Ottanta, non parla affatto di giorni spensierati: la loro mamma è vittima di violenza domestica da parte del loro padre.
Il padre è un’ombra incombente, nelle prime scene ne udiamo solo la voce forte e capace di incutere timore, e ci si chiede che volto abbia il mostro.
Poi appare nella sua massiccia e disturbante presenza concreta.
È come assistere ad una famiglia vera in questa situazione e la madre ne porta sulle proprie spalle, in silenzio, tutto il peso.
Vi è anche la nonna, una danzatrice di flamenco, che insegna i primi passi ad una piccola Rita dagli occhi luccicanti e pieni di vita, sviluppando lentamente una trama di continuità generazionale al femminile.
Rita per soli due anni di differenza con il fratellino, sviluppa presto anche un senso protettivo, prima verso di lui e poi verso la madre.
Comincerà a percepire il pericolo vero, il giorno in cui il padre getterà il secondogenito in acqua per insegnargli a nuotare di botto ed il piccolo proverà la terribile angoscia della vita che sfugge tra un respiro e l’altro.
Nel quotidiano si riflette solo una cosa: il condizionamento del padre e dei suoi umori.
La dolce Rita, grazie all’esempio di un piccolo amico, comincerà a pensare a come difendere la mamma.
La fine dell’innocenza.
SHAMBHALA, regia di Min Bahadur Bham
Un film pregevole che ci trasporta sul tetto del mondo, precisamente un piccolo villaggio nepalese composto di paesaggi naturali di incredibile bellezza, dove il tempo pare essersi fermato, se non fosse per l’orologio ultra moderno, che fa capolino dal polso di un piccolo protagonista, per ricordarci che anche loro abitano la nostra epoca.
Una ragazza andrà in sposa al coetaneo che ama e inizierà ad organizzare la propria nuova vita.
Di fianco a lei c’è tuttavia sempre una specie di maestro, con il quale avrà pure una relazione, assolutamente legittima nel suo popolo dove a praticare la consuetudine di più coniugi è la donna.
Scopriamo dunque una realtà per noi incredibile.
La protagonista, che è incinta, partirà con il maestro per ritrovare l’altro marito, scomparso nel nulla, e sarà lei a dettare le regole fra loro: questa sarà una delle scoperte che farà su se stessa.
GAUCHO GAUCHO, regia Michael Dweck, Gregory Kerhaw
Documentario in bianco e nero su una comunità che ha scelto di vivere privandosi di tutte le comodità moderne, inclusa la telefonia. L’unico mezzo accettato è la radio, che trasmette tutto il giorno musica popolare locale, allo scopo di rafforzare i rapporti tra i popolani.
I problemi di salute, siano essi psicologici che fisici, si curano con la suggestione del più influente del paese; ed il passatempo maggiore per tutti, uomini e donne, ragazzi e ragazze, sono i rodei.
Durante delle interviste che spezzano le sequenze del docu-film, per poi ricucirle, ci viene spiegato perché per loro sia così importante vivere così.
Anche qui la protagonista è una giovane che ha un sogno: domare un cavallo e cavalcarlo per la prateria, godendo della propria libertà.
LE PROCÈS DU CHIEN, di Laetitia Dosch
Una nota avvocatessa accetterà una causa improbabile: difendere in tribunale il comportamento di un meticcio che ha morso a tradimento la nuova compagna del padrone, che gli aveva appena passato uno snack.
Il dubbio è che si sia trattato di una vendetta, poiché la donna non gli aveva servito le solite crocchette.
Il processo prende forma in un dibattito esilarante, in un film adatto a tutta la famiglia.
KADA JE ZAZVONIO TELEFON, di Iva Rang
Il 1995 ha segnato un passaggio importante per molti serbo-croati, a causa dello sfollamento improvviso di 200’000 persone nell’operazione che venne denominata “Operazione Tempesta”.
Grazie a questo film, il pubblico viene catapultato nel periodo storico che precede quel momento: lo vediamo nelle strade percorse dalla giovanissima protagonista con i suoi amici; oppure le divertenti le capatine dal parrucchiere per assomigliare ai propri idoli. La vita alla quale tutti i giovani avrebbero diritto.
Nell’improvvisa azione, si ebbero anche saccheggi e moltissime vittime. Ma la trama del film indaga un aspetto intimo e difficile da interiorizzare: il momento esatto nel quale la telefonata che l’avverte, spezza la vita di un’allora undicenne.
A questa ragazza, strappata alla vita quotidiana con gli amici e soprattutto l’amica del cuore, così come ai sogni fantastici sul futuro tipici dell’età, resta da continuare a rivivere quel momento come un trauma.
Sono passati molti anni da allora e tanti di noi, travolti e bombardati tramite telegiornali da nuovi conflitti internazionali, hanno probabilmente dimenticato.
Queste persone sentono tuttora di non aver ricevuto giustizia; e la musica, il cinema di prima di quel momento, nelle loro origini tipicamente nazionali oppure giovanili, sono ciò che resta per mantenere salda un’identità perduta.
Il senso dell’arte in tutte le sue forme, come traccia per mantenere una radice, spazzata via dai conflitti.
Monica Mazzei
freelance culturale
