Autore: Teo Parini

  • Chiedimi chi era Fabio Casartelli- di Teo Parini

    A Fabio, al ciclismo e anche un po’ a noi.
    Siamo in uno di quei giorni nei quali Richard Virenque è intenzionato a lasciare il segno nell’unica maniera a lui congeniale, scappando in salita.

    Il Tour de France, quel maledetto 18 luglio, propone la più classica delle tappe pirenaiche, quindi caldo torrido, continui sali e scendi, asfalti appiccicosi e scorte di borracce ghiacciate. Tra Saint Girons e Cauterets sono tanti i colli da scalare, il primo ha un nome che evoca imprese, col du Portet d’Aspet, e la carovana gialla da quelle parti è praticamente di casa. Vestito della maglia a pois, quella del miglior scalatore, Virenque è ovviamente già in fuga di buon mattino quando, superato il colle che sta appollaiato nel dipartimento dell’Alta Garonna ad una quota di poco più di mille metri, gli inseguitori si lanciano ammassati in discesa. All’arrivo manca un’eternità e lo sguardo dei protagonisti non è ancora iniettato di sangue ma nelle picchiate, chissà perché, si finisce sempre per andare giù il più in fretta possibile. Anche il Diablo Chiappucci, Claudió per i cugini transalpini, ha messo nel mirino la tappa e comincia a scalpitare animato da una sola certezza: andrà pancia a terra fin sotto al traguardo. Nulla di nuovo, insomma.

    Fa un caldo micidiale, la regione dei Midi-Pirenei tra luglio e agosto è uno spicchio di mondo inospitale dove condizioni che rasentano l’insopportabile fanno sì che nulla sia mai banale. Manca l’aria e nemmeno l’ombra sembra offrire un minimo di refrigerio, ma la bicicletta è intagliata nei cromosomi della gente comune che assiepata lungo il percorso pare non curarsene troppo. Se la salita è la sublimazione della fatica, la discesa è, insieme, tecnica e follia. Tecnica, perché bisogna sapersi districare tra pieghe e traiettorie; follia, perché toccare i cento all’ora su un mezzo che non arriva ai dieci chili di peso non è ascrivibile tra le abitudini di buon senso. In testa al gruppo, disegnando una curva verso sinistra, Rezze finisce lungo e nel burrone quando apre gli occhi ha un femore in mille pezzi. Nella dinamica delle scie, l’errore del carneade francese ha per conseguenza il solito effetto domino: tre califfi del pedale come il nostro Perini, Museeuw e Breukink finiscono in terra senza potersi opporre alle leggi della fisica, fortunatamente senza particolari noie tanto che in un amen rimontano in sella. Va peggio a Baldinger, a cui lo scivolone, invece, costa la frattura del bacino. Anche Fabio Casartelli, con la spianata di Ger-de-Boutx nel mirino, rimane coinvolto.
    In quegli anni, l’uso del caschetto – oggi un benedetto automatismo per chi pratica la disciplina a qualunque livello – non è obbligatorio e la sagoma dei ciclisti è ancora definita dal tipico cappellino con l’aletta ridotta che fa da trait d’union tra il contemporaneo e il ciclismo dei pionieri. Non lo indossa, Fabio, che ha la sfortuna nera di finire contro uno di quei tipici blocchi in pietra che delimitano il nastro d’asfalto lungo le strade di montagna. L’impatto è terribile e l’espressione del dottor Porte, l’angelo custode dei corridori, non lascia presagire nulla di buono. Sull’elicottero, per tre volte il cuore di Fabio si ferma e per tre volte i medici lo riportano alla vita, tra incessanti massaggi cardiaci e iniezioni di adrenalina. Nel frattempo la corsa prosegue, perché la scelta più o meno discutibile è quella di lasciare i protagonisti al loro mestiere, ignari.

    Al nosocomio più prossimo, quello di Tarbes, Casartelli ci arriva tecnicamente ancora vivo ma la situazione è di quelle disperate. Infatti, dopo due ore di agonia, il cuore dell’azzurro cessa definitivamente di battere, fatale il terribile trauma cranico. Nella tivù di stato che ancora è sinonimo di sport, il verbo per antonomasia del ciclismo è quello del leggendario Adriano De Zan, cantore delle vicende ciclistiche tutto garbo, eleganza dialettica e competenza. Con l’immediatezza comunicativa della generazione social ancora da venire, spetta alla voce amica di tanti pomeriggi festosi dare l’annuncio della tragedia; un momento di lancinante dolore impresso nella cultura sportiva del nostro Paese. Piange, De Zan, financo si scusa per non aver saputo trattenere la commozione che, di rimando, ci paralizza davanti allo schermo. Un frangente nefasto che ha almeno il pregio di ricordare quanto sia volubile la vita per essere spesa tra futili pensieri.

    Casartelli, appena venticinquenne, aveva da poco festeggiato la nascita di Marco, il suo primo figlio. A casa, ad attenderlo, anche la moglie Annalisa: non lo rivedranno più. Campione olimpico a Barcellona, Fabio si era ripromesso di vincere un tappa di questo Tour, lo ripeteva a tutti, perché il peluche che spetta al più bravo di giornata avrebbe fatto felice il piccolo Marco ancora tutto da scoprire.

    Da quel 18 luglio di ventotto anni fa, una stele in marmo bianco e grigio, adornata di fiori e biglietti adagiati da una moltitudine inesausta di tifosi e viandanti, è eretta proprio nel punto dell’incidente a imperitura memoria del ragazzo di Albese. Lì, il Tour de France ci ritorna spesso in un rituale non scritto che tanto ci inorgoglisce. Perché il mondo del ciclismo avrà mille difetti ed è infarcito di contraddizioni talvolta poco simpatiche ma ha il pregio di non dimenticare mai chi ha contribuito con testa, cuore e gambe a renderlo uno sport meraviglioso.

    Fabio, ovunque tu sia, non smettere mai di spingere forte sui pedali. Perché se smetti tu, smettiamo anche noi.

    Teo Parini

  • Wimbledon e il Pianeta Accanto di Carlitos Alcaraz, che spodesta il trono serbo- di Teo Parini

    Qualsiasi risultato diverso dal trionfo di Alcaraz a Wimbeldon, francamente, sarebbe stato una grossa sorpresa anche con un titano come Djokovic, il più vincente di tutti, a contendergli il titolo più prestigioso del tennis.

    Per la verità, quelli che oltre gli almanacchi sono abituati a guardarsi qualche match prima di lanciarsi in un pronostico saranno rimasti sorpresi che Carlitos abbia dovuto sudare la bellezza di cinque set e quasi cinque ore per regolare un avversario al solito robotico e imperturbabile ma con insufficienti barriere per arginare uno tsunami come forse non si era mai visto prima.

