Aleksandr Bublik, del tennis, è uno spartiacque. Se pensi a lui è spontanea la necessità di una collocazione, una scelta di campo. Gli amanti di almanacchi e bacheche da una parte, quelli che se Djokovic vince sempre è perché è il più bravo.
Dall’altra, invece, quelli che il tennis è tennis solo se c’è bellezza, che dei quindici non gli importa molto, anzi nulla, e baratterebbero una carriera intera di un campionissimo qualunque per una sola volée di McEnroe. O di Bublik, appunto.
Sasha, kazako in maniera evidente, probabilmente non vincerà l’imminente edizione di Wimbledon e non è certo il pronostico più complicato al mondo da fare. Ma con due ore filate di allineamento astrale, peraltro possibili come il passaggio della cometa di Halley, chiunque dovesse trovarselo di fronte in Church Road farebbe bene ad organizzare anzitempo il volo di rientro perché ci lascerebbe le penne. Bublik, che onestamente non sarebbe favorito nemmeno in un Challenger a Robecco sul Naviglio, ad Halle, non più tardi di una settimana fa, per una volta ha unito i puntini del talento smisurato che lo contraddistingue, col risultato di prendere quegli stessi puntini e metterli sulle “i” di un gioco nel quale se c’è da fare vedere il campionario più vario assurge al ruolo di docente universitario. Con imbarazzante casualità, infatti, ha deciso che gente tosta come Sinner, Zverev e Rublev – en passant, tre top ten della disciplina – dovessero essere regolati in rapida successione, pur senza rinunciare a nulla del suo personalissimo show quotidiano.
Detto e fatto. Nel giardino tedesco che fu casa Federer, Bublik, sciorinando genialità come solo Savicevic nell’imperitura notte di Atene, ha vinto il primo e forse ultimo ATP 500 della carriera; ha sorriso, sollevato il trofeo, incassato qualche pacca sulla spalla e l’assegno, per poi tornare a godersi la vita da dove era venuto. Del resto giocare a tennis mica gli piace (“uno sport stupido, una merda”), è un lavoro come un altro e non ne ha mai fatto mistero. Se ci è finito dentro con tutte le scarpe è colpa del padre che, in un’età nella quale gli altri bambini scoprono i contorni del mondo, gli ha messo in mano la racchetta pretendendo in cambio che ne facesse buon uso. E se l’odio per il gioco che fu pallacorda non raggiunge le vette autodistruttive di Agassi, quelle meravigliosamente narrate nella celebre autobiografia, l’entusiasmo all’atto di scendere in campo è lo stesso dell’operaio in procinto di timbrare il cartellino in fabbrica: sotto i tacchi. Il motivo per il quale, se proprio dev’essere tennis, che sia almeno il pomeriggio più divertente possibile.
Fosse anche necessario allo scopo servire dal basso, giocare dieci smorzate senza senso di fila, sparare bordate con la seconda di servizio o smashare con il manico impugnando l’attrezzo per la testa, al contrario. Deve pur passare il tempo, sembra dire Bublik con un body language, appunto, divisivo: chi lo ama e chi lo detesta, noi lo amiamo. Il bello, è proprio il caso di dirlo, è che gioca a tennis come solo pochi eletti sanno o hanno saputo fare, con una naturalezza che pare una contraddizione in termini per uno che si infila i pantaloncini controvoglia ma che, invece, è tutta un’abbacinante realtà.
Centonovantasei centimetri da testa a piedi potrebbero essere un handicap in uno sport che reclama ai piedi movimenti rapidi e precisi alla stregua del ballo. Sasha, il cui talento comincia evidentemente prima dell’impatto quando il grazie va per intero alla benevolenza di madre natura, si muove sul campo leggero come una farfalla, consentendo alle leve inferiori oversize di metterlo nelle migliori condizioni possibili per decidere che trattamento riservare alla pallina: un colpo di mortaio o la carezza di una fata, a scelta. L’educazione della mano fa il resto, che significa la capacità di esplorare angoli ai limiti dei dettami euclidei e tutte le rotazioni note alla meccanica razionale.

Il paragone forse più calzante è con i funamboli degli Harlem Globetrotters, quelli pazzoidi che senza mai prendersi più di tanto sul serio fanno della palla a spicchi una bacchetta magica capace di convertire la banalità in magia. Bublik, che a basket avrebbe probabilmente potuto giocare, lo fa sfruttando la racchetta con la complicazione che il tennis professionistico non è l’intrattenimento scanzonato dei giramondo newyorkesi ma una macchina tritacarne con attori protagonisti che venderebbero la madre per chiudere da vincenti l’ultimo punto del match. Niente, non riesce proprio ad essere uno di loro. Una volta, appena sconfitto dal nostro Sinner versione robot spara-palle in uno dei suoi tanti match disputati senza pretese né mordente, all’atto di stringergli la mano ebbe il modo di dargli dell’inumano, prima di lasciarsi andare in una fragorosa risata. Passano gli anni e tutta questa inspiegabile (per lui) dedizione per il lavoro continua a coglierlo di sorpresa ma, imperterrito, non cambia mai di una virgola, perché Bublik si nasce e, soprattutto, si resta.
Fatta eccezione per l’inafferrabile kazako, sul quale riporre speranze è saggio come partire per quaranta giorni nel deserto senza l’acqua, i Championships, orfani per sempre di Federer, con Kyrgios che nel 2023 non si è ancora degnato di scendere in campo e con l’epocale Alcaraz che non sai mai a che punto del torneo possa fare crack e tornare in pasto ad un fisioterapista, hanno realisticamente poco da offrire in termini di qualità. È un momentaccio e noi non siamo qua a vedere tappeti. Ma sapere che c’è Bublik, che al pari di una scheggia impazzita vaga per i campi del torneo più prestigioso al mondo, è il motivo per cui possa ancora valere la pena di impegnare un paio d’ore alla tivù. Dritto, rovescio, volée e servizi, tutto e il suo contrario. Un’abbuffata di bellezza in un ristorante stellato.
Il feeling tra Sasha e questa diabolica disciplina probabilmente non sboccerà mai, questione genetica, ma noi aficionados egoisti il giusto siamo lo stesso qui a sperare che nei prossimi pomeriggi londinesi Bublik non trovi di meglio da fare che giocare a tennis. Perché, a differenza sua, a noi il tennis piace da morire. Se lo gioca lui, beninteso.
di Teo Parini











