Autore: Teo Parini

  • L’ultimo whisky per Shane Mac Gowan, volato in cielo a illuminare gli angoli più bui dell’umanità- di Teo Parini

    L’ultimo whisky per Shane Mac Gowan, volato in cielo a illuminare gli angoli più bui dell’umanità- di Teo Parini

    Se un gigante come Joe Strummer – per chi scrive, il più grande di tutti – dice di te che sei il più talentuoso poeta vivente, allora è molto probabile che la tua arte sia qualcosa di davvero speciale. Il compianto leader dei Clash, nonché icona di ogni popolo in lotta, aveva per Shane MacGowan una venerazione assoluta ma, fortunatamente, non era il solo in questo mondo. Di quanto fosse importante per noi lo ricordiamo oggi, purtroppo all’indomani della sua morte, magari ascoltando il suo pezzo più famoso, forse non il meglio riuscito in assoluto, che le radio, anche quelle che non lo hanno mai calcolato in vita, da ventiquattrore passano ininterrottamente: ‘Fairytale of New York’, il brano scritto in proprio e cantato insieme a Kirsty MacCall.

    Natalizio e struggente, perché non riguarda il lusso connesso della festività come tante altre insipide ballate che l’hanno preceduto e che faranno seguito, ma parla degli ultimi, di quelli dimenticati anche a Natale, che tra una bottiglia e l’altra non smettono mai di stare appesi alla vita che sembra non volerli contemplare. L’avevamo rimosso, peccato tornare a canticchiarlo ora, adesso che Shane dopo una tremenda agonia ha smesso di essere uno di noi. A beneficio di chi se la fosse persa, racconta la storia di un irlandese alcolizzato sbattuto in una cella di New York che, ascoltando il compagno di cella, ubriaco anch’esso, fischiettare una celebre melodia popolare irlandese, si commuove ripensando alla donna amata immaginandosi che il tempo insieme sarebbe arrivato. Insomma, per Babbo Natale, luci colorate e vie dello shopping rivolgersi altrove. Shane, con uno scritto più volte attaccato dalle truppe cammellate della censura bacchettona, ebbe così il pregio di ricordarci che non c’è Natale se non è per tutti.

    Scrisse pezzi anche più iconici, l’invito è quello di andarli a cercare, tanto che Sinead O’Connor lo definì un angelo, anche se perennemente vicino all’epilogo. Aveva 65 anni per l’anagrafe ma il fisico violentato da alcool ed eroina ne percepiva parecchi di più, tanto che sono in molti ad aver aver provato stupore nel sentire l’annuncio pensando che Shane fosse già morto da tempo. Invece, da tempo era bloccato su una carrozzina con troppa poca lucidità e quell’immagine per anni ci ha stretto il cuore, come le volte in cui vedi un amico prendere e buttarsi via. È proprio andata così.

    A lui e ad i Pogues, il suo gruppo per diverso tempo, il punk deve molto. E molti sono quelli che dicono che in quell’ambito tante cose, senza di lui, sarebbero andate diversamente, ad occhio e croce peggio ma noi siamo di parte. La sua, quella della rabbia di chi, davanti alle ingiustizie sociali perpetrate della Thatcher non china il capo; quella dell’autodeterminazione della sua terra, l’Irlanda, e dei suoi troppi morti per mano degli occupanti inglesi; quella della giustizia, meravigliosamente descritta nel pezzo dedicato all’omicidio di Garcia Lorca, uno che, al pari di lui, alle parole riuscì a dare del tu. Nato in Inghilterra, per ironia del destino proprio nel giorno di Natale, Shane si stabilisce presto in Irlanda, la sua origine, scegliendo le campagne di Tipperary abitate dai nonni. Un gigantesco luna park, come ebbe modo di dire raccontando la gioia di prati senza soluzione di continuità. Leggenda vuole che la vita musicale di Shane cambiò assistendo ad un concerto londinese dei Sex Pistols. È sotto al palco, quella notte, ad assorbire l’energia esplosiva di Johnny Rotten e compagni quando è un accordo stonato a dettargli la via.

    Torna a casa e fonda la sua prima band, i Nipple Erectors, insieme alla fidanzata dell’epoca ed il resto è storia. Proprio Rotten, provocatoriamente lo chiamava ‘Brit’, l’inglese, schernendo quella sua giacca siglata, chissà poi perché, dalla bandiera di Sua Maestà la Regina. Shane, in tutta risposta, cominciò a vagare per Londra con una gigantesca scritta IRA stampata in fronte accompagnato da una pecora al guinzaglio. Come a voler dire ‘Hey, Johnny, guardami bene, sono un irlandese”. Così, arriveranno presto i Pogues a far saltare in aria la nutrita comunità irlandese di stanza a Londra, animata e rinfrancata da quei racconti di rabbia, usanze, alcolismo, donne, povertà e riscatto.

    Non era certo facile essere un irlandese a Londra in quel periodo, al culmine del ‘Troubles’, come quelli di lingua inglese definivano con sdegno la questione indipendentista, e ancora peggio per uno come Shane che la società benestante avrebbe relegato volentieri ai margini perché non omologato. Difficoltà che divenne forza, forza che si tradusse in musica, note bagnate da quella che i suoi compatrioti chiamano ancora oggi ‘water of life’, il whisky, letteralmente acqua della vita. Una vita, quella di Shane, troppo in fretta giunta al capolinea. Una tempistica inversamente proporzionale al suo lascito, patrimonio di chi, come lui, ha scelto il lato più scomodo della barricata, quello dei meno fortunati.

    “Ora la canzone sta per finire / Forse non lo sapremo mai cosa significhi / Ma ho comunque una luce davanti a me / Sei la cifra dei miei sogni, la cifra dei miei sogni”.
    Ciao, amico Shane, fa’ buon viaggio. Ci si becca sotto al palco.

    Qualche scampolo della grandezza di Shane:
    https://www.youtube.com/watch?v=PSyL-TrD_2g

    https://www.youtube.com/watch?v=j9jbdgZidu8

    Irlanda libera

  • Fenomenologia Sinner: un’analisi approfondita- di Teo Parini

    Fenomenologia Sinner: un’analisi approfondita- di Teo Parini

    In senso assoluto, s’intende, perché che sappia giocare a tennis è inutile stare a ripeterlo di continuo. Che si cerchi di rispondere alla domanda proprio ora, all’indomani della straordinaria vittoria della Coppa Davis quasi integralmente targata Sinner e quando la tentazione di farlo con toni trionfalistici sarebbe financo comprensibile, per chi, come noi, cerca di non vendere tappeti è atto informativo dovuto.

    Un po’ d’ordine, quindi. Sinner è un classe 2001, ha ventidue anni abbondanti: due più di Alcaraz e di Rune, i quasi coetanei di maggiore insidia, anche se ventiquattro mesi a quell’età non sono pochi; cinque meno di Medvedev, che lo sopravanza seppur di poco nel ranking; quindici meno di Djokovic, che fa storia (e corsa) a sé. In questo preciso momento, l’analisi dello stato dell’arte può tranquillamente non includere altri giocatori, forse Zverev qualora riuscisse a ristabilirsi dal devastante infortunio occorso ormai diverso tempo fa, ed è un problema di qualità complessiva, perché la corsa allo scettro del tennis, con tutta probabilità, è ristretta a questi soli cinque: i primi quattro della classifica più il danese, che sarebbe lì in mezzo a sgomitare per il podio se solo non si fosse preso sei mesi sabbatici tra l’ultima primavera e l’inizio dell’inverno. Nell’attesa che qualcun altro si affacci ai piani alti con credenziali tecniche degne di nota, per tornare alla domanda iniziale, occorre capire, intanto, quanto siano competitivi gli avversari dell’azzurro, cosa abbiano ottenuto fino ad ora e che margini di crescita si pensa possano avere a stretto giro.