    I tifosi del serbo meno obiettivi storceranno il naso, ma la differenza di qualità tennistica tra lui e il rivale, in questo preciso momento storico, è assai marcata con il gap che diventerebbe financo abissale se solo il confronto lo si potesse fare con il Djokovic coetaneo di questo Alcaraz anagraficamente imberbe. Insomma, lo spagnolo, in quanto a tennis d’autore, parla un’altra lingua, dà del tu alla disciplina perché capace di districarsi con semplicità – che poi è la definizione più azzeccata di talento – in azioni ad altri precluse e non ha paura nemmeno del diavolo. Una benedizione.
    Quando a fine incontro Nole lo ha definito come il mix tra lui, Federer e Nadal, purtroppo per chi se lo ritroverà davanti nei prossimi anni, non sbaglia se non per difetto; una macchina da tennis perfetta con qualche non sostanziale momento di inceppamento dovuto più all’esuberanza dei vent’anni che a congenite noie strutturali.

    Esuberanza che deve aver giocato un brutto scherzo nel fargli approcciare sciaguratamente un incontro che, al di là di tutto, rappresentava il crocevia più importante della sua giovane carriera e che con ogni probabilità lo ha costretto ad un pomeriggio più complicato del previsto. Vivaddio, Alcaraz è pur sempre un uomo e la titubanza nell’uscita dai pomposi blocchi di Wimbledon avrebbe potuto costargli ancora più cara se solo Djokovic non avesse sotterrato il rovescio (è successo davvero) che lo avrebbe spedito avanti addirittura per due set a zero. Anche se, almeno in assenza di crampi, è difficile pensare che Alcaraz alla lunga non avrebbe finito per prevalere dopo aver sfoderato per intero tutto l’arsenale disponibile. Perché, a vederlo giocare, sembra davvero in grado di modulare l’intensità degli incontri in funzione delle necessità oltre che a piacimento: se serve uno ci mette uno, se serve dieci ci mette dieci. Un po’ come fanno le superpotenze mondiali quando decidono di fare la guerra, vincendola.

    A Djokovic, quindi, va il merito non di poco conto di aver regalato al pubblico una partita magari non memorabile – ne abbiamo viste di migliori – ma vera e di aver dato ancora una volta la dimostrazione plastica che con abnegazione, ambizione, intelligenza e passione si possa restare al vertice della disciplina anche a trentasei anni suonati. In termini numerici, tralasciando la fortuna di un tabellone piuttosto morbido che è comunque parte del gioco, questa edizione dei Championships attesta che Djokovic, murciano escluso con Rune e Medvedev da verificare, è sempre un taboo insormontabile per tutto il resto del circus. Un gran bel problema, ma è un’altra storia.

    Alcaraz non è elegante nelle movenze come Federer, la cui gestualità rimane non replicabile, ma dal momento dell’impatto in poi il risultato sulla pallina è lo stesso prodotto dallo svizzero: fa quello che vuole lui. Di rimbalzo, al volo, col servizio, in risposta. Con qualunque effetto conosciuto dalla fisica classica e ogni traiettoria codificata dalla geometria euclidea. Con il bazooka a sparare bordate o con il pennello a dipingere quadri, tutto compendiato nello stesso caleidoscopico tennista. La serenità, poi, con la quale si è approcciato a servire per il match – esplorando la famigerata zona Djokovic, quando a Nole vengono gli occhi da tigre di chi rigetta l’ipotesi della sconfitta – è la comunicazione in stampatello agli abitanti del pianeta tennis che sconti alla tirannia non sono previsti dal protocollo. Scordiamoci, quindi, gli imbarazzi di Federer, l’unico giocatore dell’Era Open con il quale ha tecnicamente senso intavolare un parallelismo con il già epocale spagnolo.

    Il valore intrinseco del secondo Slam messo in bacheca dallo spagnolo va ovviamente oltre la spicciola considerazione statistica, considerando il fatto che gli amanti dei numeri avranno di che aggiornarla di continuo. Il significato più importante è da ricercarsi in un’ottica più generale. La vittoria di Alcaraz, o meglio di uno con le sue peculiarità, restituisce al talento il ruolo egemone che troppe volte ha finito per non recitare in uno sport diabolico che, con l’avvento degli attrezzi moderni e della supremazia del corri-e-tira, ha privilegiato componenti diverse da quelle prettamente manuali. In soldoni, con Alcaraz il più competente di tutti torna ad essere anche il più forte di tutti e non serve dilungarsi su quanto tutto ciò sia un bene per la disciplina che fu di Laver, McEnroe e annessa genialità. Con Alcaraz non vince il più intelligente, il più resistente, il più solido, il più scaltro: vince il tennista in grado di saper fare più cose, quello con il maggior numero di dardi nella faretra, quello con la mano più educata. Poesia, per chi ama il tennis innanzitutto perché sinonimo di bellezza.
    Detto di Djokovic e della sua commovente difesa del fortino, alla luce della finale occorre rivalutare in chiave positiva sia la prestazione di Berrettini, capace di strappare un set al futuro vincitore, che di Sinner, il quale, con un pizzico di buona sorte in più, avrebbe anche potuto far partita pari con il serbo che ha poi dimostrato di essere nella sua migliore versione possibile. Il problema di un certo imbarazzo, semmai, è che sono in troppi gli aficionados a pensare che gli azzurri siano fatti della stessa pasta di Alcaraz e, pertanto, che considerino fallimentare una campagna londinese che al contrario non avrebbe potuto essere più soddisfacente per i nostri connazionali. Musetti a parte, per il quale sarà opportuno spendere in futuro due parole a sé.

    Il Re è morto, viva il Re! Wimbledon, dall’austerità dei prati in Church Road in una cornice che più appropriata non avrebbe potuto essere, ha ufficializzato ciò che di fatto era palese da tempo e che solo qualche accadimento casuale aveva procrastinato. La continuità dell’istituto monarchico, quale forma di governo tennistico, è adesso garantita da un tiranno la cui presenza non può che essere accolta con entusiasmo dai sudditi, in una contraddizione in termini che tanto fa bene al nostro sport preferito.

    Buon lavoro, Maestà.

    Teo Parini

  • A Church Road è tempo di semifinali. Fragole, panna, Wimbledon.. e Sinner- di Teo Parini

    Il tabellone di Wimbledon si è allineato alle semifinali. Che, insieme ad Alcaraz, Djokovic e Medvedev, quindi il gotha della disciplina, ci sia il nostro Jannik Sinner è motivo di campanilistica soddisfazione anche se, per onestà intellettuale, occorre riconoscere che è difficile immaginare un cammino più agevole di quello toccato in sorte all’azzurro, fatto di avversari più da Challenger che da Slam.

    E se è vero che gli assenti hanno sempre torto, il computer che ha spedito il novantanove per cento della qualità tennistica nella parte alta di tabellone – quindi non la sua – resta inequivocabilmente uno sfacciato colpo di fortuna che, tuttavia, ha avuto il grande merito di sfruttare e non era affatto scontato visto il recente scempio parigino che preferiremmo non rimembrare.

