Gli adulti rispettano le scadenze. Deliziosa articolessa di Natale, by Camilla Garavaglia

“Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade”. Giuseppe, a chi lo dici*.

Cercando di non far passare troppo tempo dall’ultima newsletter, inviata a novembre, verso un cocktail NIO** nel bicchiere e cerco di buttare giù due righe prima di Natale.

Ve l’avevo già detto che per scrivere ho bisogno di bere, siete delle brutte persone a chiedermi di farlo.

Pensa te.
Natale in casa Cupiello
Nei primi anni Duemila avevo un fidanzato un po’ più grande di me, molto lombardo (di origine piemontese, ma l’atteggiamento che sto per riportare era molto lombardo), che di fronte alle grandi tavolate imbandite di un’estate nel Napoletano esclamava sempre: “Cos’è, Natale in casa Cupiello?”.

Nei primi anni Duemila avevo un fidanzato un po’ più grande di me, molto lombardo (di origine piemontese, ma l’atteggiamento che sto per riportare era molto lombardo), che di fronte alle grandi tavolate imbandite di un’estate passata nei dintorni di Napoli esclamava sempre: “Cos’è, Natale in casa Cupiello?”.

Colpevolmente, non ho mai investito un paio d’ore nella visione della versione televisiva della tragicommedia di Eduardo De Filippo. Mi sono fatta bastare l’idea di una scena ricca di metalli lucidi – posate, stoviglie, addobbi – e di cibo, intrisa di tanto, tanto rumore.

Qualche anno dopo, un fidanzato più giovane e molto meridionale mi ha invitata alla cena della vigilia di Natale con zii, nonni e genitori (non so se aspettarmi una serie di messaggi molto divertiti o molto risentiti dopo questa newsletter, ma qualcuno ha detto “Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è finita” e pare si riferisse anche agli scrittori scarsi come me).

Ripenso sempre a quella cena con un certo affetto e un certo divertimento.

La premessa che va fatta è breve: nel mio paese, nel quale i giorni di nebbia superano i giorni di festa, si fa il pranzo di Natale. Possibilmente alle 12.30. Chi fa la cena della vigilia – minuscolo – è nel migliore dei casi un terone, nel peggiore uno stravagante. Alla vigilia si va a messa di mezzanotte, o al bar fingendo di essere alla messa di mezzanotte: poi vin brulè sul sagrato, “auguri” “a te e famiglia” e tutti a casa***. L’entrata in famiglia di una persona che sveniva dal ridere ogni volta che sentiva la parola milanese articiocc (carciofo, dai è come in inglese) ha però richiesto alla sottoscritta la presenza fisica al cenone della vigilia, almeno per un Natale.

Di quella cena ho un ricordo esotico. Il rumore era in effetti parecchio, così come il cibo: c’era una torta salata di scarola (?credo) e olive, delle lumachine di mare (le ho sognate?) e poi pasta, pesce, intingoli. I commensali erano pugliesi, campani, calabresi, sardi: io venivo apostrofata, giustamente, come “la milanese”. La capofamiglia, una nonna molto carina che però a me metteva soggezione perché ero giovane e stupida, mi ha presa da parte per mezz’ora per indagare le origini della mia famiglia, cercando nel mio albero genealogico un “parente di giù”. Si è fermata al bisnonno svizzero, forse un po’ delusa.

Mentre cercavo di mangiare tutto ciò che mi veniva messo nel piatto, la frase “ma cos’è, Natale in casa Cupiello?” mi tornava in testa ciclicamente, come quegli elicotteri con gli striscioni che si vedono sempre nelle vignette e mai nella vita vera.

Adesso che sono più vecchia e, forse, un po’ meno stupida, penso a quanto siamo fortunati ad avere dei riti e delle parole in dialetto che fanno ridere gli altri e che però per noi sono porti sicuri.

Poi quella vigilia sono tornata a casa prima dell’una, per bere il vin brulè con i miei genitori e con la gente del paese sul sagrato della chiesa. Non lo avevano preparato.

Però, c’era il tè caldo con il pandoro.

Due libri per il 2025
Come l’anno scorso, non parlo di libri letti ma di libri che vorrei leggere nell’anno che verrà.