    Djokovic meriterebbe un enciclopedia ma, per farla breve, è il più forte giocatore della storia di questo sport. Alcuni storceranno il naso – noi, dal canto nostro, non guarderemmo una sua partita nemmeno sotto tortura ammesso non divida il campo con uno da Kyrgios in su, quindi l’australiano e basta – ma a dirlo sono i numeri. Tuttavia, il Djokovic 2023 che balbetta, per la verità nemmeno troppo, contro i rivali di cui sopra, se incrociasse la racchetta di quello del 2011 che bastonava le migliori versioni, o quasi, di Federer, Nadal e Murray – mica Rublev, con rispetto parlando – finirebbe con le ossa rotte. Mera questione anagrafica. Ciò, per dire con tutto il rammarico del caso che il tennis degli ultimi vent’anni ha fissato la sua eccellenza su livelli decisamente superiori di quelli oggi espressi dal gotha della disciplina. Preambolo a parte, il serbo, ad ora, quando conta vince quasi sempre lui. Per restare all’attualità, che si sia preso le Finals e non la Davis, con buona pace dei vincitori che hanno sempre ragione, non è per nulla un caso. A trentasei anni, Nole ha imparato benissimo a centellinare ogni goccia di sudore e a spendersi in maniera direttamente proporzionale al prestigio della manifestazione e, sempre per non raccontare frottole, un’insalatiera non vale per intero una messa. Lo slice di rovescio tremebondo, giocato sul primo dei tre match point avuti a disposizione contro Sinner a Malaga, a Wimbledon o a New York non lo sbaglierebbe nemmeno se gli sparassero dalla tribuna. Già dall’Australia tra qualche mese, l’uomo da battere per vincere uno Slam sarà ancora lui, nonostante tutto. Sinner ha rotto il tabù e nel giro di una settimana lo ha sconfitto due volte perdendo però malissimo nella circostanza più importante. La domanda, pertanto, è se Jannik sia pronto o meno a far fuori il serbo da uno Slam. Essere considerato forte passa da lì, senza sconti.

    Alcaraz è l’unico giocatore che nel 2023 ha battuto Djokovic in un frangente di palla che scotta. L’unico. Lo ha sconfitto nella partita più importante dell’anno, la finale dei Championships, a testimonianza della possibilità dello spagnolo di saper essere il più bravo di tutti. Con già due Major in saccoccia, traguardo che fa tutta la differenza del caso, Alcaraz è probabilmente il solo tennista potenzialmente epocale, per risultati e gioco, oggi in vita agonistica, una rigorosa questione di talento. Esondante, nel suo caso. Se ci si volesse fossilizzare solo su questo aspetto, quindi il saper giocare a tennis, i ragionamenti finirebbero qua perche Carlitos può vantare una qualità che sopravanza e non di poco la somma di quella in dote agli altri quattro competitor messi insieme, non c’è partita. Ciò che ancora lo separa dall’esercizio di una brutale tirannia, allora, sono una gestione non ottimale del serbatoio, a luglio era bollito ma è aspetto relativamente facile da risolvere, e, cosa assai più delicata, la voglia maniacale di essere il numero uno. In tutta onestà, su quest’ultimo punto non siamo in grado di mettere le mani sul fuoco. E a quanto pare nemmeno Ferrero, il coach, che di recente ha provato a pungolare il suo pupillo con un rimbrotto planetario. Vedremo in Australia se ha avrà sortito l’effetto sperato. Sinner, tennisticamente, non vale Alcaraz, anche se lo ha spesso battuto, ma non è una tragedia. Perché, sempre Alcaraz, e uno che non avrebbe nulla invidiare nemmeno ai Big Four anche nella loro versione deluxe, quindi non è certo una nota di demerito per l’italiano concedergli un sensibile distacco in termini di valore. Detto senza mezzi termini, si può essere molto forti e vincere molto meno dello spagnolo.

    Medvedev è un altro che sa benissimo come si vince uno Slam perché in un’occasione ha demolito Djokovic ad un passo dal Grande Slam e in un altro a regalato la coppa ad un incredulo Nadal. Brutto come la morte nella mimica e divertente come una casella esattoriale nel gioco, Daniil, con la defunta qualità della prima decade del millennio, sarebbe stato poco più di un buon top ten e di certo non un dominatore, ma con i tempi che corrono il suo tennis sparagnino di contrattacco gli è sufficiente per essere incluso nell’attuale cerchia dei migliori. Sinner, che per diverso tempo è sembrato non poterlo scalfire, ha imparato a batterlo con una certa regolarità ma non ancora sulla lunga distanza, quella dei Major, che è tutto un altro sport. Insomma, per Sinner, l’essere considerato forte in senso assoluto passa necessariamente per la capacità di disporre con relativo agio, più a Melbourne che a Vienna, di un giocatore come il russo, che resta eccezionale ma che sa fare (benissimo) due cose in croce.
    Rune, infine, è la variabile impazzita: la certezza è che non valga il miglior Alcaraz; il timore che si spera essere infondato è che possa avere picchi di rendimento più alti di Sinner. A valle di un 2023 orribile nel quale ha perso con imbarazzante regolarità contro giocatori di tre categorie inferiori, gli è stato sufficiente aver di fronte Djokovic per ritrovare in un amen il livello perduto. Ci ha perso due volte di seguito, vero, e una volta ha perso pure con Sinner, ma sempre sul filo di lana. In condizioni psicologiche di scarsissima fiducia, causa assenza di risultati degni di nota alle spalle, e fisiche di inerzia azzerata. Che, tradotto, significa avere possibilità future enormi qualora Becker, il suo nuovo allenatore, riuscirà a gestire un cavallo pazzo conscio del suo talento e, cosa che non guasta, infarcito di autostima tendente alla spocchia come solo i campioni sanno essere. Sinner gli concede il lusso di una mano decisamente più educata ma, almeno per ora, dispone di un colpo del ko che Rune non ha nelle corde e di una migliore capacità di esercitare pressione all’atto di condurre lo scambio. A bombardamento, insomma, Jannik si fa preferire. Anche in questo caso, essere forte, e sempre in senso assoluto, impone quantomeno di fare corsa spalla a spalla con Rune anche quando scende dal letto con il piede giusto e alza i giri del motore. Impegnativo ma sulla carta fattibile.

    La dovuta banalità in apertura di chiosa finale. Sinner è un grande giocatore come forse non si era mai visto alle nostre latitudini, anche se noi restiamo ancorati alla bellezza senza tempo di Panatta. Nessuno è così pazzo da metterlo in dubbio. Accantonati, però, i titoli da leggenda di questi giorni, per la verità sui generis perché viziati dalle scorie di una stagione agli sgoccioli, sarebbe meglio restare con i piedi per terra. Ci sono anche gli avversari e, per quanto detto, sono attrezzati e agguerriti anche più di quanto già visto. Accostare San Sinner da San Candido ai grandi del passato di questa disciplina è, in questo preciso momento, un azzardo.

    Due i motivi. Il primo è che per dare sostanza alla teoria occorre anche la fortificazione della pratica, quindi mettere a referto risultati pesanti. Un esempio? Battere Djokovic in finale ai prossimi Australian Open sarebbe un ottimo inizio. Il secondo è squisitamente tecnico e meriterebbe anch’esso un lungo discorso a parte. Sintetizzando, però, Cahill e Vagnozzi, gli allenatori, sono chiamati ad aggiungere qualità in diversi frangenti del gioco di Sinner che oggi, detto nel contesto del gotha dove è necessario fare le pulci ai tennisti, risulta scevro da efficaci variazioni sul tema. Un tema meraviglioso, quello azzurro, ma che resta uno. Trattasi dell’esigenza del sapere fare con costrutto più cose possibili per fronteggiare le difficoltà impreviste proposte da incontri via via più complessi.

    Con la consapevolezza che la mano non troppo educata, tipo quella di Sinner se paragonata a quella di un Alcaraz o di un Musetti, è sempre questione immutabile se non per intercessione divina. Quindi sì, è forte Sinner. Fortissimo. Che, in quanto a vittorie – considerato che per il gioco esaltante sarà sempre necessario rivolgersi altrove – possa diventare un giocatore segnante un’epoca, invece, è una delle possibilità concrete sul tavolo del tennis. Non è poco e lo scopriremo presto.