    Jannik, pertanto, si giocherà l’ingresso in finale incontrando Djokovic e la notizia non è ovviamente buona ma, forse, nemmeno così terribile considerate le alternative. Con Medvedev, infatti, ci ha sempre perso, spesso malamente e senza capire molto di quanto gli stesse capitando intorno. La capacità difensiva e di contrattacco del russo, infatti, sono per l’azzurro due quesiti ancora senza risposta. I prati lo avvantaggerebbero, o meglio penalizzerebbero un po’ il rivale, ma il peso delle recenti scoppole sarebbe stato un fardello non indifferente da portare a spasso per il court. Daniil, pure sui sassi, è sempre un cliente da evitare come la peste. Con Alcaraz, invece, ha sempre fatto partita alla pari, talvolta vincendo. Ma lo spagnolo è in quella fase ascendente di carriera per la quale ciò che è stato ieri potrebbe tranquillamente non essere più oggi e figuriamoci domani. Tecnicamente il più forte di questo e altri eventuali pianeti, Carlitos ha il talento sfacciato di chi impara e migliora alla svelta di partita in partita e c’è da pensare che, rispetto all’ultimo incontro disputato tra loro, sia cresciuto in rendimento di un ordine di grandezza in più rispetto a quanto abbia fatto Sinner. Insomma, Alcaraz che ha demolito Rune, uno che probabilmente già oggi si fa preferire al nostro giocatore, è fuori categoria, inavvicinabile almeno finché non siano i crampi a metterlo al tappeto. Anche con Djokovic ha sempre perso, vero, ma un anno fa sugli stessi campi in simil-erba si è trovato avanti in scioltezza per due set a zero grazie all’unica condotta di gara che ha nelle corde: tirare forte e sulle righe. Purtroppo per lui, un vecchio marpione come il serbo gli seppe prendere le misure per il rotto della cuffia evidenziando il fatto che, una volta neutralizzato il bazooka, sono ancora troppo poche le alternative di gioco a disposizione di Sinner che, infatti, sulla lunga distanza ha finito per soccombere.

    Questo Djokovic versione 2023, però, appare meno performante rispetto a trecentosessantacinque giorni fa. Rublev, con un copione tattico non così dissimile da quello di Sinner e una psiche assai più ballerina, per almeno tre set ci ha fatto partita spalla a spalla, portandosi a casa più di un rimpianto per ciò che non è stato. Anche Hurkacz, in precedenza, deve aver passato qualche notte insonne dopo essere riuscito nell’impresa titanica di perdere i primi due set al tie-break già vinti per poi soccombere definitivamente l’indomani in quattro parziali tutti lottati. Morale, Djokovic in questo Wimbledon è stato più vicino alla sconfitta di quanto non dicano i numeri da tritatutto, al cospetto di avversari ai quali Jannik ha poco da invidiare. In più, a quanto pare, il Sinner versione Top 10 per sua stessa ammissione gode di un’autostima tutta nuova, di una rinnovata consapevolezza nei suoi mezzi, di una meccanica al servizio ottimizzata e, soprattutto, di un anno di esperienza in più ad alto livello. Una sua vittoria sarebbe comunque una sorpresa epocale ma l’ipotesi di un successo ha comunque qualche fondamento teorico al quale è bene restare aggrappati con le unghie.

    Tra le donne, infine, ci sono in lizza la meravigliosa Ons Jabeur e altre tre. Purtroppo, per la tunisina sarà Sabalenka la prossima avversaria, tuttavia, prima di disperare, una considerazione positiva è d’obbligo. È solo giocando contro il pronostico del computer che l’interprete di un tennis senza tempo diventa letale. Speriamo non sia, quella con la bielorussa, la più classica delle eccezioni che confermano la regola. Perché va bene Sinner, siamo pur sempre italiani, ma vuoi mettere Jabeur che solleva il piatto più famoso del tennis quale prima tennista africana della secolare storia del gioco? Lo diciamo: noi non ci penseremmo un istante a fare il cambio, Jannik per Ons. Troppo forte il richiamo della bellezza.

    Buone semifinali a tutti.

    di Teo Parini

  • Wimbledon, Berrettini cede con onore ad Alcaraz: mancò la fortuna, non il valore- di Teo Parini

    Lo si diceva ieri, qualche condizione al contorno favorevole e il morale ritrovato avrebbero potuto consentire a Berrettini di disputare una partita dignitosa contro l’inarrivabile – almeno per lui – Alcaraz e, magari, prendersi lo scalpo di un set.

    Così è stato, quindi bravo. Matteo avrà alcuni difetti tecnici ma ha il pregio di disputare sempre la migliore partita possibile; insomma, è uno che il suo la fa sempre e non è un aspetto banale per un tennista. Aiutato involontariamente da Carlitos, la cui capacità di convertire le palle break per una sera pareva quella di Federer e che a dirsi deficitaria gli si fa un complimento, Berrettini, dopo aver vinto un primo set giocato con precisione chirurgica sull’asse servizio e dritto, ha financo avuto la chance di strappare per primo la battuta all’avversario all’inizio del secondo parziale sulla scia di una certa inerzia costruita con caparbietà. Insomma, è uscito dai blocchi come un tuono sfruttando quel minimo effetto sorpresa che ancora destabilizza Alcaraz sui prati.

    Pur non dando mai l’impressione di potercela davvero fare anche nei frangenti a lui più favorevoli, Matteo, ancorandosi alle solide certezze del suo purtroppo scarno bagaglio, è rimasto in campo con dignità tennistica e abnegazione, forse con poche gambe per via dell’avvicinamento tribolato ai Championships. Il risultato è stato quello di offrire agli spettatori una partita senza pathos ma tutto sommato piacevole. Sarà che Alcaraz vale da solo il prezzo del biglietto contro qualunque avversario e che l’evidente confronto stilistico è anch’esso motivo di interesse, ma nell’ottica del bicchiere mezzo pieno, ripensando anche al tunnel nero in cui era precipitato, è stata una buona giornata per l’azzurro. Più in generale, un buon torneo, soprattutto in ottica classifica che, riportata intorno alle posizioni che sono nelle sue corde, potrà assicurargli in futuro tabelloni più agevoli nei quali lo spauracchio Alcaraz dovrebbe palesarsi solo in dirittura d’arrivo e non già agli ottavi come accaduto in questo Wimbledon.

    Tolti lo spagnolo e Djokovic, la sensazione è che un Berrettini in buona salute psicofisica possa avere sull’erba una possibilità di vincere con tutti. Alcaraz, invece, sui prati non ha ancora la confidenza necessaria per essere pressoché invincibile o comunque infondere quella impressione. Talvolta, infatti, la sua dinamica del moto tradisce qualche imbarazzo nella ricerca della palla – in soldoni pare dimenticarsi che sotto ai piedi non ci sia il cemento – al quale sopperisce con tutto il talento che abita nei suoi arti superiori. I set persi e le fatiche annesse contro il non irresistibile Jarry e con Berrettini dicono che il margine di sicurezza che interpone tra sé e i suoi rivali è decisamente ampliabile, questione di tempo.

