Lettere alla redazione. La Scuola fra burocrazia & business

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO – “Chi pensa ancora che un docente di scuola faccia il mestiere per il quale è stato assunto e per il quale ha faticosamente studiato è in errore. Da diversi anni egli è ingabbiato in una serie di pratiche che lo allontanano e lo distolgono dall’insegnamento e che lo hanno trasformato in un perfetto e inutile burocrate.

Dico “inutile” perché inutili sono le pratiche e le scartoffie che un docente è costretto a compilare, a protocollare, a sistematizzare, a rendicontare, a firmare, ad archiviare. Tutta una serie di tabelle e di fogli che nessuno leggerà mai, e che in barba all’avvento del digitale che doveva evitare l’uso e l’abuso della carta, sta producendo una montagna di documenti cartacei che alla fine trovano la loro naturale collocazione in qualche scantinato buio delle segreterie.

Non che un professore non si rechi più in classe; ma la sua mente è stata ormai occupata dalla compilazione di queste pratiche più che dalla preparazione delle lezioni. Sicché un meccanismo perverso ha trasformato talvolta docenti mediocri in paladini della perfezione formale (essendosi attenuti in modo ineccepibile a protocolli e tabelle) e, per converso, docenti preparati e appassionati in soggetti deboli (essendosi dedicati più alla qualità delle loro lezioni che alle formalità burocratiche).

La scuola italiana ha tessuto una rete burocratica che ha imprigionato il lavoro dell’insegnante, facendo perdere di vista ciò che di più bello e importante esiste in questo mestiere: trasmettere ai ragazzi il piacere della conoscenza, della curiosità che innesca il desiderio di migliorarsi culturalmente e umanamente.

È un processo, quello della burocratizzazione, che da qualche tempo si accompagna alla creazione dal nulla di nuove figure del tutto approssimative e dal valore dubbio: gli “orientatori”, i “tutor”, gli “animatori digitali”, i “formatori”.

Tutti ruoli di nessun contributo significativo ed estranei al lavoro collegiale. E la prova arriva, in ritardo, dallo stesso Ministero dell’Istruzione che prima inventa le figure dell’orientatore e del tutor e poi dimezza i loro compensi, accorgendosi del loro scarso impatto come supporto alla scelta oculata dei futuri percorsi degli studenti. Tutto questo dopo aver dilapidato 150 milioni di euro, cifra che poteva essere adoperata per cose più urgenti e fondamentali.

Sarebbero opportune, nella scuola italiana, riforme ben più importanti e di più ampio respiro, a partire dal superamento delle cosiddette “classi pollaio” contro le quali ogni riforma ministeriale ed ogni innovazione della didattica è destinata ad infrangersi.

Nessuna riforma dell’istruzione e nessuna “erotica dell’insegnamento” può sperare di essere efficace in una piccola aula occupata da 30 o 35 alunni (dove peraltro le regole di sicurezza imporrebbero spazi consoni per eventuali evacuazioni).

Esiste da tempo un documento redatto da molti insegnanti e sottoscritto da alcuni fra i più noti intellettuali italiani che mira a ricollocare la scuola al centro dell’azione culturale del nostro Paese: il “Manifesto della nuova scuola” vuole restituire centralità all’attività didattica liberando finalmente l’insegnante dai legacci burocratici che sono i veri “distrattori” del suo lavoro.

Le ore di lezione devono tornare ad essere momento di reale crescita umana e di trasmissione delle conoscenze (basta col mantra delle famigerate “competenze” legate ad un modello aziendalistico della scuola). E per raggiungere quest’obiettivo occorre che la scuola si svincoli dalle incombenze burocratiche che la allontanano dal suo ruolo educativo. Ad iniziare dal PTOF, cervellotico documento che pretende di legare la didattica alle “esigenze del territorio” in assenza di una progettualità reale e multidisciplinare, e dal RAV, documento di “auto-valutazione” basato sulla descrizione statistica dell’insegnamento piuttosto che sull’insegnamento stesso.

Secondo i dati Ocse, il 28 per cento della popolazione italiana è composta da analfabeti funzionali.

Il 28 per cento degli italiani, cioè, è “incapace di comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere da testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità” (definizione ufficiale dell’Unesco).

Le cause di questo crescente fenomeno sono molteplici, ma un ruolo decisivo lo giocano certamente i social media fruiti come unici strumenti di informazione e di rappresentazione del mondo. La diffusione del digitale, che così tanto aveva promesso in termini di evoluzione sociale e di diffusione della democrazia, si è rivelata vantaggiosa solo per pochi eletti, mentre la maggior parte delle persone, in primis le nuove generazioni, è rimasta invischiata nel livello più basso dell’intrattenimento becero, delle fake news e del trash. Davanti a questo fenomeno di regressione sociale, la scuola dovrebbe porsi come baluardo del pensiero critico e dell’analisi reale del mondo.

Ma la continua predicazione del “vangelo della digitalizzazione” quale unica e necessaria evoluzione di una scuola “in linea con i tempi” ha invece eroso lo spazio di pensiero alternativo al digitale; alternativo, cioè, ad un modello in cui i ragazzi sono sommersi senza soluzione di continuità già fuori dalla scuola.

L’attacco su più fronti alla famigerata “lezione frontale” parte da un’immagine stereotipata: un’aula con tanti ragazzi svogliati che ascoltano stancamente la lezione meccanica del professore. Ma oggi non avviene forse la stessa cosa, con i ragazzi immersi nei loro smartphone mentre il docente cerca di catturare la loro attenzione?