  • Italia in finale di Coppa Davis (alle 16 di oggi): noi siamo ancora qua.. eh già! Di Teo Parini

    Italia in finale di Coppa Davis (alle 16 di oggi): noi siamo ancora qua.. eh già! Di Teo Parini

    Siamo in finale, è tutto vero. Abbiamo un giocatore straordinario che, se al volo gioca piuttosto malino, in compenso tutto il resto dell’armamentario è da primo della classe, forse da dominatore. Del resto, dove lo trovi un altro satanasso come Jannik Sinner che, in bilico sul cornicione, annulla tre match point a Djokovic e lo infilza sul suo terreno di conquista preferito, lo sprint punto a punto? Oggigiorno, da nessun’altra parte che non sia in Italia. Dopo l’esibizione deficitaria (a fargli un complimento) di Musetti a complicare i piani azzurri – ci duole un sacco scriverlo, noi che amiamo visceralmente il suo tennis talvolta con pochi eguali al mondo – ha dovuto pensarci Sinner a mettere una pezza alle selezioni incomprensibili di capitan Volandri che ha scelto, appunto, il Lorenzo sbagliato per contrastare il non irresistibile Kecmanovic, lasciando in panchina Sonego a vantaggio del geniale carrarino ma in decisa crisi di identità e ormai da mesi incapace di vincere una partita che sia una. Sinner, prima ha zittito Djokovic nell’uno contro uno e poi lo ha zittito di nuovo prendendosi il doppio azzurro sulle spalle quanto bastasse per regolare l’improbabile coppia – o inguardabile, fate voi – composta dallo stesso numero uno al mondo visibilmente contrariato e, ancora, da Kecmanovic.

    Forza Sinner, quindi, con un Sonego nei dintorni della sufficienza e un Musetti da ricostruire nel fisico e nel morale. Senza lodare più del dovuto il Boniperti-pensiero, oggi più che mai serviva una vittoria e vittoria è stata, dunque non è il caso di fare gli schizzinosi. Tornare in finale in Coppa Davis dopo un quarto di secolo, infatti, è davvero una bella sensazione. In questo momento di tennistica euforia, il pensiero di chi ha almeno una quarantina d’anni sulle spalle corre veloce all’inverno del 1998. Anno di grazia di Pantani, con l’accoppiata Giro-Tour, e di disgrazia con la tragedia del Cermis. Milano, al solito fredda e umida, indossa il vestito della festa per l’atto finale della Coppa Davis e la Federazione prepara il Forum con il campo in terra battuta, detto senza timore di smentita, più lento della storia del tennis, una palude.

    Due le ragioni: un po’ per mettere in difficoltà i nostri avversari sulla carta meglio attrezzati per le superfici rapide; molto per esaltare l’attitudine terricola che rasenta la nobiltà di Andrea Gaudenzi. Il nostro miglior giocatore nonché compagno di allenamento e depositario dei segreti di Thomas Muster, quello che sul mattone tritato non perde praticamente mai. Andrea, però, è al rientro da una fastidiosa artroscopia alla spalla. Anzi, affretta il rientro proprio per l’epocale occasione ma, si sa, forzare i tempi biologici non è mai una decisione saggia. Almeno non lo fu in quella circostanza. Un gladiatore ha spesso un solo grande difetto, non ascolta mai gli assiomi di Madre Natura. Alla fine dello scorso millennio, non sono in molti a potersi fregiare di quel titolo di combattente ma uno di questi è proprio il faentino forgiato dal sergente Ronnie Leitgeb, guru di abnegazione e fatica. Testa bassa e pedalare, quindi.

    All’esordio, in un venerdì che finirà per essere maledetto, l’avversario di Gaudenzi è lo svedese Magnus Norman, un vichingo di quelli tignosi che solo qualche anno più in là raggiungerà la seconda piazza del ranking mondiale, e il match, lo si intuisce fin dagli albori, non sarà una passeggiata. Anzi, in campo il tennis e brutale, per la verità più passionale che bello, nel clima da torcida che notoriamente descriveva all’epoca la più importante kermesse per nazioni, dove anche il pubblico è, anzi era, differente, quasi calcistico. Nel pomeriggio che diventa presto sera, benché imbottito di antidolorifici, Andrea soffre le pene dell’inferno proprio per quella spalla passata per le mani del chirurgo ma non ancora del tutto ristabilita. Dopo un inesausto braccio di ferro nella palude che sembra inghiottire i protagonisti sotto una coltre di polvere rossa, Gaudenzi, ormai ad un passo dal baratro ma sospinto da quindicimila tifosi indemoniati e trasfigurato in viso dal dolore lancinante, stoicamente risale la china e, trovando chissà dove le energie necessarie, scolpisce nel marmo una rimonta alla quale sono rimasti in due a crederci. Il diretto interessato, ovviamente, e Giampiero Galeazzi, compianta voce narrante di quegli indimenticabili pomeriggi popolari, tutti pane e salame e tinte azzurro cielo.

    Gaudenzi sporca i colpi, esasperando le rotazioni per disinnescare il rivale, e Norman, imperterrito, lascia andare il braccio come un cecchino al fronte. Stratega d’acciaio il primo, colpitore chirurgico quell’altro. Ciò che però li accomuna è un’indomita voglia di prevalere. L’inseguimento dell’italiano alla lepre svedese diventa, insieme, feroce ed entusiasmante. Quando manca poco al traguardo delle sei ore di gioco, la bordata liberatoria scagliata da Andrea con il servizio che vale il sorpasso, probabilmente decisivo, nel punteggio è accompagnata da un rumore sinistro. Il palasport, arroccato nella periferia di Milano e sopraffatto dal chiassoso traffico delle tangenziali lì intorno, è ormai una bolgia dantesca ma il crack che scuote l’aria sugli spalti lo sentono davvero tutti. È il tendine della spalla che si spezza in due come un elastico messo in croce dalla ripetizione di tensioni al limite del sopportabile. In campo scende lo stesso gelo invernale che c’è fuori. Gaudenzi, che non uscirebbe dal palazzo se non da morto, prova a riprendere in mano la racchetta con un arto fuori controllo e non serve essere ortopedici per comprendere che è davvero tutto deciso. Tutto. Perché, con il morale sotto alle scarpe, Sanguinetti – il nostro numero due, uno che subisce la terra rossa non meno di quanto Lendl abbia in passato penato sui prati, quindi parecchio – finirà da lì a poco per essere malamente travolto da Gustafsson, prima che, l’indomani, il doppio, composto ancora dallo spezzino con il più avvezzo Nargiso, uscisse surclassato dall’incrocio con il duo svedese formato dal sempre competente Bjorkman e dall’onesto mestierante Kulti. Tre a zero, giù il sipario.

    Ancora una volta, la speranza che la vittoriosa campagna cilena del 1976, quella della “Squadra” capitanata da Pietrangeli con Panatta quale uomo della provvidenza, avesse un seguito altrettanto glorioso era naufragata, tra sfortuna e altrui bravura. Andrea Gaudenzi, da par suo, pagherà in maniera salata quella giornata eroica ma senza lieto fine, perché a certi livelli non riuscirà mai più ad esprimersi. Il suo, a conti fatti fu un sacrificio estremo che lo colloca tra i più meritevoli interpreti dei weekend azzurri di Coppa Davis, quelli che hanno avuto il merito di avvicinare al tennis milioni di spettatori. È passato un quarto di secolo e, con la manifestazione che nel frattempo ha cambiato pelle e pure in peggio, l’Italia ha quest’oggi una seconda enorme possibilità per tornare sul tetto del mondo. Tra noi e l’Insalatiera più iconica dello sport tour court c’è l’Australia, compagine che di Davis in bacheca ne ha a bizzeffe ma che, onestamente, poche altre volte nel suo glorioso passato è stata così poco competitiva, misteri di uno sport diabolico e difficilmente pronosticabile.

    Sulla carta, avremmo la possibilità di chiudere la contesa già dopo i due singolari, nonostante le scelte talvolta bizzarre di Volandri, il nostro selezionatore. Dover fare ricorso al doppio decisivo, invece, potrebbe essere piuttosto sconveniente per l’Italia, in quanto Sinner e Sonego, al cospetto di due doppisti di professione, potrebbero non essere sufficienti e la loro doppia vittoria con Olanda, prima, e Serbia, poi, non deve trarre in inganno. Certi treni non passano spesso, figuriamoci alle nostre latitudini, quindi sarebbe davvero magnifico se riuscissimo a prendere quello in partenza da Malaga con destinazione paradiso. “Andiamo a vincere l’oro”, direbbe, con il fiatone di chi ci mette tutta la passione di questo mondo, Bisteccone Galeazzi se solo fosse ancora tra noi. Se saremo in grado di dare una mano all’uomo capace di disarcionare Djokovic, San Sinner da San Candido, questa volta la benedetta Coppa Davis la solleviamo noi. Per Gaudenzi, che tanto se la sarebbe meritata, e per tutto il movimento che, dopo decenni di pane duro, si è finalmente fatto grande.