    L’attualità, però, significa per Carlitos poter concedere a Djokovic di restare aggrappato al match e tutti sappiamo che un eventuale arrivo in volata potrebbe premiare il Mario Cipollini della racchetta. Oltre al fatto che l’incognita infortunio fisico – la sua kryptonite – è sempre presente e non serve ricordare che la possibilità di una noia muscolare improvvisa è direttamente proporzionale alle ore di gioco, tutte cose che un vecchio marpione come il serbo conosce a menadito. La finale dell’ultimo Roland Garros, con Djokovic che ha saputo far melina tennistica allungando a costo di sfiancarsi ogni quindici nell’idea di cui sopra, è l’emblema di quanto possa essere diabolico il tennis, costringendo il più talentuoso del circus a dare il via libera ad un avversario che in termini di manualità non lo vede nemmeno col binocolo. Roba da uscirne pazzi. Realisticamente non si vede come Djokovic possa mancare l’appuntamento con la finale considerato uno spicchio di tabellone morbido come il burro mentre dall’altra parte, invece, il numero uno del ranking potrebbe avere qualche grattacapo da un piantagrane come Rune, talmente odioso che farebbe perdere la pazienza a Giobbe e Alcaraz farebbe bene ad armarsi di benzodiazepine prima di scendere in campo.

    In tutto ciò ci siamo dimenticati di Sinner che la Dea bendata ha sospinto a colpi di avversari impresentabili fino al quarto di finale odierno contro il carneade Safiullin, un’occasione più unica che rara per centrare il traguardo della semifinale nobile proprio contro Djokovic. Per finire, un pensiero alle donne. In lizza per il titolo c’è ancora Ons Jabeur ed è la notizia in assoluto più rilevante di questa edizione di Wimbledon. Perché? La tunisina non gioca a tennis, dipinge capolavori. Un inno alla bellezza che ci fa dimenticare l’esistenza del resto.

    di Teo Parini

  • Wimbledon: oggi Berrettini-Alcaraz. Dov’eravamo rimasti, Matteo? Di Teo Parini

    Matteo Berrettini non incarna la nostra idea di tennis e, lo ammettiamo, a volte fatichiamo a comprendere come abbia potuto raggiungere risultati enormi con così pochi dardi nella faretra. Gli amanti dei numeri, all’uopo, provano a venirci in soccorso: l’azzurro, infatti, nelle sue più redditizie cavalcate Slam – vedi Wimbledon 2021 ma non solo – non ha mai battuto un Top 10 e, checché se ne dica, è un discreto colpo di fortuna. Ma non basta come giustificazione.

    Perché Zverev, che ha liquidato ieri con relativa tranquillità, pur non essendo più il giocatore che fu prima di distruggersi la caviglia, sull’erba vale molto più del suo ranking attuale e ci ha lasciato lo stesso le penne.

    Probabilmente l’erba, anche nella sua versione odierna non particolarmente infida, gli perdona in parte i deficit tecnici dal lato del tremebondo rovescio, dove uno slice pessimo allo sguardo ma sufficiente nel rendimento è una scialuppa di salvataggio per stare alla larga dal colpo bimane che a questi livelli è impresentabile. Anche i problemi di mobilità, potendo giocare i quindici di battuta sul binomio minimal servizio-dritto da primo della classe, sono meno evidenti sui prati, semplicemente perché la possibilità di accorciare i rally è più alta qui che altrove e la pesantezza strutturale nel mulinare i piedi alla ricerca della palla non è aggravata, appunto, dallo stancante perdurare dello scambio.

    Se a tutto ciò sommiamo una garra non comune e una capacità di restare con la testa nel match anche nei momenti più complessi, forse ci siamo dati la risposta che andavamo cercando. Matteo è quel che si dice ancorare il proprio gioco a una o due certezze; la qualità globale al ribasso fa il resto.
    Detto ciò, Berrettini, a valle di un periodaccio orribile fatto di mille infortuni e dalla fiducia sotto alle scarpe, sembra essere tornato quello capace ogni volta di fornire la sua migliore versione possibile. La vittoria al primo turno in questi Championships contro l’amico Sonego deve avergli fatto scattare qualcosa perché il body language è passato in un amen da negativo a positivo ed è tornato a vincere le partite da vincere, quelle in cui è favorito. Piantata la bandierina sugli ottavi, la seconda settimana di uno Slam è di per sé un buon risultato se non fai Djokovic di cognome, gli dèi del tennis hanno concesso a Berrettini due possibilità in un colpo solo. Quella di fare fuori un Top 10 dal tabellone principale di un Major e, insieme, di misurarsi contro un giocatore che a differenza sua di frecce ne ha un’infinità non misurabile: Alcaraz. Tennista epocale che, il giorno in cui risolverà qualche lacuna fisica che lo accompagna tipo nuvoletta carica d’acqua da vacanza fantozziana, smetterà di perdere partite a tempo indeterminato. Se in qualunque altro contesto Matteo avrebbe dovuto ritenere accettabile l’idea di poter forse strappare un set allo spagnolo, c’è da dire che a Wimbledon il pensiero che possa sfruttare un pizzico di inesperienza erbivora del suo giovane avversario per inventarsi un match alla pari, anche solo nella sensazione di trovarsi nel posto giusto, non è così peregrina. Insomma, incontrare Alcaraz al di là della rete è come vedere Tyson che dagli spogliatoi punta dritto verso il ring, ma per Matteo le condizioni al contorno sono le più auspicabili. Lo favoriscono e, al contempo, insinuano qualche minuscolo dubbio nelle certezze epocali di Carlitos che, tanto per dirne una, contro Jarry, mica Edberg, ha faticato e non poco per venirne a capo.
    Da segnalare il carro azzurro di nuovo pieno dopo settimane di precipitose discese.

    I tifosi prestati al tennis sono fatti così, pensano di adattare ad una disciplina diabolica alcuni principi mutuati da sport meno complessi. Matteo non era un fenomeno quando stava a due set dal vincere Wimbledon e non era un brocco quando non portava a casa un match nemmeno giocando da solo. L’equilibrio del tennista, sempre se di cognome non fai Djokovic, è archetipo di instabilità, basta un niente per perturbarlo e palle che ieri spazzolavano le righe cominciano a uscire di un palmo senza un motivo apparente. La disdetta è che per tornare a mettere le palle in campo possa volerci un sacco di tempo, anche se la meccanica dei colpi è sempre la stessa dei giorni belli e non ti sai dare un perché al prezzo di diventare matto. Il tunnel nero in cui era precipitato Berrettini e dal quale sembra essere finalmente uscito.

    Ora siamo di fronte ad un dilemma. Umanamente, per campanilismo e per avere un’altra bella storia da raccontare, sarebbe magnifico che Matteo battesse il più bravo di tutti sul campo, per distacco, più prestigioso. Per amore della disciplina, invece, ci piacerebbe potere tornare a dire che per un tennista saper fare con facilità più cose degli altri – avere più talento, in altre parole – sia sinonimo di vittoria, evenienza niente affatto scontata. Per convincersene è sufficiente ricordare che Federer ha perso in carriera qualche centinaio di incontri pur esibendo una qualità non replicabile. Casino, né?

