Ci sono legami che durano nel tempo, da una vita, come quello tra gli alunni della V B e la loro maestra. Bisogna andare indietro nel tempo: Scuola Elementare Giuseppe Mazzini (attuale Liceo Quasimodo), anno scolastico 1985/86.
Dopo aver conseguito l’esame di quinta elementare, la classe si apprestava a congedarsi dalla maestra, la signora Magna Giovanna. Conosciuta anche come maestra Parmigiani (una volta si usava portare il cognome da sposata), concludeva con noi la sua carriera di ben 42anni nel mondo della scuola.
Per noi quel legame era talmente forte che non si è mai interrotto: è continuato negli anni e ancora continua.
Passato il tempo in cui ci si incontrava con lei per strada o alla Messa della domenica, periodicamente ci si è organizzati a piccoli gruppi per andare a trovarla a casa.
Negli ultimi anni una delle occasioni è diventata il giorno del suo compleanno, il 14 febbraio, giorno per tradizione dedicato agli affetti.
Quest’anno quella data è stata davvero speciale perché la nostra maestra, classe 1926, ha festeggiato 100 anni!
Una rappresentanza della classe ha partecipato a questo evento e lei ci ha accolti con il consueto entusiasmo perché, dopo la famiglia, la professione di insegnante e i suoi alunni sono stati tutto per lei.
Al nostro arrivo le si è illuminato il viso. Con gli occhi vivi e curiosi come sempre ha cercato i nostri volti, desiderosa di riconoscerci tutti al primo sguardo.
Così ci siamo uniti a famigliari e amici presenti per festeggiarla, a cominciare dai figli Daniela e Franco, ai tanti nipoti, pronipoti e altri parenti.
Per noi ex alunni questi incontri diventano anche l’occasione per far riaffiorare i ricordi, ancora incredibilmente nitidi dopo quarant’anni.
Quel “Buongiorno Signora” a inizio mattina, segno di grande e reciproco rispetto. Le lettere e i verbi in bella grafia col gessetto alla lavagna. Il suo passare tra i banchi con il tampone dell’inchiostro e una serie di bellissimi timbrini, che utilizzava sui nostri quaderni per spiegarci i calcoli e gli insiemi.
Erano ancora i tempi dell’insegnante unico per ogni classe, condividevamo tutto con lei. Ricordiamo i lavoretti da portare alle nostre famiglie per Natale e Pasqua; il formaggio, il mosto per il vino e altri semplici esperimenti fatti in classe, che spesso ripetevamo anche a casa. Quanti fagioli e patate americane abbiamo fatto germogliare!
Poi le uscite, dalle classiche gite alla semplice ma emozionante visita al cortile vicino alla scuola, a casa di una sua ex alunna, per vedere le rondini che ogni primavera tornavano a nidificare sotto il portone.
E ancora, le recite e le lezioni in aula musica con lei al pianoforte a farci imparare l’Inno di Mameli e La Marsigliese da cantare al Corteo del 4 giugno.
Lei sempre composta, elegante anche con il grembiule azzurro da lavoro. Al collo portava un ciondolo dove custodiva con amore la foto del marito che troppo presto l’aveva lasciata.
Tutti noi conserviamo il regalo che ci fece per il giorno della nostra Prima Comunione: un piccolo dizionario dei sinonimi e contrari perché “la parola è il più grande potere che Dio ci ha donato”, ognuno con dedica personalizzata scritta a mano e firmata. Tanti ricordi semplici ma preziosi, di anni felici avvolti da un’aura di verità, spontaneità, compostezza e armonia.
Anche la figlia ricorda e si fa tramite delle parole della madre, che ora purtroppo ha perso vista e udito e fatica a comunicare. Il suo ingresso nella scuola, agli esordi della carriera, inizia alle Mazzini nell’anno scolastico 1944/45, appena diplomata, dopo studi iniziati a Milano al Carlo Tenca e, a causa dei bombardamenti, conclusi a Novara. Racconta poi di quando insegnava a Pontevecchio ad allievi dalla 1ᵃ alla 5ᵃ tutti insieme in una sola aula. Come era possibile insegnare a leggere e scrivere ad allievi di prima, le operazioni di matematica a quelli di seconda, la storia a quelli di terza, scienze e geografia a quelli di quarta e interrogare il gruppo di quinta che doveva sostenere l’esame di passaggio alla scuola media? Era scuola a tempo pieno, con pomeriggi e il giovedì di vacanza.
La maestra diceva che l’Ispettore di zona visitava periodicamente le classi per verificare il grado di apprendimento in relazione al tempo e al programma: l’imperativo era quello di formare bambini a diventare cittadini di una nuova giovane repubblica, che richiedeva partecipazione responsabile, conoscenza e capacità di applicare la nuova Carta costituzionale. Spesso i parenti di questi bambini erano ancora in parte analfabeti e proprio per questo la scuola era un luogo di grande rispetto. Seguire gli alunni più deboli con lavori di rinforzo, e affidare a quelli più agili attività di supporto agli altri erano un compito sentito da molti insegnanti del tempo. Saper leggere e fare di calcolo a mente era un obiettivo fondamentale, i cosiddetti minimi strumentali.