  • Coppa Davis: oggi Italia Serbia, con la mente rivolta alla ‘Squadra’ del1976- di Teo Parini

    Coppa Davis: oggi Italia Serbia, con la mente rivolta alla ‘Squadra’ del1976- di Teo Parini

    L’ultima nonché unica volta fu un’esperienza non solo tennistica. Anzi, di tutto un contesto che a chiamarlo polveriera si sottovaluta la portata della storia, il tennis fu probabilmente l’aspetto meno caratterizzante. Si parla del trionfo italiano in Coppa Davis in Cile, disputata nella sua formula originale malauguratamente soppressa e sostituita con l’attuale surrogato, nel lontano 1976. Cile, in quei giorni, significa Augusto Pinochet e il regime militare degli orrori; 1976, invece, significa oro, il colore della stagione di grazia di Adriano Panatta. Quella dei sigilli a Roma, a Parigi e, appunto, a Santiago: il triplete azzurro messo a segno dal più grande giocatore nato entro i nostri confini.

    Adriano Panatta, Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli, con Nicola Pietrangeli nel ruolo di capitano non giocatore, è la filastrocca che ricorda la squadra di Coppa Davis alla quale dev’essere riconosciuto un merito enorme, quello di aver trasformato la nostra disciplina preferita, un tempo elitaria e pure snob, in una manifestazione ludica popolare. Un gruppo di uomini che ha preso lo sport di pochi per farne una passione di molti.

    Nel 1976, appunto, l’occasione era ghiotta per dare una svolta a tutto il movimento. Tra l’Italia e l’insalatiera più famosa al mondo restava da battere la compagine cilena, che forse non era un granché ma giocava in casa all’interno di una bolgia dantesca con un nome che evoca ancora oggi terrore. Si trattava, infatti, del famigerato Estadio Nacional, la tomba degli oppositori del regime, e la specificità tragica della situazione pose in essere il dubbio se fosse opportuno esserci o meno. L’Unione Sovietica, per esempio, la semifinale si era rifiutata di disputarla su ordine categorico del Presidente Breznev che non accettò di ospitare in patria la delegazione cilena ma anche in Italia erano molti quelli dello stesso avviso.

    Il “compromesso storico”, anch’esso targato 1976, e la politica interna mantenevano una questione evidentemente non solo sportiva in stato di stallo, ingessata, e, leggenda vuole che a sbloccare la situazione fu il partito comunista cileno che, sottotraccia, prese accordi con l’omologo italiano – all’epoca forte di dieci e più milioni di votanti quindi di una certa influenza – affinché si disputasse l’incontro, proprio per impedire al governo cileno di esibire a mo’ di propaganda il trofeo. Panatta, in merito, non aveva mai avuto il benché minimo dubbio e convinse l’amico Barazzutti non solo a scendere in campo ma a farlo indossando una maglietta rossa: il colore dei fazzoletti delle madri cilene, quello del sangue versato dal popolo cileno e quello dell’opposizione al modello dittatoriale di mondo. l’Italia vinse la Coppa più surreale di sempre, un’edizione volutamente trascurata dai media di casa nostra con i protagonisti che non ricevettero il doveroso tributo per l’impresa, al punto che ci vollero trent’anni prima che si facesse luce sugli avvenimenti di quei giorni, insieme, tribolati e gloriosi.

    Quarantasette anni più tardi, l’Italia ha di nuovo la possibilità di tornare in cima al mondo del tennis grazie a due ottimi motivi. Il primo è legato alla qualità e all’abbondanza che contraddistingue oggi il movimento azzurro. Che se un Djokovic non ce l’ha, del resto lo hanno solo i serbi, in compenso può vantare, da Sinner in giù, almeno cinque o sei giocatori di livello assoluto. Tanto da poter tranquillamente sopperire ai tormenti fisici di Berrettini, il vero numero due del team che sta assaggiando più infermeria che campo. Il secondo, l’opportunità imminente. Con la vittoria ai danni dei non irresistibili Paesi Bassi, l’Italia si è assicurata l’accesso in semifinale da disputarsi contro la Serbia, prima di un’eventuale finale contro la vincente tra Australia e Finlandia.

    Quella contro Djokovic e compagni ha tutta l’aria di essere una finale anticipata, non ce ne vorranno gli altri sfidanti, e il compito non è affatto impossibile. Nelle pieghe della nuova (pessima) formula, quella senza il pubblico amico e al meglio delle tre sole partite, succederà che il nostro primo giocatore, Sinner, dovrà vedersela contro il numero uno avversario, oltre che del mondo, Djokovic.

    Mentre, nella successiva battaglia dei numeri due, all’azzurro scelto da Volandri, che si spera potrà essere Sonego più che Arnaldi, capiterà di incrociare la racchetta di uno dei non irresistibili Kecmanovic, Djere e Lajovic. Tutto ciò, prima del doppio che, fosse anche decisivo, sulla carta non ci vede peggio attrezzati dei serbi, soprattutto dopo aver constatato le qualità d’insieme del duo formato da Sinner e Sonego e con la possibilità di avvalersi anche di Bolelli e, perché no, Fognini; una coppia, quest’ultima, capace di vincere anche una prova del Grande Slam.

    Insomma, con l’imminente conclusione delle Finals di Coppa Davis a Malaga, per le quali occorre pazientare solo fino a domani, l’insalatiera cilena potrebbe non essere più la sola ad impreziosire la bacheca azzurra e, quindi, questo weekend di inizio inverno potrebbe significare una pagina storica per il tennis italiano. Ancora una volta, dopo le pagine scritte a Wimbledon da Berrettini e a Torino da Sinner, sarà ancora quel diavolo di Novak Djokovic il giudice supremo a fare da spartiacque tra vittoria e sconfitta. Sarebbe davvero il caso di mettere fine alla sua tirannia e al nostro digiuno.

    In bocca al lupo.

  • Atp Finals: la dura legge di Djoker non piega l’amore dell’Italia per Sinner. E adesso, operazione futuro- di Teo Parini

    Atp Finals: la dura legge di Djoker non piega l’amore dell’Italia per Sinner. E adesso, operazione futuro- di Teo Parini

    Con i se non si fanno grandi cose, ma a guardare la scoppola rimediata ieri sera, peraltro abbondantemente annunciata, il pensiero che Sinner avrebbe fatto bene a fare fuori Djokovic tra le pieghe del regolamento del round robin deve essere passato per la testa di molti. Perché di partite giocate con un occhio alla convenienza la storia delle ATP Finals è piena e se Jannik avesse scelto deliberatamente di perdere il terzo set del match vittorioso contro Rune nessuno tennisticamente sano di mente gli avrebbe rimproverato nulla.

    Trovarsi in finale il serbo, in uno spaventoso crescendo di condizione e per giunta incazzato dopo aver perso lo scontro diretto nel girone, è evenienza sconveniente senza pari nel tennis e, francamente, viene da dire che un Master (come ci piacerebbe continuare a chiamarlo) in cascina val sempre bene un pizzico di pragmatismo, con buona pace dei moralisti da divano. Tutto ciò, in quanto dell’attesissima partita odierna non è che ci sia troppo da raccontare perché, di fatto, una partita con tutti i sacramenti non c’è stata. Capire dove arrivino i meriti di un Djokovic comunque in versione d’annata e i demeriti di un Sinner brutto oltre ogni previsione è impresa ardua ma tant’è che difficilmente si sarebbe potuto assistere ad una sfida meno stimolante in termini di spettacolo. Djokovic sembra aver rubato il servizio killer al suo allenatore, Ivanisevic, e sente i colpi come un direttore d’orchestra governa le sette note.

    Dall’altra parte, a destra per Sinner è una tragedia: il dritto, il suo colpo più costruito, esce dalle corde con inaudita fatica e la palla, con ancora più fatica, riesce a trovare il campo. Insomma, notte fonda. Sembra, quindici dopo quindici, il più classico dei mismatch della pallacanestro, quando l’attaccante affronta l’avversario in perenne condizione di vantaggio. Probabilmente anche la tensione deve aver giocato un brutto scherzo all’azzurro, ci sta tutta. Del resto, anche i più forti – e Sinner lo è – hanno molto da imparare in quanto a gestione della pressione in partite di questa importanza capitale.