    In bocca al lupo, Matteo. Abbiamo altre preferenze tennistiche ma il tuo martello ci è mancato.

    di Teo Parini

  • Vi spiego perché ‘spartiacque’ Bublik non vincerà Wimbledon. O forse no… di Teo Parini

    Aleksandr Bublik, del tennis, è uno spartiacque. Se pensi a lui è spontanea la necessità di una collocazione, una scelta di campo. Gli amanti di almanacchi e bacheche da una parte, quelli che se Djokovic vince sempre è perché è il più bravo.

    Dall’altra, invece, quelli che il tennis è tennis solo se c’è bellezza, che dei quindici non gli importa molto, anzi nulla, e baratterebbero una carriera intera di un campionissimo qualunque per una sola volée di McEnroe. O di Bublik, appunto.

    Sasha, kazako in maniera evidente, probabilmente non vincerà l’imminente edizione di Wimbledon e non è certo il pronostico più complicato al mondo da fare. Ma con due ore filate di allineamento astrale, peraltro possibili come il passaggio della cometa di Halley, chiunque dovesse trovarselo di fronte in Church Road farebbe bene ad organizzare anzitempo il volo di rientro perché ci lascerebbe le penne. Bublik, che onestamente non sarebbe favorito nemmeno in un Challenger a Robecco sul Naviglio, ad Halle, non più tardi di una settimana fa, per una volta ha unito i puntini del talento smisurato che lo contraddistingue, col risultato di prendere quegli stessi puntini e metterli sulle “i” di un gioco nel quale se c’è da fare vedere il campionario più vario assurge al ruolo di docente universitario. Con imbarazzante casualità, infatti, ha deciso che gente tosta come Sinner, Zverev e Rublev – en passant, tre top ten della disciplina – dovessero essere regolati in rapida successione, pur senza rinunciare a nulla del suo personalissimo show quotidiano.

    Detto e fatto. Nel giardino tedesco che fu casa Federer, Bublik, sciorinando genialità come solo Savicevic nell’imperitura notte di Atene, ha vinto il primo e forse ultimo ATP 500 della carriera; ha sorriso, sollevato il trofeo, incassato qualche pacca sulla spalla e l’assegno, per poi tornare a godersi la vita da dove era venuto. Del resto giocare a tennis mica gli piace (“uno sport stupido, una merda”), è un lavoro come un altro e non ne ha mai fatto mistero. Se ci è finito dentro con tutte le scarpe è colpa del padre che, in un’età nella quale gli altri bambini scoprono i contorni del mondo, gli ha messo in mano la racchetta pretendendo in cambio che ne facesse buon uso. E se l’odio per il gioco che fu pallacorda non raggiunge le vette autodistruttive di Agassi, quelle meravigliosamente narrate nella celebre autobiografia, l’entusiasmo all’atto di scendere in campo è lo stesso dell’operaio in procinto di timbrare il cartellino in fabbrica: sotto i tacchi. Il motivo per il quale, se proprio dev’essere tennis, che sia almeno il pomeriggio più divertente possibile.

    Fosse anche necessario allo scopo servire dal basso, giocare dieci smorzate senza senso di fila, sparare bordate con la seconda di servizio o smashare con il manico impugnando l’attrezzo per la testa, al contrario. Deve pur passare il tempo, sembra dire Bublik con un body language, appunto, divisivo: chi lo ama e chi lo detesta, noi lo amiamo. Il bello, è proprio il caso di dirlo, è che gioca a tennis come solo pochi eletti sanno o hanno saputo fare, con una naturalezza che pare una contraddizione in termini per uno che si infila i pantaloncini controvoglia ma che, invece, è tutta un’abbacinante realtà.

    Centonovantasei centimetri da testa a piedi potrebbero essere un handicap in uno sport che reclama ai piedi movimenti rapidi e precisi alla stregua del ballo. Sasha, il cui talento comincia evidentemente prima dell’impatto quando il grazie va per intero alla benevolenza di madre natura, si muove sul campo leggero come una farfalla, consentendo alle leve inferiori oversize di metterlo nelle migliori condizioni possibili per decidere che trattamento riservare alla pallina: un colpo di mortaio o la carezza di una fata, a scelta. L’educazione della mano fa il resto, che significa la capacità di esplorare angoli ai limiti dei dettami euclidei e tutte le rotazioni note alla meccanica razionale.

    Il paragone forse più calzante è con i funamboli degli Harlem Globetrotters, quelli pazzoidi che senza mai prendersi più di tanto sul serio fanno della palla a spicchi una bacchetta magica capace di convertire la banalità in magia. Bublik, che a basket avrebbe probabilmente potuto giocare, lo fa sfruttando la racchetta con la complicazione che il tennis professionistico non è l’intrattenimento scanzonato dei giramondo newyorkesi ma una macchina tritacarne con attori protagonisti che venderebbero la madre per chiudere da vincenti l’ultimo punto del match. Niente, non riesce proprio ad essere uno di loro. Una volta, appena sconfitto dal nostro Sinner versione robot spara-palle in uno dei suoi tanti match disputati senza pretese né mordente, all’atto di stringergli la mano ebbe il modo di dargli dell’inumano, prima di lasciarsi andare in una fragorosa risata. Passano gli anni e tutta questa inspiegabile (per lui) dedizione per il lavoro continua a coglierlo di sorpresa ma, imperterrito, non cambia mai di una virgola, perché Bublik si nasce e, soprattutto, si resta.

    Fatta eccezione per l’inafferrabile kazako, sul quale riporre speranze è saggio come partire per quaranta giorni nel deserto senza l’acqua, i Championships, orfani per sempre di Federer, con Kyrgios che nel 2023 non si è ancora degnato di scendere in campo e con l’epocale Alcaraz che non sai mai a che punto del torneo possa fare crack e tornare in pasto ad un fisioterapista, hanno realisticamente poco da offrire in termini di qualità. È un momentaccio e noi non siamo qua a vedere tappeti. Ma sapere che c’è Bublik, che al pari di una scheggia impazzita vaga per i campi del torneo più prestigioso al mondo, è il motivo per cui possa ancora valere la pena di impegnare un paio d’ore alla tivù. Dritto, rovescio, volée e servizi, tutto e il suo contrario. Un’abbuffata di bellezza in un ristorante stellato.