Le tabelline venivano ripetute in classe, spesso a sorpresa, sotto forma di cantilena musicale o di giochi di velocità a indovinello per allenare la mente e l’attenzione, gare alle quali anche i bambini più lenti nell’apprendere o meno dotati di memoria rispondevano a traino e per emulazione. Nessuno restava indietro. Chi prima, chi poi, ciascuno con il proprio passo, conquistava l’autonomia. Per noi oggi questo ha dell’impossibile.
Negli anni ’60 l’immigrazione dal sud del Paese spingeva lavoratori e famiglie a trasferirsi al nord, richiamata dallo sviluppo industriale in crescita; a scuola le classi si riempivano di voci, suoni, volti e costumi “stranieri”. Dialetti di difficile comprensione si fondevano con la lingua italiana, e mentre la maestra insegnava l’italiano, non per sillabe ma per parole di senso compiuto (il programma non era più costituito dall’abbiccì), i ragazzi coniavano neologismi e metalinguaggi. Spesso la maestra si fermava dopo il doposcuola per dare un aiuto ulteriore a bambini che non riuscivano a stare al passo. Molti di questi bambini oggi sono magentini doc e dop a tutti gli effetti.
Parole come inclusione, integrazione, multiculturalismo, multietnicità nacquero molto tempo dopo, ma la pratica cominciò allora. L’impegno della Scuola era dare al più presto a bambini cresciuti in un ambiente agricolo e povero di istruzione gli strumenti per abitare la cultura più avanzata del nord. Non mancavano problemi di confronto e scontro tra costumi, abitudini e fedi ma la parola razza stava fuori dalla classe, troppo fresca era la ferita aperta da una Grande Guerra che aveva causato distruzione, morte e deumanizzazione della persona. In classe vincevano la passione dell’insegnare, dell’apprendere, dello sperimentare metodi finalizzati a tenere alto l’interesse – come le uscite al Parco del Ticino, le lezioni all’aria aperta per osservare la primavera, in fattoria per guardare dal vivo gli animali e conoscere le forme del lavoro, le visite in Saffa, la fabbrica di fiammiferi divenuta poi cartiera, che al tempo costituiva la ricchezza economica di ricerca e sviluppo di questo territorio.
“La prima raccolta di carta per il riciclo avvenne nelle scuole!” racconta con orgoglio la maestra. I bambini erano parte di un compito sociale importante: portavano da casa la carta dei giornali, raccolta in famiglia, che veniva poi consegnata in Saffa per la produzione di nuova carta. L’economia circolare, divenuta oggi un tema di rilievo, non è altro che la ricchezza del tempo di povertà. Questa raccolta era l’occasione per imparare in che cosa consistesse l’informazione, la comunicazione attraverso la stampa fatta di molte testate e notizie, un’opportunità per studiare come è fatto un giornale quotidiano.
Negli anni ’70 la maestra, con un gruppo di altri colleghi, ritornò a scuola per studiare la nuova Teoria degli Insiemi, che aveva introdotto nella matematica i concetti logici di appartenenza, inclusione, unione, intersezione e complementazione, insieme vuoto, insieme universo. Pensandoci: la diversità e la complessità erano entrate come concetto di fondo nella quotidianità, e i programmi scolastici l’avevano recepita. La molteplicità si piegava alla logica e alla necessità dell’organizzazione. La globalizzazione, che ancora non aveva un nome, si stava delineando.
Per la nostra maestra la famiglia ha sempre rappresentato il punto fermo della sua vita, ma, racconta la figlia, la professione di insegnante e i suoi alunni sono stati sempre al primo posto perché i figli dovevamo crescere responsabili del fatto cha quello della mamma non era solo un lavoro ma una “missione”. Prima il dovere poi tutto il resto. Prima gli altri più bisognosi, dopo veniva chi il giudizio l’aveva e doveva farne buon uso. Ai suoi figli ripeteva: il vostro compito è realizzare il diritto allo studio, alla responsabilità, al lavoro che da piccoli era aiutare in casa; il diritto al divertimento non era escluso ma concesso solo al quarto posto.
Parole come “legami che durano” e “rispetto” sono forse divenute obsolete. Uscite dal linguaggio comune e chiuse nel baule in solaio con le storie di un tempo sembrano fantasmi di un sogno. Eppure, noi avevamo rispetto, per quello che la maestra faceva e diceva, per la passione che ci metteva, e il rispetto generava stima e legami duraturi.
Alla fine di questo racconto, la figlia pensa che in questa fase rallentata della sua lunga vita, sua madre si stia prendendo il tempo di vivere e gustare giorni, episodi e istanti che l’intensità delle sue giornate non le ha concesso di assaporare.
Tanti auguri signora Maestra!
(Nella foto in evidenza la Maestra Giovanna Magna Parmigiani con i suoi ragazzi oggi dell’allora classe quinta B delle Mazzini)
(Nelle foto in galleria: Scuole Mazzini a.s. 1944/45, la sua prima classe a inizio carriera e Scuole Mazzini IB a.s. 1981/82, l’ultima classe che ha portato fino in 5ª)