Il primo è “àtinamu’lled inroig imitlu ilg” di Suark Lrak (sono molto simpatica. Ho fatto la foto allo specchio: è Gli ultimi giorni dell’umanità di Karl Kraus. Tra l’altro, il titolo in tedesco assomiglia più alla versione allo specchio che a questa****) ed è una tragedia in cinque atti di cui è piuttosto difficile trovare la trama sull’internet. Mi serve per continuare a fingermi un’intellettuale.

La fotocamera è unta perché avevo mangiato patatine.
Il secondo è “Una torta per dirti addio” di Nora Ephron, la sceneggiatrice di Harry ti presento Sally (grande umorista). Non avendolo letto, mi tocca copiare la presentazione da Amazon:

“Una torta ha grandi poteri. E Nora Ephron lo sapeva bene. Infatti, ogni volta che ha potuto, l’ha lanciata in faccia alle crudeltà della vita: con una torta (al lime) ha chiuso un matrimonio pieno di lacrime e tradimenti. Con una torta (alle mandorle) ha fatto in modo che la celebrassero dopo la morte…”

Se lo leggete prima di me, mi fate sapere? (tanto non vi ascolto)

La copertina mi piace molto.
Un vino per finire o per iniziare
Quella del 2024, per me, è stata un’ottima annata.

Una fortunata serie di circostanze – anche lavorative – mi ha portata a bere e assaggiare vini di ogni genere: sperimentali, rari, comuni, molto vecchi, da presa di botte. Sono stata fortunata.

Se dovessi portare a casa due lezioni direttamente dal taccuino sul quale non prendo appunti, sarebbero queste:

Il vino è il suo terroir. Ogni volta che apriamo a casa un vino comprato in qualche cantina, ci troviamo a sperare che – tolto il tappo – dal collo della bottiglia fuoriesca un ricordo di terra, di sole o di vento. E chiediamo a quel genio che abbiamo evocato, sfregando il vetro, di ridarci i profumi di quel calice bevuto davanti a quella vigna di fronte al mare. Non succede quasi mai.

Nel mondo del vino c’è chi sa molto e chi pensa di sapere molto. Nel dubbio, conviene essere umili: come dice il mio amico E., non c’è niente di più divertente che essere sottovalutati.

Quello che voglio dire è che non ho un vino del 2024 perché ne ho davvero troppi, e chissà quanti mi aspettano nel 2025: sono sincera, non vedo l’ora di conoscerli tutti.

Parlando di riti e di abitudini, però, c’è un vino semplice semplice che mi sento di consigliarvi per la fine o l’inizio dell’anno. Una bollicina, naturalmente, perché le bolle catturano la luce e la trascinano con sé: è fisica, mica poesia.

Il crèmant d’Alsace di Domaine Schoffit è stata la costante di questo 2024. Qualcosa da aprire in estate? Lui. Qualcosa da aprire in attesa di scegliere le altre bottiglie? Lui. Qualcosa da portare a Natale? Lui.

Sembra che nonno Schoffit, a quasi 90 anni, faccia tutte le mattine il giro delle vigne per controllare che tutto vada bene. I grappoli lo sanno, e ce la mettono tutta per maturare in questa terra da sempre di confine: danno, infine, un vino dall’ottima acidità, dritto come una lama e dal profumo grasso dei piccoli fiori di limone.

Ne ho uno nel bagagliaio giusto ora: brindiamo insieme. A cento di questi vini.

Quello nel sacco nero dietro non è un cadavere.
Tra pochi giorni ci saranno pranzi, cene, aperitivi con parenti e amici (ma soprattutto parenti).

Coltivate per me l’antica arte del senso di colpa prendendo ispirazione dai miei scambi con ChatGPT.

Oh oh, abbiamo del lavoro per la mia psicoterapeuta.
Come sempre: buona fine, e buon inizio.

*Ungaretti era appena tornato dal fronte, aveva motivi ben più seri dei nostri per non volere incontrare la folla baluginante, dai volti rischiarati a fasi alterne dalle luci di Natale. Così pensavo, giovedì scorso, prima di mettere piede in piazza Duomo a Milano.

**No marchetta. Magari.

***Il latte coi biscotti lasciato a Babbo Natale non è una tradizione del mio paese. Ho chiesto di poterlo fare un anno e ho visto mia mamma mezz’ora dopo rimettere il latte nel cartone. Ciao ciao infanzia.

**** Sapete che ChatGPT non è capace di trascrivere una frase al contrario? Provateci.