    Un break nel quarto gioco del primo set, con Jannik che sciupa un vantaggio di 40-15 con una volée tremebonda che rimette in vita l’avversario già pronto ad andare a servire, e un break quasi già scritto nel gioco d’apertura del secondo parziale, mandano in archivio l’edizione 2023 delle Finals che significa per Novak il titolo numero sette – altro record assoluto, staccato Federer fermo a quota sei – e la conferma che, Alcaraz non spremuto a parte, negli ultimi dodici mesi le partite che contano, gira e rigira, le ha vinte sempre lui e il più delle volte senza neanche sudare troppo. Quello di Sinner resta un torneo eccezionale e l’imbarcata conclusiva, dalla quale un lavoratore come lui saprà senz’altro fare tesoro, non sposta di un millimetro i giudizi lusinghieri che si è ampiamente meritato nel corso della settimana sabauda. La certezza, sempre per restare in casa dell’altoatesino, è che altre partite come questa verranno e, quantomeno per mere questioni anagrafiche, non sempre sarà il giocatore più vincente di ogni epoca, Djokovic, a contendergli il trofeo.

    Chiosa finale d’obbligo per il serbo. Nel perimetro di validità dell’assioma bonipertiano, per il quale vincere è l’unica cosa che conta senza che il ‘come’ rappresenti un dettaglio apprezzabile, il GOAT – Greatest Of All Time, per i meno avvezzi agli acronimi giovanili – è lui, con i rivali di ogni generazione, passata e presente, che inseguono ormai a una distanza siderale. In ogni caso, per le eventuali rivincite tennistiche non ci sarà da attendere molto. Giusto il tempo dei botti di Capodanno e qualche calice di spumante ed i riflettori saranno già puntati sul primo Major stagionale, l’Happy Slam australiano. Perché il tennis non si ferma mai, proprio come questo insaziabile Djokovic. Ad maiora.

  • Atp Finals: Sinner cammina sul cornicione della storia. Di Teo Parini

    Atp Finals: Sinner cammina sul cornicione della storia. Di Teo Parini

    Nemmeno una bestia nera è per sempre. Jannik Sinner aveva inanellato una serie di sconfitte in fila contro Daniil Medvedev al punto da fare pensare che il formidabile gioco di sbarramento del russo fosse per lui definitivamente indigesto. La conferma alla regola mutuata dal calcio per la quale, se gli attacchi fanno vendere i biglietti, alla lunga sono le difese a fare vincere le partite. Invece, dopo sei scoppole pedagogiche, a Pechino non troppe settimane fa, lo studioso Sinner ha invertito la rotta e con due set in fotocopia chiusi al tie-break ha fatto suo match e torneo. Che non fosse un caso isolato lo si è capito da lì a poco quando, questa volta a Vienna, a prevalere è stato ancora una volta l’azzurro. Jannik, al termine di una lunga rincorsa cominciata a Marsiglia tre anni e mezzo prima, dimostrava di aver agguantato il livello del numero tre del mondo, depositario di un tipo di gioco fastidioso come forse nessun altro. Con queste premesse, in aggiunta all’inerzia favorevole che le recenti vittorie gli hanno garantito, Sinner è sceso in campo quest’oggi, ovviamente contro il moscovita, per la partita probabilmente più importante della sua giovane carriera, il lasciapassare per la finale delle ATP Finals. Le condizioni al contorno erano le migliori possibili: campo indoor veloce come il ghiaccio e tifo amico plebiscitario.

    Il meglio che c’è per far valere il bombardamento, in questo momento, più feroce del circuito. Jannik, istruito alla perfezione dalla lungimiranza di Cahill unita alla vitalità di Vagnozzi, ha svolto così bene il piano assegnato. Medvedev non ha affatto giocato male, anzi, a testimonianza della velocità di crociera che ha impostato Sinner qui a Torino e che per ora nessuno è riuscito a seguire fin sotto allo striscione d’arrivo. Una statistica significativa già a metà del primo parziale vedeva Sinner in un vantaggio schiacciante, quella dei punti vinti negli scambi sotto i cinque colpi. Tradotta, significa che in una corsa impostata con il piede pigiato sull’acceleratore è Jannik quello con le marce più alte. Medvedev, conscio di ciò, ha provato a essere più propositivo del consueto per non farsi aggredire già ad inizio scambio, denotando sagacia tattica, ma ciò non gli è bastato per arginare la valanga azzurra.

    Il primo parziale è volato via piuttosto in fretta. Sinner, avanti per quaranta a zero nel terzo game e con un gioco per parte a referto, si incarta inaspettatamente e quattro punti in fila vinti dal russo gli costano una sanguinosa palla break che annulla con il servizio, prima di mettere in ghiaccio un importantissimo turno di battuta. Al cambio di campo, con gli attori a ruoli invertiti, si ripropone lo stesso identico copione ma in questo frangente un rovescio affossato in rete da Medvedev dà a Sinner il break che, di fatto, decide il primo set. Perché, da lì in poi, il match segue l’ordine dei servizi fino al 6-3 finale senza sussulti degni di nota. Non essendo bravi a vedere tappeti, bisogna riconoscere che, tifo campanilistico a parte, non ci si è divertiti oltre al minimo sindacale, garantito dal ritmo forsennato caratterizzante gli scambi e poco altro.

    Secondo set e niente di nuovo. Match che scorre rapido, scandito dall’efficacia dei servizi e zero concessioni alla fantasia. Medvedev si ostina a rispondere da lontanissimo per la gioia dello slice di Sinner ma, in compenso, la battuta è una sentenza che lo tiene alla larga dai guai. L’impressione è che basti davvero un nonnulla, un piccolo passaggio a vuoto, per indirizzare un parziale decisamente equilibrato. Sinner sbanda un po’ solo nel corso di un estenuante game numero otto, nel quale Medvedev ha anche la palla del 5 a 3, ma, come forse più giusto per quanto visto in campo, si va al tie-break con qualche piccolo rimpianto anche per l’altoatesino, in un paio di occasioni ad un soffio dalla palla break. In una giornata meno brillante di altre volte al servizio, Sinner adesso fatica un po’ a condurre le operazioni, complice anche un vistoso calo di aggressività, e l’allungarsi dei rally comincia a favorire un maratoneta come Daniil che, al contrario, continua a mettere giù servizi deflagranti con la puntualità di una cartella esattoriale. Scontato l’epilogo, 7-6 che parla russo e contesa che sarà quindi decisa dal terzo set.

    Con il dj che malauguratamente imperversa sulle tribune, Medvedev si concede i servigi del fisioterapista, in quella che è una pessima e generalizzata abitudine contemporanea, mentre Sinner, zompettando a bordo campo, prova a riordinare le idee non particolarmente sagaci della fine del secondo parziale, oltre che a non raffreddare troppo il motore. Jannik ha un piccolo vantaggio, è lui a servire per primo. Adriano Panatta, in cabina di commento, è lapidario quanto lucido: per prendersi la finale, a Jannik serve tornare ad essere quello di inizio match: asfissiante e sbrigativo. Fare match di corsa, lapalissiano, può essere un suicidio. Compito eseguito alla perfezione già nel secondo game nel quale Sinner, alla terza occasione utile, strappa il servizio al numero tre del mondo che, per la verità, ci mette molto del suo con un doppio fallo finale. Così, in un amen, è tre a zero Italia. Fiamma rossa dell’ultimo chilometro decisamente vicina.

    Medvedev è furibondo, un po’ con sé stesso e molto col pubblico mai particolarmente scorretto. Il servizio continua ad essere la sua stampella più efficace ma, adesso, il punteggio fa sì che il match si giochi nei turni di un Sinner che in questo momento sembra in controllo, come quelle volte in cui Alain Prost, presa la testa della corsa, si rendeva inattaccabile pur senza strafare. Tanto che, avanti già per quattro giochi a uno, la terza palla break a suo favore ha il profumo del match point. Per quello vero è questione di qualche minuto: Medvedev non c’è più e per Sinner vuole dire finale. La prima di sempre per un azzurro nell’ATP Finals con il titolo di Maestro che, adesso, dista solo un passo. Che maturità, Jannik. E che giocatore.

  • Atp Finals: alla scoperta di ‘bulletto’ Rune, svedese venuto dal freddo che stasera sfida Jannik Sinner- di Teo Parini

    Atp Finals: alla scoperta di ‘bulletto’ Rune, svedese venuto dal freddo che stasera sfida Jannik Sinner- di Teo Parini

    Piccolo riassunto. Jannik Sinner, per non doversi mettere con la calcolatrice in mano a contare set o forse anche game vinti e persi, ha un’ottima scappatoia: battere Holger Rune nello scontro diretto di questa sera. Una sconfitta in due set quasi sicuramente lo estrometterebbe dal torneo mentre una in tre set lo sottoporrebbe, appunto, alla roulette della conta. Insomma, un’evenienza possibilmente da scongiurare. Ma chi è il suo avversario? Se agli aficionados il danese è noto da tempo, ben prima che facesse irruzione in Top 10, non è detto che lo sia per alcuni spettatori occasionali, l’altra sera nel match di Sinner contro Djokovic erano più di tre milioni davanti alla tivù, che la contingenza favorevole ai nostri colori sta avvicinando al tennis.

