Dopo aver accantonato le poco utili note del telefono (vedi edizione precedente) torno a scrivere questa newsletter per le solite due ragioni, Dopo un mese di testi scritti per le aziende mi annoio e voglio scrivere cose senza scopo – questo è il punto in cui mia madre mi direbbe che sputo nel piatto in cui mangio e gozzoviglio.
Questa newsletter si chiama “Il mese in 5 minuti” – questo è il punto in cui mi chiedo Ma perché non l’ho chiamata “Il trimestre in 5 minuti”? Il mio lento divenire la versione di me stessa anziana mi ha portata, nell’ultimo mese, a borbottare su qualsiasi cosa, pandoro della Ferragni compreso (grazie a dio, in questo tempo compresso gli scandali durano meno di un quarto d’ora) e in particolar modo su questioni legate alla triade prodotti-soldi-influencer.
(Questo invece è il punto dove gli scrittori e i copywriter bravi interrompono la parte di newsletter aggratis concedendo la restante lettura solo ai lettori in abbonamento, ma io ogni volta che Substack mi chiede “Vuoi creare una versione a pagamento?” vorrei rispondere “machimmesencula” e quindi niente potete continuare a leggere aggratis, a me va bene tutto basta che non devo pagarvi io).
Benvenuti nella newsletter di gennaio, una delle ultime rimaste a usare il maschile sovraesteso e non l’asterisco perché tanto, appunto, è gratis e non potete lamentarvi.
Sempre da quel meraviglioso posto che è il New Yorker
Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?
Per colpa del o grazie al mio lavoro finisco per interrogarmi molto spesso sul concetto di vendita: lo scopo di ciò che scrivo, direi 99 volte su 100 ma non mi viene in mente niente da stringere dentro a quel piccolo 1, è la vendita di roba. Proprio la roba di Verga, oggetti e ricchezze, ma anche servizi: dalle candele profumate alle lezioni di danza del ventre, non esiste roba che non si possa vendere e nemmeno si è mai sentito un cliente chiedere dei testi che non avessero quello scopo, anche in maniera indirettissima, ed è giusto così.
Capita, però, di sentirsi sopraffatti da questa tensione alla vendita, da questo continuo sgomitare tra il black friday, il Natale, i saldi, San Valentino… senza fermarsi mai un attimo.
Quante altre stracazzo di giornate internazionali del criceto (12 aprile) o del pinguino (25 aprile, e la Festa della Liberazione muta) dovranno passare prima che un copywriter e un grafico si facciano esplodere sulla pubblica piazza, tutto pur di non dover pensare a un post per vendere un pacco di noci, un cuscino termico, un sex toy? E come siamo arrivati al punto in cui un pacco di noci e un sex toy sono diventati, ai fini del mercato, la stessa IDENTICA cosa?
Mi facevo queste domande da un po’, finché il mio amico F mi ha inviato, senza commento, la foto di un libro di Einaudi: “La merce che ci mangia. Il cibo, il capitalismo e la doppia natura delle cose” di Wolf Bukowski” (fate conto che siamo già passati alla sezione Le letture del mese).
In una manciata di pagine, tipo 45, l’autore dà in qualche modo una risposta: il cibo è da sempre anche merce, perché da tempo non soddisfa più solo un’esigenza fisica (nutrirsi, dare energia per permetterci di stare al mondo) ma un’infinità di altri bisogni oggi altrettanto impellenti. Definirci, ad esempio: è il caso della cena al ristorante stellato, da fotografare per i social. La Nutella è merce e lo è in modo molto più evidente rispetto a una mela, ma anche la mela è merce e il fatto che io possa comprarne dieci per farle marcire nel portafrutta e un bambino della Repubblica del Congo, il paese più povero al mondo, non se la possa neppure sognare, sarebbe assurdo, ingiusto, iniquo se visto da un extraterrestre.
Insomma, non solo siamo schiavi della roba, ma non c’è nemmeno più un Verga o un De André a farcela sembrare meno volgare, meno terrena.
Convincere un’anziana con la pensione minima a comprare un panettone o un ammorbidente con uno spot da decine di migliaia di euro è meno perverso rispetto al togliere una mela di mano a un bambino affamato? Non lo so e non penso di dover essere io a dirlo, ma questo discorso mi ha messa di malumore nell’ultimo periodo, tra black friday eccetera eccetera.