    Il feeling tra Sasha e questa diabolica disciplina probabilmente non sboccerà mai, questione genetica, ma noi aficionados egoisti il giusto siamo lo stesso qui a sperare che nei prossimi pomeriggi londinesi Bublik non trovi di meglio da fare che giocare a tennis. Perché, a differenza sua, a noi il tennis piace da morire. Se lo gioca lui, beninteso.

    di Teo Parini

  • E’ morto Gino Mader. Aveva 26 anni! Era nato per sentire gli angeli e invece doveva, oh porca vita, frequentare i bordelli… di Teo Parini

    Ps Il titolo di questo pezzo è un omaggio al più Grande, all’Immenso Principe della Zolla, Gioanbrerafucarlo, che salutava così, su Repubblica, Beppe Viola.

    https://milano.repubblica.it/cronaca/2019/10/26/news/beppe_viola_gianni_brera_80_anni_milano-239537143/

    Gino a noi piaceva molto perché aveva talento e imprevedibilità: un giorno andava piano, quell’altro fortissimo. Così, a sensazioni in un mondo scientifico nella sua robotica pianificazione. Forte, come quando nel 2021 vinse una tappa al Giro d’Italia e chiuse, da maglia bianca di miglior giovane, quinto alla Vuelta.

    Gli organizzatori del Giro di Svizzera in corso di svolgimento, per la corsa di ieri avevano previsto l’arrivo, di una tappa dall’orografia inequivocabilmente alpina, giù in bassa valle ai piedi di un’ultima velocissima discesa, Qualcuno dice di aver letto sul computer fissato al manubrio velocità superiori ai cento orari, roba da far impallidire le moto. Ora che Gino dopo un volo di svariati metri giù nel burrone non c’è più, la tentazione di puntare il dito contro chi ha pensato di rendere decisiva una discesa mozzafiato in condizioni di scarsa lucidità, ciò a causa della tanta salita già divorata dai corridori nel corso della tappa, è comprensibilmente forte. Noi, però, questo errore non lo faremo.
    Il compianto Fabio Casartelli in quel pirenaico giorno di luglio perse la vita cascando in discesa ad inizio tappa, un cippo in pietra a bordo strada gli fu fatale. Ma, appunto, al traguardo mancava ancora una vita. La discesa è esercizio al limite, sempre. Questi ragazzi hanno capacità tecniche da marziani e con un mezzo di nemmeno otto chili di peso per le mani disegnano curve discendenti alla velocità della luce come tracciate da un compasso. È il loro mestiere e lo sanno meglio di noi che li ammiriamo in poltrona: in quei frangenti la vita è appesa a un filo. Gino – che come ogni ciclista di questo mondo ama follemente il suo lavoro, se no non si spiega la volontà di fare una fatica bestiale in una vita satura di sacrifici – anche ieri stava dando di sé la migliore versione possibile, che nello specifico significava prendere pancia a terra la strada che scende come un cavatappi per fermare in fretta il cronometro sulla linea del traguardo. È il desossiribonucleico griffato degli uomini un po’ speciali in ciò che fanno.

    La chiamano deontologia professionale, noi preferiamo dire amore incondizionato per il ciclismo; disciplina che proprio in queste giornate di merda, nelle quali ti vien voglia solo di buttare la bicicletta in discarica, si conferma efficace paradigma della nostra esistenza: un po’ meravigliosa e un po’ crudele. Gino aveva da poco compiuto ventisei anni, e ciò rende bene l’idea dell’immane tragedia che siamo qui a raccontare. Con la difficoltà insormontabile di chi, il ciclismo, proprio non lo riesce ad odiare mai, nonostante tutto e nemmeno oggi, ma che quando un idolo se ne va troppo presto perde per sempre un pezzetto di sé.

    Cosa dire che in circostanze simili possa non risultare banale? Nulla. Gino, ovunque tu sia ora, non scendere dalla bicicletta e quando la strada sale, senza mai voltarti indietro come solo i grandi, scalcia sulle pedivelle il più forte possibile. Perché se smetti tu, smettiamo anche noi.
    Buon ponte campione, ci si becca in strada per una sgambata insieme. A tutta, ovviamente.

    Teo Parini

  • Roland Garros: il diavolo ci mette i crampi, Alcaraz abdica (senza Robespierre)- di Teo Parini

    La notizia è che Alcaraz non vincerà questo Roland Garros. Un po’ come dire che il Real Madrid, se solo vi prendesse parte, non dovesse sollevare il trofeo della sagra della porchetta di Ariccia incontrando in finale una selezione dell’INPS. Quasi sicuramente, invece, lo farà Djokovic al suo posto, Ruud permettendo, e, appunto, il bello dello sport è che, pur succedendo per la ventitreesima volta nella carriera del serbo, sarà lo stesso una gigantesca sorpresa.

    Che la si pensi come si vuole, Alcaraz, qualora si reggesse in piedi, gioca tutta un’altra disciplina ma nei piani degli Dei del tennis c’è sempre la volontà di insinuare un pizzico di imperfezione nei meccanismi perfetti, viceversa che divertimento ci sarebbe? La kryptonite di Re Carlitos ha quindi le sembianze della fragilità fisica, solo apparentemente una contraddizione in termini per un ragazzotto che emana vigore robotico come Miriam Leone fa con la bellezza. È cristallo con le sembianze del carbonio. Insomma, spesso, anzi molto spesso, i suoi muscoli fanno crack ed è il motivo per cui, per gli avversari, l’iscrizione ai tornei continua ad avere un senso compiuto: il murciano potrebbe eliminarsi da solo.

    Ieri, per almeno un set della semifinale, si è comunque capito perché Djokovic – ad ora – è il giocatore più forte di sempre ad aver imbracciato una racchetta. Perché la sola presenza è riuscita nell’intento di intimorire il giovane satanasso, tanto da strappargli il primo parziale. Passata la fisiologica tensione d’avvio, del resto Alcaraz stava pur sempre incontrando un gigante con la zavorra sulle spalle dello status di favorito, l’inerzia del match si era già incanalata sui binari previsti e, benché non ne avremo mai la controprova, la sensazione più che tangibile era quella di una vittoria inevitabile di un Alcaraz finalmente a braccio sciolto, nonostante il cuore, la sagacia e la garra che il serbo ha scolpiti nei cromosomi non fossero mancati nemmeno per un istante.

    Poi c’è la kryptonite e così, con solo due ore di gioco sulle spalle, i crampi ne hanno investito ogni millimetro di muscolatura e la partita è finita sul più bello, con un Alcaraz che, seppure mezzo paralizzato, è stoicamente rimasto in campo per rispetto nei confronti dello sport e del valoroso rivale. La cui esultanza a ogni quindici al cospetto di uno ormai impossibilitato ad opporre una credibile resistenza, tuttavia, avrebbe forse potuto essere evitata, questione di stile. Non serve dire che il crampi, in sé, possano avere differenti origini, tra le quali una condizione di forte stress psicologico come probabilmente è accaduto in questa circostanza. Importa poco, ciò che conta terribilmente di più è che, dopo aver saltato gli Australian Open sempre per le stesse noie e sempre vinti da Djokovic, per Alcaraz c’è anche la battuta d’arresto in Bois de Boulogne e se fossi uno del suo entourage comincerei seriamente a pensare come correre ai ripari. Perché, oggettivamente, Carlos a vent’anni è più il tempo in cui e fermo ai box a leccarsi le ferite che sui campi da gioco a dare spettacolo.

