Magenta, giustizia riparativa. Il dialogo possibile

Risale al 6 novembre il primo di una serie di incontri sulla Giustizia – a cura del Centro Studi politico sociali ‘Kennedy’ – introdotto e moderato da Alberto Fossati.

Fitta presenza di pubblico in aula consiliare vuoi perché, come da lui evidenziato, “quello della ‘giustizia’ è un tema fondamentale della vita di ognuno di noi e della convivenza civile”, vuoi perché a parlare della condivisa esperienza di giustizia, in questo caso ‘ riparativa’, c’erano Grazia Grena, che appartenne al gruppo terroristico Prima Linea e ora presiede l’Associazione ‘Loscarcere’, e Agnese Moro, figlia del Presidente della Dc sequestrato e ucciso dalle Brigate Rosse nel marzo del 1978.

Su cosa sia la giustizia riparativa Fossati ha speso parole chiare, fugando ogni possibile fraintendimento. “Non è una forma privatistica per l’applicazione di una sanzione alternativa a quella più nota del carcere, né è applicabile a tutte le fattispecie di reato. E’ invece un percorso che vede la disponibilità da parte di chi ha subito la lesione di un crimine e di chi l’ha procurata a mettersi in discussione, a fare un passo avanti verso la finalità che, nel nostro ordinamento costituzionale, è propria della pena, cioè la riabilitazione”.

La pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La dignità della persona va tutelata. La giustizia riparativa distingue “l’errore dall’errante”.

Una breve parentesi per introdurre anche il concetto di giustizia ‘retributiva’. Essa prevede per il reo la garanzia di una pena certa e proporzionata alla gravità di quanto commesso, con effetto deterrente sul comportamento futuro.

Un secondo contributo al tema della serata è stato fornito da Giulio Russi. L’esperto mediatore penale, attivo nella provincia di Bergamo, ha citato don Virgilio Balducchi, per vent’anni cappellano del carcere di Bergamo, dalla cui intuizione – “che la giustizia è un processo che ha a che fare con l’esistenza concreta degli uomini e che dietro ogni reato c’è un legame tra persone o gruppi di persone, comunità, che si è spezzato” – è nato nel 2005 il Centro di giustizia ripartiva della Caritas Bergamasca.

Russi ha ricordato inoltre l’introduzione nell’ordinamento italiano, con la riforma Cartabia, della Disciplina organica della giustizia riparativa. Ha parlato dell’attenzione del cardinal Carlo Maria Martini per i detenuti di San Vittore, gli incontri di questi con i brigatisti che andarono poi a consegnare a lui, in Arcivescovado, le armi quale segno della fine della lotta armata, iniziata negli anni Settanta. Ha fatto il nome di padre Guido Bertagna, direttore del Centro Culturale San Fedele, illustrando l’operato del gesuita al fine di far incontrare a Milano, dal 2000 al 2007, ex terroristi con familiari delle vittime. Incontri prima separati, riservati, poi congiunti.

Di quegli incontri sono state protagoniste anche Grazia Arena e Agnese Moro. Incontri non facili. “Un percorso lento che alla fine ci ha portate ad andare oltre quello che eravamo, abbiamo messo in contatto le nostre anime”. Tra Grazia Grena e Agnese Moro si è avviato l’ascolto.

“L’ascolto per quanto mi riguarda – ha affermato la prima – anche di cose che non mi piaceva ascoltare. Con la lotta armata, scelta per amore, avevamo seminato odio, separazione, male, diventando peggiori di quelli che volevamo combattere”.
Perché lei, che aveva da tempo saldato il debito con la giustizia – non ha mai commesso reati di sangue come ha tenuto a precisare – e si era ricostruita una vita, che si era dissociata dal proprio passato, rispetto al quale “ero già un’altra”, ha accettato l’incontro con la figlia di Moro? “Perché qualcosa mancava. Qualcosa che rendesse davvero giustizia. Cosa stavo cercando?”. Agnese l’ha aiutata, “pur essendo io quella che le aveva date”. La giustizia riparativa “aiuta a vederti diverso proprio dentro l’ascolto di chi ha subito, non ho mai rinnegato me stessa, sono stata anche quello che devo imparare a non essere più”.

Grazia Grena ha parlato di “una fessura” che si è aperta, di un “riconoscersi piano piano, incontrandosi, esprimendo la propria umanità”. Cosa ci vuole per fare questo? “Non credo coraggio. Piuttosto determinazione, curiosità, interesse. L’altro ha bisogno di conoscere la nostra verità”.

Perché Agnese Moro, che dalla giustizia penale ha ottenuto “tutto quello che essa può dare”, ha voluto intraprendere un percorso di giustizia riparativa? “Ho perso mio padre che amavo – ha detto -, il fatto che delle persone fossero in carcere e pure trattate male non mi ha restituito nulla. Per me la giustizia deve considerare quelli che sono i miei problemi. Quanto ho subito è irreparabile e l’irreparabile lascia degli effetti duraturi, scorie radioattive, con cui ti devi misurare. La tua vita cambia per sempre”.

E la sua è stata a lungo “immobile”, in ogni momento il passato invadeva il presente, rendendo impossibile uno sguardo libero sul futuro. “Ero piena di sentimenti di rabbia, odio, rancore, disgusto … di colpa, perché non ero riuscita a fare nulla per salvare mio padre in quei 55 giorni in cui era vivo”.

E’ stata zitta, in silenzio, pensando che fosse bene comportarsi in tal modo.

“Dopo anni, però, quel silenzio continuava a urlare dentro e allora … basta!”. Quando le è giunto l’invito di don Guido Bertagna, l’ha colto.

“Ho capito che loro erano lì per ascoltare il mio dolore, cui nessuno si era prima interessato. Ho intuito che mi potevo fidare”. E così il dolore di Agnese è stato ascoltato da chi (persone coinvolte nella vicenda Moro) l’aveva procurato.

“Perché sono venuti? Mi domandavo. Io sono un rimprovero vivente per loro? Mi ha colpito – ha proseguito Agnese – quel loro dolore per me inconcepibile, il desiderio di essere con me, l’orrore di aver compiuto azioni irreparabili. Mi sono parsi sinceri, perché il dolore è umano, perché se provi dolore sei come me”. E così la sua vita è cambiata. “Il passato adesso sta in un luogo preciso, non invade tutto, la mia vita è tornata ad essere mia”.

Nel corso degli interventi non si sono usate parole quali ‘riconciliazione’ o ‘perdono’.

Ma si è detto della “nascita di amicizie”, della ‘magia’ – Agnese Moro non sa definirla in modo diverso – della giustizia ripartiva che, in un luogo protetto, riservato, sicuro e libero, ti permette di esprimere il tuo dolore e ti pone davanti a “un mistero di umanità meravigliosa da scoprire”. Incontrandosi, riconoscendosi.

Nel proprio intervento Giulio Russi aveva raccomandato al pubblico di tenere quale leitmotiv della serata le parole di Etty Hillesum (giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz), di cui ha dato lettura, “perché vi condurranno dove sono arrivate Grazia e Agnese”.

Tra le tante riportiamo le seguenti: “.. cerco ogni volta di rintracciare il nudo piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile in mezzo alle rovine delle sue azioni insensate”.
Molti gli interventi della platea, che ha ascoltato in silenzio, sorprendendosi, commuovendosi, anche dissociandosi, di certo portandosi a casa spunti di profonda riflessione, e anche di dubbio, sempre salutari. Crediamo.

Franca Galeazzi