    Holger Rune, danese classe 2003 quindi vent’anni appena compiuti, sul campo da tennis non è tipicamente il ragazzo più simpatico ed affabile di questo mondo, anzi, è avversario da evitare come la peste per almeno due ragioni: è un tennista di razza che ha la capacità innata di tirare fuori dalla grazia degli dèi i suoi avversari, causa comportamenti che si muovono tra le pieghe del regolamento oltre che della correttezza. Rune, per inquadrare tennisticamente ma anche caratterialmente il personaggio, è quel bulletto della scuola che, oltre a infastidire i compagni, non sbaglia i compiti in classe e, pertanto, i professori hanno lo stesso un occhio di riguardo nonostante l’insufficienza rimediata in condotta.

    Le cattive notizie, almeno per noi campanilisti il giusto, non finiscono qui, perché il nostro Sinner ne ha già incrociato la traiettoria in due circostanze ed entrambe le volte è uscito anzitempo dal torneo. Ciò per ribadire un pensiero già anticipato a monte della compilazione dei gironi e nella speranza poi tradita di non trovarci in questa particolare situazione. Anche per il formidabile Jannik di questi tempi non sarà una passeggiata di salute disporre di Holger.

    Per la verità, lo sarebbe stato sicuramente fino ad un mesetto fa perché Rune, immerso nelle financo comprensibili mattane post adolescenziali, veniva da una stagione tremebonda e, ancora peggio, pareva non essere più in grado di vincere una partita che fosse una. A Shanghai, nel Mille cinese, ad inizio ottobre non riusciva a fare meglio che vincere due-game-due contro il non trascendentale Nakashima e qualche giorno più tardi ci lasciava le penne contro Kecmanovic, un altro che ha almeno un paio di categorie meno di lui. Tanto che la terza sconfitta di ottobre, questa volta a Basilea contro Auger-Aliassime, uno che a differenza degli altri due forte lo è per davvero, era sembrata financo accettabile, considerati i tempi di vacche magre. Però, come accade solo ai grandi giocatori e Rune lo è, basta poco per raccogliere i cocci e rimettersi in corsa. Magari portando nel proprio angolo un vecchio marpione come Boris Becker, pessimo businessman di sé stesso ma uomo di inesausta conoscenza del gioco.

    È ancora ottobre, infatti, quando a Parigi-Bercy il tabellone gli riserva in dote lo spauracchio Djokovic e ci manca un pelo perché il danese non estrometta il serbo dall’ultimo Masters 1000 stagionale al termine di una battaglia punto a punto. Un livello di gioco impensabile solo fino a qualche giorno prima. In sostanza, gli è stato sufficiente misurarsi con il più bravo di tutti per alzare a comando l’asticella e l’orgoglio, roba da fenomeni. Così, tanto per fissare il concetto, Rune ha replicato la brillante performance in maniera pressoché identica all’esordio di queste ATP Finals, lasciando il passo, sempre sul filo di lana e con punteggio sostanzialmente analogo, ancora al numero uno del mondo, costretto a sfiancarsi fino all’ultima goccia di energia per avere la meglio. Morale, gli indizi sono sufficienti, l’ex numero 4 del ranking mondiale, nonché vincitore di quattro titoli di cui un Masters 1000, è tornato a sedersi dove gli compete. Una disagevole situazione perché, con ancora negli occhi il match di Sinner di ieri l’altro e quindi in preda a troppo facili entusiasmi, non bisogna dimenticarsi quella che è la domanda fondamentale. Siamo sicuri che, per quanto visto fino ad oggi nelle rispettive giovani carriere, il miglior Sinner sia più forte del miglior Rune? Noi no, almeno non ancora.

    Rune è, al pari di Jannik, prototipo del tennis contemporaneo e, pertanto, corri-e-tira come ragione di vita tennistica. A differenza dell’azzurro, non imprime la stessa velocità ipersonica alla pallina e non esercita analogo bombardamento. La sensazione, quindi, è che a Sinner sia sempre sufficiente un solo pugno per il ko mentre a Rune si renda necessario un maggiore lavoro ai fianchi con l’uso del jab. Un po’ come Hagler, l’azzurro, contro Leonard, il danese. In compenso, vanta una mano decisamente più educata. Morale, quando, per fare esempio, Rune gioca la palla corta, ecco che dalle sue corde esce il colpo proprio come deve uscire che significa, appunto, dare alla palla del tu. Come l’azzurro, inoltre, si fa preferire dal lato del rovescio, colpo bimane che lui stesso definisce, sicuramente esagerando un po’, il migliore del mondo. Del resto, che non gli faccia difetto l’autostima – al quasi conterraneo del meraviglioso nonché idolo del nostro Direttore Fabrizio Provera, lo svedese Kent Carlsson (sia sempre lode al suo grande nome di terraiolo) – è cosa assolutamente nota; un’ostentata sicurezza nei propri mezzi tendente alla spocchia tale da fargli appiccicare addosso l’etichetta di cattivo ragazzo, che, se cattivo non lo è, insopportabile lo è di sicuro. E sarà bene per Jannik non cascare in qualche tranello che Rune andrà magistralmente a sciorinare qualora l’andamento del match lo rendesse necessario. Perché capace, quest’ultimo, di fare saltare i nervi anche ad un novello Gandhi come l’altoatesino.

    In definitiva, quanto appena raccontato è al solo scopo di mettere in guardia i nuovi tifosi di Sinner, poco avvezzi alle dinamiche al contorno e arrivati al tennis come conseguenza di un momento storico dalla tinta azzurro cielo alpino, sul fatto che questa sera ci sarà da guadagnarsi la pagnotta e che la granitica certezza della presenza di Jannik in semifinale qui a Torino è meglio lasciarla ai venditori di tappeti intenti solo a cavalcare l’onda buona. Noi, questa sicurezza, non ce l’abbiamo. In ogni caso, risultato a parte, è comunque interessante osservare in prospettiva 2024 come Sinner abbia saputo gestire le scorie, anche emotive, della prima vittoria in carriera contro Djokovic e se, come plausibile, ciò possa rappresentare il suo turning point, lo switch da grande giocatore al campione epocale che l’Italia, dopo Adriano Panatta, non ha più avuto.

    Buon tennis a tutti.

  • Atp Masters: da oggi, nella Torino sabauda, Sinner cerca la gloria assoluta e senza tempo- di Teo Parini

    Atp Masters: da oggi, nella Torino sabauda, Sinner cerca la gloria assoluta e senza tempo- di Teo Parini

    Si parte. Oggi pomeriggio Sinner e Tsitsipas aprono le danze, le Nitto ATP Finals di Torino, il Master per i più nostalgici, possono cominciare. Perché tanta enfasi? La kermesse di fine anno, che vede partecipare i migliori otto giocatori al mondo, non sarà il momento più importante dell’intera stagione come ha dichiarato lo stesso Tsitsipas con un evidente surplus di euforia – si sa, gli Slam restano tutto un altro obiettivo in quanto a prestigio – ma in casa Italia non si ricorda un’edizione nella quale potenzialmente un azzurro avesse potuto fare bene come questa volta. Sinner non è il favorito, del resto chi potrebbe esserlo con Djokovic tra i piedi, ma ha nel mazzo più di un asso per provare a contendere il titolo al serbo fino alla finale dove, per gli incastri fuoriusciti dalla compilazione dei gironi, potrebbe essere chiamato all’impresa.

    I gironi, intanto. A nostro avviso, a Jannik è andata bene, non benissimo. È nel gruppo pilotato da Djokovic e, anche se sembra un’eresia, era forse auspicabile. Può incontrarlo una prima volta, infatti, senza l’ansia dell’eliminazione diretta e, chissà, prendergli le misure per l’auspicabile remake in finale, dopo una semifinale, sempre ipotetica, più morbida. La cattiva notizia è che dal sorteggio, oltre al greco che in questo momento non appare un problema insormontabile, nello slot tra Zverev e Rune la sorte ha scelto il norvegese che, tra i due, ha in serbo il livello di gioco nettamente più alto. Tra l’altro, Rune, dopo un’estate tremebonda avara di vittorie e pregna di mattane, sembra aver trovato il tennis perduto, tanto che a Parigi, non più tardi di una settimana fa, per un pelo non manda a casa proprio Djokovic.