    Di questa edizione del Roland Garros, per fortuna, restano le impressionanti dimostrazioni di forza esibite e la conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che Alcaraz fa transitare il suo tennis su livelli irraggiungibili e, probabilmente, mai esplorati prima. Poi, per dirla alla Boniperti, vincere resta l’unica cosa che conta – ma non per noi – e in tal senso bravo Djokovic ad aver trovato per l’ennesima volta il modo di continuare un inesausto dominio con trentasei primavere sul groppone. Il lato indigesto della medaglia è che una finale Slam tra Nole e Ruud rischia di essere appassionante come la decima replica della millesima puntata di Beautiful, roba da ringraziare Netflix per l’alternativa televisiva.

    Che peccato.

    Teo Parini

  • Roland Garros: il marziano Alcaraz fa a fettine (anche) l’estetizzante, arrogante tennis del ‘Magnifico’ Musetti- di Teo Parini

    Non siamo qua a vedere tappeti. Carlos Alcaraz ha distrutto Lorenzo Musetti, imponendogli una sanguinosa Caporetto che può sortire un duplice effetto. Fargli mandare tutto a quel paese per dedicarsi alle bellezze della vita extra tennistica oppure dargli una motivazione feroce per migliorare ulteriormente il proprio gioco, facendo tesoro delle indicazioni emerse in due ore di calvario sportivo.

    Stando alle interviste del dopo gara, pare che sia la seconda opzione la strada che, già da oggi, Lorenzo intende intraprendere ed egoisticamente ce ne rallegriamo per quanto, noi che ne siamo tifosi, dipendiamo visceralmente dal suo tennis.

    Intanto, e ci tocca farlo in risposta ai commentatori improvvisati che rispondono alla logica dozzinale dell’io lo sapevo che non avrebbe mai vinto nulla, occorre dire una cosa: Musetti ha giocato la sua partita e nemmeno così tanto male, ha colpito sentendo la palla e ha opposto ad un campione esageratamente epocale i trucchi in suo possesso che non sono pochi. Il problema, per lui, è che soluzioni balistiche definitive per il resto del circus non lo sono state per lo spagnolo, capace di ribattere palle contro ogni legge della fisica classica costringendo l’azzurro a replicare a un capolavoro un altro capolavoro e si capisce bene la frustrazione che possa averlo attanagliato. Come se l’attacco solare del Daitarn III, dopo aver falcidiato per centinaia di puntate i Meganoidi, avesse trovato un robot nemico capace non solo di incassare il colpo ma di restituire la pariglia amplificata alla potenza enne.

    Quando nel corso del primo game, Musetti ha stampato un rovescio in lungolinea bello come la torre Eiffel illuminata nella notte parigina, e che forse solo Wawrinka saprebbe ripetere, chi di tennis ne mastica un pochino ha avuto immediatamente chiara in testa una cosa: non si può vincere a certi livelli dipingendo solo quadri d’autore, perché nemmeno Federer è mai riuscito a venire a capo di un match contro un suo pari grado senza schizzare bozze sporcandosi le mani di china. Così è stato: scambi meravigliosi, lunghi il giusto per completare il campionario somma di Alcaraz più Musetti che è complessivamente il più ricco al mondo, che finivano tutti per strappare applausi ai presenti ma per rimpolpare sempre e comunque lo score dello spagnolo. Il tennis è anche questo.

    Certo, diciotto giochi a sette non sono il reale divario tra i due competitor. Lorenzo, appreso in fretta di non poter vincere, si è rapidamente sottratto alla lotta ed è questa l’unica colpa grave che gli può essere rimproverata. Il body language, riacciuffato sul due pari del primo set dopo un’uscita dai blocchi del toscano degna di Bolt, si è fatto funereo. Questione di postura fisica poco vigorosa e di sguardo perso nei meandri del Philippe-Chatriet. Come dire ad un avversario già devastante di suo fai di me quel che ti pare. Senza troppa blasfemia, tutt’altro, il ricordo è corso svelto a quella finale sempre in Bois de Boulogne dove Nadal ridicolizzò un Federer incapace di garantire che il match avesse un minimo di storia perché, appunto, in quel giorno disgraziato lo svizzero per strappare un misero quindici al diavolo maiorchino gli si resero necessari quattro o cinque colpi vincenti in fila, un’equazione matematica senza soluzione fra i numeri reali.

    Però, sappiamo tutti come il fenomeno basilese, con l’aiuto di un califfo nel box come Ljubicic e una determinazione granitica, abbia trovato alla soglia della pensione tennistica la chiave per sbrogliare quello che sembrava un nodo inestricabile. Insomma, un match, quello con Re Carlitos, pedagogico per l’azzurro, chiamato a un punto a capo di quelli tosti. I colpi, è segreto di Pulcinella, ci sono tutti, la sfrontatezza dimenticata ieri negli spogliatoi non sarà difficile da esibire di nuovo una volta ricaricate le energie mentali e la chiave tecnico/tattica per provare in un futuro prossimo a fare almeno partita pari con Alcaraz non è impossibile da scovare. Qualcuno si dimentica che non più tardi di qualche mese fa, proprio il Muso, battendo questo stesso Alcaraz, si è preso con forza il 500 di Amburgo e si sa che l’attuale giocatore più forte al mondo non accetterebbe di perdere nemmeno al torneo di dama del circolo di Ponte Vecchio. Figuriamoci se regala una finale.

    Parlando un po’ di Alcaraz, in quanto a tennis c’è da ammettere con tutta la campanilistica invidia del caso di essere al cospetto di un giocatore spedito sulla Terra dagli Dei del gioco per dettare una nuova via. Uno di quelli che può godere del fatto che i suoi avversari scendano in campo più per fare una figura onorevole che per provare a vincere il match, la stessa sindrome-Alcaraz che in misura importante ha infettato Musetti. Chi negli anni Novanta ha ammirato l’innovativo flipper tennis di Agassi teorizzato dal suo mentore Nick Bollettieri, e ha pensato che una migliore transizione dalla fase passiva di contenimento e quella propositiva di offesa non fosse oggettivamente possibile, oggi deve ricredersi perché Alcaraz, proprio questo segmento del gioco, se, appunto, non l’ha inventato lo ha però elevato su piani prima impensabili con buona pace del kid di Las Vegas. Gambe potenti come quelle di un discesista che domina la Stelvio, unite all’elasticità muscolare di una molla, gli consentono di coprire il campo che all’avversario appare di rimando minuscolo e raggiungere palle apparentemente perse. Replicando, facendo tesoro della sensibilità esagerata delle sue mani di fata, con bordate che fanno il buco per terra. Morale, gli tiri una granata e lui risponde con un missile ipersonico: avvilente.