Ecco il punto centrale: il docente. Un docente preparato, appassionato e carismatico sarà in grado di intercettare le menti e i cuori dei suoi studenti anche con la lezione frontale, così come un docente privo di queste qualità sarà destinato al fallimento pur servendosi del digitale o di tutte le altre “nuove metodologie” inventate ad hoc per rinnovare la scuola solo nella terminologia. Col digitale si è scambiato il mezzo con il fine: la scuola è caduta nell’equivoco di credere che esso sia utile “di per sé”, piuttosto che uno strumento da adoperare, assieme al foglio, alla matita e alla parola, ai fini dell’efficacia didattica.

Questa ossessione per la digitalizzazione della scuola è priva di ogni fondamento critico, perché il problema delle nuove generazioni è semmai l’eccessivo uso del digitale in ogni momento della loro vita. Cosicché la tanto decantata “Scuola 4.0” altro non è stata che un’enorme quantità di denaro derivata dal PNRR che doveva velocemente essere spesa, supportata da una terminologia (“metaverso”, “reti neurali”, “smart technologies”, “Next Generation Labs”, ecc.) che al cospetto di scuole fatiscenti, fredde e disorganizzate rimandano con la mente a certi film hollywoodiani di fantascienza. E tutto questo, che nella pratica ha significato semplicemente la lettura su iPad, su Kindle o su una LIM, da un lato si è rivelato come qualcosa che i ragazzi già conoscevano meglio degli insegnanti (all’insaputa di qualche insegnante, ChatGPT è adoperato già da tempo da alcuni alunni per svolgere verifiche e assicurarsi buoni voti); dall’altro riportava all’enorme problema dell’analfabetismo funzionale di cui sopra.

“Per una scuola è facile prendere i soldi e dichiarare che si è messo in piedi un corso Stem, ma in cosa consiste esattamente un tale corso? E cosa vuol dire che i progetti sono ‘intesi allo sviluppo e alla digitalizzazione della piattaforma digitale nazionale Stem’? Cos’è la piattaforma Stem? Ed è un fine o un mezzo? […]

In cosa consista la piattaforma Stem e quali dati sia necessario raccogliere e monitorare non è dato sapere” (Tito Boeri e Roberto Perotti, dal libro: “PNRR, la grande abbuffata”).
Insomma: vendere fumo e farselo pagare bene. E intanto, ormai da anni, le università segnalano che molti studenti fanno fatica a comprendere e a scrivere perfino testi semplici.

L’articolo 33 della Costituzione recita: “l’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento”.

L’art. 1 del D.Lgs. 297/1994 recita: “ai docenti è garantita la libertà di insegnamento come autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente. L’esercizio di tale libertà è diretto a promuovere, attraverso un confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni”.

I principi sopra elencati sono alla base dell’insegnamento e ne garantiscono il pluralismo culturale a salvaguardia di mode e pedagogie calate dall’alto. Ed è importante ribadirlo soprattutto in relazione al Piano di Formazione dei docenti che, lungi dal dover sottostare a indicazioni unilaterali, può e deve seguire gli interessi del singolo docente e il suo personale approccio agli argomenti disciplinari. In quanto operatore della conoscenza, il docente è in continua auto-formazione, ma il suo aggiornamento riguarda sé stesso e i suoi specifici interessi, e poco ha a che fare con una formazione imposta dall’alto e presentata come obbligatoria e apodittica. L’obbligo della formazione docenti pare essere piuttosto una sorta di “addestramento” declinato soprattutto al digitale, visto come unico ambito percorribile per una scuola “innovativa”.

La percezione è che questa tanto decantata e frettolosamente organizzata “formazione” sia il frutto del tentativo di intercettare la pioggia di denaro del PNRR, con formatori esterni che hanno trovato nella scuola il loro nuovo filone aurifero, e con docenti formatori interni che pretendono di “formare” i loro colleghi avendo seguito un corso di qualche ora per capire “come si fa” (c’è da rimpiangere la Scuola Radio Elettra che offriva corsi per corrispondenza).

Informarsi sulle cose del mondo, leggere, partecipare a convegni o conferenze di alto profilo; tutto questo è stato declassato in favore della “catena di montaggio” che spinge i docenti a chiudersi nei loro pacchetti digitali del nuovo orizzonte impiegatizio.

C’è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se i maestri del passato, dagli antichi filosofi greci ai grandi educatori dell’età moderna, fossero stati costretti a seguire “corsi di formazione” non coerenti con i loro interessi.

Ho recentemente sentito affermare da una dirigente scolastica che la spinta alla formazione digitale è giustificata dal fatto che il mondo del lavoro richiede soprattutto figure di ingegneri.

Da un lato questa tesi è il frutto di un atteggiamento supino a linee guida ministeriali che vedono nella scuola un mero meccanismo del sistema aziendale, nel quale i numeri e le proiezioni statistiche valgono più delle speranze e delle aspirazioni dei ragazzi.

Dall’altro, ignora che uno dei cardini su cui si impernia il vero progresso è quello dell’approccio multidisciplinare alla conoscenza.

È storia nota che Steve Jobs ebbe l’idea di dotare i suoi computer di font multipli dopo aver frequentato un corso di calligrafia; un corso, cioè, apparentemente lontano e poco pratico rispetto all’informatica.

E che uno degli esempi più fulgidi dell’imprenditoria italiana, quello promosso da Adriano Olivetti, si è basato sulla perfetta commistione di tecnologia e sapere umanistico.

Potremmo perfino andare indietro nel tempo di secoli e ricordare che la figura più geniale che sia mai esistita, quella di Leonardo da Vinci, ebbe sempre un approccio omnicomprensivo allo studio del mondo. Ma è meglio fermarci qui, prima che a qualche “esperto” del ministero salti in mente di dire che anche questi personaggi, se avessero seguito uno specifico corso di formazione, avrebbero potuto acquisire più competenze.

Silvano Brugnerotto
Docente di Storia dell’Arte presso Istituto Bachelet
Abbiategrasso