    Insomma, lo scontro Sinner-Rune potrebbe essere una sorta di eliminazione diretta già durante il round robin. Tutto o niente contro uno che è talentuoso quanto insopportabile come Rune non è tipicamente il meglio che ci si possa augurare. Niente di tragico, comunque, se si considera quanto Sinner abbia messo in mostra tra Tokyo e Vienna, con gli scalpi di Alcaraz e Medvedev e la sicurezza con la quale ha condotto in porto i match disputati da favorito, quelli insidiosi perché si ha tutto da perdere e quasi nulla da guadagnare.

    Un passo alla volta. Jannik, giusto dirlo, ha un bilancio sfavorevole con Tsitsipas. Gli head-to-head, infatti, recitano un deficitario due a cinque, tuttavia ha vinto l’ultimo match di Rotterdam, peraltro l’unico disputato in condizioni di campo veloce indoor come succederà qui a Torino. Il greco, uno già capace di arrivare in finale negli Slam, non è sprovveduto ma questo Sinner ha dimostrato di poter alzare l’asticella oltre le sue attuali possibilità, forse minori di quelle che era lecito attendersi qualche tempo fa quando pareva destinato a recitare un ruolo ancora più importante nel circus. Insomma, un risultato diverso dalla vittoria dell’altoatesino, oggi, sarebbe una mezza sorpresa.

    In serata, invece, Rune andrà a misurare la temperatura di Djokovic e, campanilisticamente parlando, sarebbe un bene se non compiesse il miracolo per non obbligare poi l’azzurro a fare altrettanto per restare vivo e vegeto nel torneo. Un po’ di tifo contro, per una volta, ce lo concediamo.

    Una previsione, forse più una speranza che la pragmaticità dei bookmakers, quelli veri: Sinner vince in due set, Djokovic in tre. Sarebbe il modo migliore per dare l’assalto al Master, manco a dirlo, un trofeo che in casa Italia non lo si è mai visto e ci starebbe benissimo. E poi, parafrasando Tommasi, i pronostici li sbaglia soltanto chi lo fa.
    Buon tennis.

  • Tennis, Sinner al ‘gran ballo’ delle Finals di Torino: in gioco lo scettro del più forte (italiano) di sempre- di Teo Parini

    Tennis, Sinner al ‘gran ballo’ delle Finals di Torino: in gioco lo scettro del più forte (italiano) di sempre- di Teo Parini

    L’ultimo Masters 1000 della stagione, quello di Parigi-Bercy, se l’è aggiudicato Novak Djokovic com’era facilmente prevedibile, soprattutto dopo il ritiro del nostro Sinner, a causa di scempiaggini organizzative che lo hanno costretto a fare le ore piccole, e le premature sconfitte di Alcaraz e Medvedev, giunti in Francia in condizioni psicofisiche rivedibili. Del resto, non avrebbe potuto creargli troppi grattacapi nemmeno l’ottimo Dimitrov di queste passate settimane, uno che se in tredici confronti diretti col serbo ha vinto una sola volta il motivo ci sarà, che, infatti, ha ceduto il passo in finale senza che quest’ultima assumesse le sembianze di un match davvero combattuto. Routine, insomma, la regola non scritta per la quale, gira e rigira, se Djokovic si degna di giocare, il torneo lo vince sempre lui.

    Anche quando lo stomaco non gli dà tregua per l’intera settimana, come appena successo. Così, per mandare in archivio la stagione restano solo le Nitto ATP Finals, quelle che una volta si chiamavano Master, consueta kermesse che raccoglie i migliori otto giocatori al mondo in base ai risultati conseguiti nell’anno solare in corso e attribuisce al vincitore io titolo, appunto, di Maestro. Per chi se lo ricorda, torneo che per diversi anni a cavallo tra il 1970 e il 1980 si è disputato a New York sul caratteristico campo senza corridoi prima di tornare ad essere più o meno itinerante. Dal 2021 è Torino la città ospitante e, a quanto pare, con risultati in termini di partecipazione, quindi di incasso, assai lusinghieri.

    A contendersi un assegno che sfiora i cinque milioni di euro saranno, dunque, Djokovic, Alcaraz, Medvedev, Sinner, Rublev, Tsitsipas, Zverev e Rune. È ciò che passa il convento, poco se si pensa che non troppo tempo fa erano Federer, Nadal, Murray e Wawrinka a impensierire quel diavolo Djokovic. Comunque, nell’attesa della composizione dei due gironi – perché da sempre la formula prevede i round robin per la definizione delle semifinali incrociate – si possono già fare alcune considerazioni. La prima, banale, è se Djokovic, uno a cui i record piacciono come le noccioline a Pippo di Topolino, riuscirà a vincere le settime Finals sopravanzando Federer fermo definitivamente a sei, oppure se qualcuno dei competitor abbia la possibilità concreta di impedirglielo. A leggere tra le pieghe della stagione, la risposta sembrerebbe scontata, perché il serbo ha perso la miseria di cinque partite in tutti e solo a Wimbledon deve essergli realmente dispiaciuto. Quindi verrebbe da dire di no. Anche perché la formula stessa del Master gli consentirebbe, almeno in linea teorica, di perdere un incontro anche prima delle semifinali senza dover necessariamente lasciare Torino. Insomma, per non vederlo trionfare di nuovo rischiano di dover avvenire in una sola settimana la metà delle sconfitte, cioè due, che Djokovic ha patito in undici mesi: difficile.

    La seconda, un po’ meno banale, è provare ad ipotizzare chi potrebbe ritrovarsi in finale e, riallacciandoci alla prima, quali e quante possibilità avrebbe per non recitare, poi, la parte della vittima sacrificale. Detto che Alcaraz in condizioni accettabili, che peraltro pare non avere, è il tennista tecnicamente più forte in circolazione e che Medvedev resta un avversario complicato per tutti, anche se la spia della riserva del russo si è accesa, sembrerebbe proprio il nostro Sinner quello con le migliori credenziali in questo momento, per quanto fatto vedere a Tokyo e a Vienna ma non solo. Il problema non marginale per Jannik è che, ad oggi, contro il numero uno del mondo non ci ha mai vinto e nemmeno ci è mai andato vicino mentre, tanto per dire, sia Alcaraz che Medvedev hanno saputo sconfiggerlo anche in una finale Slam. Inutile dire quanto averlo già battuto gioverebbe all’aspetto mentale.
    Tuttavia, a suscitare un minimo di ottimismo ci sono ulteriori due aspetti. Si gioca al meglio dei due set su tre, ed è tutto un altro sport rispetto alle condizioni di tre set su cinque che negli ultimi head-to-head hanno finito per premiare la testa robotica di Djokovic, e il campo è dotato di una superficie veloce, tendente al velocissimo, che può agevolare i piani tattici arrembanti dell’azzurro; uno che quando conduce le operazioni del gioco, transitando su velocità di palle ipersoniche, diventa micidiale anche per i migliori contrattaccanti del circus. In soldoni, due ore di apnea, con il piede pigiato a fondo sull’acceleratore, Jannik le potrebbe avere per le mani e, chissà, potrebbero essere sufficienti qualora Nole fosse quello appena visto a Parigi-Bercy e quindi decisamente lontano dal suo acme. Più per limiti anagrafici che per meticolosità: Djokovic agli appuntamenti importanti si presenta sempre con il vestito migliore che ha. La speranza è che, a quasi trentasette anni, possa non essere più il frac di qualche primavera fa.

    Detto di Alcaraz, che se per magia facesse sparire le scorie di una stagione densa come il piombo potrebbe fare sport a sé, di Medvedev e di Sinner, si fatica a trovare nei restanti quattro partecipanti motivo di particolare interesse. Rune è forte, anzi fortissimo ma prima di Parigi-Bercy non azzeccava un set da mesi, tipiche bizzarrie giovanili. Lui, Djokovic sa come batterlo ma da uno appena uscito dal tunnel non è lecito aspettarsi più di tanto. Tsitsipas, più bello che vincente, quest’anno ha fatto il compitino senza concedersi mai la lode. Ha chiuso tra i primi otto, tra un litigio col padre e l’altro, ma senza mai dare l’impressione di poter centrare il bersaglio grosso.