Ma malumore vero eh, non per modo di dire. Poi, mentre borbottavo, è successo un fatto.
È successo che nel mondo della moda, il mondo che più di tutti negli ultimi 20 anni ha messo da parte la creatività, il sogno, la poesia per inseguire i soldi e per vendere alle Kardashian la Birkin di Hermès (Jane perdonaci, perdonaci tutti), Maison Margiela ha sfilato alla settimana della moda di Parigi con una collezione di John Galliano.
Postilla per chi non sa una mazza di moda: l’haute couture delle sfilate è una cosa, il prêt-à-porter un’altra. Ecco perché, mentre sulle passerelle Valentino sfila con abiti trasparenti e cappe di piume, nei negozi del marchio si vedono scarpe fucsia e borse con le borchie. Il fatto è che da qualche tempo, per vendere di più, molte case di moda – che appartengono praticamente tutte a Kering o a LVMH – preferiscono proporre già in sfilata capi più normali e appetibili per il pubblico, piuttosto che mostrare la loro idea di moda e ispirare con abiti esagerati e da sogno.
È successo che John Galliano, forse uno degli ultimi veri fenomeni creativi della moda, ha fatto sfilare sotto un ponte (con una gran botta di culo c’era pure una nebbiolina perfetta) il Ventre di Parigi: musiche, movenze e vestiti che sembravano uscire direttamente dal subconscio. Un po’ Gavroche, un po’ Moulin Rouge, terrificante e seducente come le bambole di porcellana sui divani delle nonne ma soprattutto liberatorio. Vestiti creati senza pensare alle vendite, senza la pressione del denaro, come disegnati da un bambino che di piacere se ne frega.
Al di là della moda, che interesserà forse dieci di voi, quel che mi preme è dire che quando ho visto quella sfilata ho pensato finalmente, FINALMENTE possiamo parlare di un’idea e non di un prodotto, di un’ispirazione e non di un risultato, di un racconto e non di uno storytelling, santodio. Di una sfilata dove il cantante non ha un braccio, le modelle sono magrissime o con seni enormi, basse o alte un metro e novanta, ma dove nessuno parla di inclusività perché in questa sfilata l’inclusività non è un tema né una scusa per indignarsi per i fondotinta non disponibili in tutte le sfumature di colore della pelle.
Concludo questa litania dicendo che se il cibo è merce e i vestiti lo sono senz’altro, in questa epoca vacua ci tocca accettare che anche la morte in qualche modo lo sia. Siccome sono finiti i tempi in cui dobbiamo stracciarci le vesti per la genialità del social media manager di Taffo, forse possiamo dire che le battutine moraleggianti sul femminicidio o sul giorno della Memoria non fanno alcun effetto quando l’intento finale è quello di vendere qualcosa (magari il prodotto fosse il funerale e non la brand awareness o i corsi di comunicazione del social media manager “genio”). Siccome un anno esatto fa tutti gli influencer stavano su Instagram a condividere il Diario di Anna Frank e quest’anno sempre le stesse persone tacciono perché non hanno voglia di gestire le reazioni della community, io incrocio tantissimo le dita perché a qualche governo illuminato venga in mente di eliminare e vietare qualsiasi tipo di giornata nazionale.
Abbiamo disperatamente bisogno di giorni normali, di vestiti che non possono essere acquistati con il denaro e di mele buone da mangiare.
Il vino del mese
Vino, anche tu sei merce. Ma che merce!
Ho bevuto questo vino per un colpo di fortuna: alcuni amici lo stavano assaggiando e io passavo di lì, come nella canzone di Franco Cerri. Il Blanc Fumé de Pouilly Barre à Mine di Michel Redde et Fils ha la mineralità tipica del Pouilly Fumé e una grassezza elegante che si sentiva nonostante il freddo di gennaio.
Vorrei berne ancora per poter dire di più (e lo berrò, se no cosa siam qua a fare).
Il discorso sui soldi e sulla merce vale per tutti i lettori, tranne per voi clienti. Voi potete continuare a pagarmi, non fate caso a quel che scrivo.
di Camilla Garavaglia