    Per di più, non lo si prende in castagna nemmeno giocando di fino perché anche a pittino – il giochino dei tocchi, detto a beneficio dei meno avvezzi – è laureato con lode all’università della sensibilità. E quando con un serve and volley rigoroso e letale come quello di un Rafter, e non è affatto un concetto iperbolico, si è preso un quindici piuttosto importante, si è capito che per giocarci contro, più che la racchetta, servirebbe un kalashnikov e una mira infallibile. Da cecchino, perché, manco a dirlo, sul breve ha la velocità del suono. Poco da aggiungere: se dovesse aver voglia di sacrificare sull’altare del tennis i suoi anni migliori e il fisico sosterrà un tennis atleticamente dispendioso, Alcaraz è destinato a guardare tutti dall’alto per un tempo tendenzialmente infinito.

    Tendenzialmente. Perché lo sport del diavolo ci ha insegnato a non dare mai nulla per infisso nella roccia e ciò che è oggi potrebbe benissimo non esserlo domani. In tutto ciò, noi cultori del bello, benché la conta dei punti continui a non essere la nostra priorità, siamo un po’ amareggiati, giusto dirlo, convinti che Lorenzo il Magnifico avrebbe potuto sostenere l’incontro in virtù di un talento esagerato – e chi lo nega si merita a vita il rovescio di Ruud – senza finire per fare da sparring partner, pagando l’ora a circolo e il compenso professionale al maestro.

    Di una cosa, però, abbiamo la certezza, anzi due. La prima è che Carlos Alcaraz è quel tipo di numero uno che il tennis dovrebbe sempre esibire per glorificare sé stesso e lo status di disciplina meravigliosa. La seconda, invece, che l’arroganza tennistica di Musetti non ha certo finito di farci saltare in piedi sul divano, perché la sua genia resta quella dei grandi. Anche dopo una dolorosissima stesa.

    Teo Parini

  • Un po’ Carla Fracci, un po’ Monet.. Lunga vita- e tanti auguri- a Deborah Compagnoni, di Teo Parini

    C’è stato un periodo in cui lo sci ha assunto la dimensione di intrattenimento nazionalpopolare prendendosi gli spazi che i burattinai del calcio da sempre concedono malvolentieri al resto dell’universo sportivo.

    Siamo negli anni Novanta e l’esplosione mediatica della disciplina che fu di Thoeni e della valanga azzurra diretta dal compianto Mario Cotelli ha due volti meravigliosi e antitetici. Uno guascone e irrispettoso di ogni protocollo al quale dimostra di essere allergico e senza fare nulla per nasconderlo, Alberto Tomba. L’altro, invece, è archetipo di gentilezza, eleganza gestuale e sobrietà, Deborah Compagnoni. Un bulldozer, il primo; la punta del fioretto, la seconda. Una coppia che il mondo ci ha epidermicamente invidiato e che noi abbiamo esibito con appagante orgoglio.

    Se di Tomba, un po’ perché abitiamo una società irrimediabilmente maschilista e un po’ perché il bolognese fu capace di fare casino anche dormendo, si è sempre detto e scritto di tutto anzi troppo e spesso pure a sproposito, decisamente meno spazio è stato riservato alla campionessa valtellinese, bormina di nascita ma cresciuta a Santa Caterina Valfurva. Sai, i giornalisti. Debby, per distacco il sorriso più bello d’Italia, di risonanza avrebbe invece dovuto goderne in quantità inesausta: tre ori in tre diverse edizioni dei giochi olimpici e si potrebbe non aggiungere altro. In mezzo a questo bendidio agonistico, in una meravigliosa storia di vita, anche tanta sfortuna, una determinazione incrollabile e altrettanta inusuale bellezza.

    In un periodo storico nel quale gli attrezzi ai piedi ancora imponevano agli atleti una tecnica di base sopraffina per primeggiare – chi mastica un po’ di sci sa bene quanto l’evoluzione tecnica dei materiali abbia poi reso molto più democratica una disciplina nata selettiva come poche altre – e la bravura, di conseguenza, era questione di pochissimi eletti, Deborah Compagnoni si affermava come la massima espressione planetaria dello sci alpino. Articolazioni di cristallo e animo da leone, ha saputo conciliare, con semplicità montagnina, estetica e redditività, elevando la regina tecnica delle discipline, lo slalom gigante, a opera d’arte come nessuna prima di lei aveva nemmeno immaginato di poter fare.

    Cresciuta tra scorribande nei boschi innevati sei mesi l’anno e slalom tra i larici che fanno della sua terra un angolo invidiabile di mondo, Deborah è stata, insieme, poesia e fisica, arte e meccanica, ragione e improvvisazione. Un balletto di Carla Fracci e una poesia di Gianni Rodari, un quadro di Monet e un’invenzione di Leonardo. Fuori carezza, dentro vulcano. Dici Compagnoni, infatti, e racconti la storia senza tempo di gambe indipendenti che descrivono improbabili equilibri e di piedi sensibili come mani di fata capaci di domare la neve e le mille insidie che quest’ultima nasconde nella picchiata verso la gloria. Più Euclide che Newton, una piuma capace di produrre accelerazioni vertiginose in assenza di massa. Perché la fisica, si sa, ha un limite ben preciso: non vale per i campioni.

    Sfortuna, si diceva. La chirurgia sportiva nei suoi anni di gloria non era certamente la scienza quasi esatta che si ammira oggi e che risolve anche l’irrisolvibile, ma Deborah ad essa si è comunque sempre dovuta affidare ciecamente con una costanza snervante che avrebbe abbattuto un toro. Perché due ginocchia preziose come l’oro e fragili come fiocchi di neve hanno trovato il modo di segnarne una carriera che, pare impossibile considerato il palmares, avrebbe potuto essere ancora più intrisa di successi, facendo di lei la più vincente di sempre oltre che la principale esponente della bellezza applicata allo sci. Ginocchia che stanno alla valtellinese come la caviglia senza cartilagine sta a Marco Van Basten: la kryptonite degli Dei. Due ragazzi che a soli ventotto anni hanno dovuto dire basta, a testimonianza che in questo mondo c’è dell’imperfezione anche nella perfezione.

    Dominatrice assoluta degli appuntamenti importanti, selezionati con cura certosina per non sovraccaricare oltremisura un fisico da tutelare e cannibalizzati con una scoraggiante (per le avversarie) puntualità, Deborah, appeso prematuramente gli scarponi al chiodo per dedicarsi alla famiglia e alle sue molteplici passioni, ha lasciando dietro di sé un vuoto che ancora oggi non è stato colmato, nonostante l’Italia non abbia mai smesso di sfornare campionesse. L’urlo di dolore di una giovanissima Compagnoni nella piana di Albertville per un legamento spezzato all’indomani del suo primo trionfo olimpico è parte indissolubile della nostra giovinezza e della nostra crescita in quanto monito e azzeccata metafora dell’altalena chiamata vita. Perché da una brutta caduta ci si può rialzare ancora più forti di prima: una, dieci, cento volte. Con l’acciaio che diventa oro.

    Grazie per le emozioni, Debby, e buon compleanno.

    Teo Parini