    Rublev, invece, ha fatto assai bene, in linea con le sue qualità soprattutto mentali non sempre da primo della classe. L’impressione, però, è che gli manchi sempre un centesimo per fare l’euro quando affronta i più bravi. Infine, c’è Zverev che merita un discorso a parte. Quando al Roland Garros del 2022 si distrusse la caviglia mentre contendeva degnamente il passaggio del turno a Nadal, il tedesco sembrava essere finalmente arrivato dove un po’ tutti si aspettavano arrivasse: in alto. Nonostante qualche impiccio giudiziario fuorviante e ancora da chiarire, si apprestava a recitare in pianta stabile un ruolo da protagonista anche nei Major quando la sorte lo ha fisicamente appiedato costringendolo ad un lunghissimo percorso di recupero dal quale non è ancora del tutto uscito. Il timore è che ai livelli antecedenti l’infortunio potremmo non rivederlo più e nell’immediato sarebbe davvero un miracolo vederlo superare i gironi qui a Torino.

    In definitiva, sulla carta sono diverse le congiunture favorevoli a Sinner e, pertanto, non sarebbe così peregrina l’eventualità di vederlo sfidare, tra semifinale e finale, il favoritissimo Djokovic. Più di qualcuno si è domandato in questi giorni se, fin da ora, Sinner possa essere considerato il tennista italiano più forte dell’Era Open. Vincere il Master non spazzerebbe via i dubbi ma avvalorerebbe, e non di poco, la tesi del partito del sì. E, ciò che più conta, sarebbe una meravigliosa prima assoluta per l’Italia.
    Buone Finals a tutti.

  • Tennis: il trionfo di Sinner a Vienna, più dolce di una Sacher… Di Teo Parini

    Tennis: il trionfo di Sinner a Vienna, più dolce di una Sacher… Di Teo Parini

    Mentre Nicola Pietrangeli, imperterrito, continua a rivendicare una supremazia tutt’altro che dimostrabile nella storia del tennis italiano e Adriano Panatta gli risponde a tono, peraltro con più di una ragione in mano, c’è un azzurro che presto metterà tutti d’accordo, Jannik Sinner, fresco vincitore del torneo di Vienna. Con quello di ieri, fanno dieci in carriera come Panatta, appunto, e uno più di Fognini, sempre a proposito di statistiche. Se la kermesse austriaca non sarà Wimbledon in quanto a prestigio, l’autorità con la quale l’altoatesino si è imposto su gente assai poco raccomandabile come Shelton, Tiafoe e soprattutto Medvedev in finale, l’ex bestia nera, ne fa una settimana di entusiasmante valore. Quarto posto nel ranking mondiale blindato fino al termine della stagione con il podio nel mirino e fiducia a mille per gli ultimi due grandi appuntamenti di questo 2023, Parigi-Bercy e ATP Finals, il master.

    Sinner, ventidue anni, non ha avuto la precocità di Alcaraz nell’arrivare sui livelli di eccellenza ma, un pezzetto alla volta, ha maturato i crediti per iscriversi alla stesso esclusivo club del fenomeno spagnolo: in questo momento, infatti, quattro tennisti al mondo hanno qualcosa in più di tutti gli altri e Jannik è uno di loro. Una stagione, la sua, già da cinquantacinque vittorie in incontri di singolare, altro record azzurro in condivisione con Barazzutti ma ancora per poco. Con il successo in un Mille, il primo ma non ultimo della sua vita sportiva, la semifinale a Wimbledon e gli scalpi dei giocatori più forti ottenuti con una certa continuità, si può dire che la missione del 2023 sia da considerarsi raggiunta, con la possibilità di far valere le proprie credenziali anche nelle imminenti Finals di Torino, dove ad attenderlo saranno i sette migliori giocatori al mondo in quanto a risultati conseguiti negli ultimi dodici mesi. Insomma, nessuno si stupirebbe più di tanto se fosse proprio Sinner il ‘Maestro’ di quest’anno, stante il periodo non proprio esaltante di Alcaraz, che resta giocatore epocale ma il serbatoio è prossimo a svuotarsi, e l’incognita Djokovic, fermo ormai da diverse settimane e ormai focalizzato per anagrafica al solo record di vittorie Slam. Torino, quindi, potrebbe già chiarire ai duellanti storici del tennis azzurro, Pietrangeli e Panatta, che c’è un tempo per tutti e che i record sono fatti per essere battuti.

    Tornando a ieri, Sinner e Medvedev, confermando quelle che sono le loro migliori qualità, hanno dato vita ad una partita più intensa che bella ma di innegabile peso specifico. Non è certo da loro che è lecito aspettarsi variazioni sul tema precostituito, quindi ritmo forsennato e furiosi scambi sulle diagonali, anche se Sinner qualche sortita improvvisa a rete, non sempre eseguita alla perfezione, l’ha fatta vedere, più che altro per tenere il russo e la sua assurda posizione in risposta sulle spine. L’incrocio tra i due colossi è chiaro: da una parte, un colpitore eccezionale come Sinner che stuzzica; dall’altra, un contrattaccante altrettanto eccezionale come Medvedev. Pulizia di stile, fluidità e sensazione di facilità di uscita della pallina dalle corde, per un Sinner che sembra uscito dalla scuola cecoslovacca degli anni ottanta; incedere sgraziato, perpetuo litigio con l’equilibrio e capacità scientifica di restituire la pariglia, per Medvedev. Risultato, tre set di rara intensità agonistica e acceleratore pigiato a tavoletta che hanno premiato l’azzurro, bravo a prendersi la giusta dose di rischio nei momenti importanti e di alzare il livello anche con il servizio in chiusura dei parziali poi vinti. Ciò, a fare da contraltare a un Medvedev forse un po’ troppo attendista in alcune circostanze che si sono rivelate decisive. Un azzardo tattico su un campo piuttosto veloce come quello di Vienna e contro un giocatore che se lasciato aggredire ogni palla diventa letale.

    Panatta, la mano baciata dagli dèi, una personalità da prima donna, la ‘veronica’ quale lascito balistico al mondo del tennis, il 1976 di gloria con la t-shirt rossa nella bolgia cilena e la coppa dei moschettieri sollevata sotto al cielo di Parigi e, non da meno, l’eco delle sue notti romane di un’epoca forse irripetibile, tra donne meravigliose e calici sempre colmi di champagne, restano qualcosa di non pareggiabile, nemmeno per un giocatore formidabile come Sinner che, probabilmente, alla pensione ci arriverà con un palmares superiore. Questione di gusti, almeno i nostri, e di predilezione per la supremazia del bello sul vincente, in campo e fuori. Questo non toglie che Jannik sia ascrivibile tra gli sfacciati colpi di fortuna di una federazione, una manna dal cielo per un movimento, quello azzurro, che da quasi cinquant’anni non fa che vedere vincere sempre gli altri quando più conta.

    In tal senso, a fare dormire sonni sereni c’è un’attitudine maniacale per il lavoro quotidiano e una determinazione ferrea nell’inseguire le ambizioni, la cui somma fa di Sinner il prototipo del tennista che avrà sempre il modo di dare di sé la migliore versione possibile. Uno che è pronto a sacrificare ogni aspetto dei vent’anni sull’altare del tennis. I progressi, per chi li vuole vedere, sono costanti e i margini di crescita ancora abbondanti. Se fino a ieri si era soliti puntare il dito, e spesso a ragione, sull’insufficiente resistenza fisica e sulla poca affidabilità di un colpo fondamentale a certi livelli come il servizio, le ultime esibizioni hanno palesato un incontrovertibile cambio di rotta. Da rivedere sui cinque set, dove i problemi si acuiscono per tutti, ma la prestazione in crescendo fisico e mentale di ieri, infarcita di servizi chirurgici nei momenti cruciali del match come nel tie-break che ha chiuso il primo parziale, sono due indizi pesanti. Il lavoro paga, se poi a dirigerlo è un califfo come il coach Cahill, senza dimenticare il prezioso contributo di Vagnozzi, ancora meglio. Work in progress, anche dopo una vittoria.

    Sarà banale a dirsi, ma i successi più significativi per Sinner devono ancora venire, con Pietrangeli che finalmente finirà per mettersi l’anima in pace, si spera, per una volta più contento che invidioso. E mentre noi siamo qui a parlarne, Jannik ha già sottolineato di rosso il prossimo obiettivo. Senza perdere tempo, come solo i campioni amano fare.